martedì, 11 dicembre 2007

A grande richiesta (Baccarat-Ornella e Pokerina-Fabiana, ora finitela di rompere le palle con gli sms intimidatori), perchè io ero già psicologicamente provato dalla scrittura dei primi tre resoconti e non avrei certo scritto il quarto, ecco a voi l'ultima, lunga e succulenta puntata del nostro viaggio in quel di Vienna. Contente, fetuse?!? (Dico a loro, eh).

THE 4th DAY - VIENNA - NAPOLI - VIENNA

Cap.1: ELETTRICITA', MUTANDE FANTASIA E APPOSTAMENTI
L'ultima notte viennese va liscia come l'olio. Dormiamo come due porci allegri nel fango e la mattina dopo ci svegliamo belli riposati, ma un po' tristi: è tempo di bagagli. Marcello, con la sua solita sveltezza nel fare le cose, appapocchia tutti i suoi vestiti e li schiaffa in valigia, roba che in cinque minuti dice "Ho finito i miei bagagli". Lo guardo, come a chiedergli "Eh?!? Come cazzo hai fatto? Chi sei, Houdini?!?!?", visto che io stavo impazzendo solo per piegare i pullover e sistemare le cose in modo strategico, così da non farle rompere durante i lanci aeroportuali, a cui sono sottoposte le valigie in fase di imbarco/sbarco.
"Vuoi una mano?" mi chiede gentilmente. Poi, butto l'occhio per caso nel suo trolley ancora semiaperto e vedo il CAOS.
"No, grazie, la centrifuga la so fare pure io da solo" e lui risponde "Guarda che chiamo Karin e ti faccio centrifugare da lei!". Argh!
C'è da dire che inizialmente c'eravamo lamentati che nella stanza non ci fossero almeno due prese della corrente, cosa alquanto scomoda per ricaricare cellulari e macchine fotografiche, però... l'ultimo giorno scopriamo che la stanza è PIENA di prese elettriche! Solo che dove cazzo stavano? NEGLI ARMADI. Cioè, dico io: ma quando mai s'è vista una presa della corrente dentro ad un armadio? Per attaccare una stupida spina, che bisogna togliere prima tutto il cambio di stagione, secondo questi geniacci che hanno progettato l'hotel? E stessa cosa per il bagno! Abbiamo cercato per tre giorni una presa per la spina del phon e dei rasoi, che ci consentisse quanto meno di guardarci, pure di sbieco, allo specchio, per asciugarci i capelli e per raderci, ma niente. Quella mattina stessa, però, Marcello va in bagno per una "scagazzata d'addio", così l'ha chiamata, e mentre si concentra per evacuare, si guarda intorno e vede un simbolino sul neon posizionato sopra allo specchio. "Jack!! Jack!! Vieni! Fai presto!!" e io dall'altra parte ho fatto un salto, pensavo che si fosse sentito male o che ci fosse qualche strana bestia in bagno (ho lo schifo totale per insetti e simili). Vado fuori alla porta del bagno, chiedo se posso entrare o se stia ancora scagazzando e lui dice "Ho finito, ma c'è puzza, se hai una maschera a gas puoi entrare".
"Eh no, non ce l'ho qui, ora vedo se alla reception me ne danno una... che cazzo mi hai chiamato a fare, allora?"
"C'è una spina! C'è una spina!"
"Dove!!!" esclamo io, manco avesse detto "C'è un lingotto d'oro di 10 kg dentro al cesso!"
"E' qui, è qui!"
"Qui dove! Ti ricordo che io non riesco a trapassare le porte con lo sguardo!"
"Ah, pensavo di sì!"
A quel punto io rimango in silenzio, perchè è troppo scemo l'amico mio.
"Insomma, sta qua, sul neon, cioè, di lato al neon, cioè... non si vede manc' 'o cazz', però c'è! Senti???" e mi fa sentire il rumore del mio rasoio. "Ora lo uso per le mie ascelle" dice.
"Le tue mutande, quelle indecenti... sai che fine fanno?"
"Che fine fanno?"
"Le porto ad Alessandra con su scritto "I want you", ok?"
"Non lo faresti mai..."
"No?"
"Naaaa..."
"Ok..."
Prendo una sua mutanda (pulita!) dalla valigia. Mutanda bianca con rombi piccoli bordeaux. Oscena.
Con una penna scrivo quello che avevo detto, firmandomi "Marcello", esco dalla stanza, vado verso quella di Karin e Alessandra, stendo la mutanda per terra davanti alla loro porta, busso energicamente e poi scappo dietro un angolo, per non perdermi la scena.
Il punto è che ad aprire la porta è Karin, non Alessandra, e io come un coglione, nella fretta, non avevo specificato per chi fosse la mutanda incriminata. Così, vedo Karin che strabuzza gli occhi, chiama l'amica, senza toccare la mutanda, manco fosse contaminata da uranio impoverito, e si accovacciano per terra a ridere. In risposta, Karin entra dentro ed esce con un suo tanga e un bigliettino.
Posiziona il tutto davanti alla nostra camera e si apposta pure lei dietro ad un angolo, dopo aver bussato alla porta. Io non posso muovermi, se no mi sgama, quindi aspetto che esca Marcello ad aprire la porta. Lui esce, vede il tanga per terra, insieme alla sua mutanda scritta da me, si mette le mani nei capelli e inizia a ridere fortissimo. Raccoglie il bigliettino, legge e dice "E te pareva!".
Curioso come una scimmia, io caccio un po' la testa fuori dall'angolino dov'ero e poi sento nel corridoio la voce di Karin che urla "Eccolo!!! Il truffaldino è lì, l'ho visto, l'ho visto!!" e comincia a correre in direzione mia e a me viene il panico, tipo quando si gioca a guardie e ladri e tu sei il ladro che sta per essere acciuffato! Così scappo e mi nascondo dietro il primo pilastro disponibile, Karin mi passa davanti, correndo e senza vedermi, e io che ero accasciato per terra a quattro zampe le faccio "UAAAHHH!!!!" e lei "AAAAAAAAAHHHHH!!" un urlo disumano nel corridoio. Da una stanza esce la signora delle pulizie, una specie di Mamy di Via col vento, che ci guarda con l'aria sconvolta, come a dire "A 40 anni fate ancora 'ste stronzate?". Le chiedo scusa con un cenno della mano, acchiappo Karin e ce ne torniamo in camera, ridendo come due deficienti. Marcello, poi, una volta ognuno nelle proprie camere, mi mostra il biglietto di Karin con su scritto "Mi spiace, ma preferisco quello con i boxer neri".
"Te l'ho detto che devi usare i boxer neri, hai visto?"
"No no, mi stringono il pacco, sono per chi ce l'ha piccolo" sempre bastardo inside.

Cap.2: MADAME LEFT & RIGHT COLPISCE ANCORA...
Scendiamo alla reception, dopo aver svegliato mezzo hotel con tutto il casino delle mutande.
"Hmmmm... arieccola..." dico io, dopo aver visto che dietro al bancone della reception c'è la tizia del primo giorno, quella che ci ha mandato a sperdere in giro per l'hotel, non sapendo la differenza tra destra e sinistra.
Tento di salutarla senza odio e dopo aver saldato il conto, chiedo alla signora se ci sia un deposito bagagli, così da non dover girare per Vienna carichi come muli. La tizia risponde con il suo solito entusiasmo e con il suo stranissimo inglese:"Due piani sotto e poi ON THE LEFT, usi questa chiave". Afferro la chiave e ribadisco "On the left?" e lei "Sì sì". Mah, sarà davvero on the left, stavolta. Scendiamo di due piani e non ci sta manco il sasiccio. C'è solo un garage abbandonato e una colonia di orsi polari, che ci dà il benvenuto in quel mondo gelido dei sotterranei viennesi, roba da -5° di sicuro.
Dopo esserci un attimo ibernati, saliamo di un piano. On the left ci sta solo l'ascensore. Un po' nascosta, una porticina. Provo ad infilare la chiave, ma non s'apre.
"Che dobbiamo lasciare i bagagli nell'ascensore?" chiede Fabiana, tutta divertita.
"Ma 'sta stronza di receptionista, io non la sopporto!" comincio a blaterare da solo, lanciando improperi contro la demente, mentre provo di nuovo a girare la chiave nella toppa della porticina accanto all'ascensore. Ma niente di niente.
"Andiamo on the right, va'..." e mi dirigo verso questa porta a vetri, che dà in un corridoio lunghissimo con almeno 9 porte. Provo la chiave in una per una, dato che non c'è nemmeno un cacchio di cartello con su scritto "Deposito bagagli". Alla quinta porta, riesco ad aprire e il cartello lo trovo DENTRO alla stanza. Furbi, 'sti viennesi, eh? Ma ancora più furba la tizia della destra e della sinistra... e se c'abbia preso per culo tutto il tempo?!?!? Roba da ucciderla!

Cap.3: NASCHMARKT, IL MERCATINO DELLE PULCI PIU' ACCHIAPPOSO CHE CI SIA
Vicino al nostro albergo c'è questo mercato, il Naschmarkt appunto, dove si possono trovare tutti i tipi di generi alimentari da varie parti del mondo, ma il sabato questo posto si trasforma anche in mercatino delle pulci, dove si trova davvero di tutto. La cosa più particolare, però, è che c'è un livello ormonale in questo mercatino da paura! E la cosa non ce la riusciamo a spiegare, visto che tutto sommato 'sti viennesi sono abbastanza discreti e poco rompipalle negli approcci uomo/donna/donna/uomo/uomo/donna (che contorto). Fatto sta che contiamo:
4 acchiappanze di Ornella
3 acchiappanze di Karin e Fabiana
2 acchiappanze di Alessandra e me
1 acchiappanza di Diego

Rimangono come fessi Marcello e Marco, che s'acchiappano tra di loro per disperazione.
Spulciamo un po' tra le bancarelle, compriamo spezie e sciocchezzuole varie, fino ad arrivare all'apoteosi. Marcello conquista la salumiera ungherese.
Ci fermiamo davanti a questo banco pieno di salumi e questa tizia dai capelli rossi, molto procace e dall'aria simpaticissima, si rivolge in direzione nostra.
"Italiano! Voi italiano!"
"Sì... è reato?" risponde Marcello.
"Tu... vieni aqui... tu bello, tu come mio primo ammmmore de Roma!" e la tizia esce dal bancone e stampa un bacione appiccicoso sulla faccia di Marcello, che prende un salamino dal bancone e glielo offre a mo' di fiore, in mezzo alla folla sorridente. Che scena magnifica!

Cap.4: COME PERDERSI A KARLSPLATZ E IL MIRAGGIO DEL BELVEDERE
Allora, per chi fosse interessato a vedere il Belvedere, noto complesso museale viennese, il mio consiglio è quello di armarsi della più santa di tutte le sante pazienze esistenti a questo mondo. Perchè? PERCHE'??? Perchè è collegato manco la munnezza, ecco! Insomma, sulla guida (e anche sulla guida di riserva, attrezzati noi, eh) c'è scritto che la fermata della metro giusta per raggiungere il Belvedere è Karlsplatz. Ok, andiamo a Karlsplatz, ovvio. C'è da dire, però, che questa Karlsplatz è praticamente IMMENSA. Già per attraversarla da nord a sud ci vorrebbe una linea di metropolitana a parte, figurarsi se poi, arrivati in questa piazza grande quanto... quanto una piazza grande, appunto, si scopre che il famoso Belvedere sta circa un paio di km più su?!?!? Oh, che gioia! Oh, che sollazzo! (Devo continuare la rima? No, su...). Insomma, vaghiamo come disperati in questa piazza per un po', sbagliando almeno 6 volte la traversa giusta da prendere per arrivare sulla strada che porta a quel cacchio di Belvedere, fino a che, poi, in preda allo sconforto, decidiamo che chiederemo aiuto.
"Dai, chiediamo a quella, sembra una sveglia" suggerisce Fabiana.
"Ah sì? E da cosa lo deduci, fammi capire, visto che si sta arravogliando lei e il carrello della spesa????" le rispondo, per niente convinto dalla sua analisi psicologica del soggetto scelto per chiedere aiuto.
"Vabbe', dai, l'apparenza inganna! Andiamo!" e così ci dirigiamo da questa signora appena uscita da un centro commerciale chiamato BILLA, una roba che avevo visto pure a Venezia, e che m'è parsa familiare (anche se poi ho pensato che, condividendo una catena di supermercati con l'Austria, Venezia sia veramente nel profondo NORD, quasi austroungarica, e mi è venuto dentro un orgoglio terronico di appartenere al profondo SUD italianissimo! Divagazioni folli dovute alle bassissime temperature, che il mio fisico non adora propriamente, non fateci caso).
Insomma, la tizia tenta di mantenere fermo questo carrello su una stradina in pendenza, ma fa fatica nell'operazione, perchè ha praticamente comprato mezzo supermercato.
"Exscuse me, madame, could you tell us... blablablabla?" le chiedo, e lei, in un inglese perfetto, ma roba che manco a Londra con quella pronuncia, mi risponde "Aspettate, ora chiamo mio marito, perchè lui sa parlare inglese molto meglio di me, io l'ho studiato solo a scuola" alla faccia r'o cazz'! E' il commento che mi è venuto da fare tra me e me. E meno male che l'hai studiato solo a scuola, bella mia, se ti fossi fatta una vacanza studio di un anno a Londra, ora saresti la regina Elisabetta?!?!? Comunque, aspettiamo il marito, che stava dall'altro lato della strada, pure lui carico di buste con roba da magna' dentro. Quanto cavolaccio mangiano questi austriaci?!? Ce lo chiediamo un po' tutti, mentre aspettiamo, fiduciosi, il buon marito. Il tizio, visibilmente affaticato per i pesi trasportati a mo' di mulo, con una gentilezza estrema prima ci dice che abbiamo completamente sbagliato strada, sempre sorridendo, che pare quasi che ci stia prendendo per culo, poi ci indica la retta via, mentre noi lo ribattezziamo Virgilio. Lo salutiamo, lo ringraziamo, io raccolgo circa un kg di mele, che la signora intanto aveva fatto cascare a terra dalle sue buste, e c'incamminiamo per la strada che ci aveva suggerito il nostro Virgilio, ma... forse diffidente, forse gli avevamo dato l'impressione di essere dei rincoglioniti... praticamente, dopo manco dieci metri, ce lo ritroviamo di nuovo alle spalle, sempre stracarico di buste e con l'angina pectoris che imperversava su di lui a causa della corsa, che ci dice nel suo perfect english "Avete capito dove dovete andare??" e SBAM! Stramazza per terra, perchè inciampa in un marciapiede. Tutta la pappatoria che aveva nelle buste si è sprosciuttata per terra insieme a lui: uova schiattate, una fetta di petto di pollo spiaccicata sull'asfalto, delle foglie di insalata e una bustina di ketchup completamente squartata, che insanguina il tutto, rendendo la scena veramente macabra. Le signorine del nostro gruppo tentano di trattenere le risate, mentre Marcello proprio no, s'accascia per terra, facendo finta di raccogliere la roba, e inizia a ridere come un cretino. La scena si fa ancora più esilarante, quando da lontano accorre la moglie, che incomincia a bestemmiare in ostrogoto contro il povero marito, dolorante per terra. Cose da pazzi... mai dare indicazioni ai turisti italiani, signori austriaci che leggerete, vedete poi che succede a voi e alla vostra spesa?!? La cosa bella, poi, è che, non contenti di aver ucciso il pranzo di una famigliola austriaca, sbagliamo di nuovo strada (W il senso dell'orientamento), perchè in preda alle crisi di risate, e così io fermo un'altra persona, un uomo, stavolta, dall'aspetto distinto, capelli molto scuri, pelle ancora più scura, occhio sveglio. Tutto sembra, meno che un austriaco, però a pelle mi dà fiducia.
"Excuse me, sir, could you tell us... blablablabla?". Lui mi guarda un po' sorridente, indica la mia barba, io penso che sia gaio, invece poi mi fa, tutto fiero:
"Espanol? Yo soy de Valencia!"
"No, yo soy italiano, porque?" che cazzo mi chiede a fare se io sia spagnolo?!? Che glie frega a lui?!?
"Tu pareces un hombre espanol, me entiendes si hablo espanol?"
"Sì, te entiendo, amigo! Mi padre es espanol!" cerco di essere solidale nella mediterraneità, il tizio sembra un po' desideroso di scambiare due parole con qualcuno che capisca la sua lingua.
"Ohhh!! Viva Espana!! Viva Italia!!" sì, ok, però non bere a prima mattina, amigo!
Insomma, lo spagnolo, tale Juan, ci ha spiegato perfettamente come arrivare in due minuti al Belvedere, indicandoci una scorciatoia pazzesca, che sulla cartina quasi nemmeno c'era, tanto era piccola la stradina. Un po' di conversazione per ringraziarlo, i dovuti saluti e via! Finalmente al Belvedere!

Cap.5: ALLE AUSTRIACHE PIACCIONO I MIEI STRIP-TEASE... LO SO CHE SONO BELLO, MA INSOMMA, DONNE... CONTEGNO!
Ebbene sì. Al Belvedere "down" (eh sì, perchè c'è pure il Belvedere "up", mica bastava la camminata immensa per raggiungere il primo edificio? No! Pure un'altra per raggiungere il Belvedere up, ci voleva!) insomma, sì, dicevo... al Belvedere down mi hanno voluto nudo! Vabbe', non esageriamo, non proprio nudo, però mi hanno fatto togliere il cappotto. SOLO A ME. Ho protestato lievemente, ma hanno pure insistito, dovevo proprio toglierlo. Mah! Voglio capire che non si possa entrare con zaini e borse, ma se ho freddo, cazzo, perchè devo togliermi il cappotto per entrare in un museo?!?!? E perchè diecimila persone lo possono tenere e io no??? Comunque, nein! Non si discute, quando è nein, è nein.
La signorina addetta alla sicurezza, infatti, che un altro po' era più alta di me e quindi è meglio non contraddirla, mi dice che non è assolutamente possibile entrare con il cappotto. Ok. Le spiego, però, che sto congelando, che fuori c'è la neve, e che altre persone dentro alla prima sala del museo ce l'hanno, perchè le vedo, le vedo! Ma niente, oh, la tizia si è impuntata che io debba togliermi il cappotto e non c'è altro da fare. Nel frattempo, Diego e Marco passano ed entrano... con il cappotto addosso!!! E lei non si scompone. Glieli indico, da bravo spione, mentre tento di tenermi addosso il cappotto, ma lei niente, non fiata, se non per dire: "Put off your jacket, please!" e puttiamoci off 'sto giaccone, va bene, brutta Kappler cicciabomba che non sei altro. Me lo tolgo, abbastanza seccato, e lei sorride. 'Azzo ridi???
"Do you want a strip-tease?" le chiedo a quel punto e dato che mi viene il dubbio che mi stia prendendo per culo, la prendo per culo anch'io.
"Oh, yes, baby... let me see..." e strizza l'occhio. CAAAAAAZZOOOO!
"Ohohoh! Hai fatto colpo sulla SS!" sghignazza Karin.
"Ma che te ridi, questa è matta, stanno passando tutti con il cappotto, solo io mi devo congelare, secondo lei?!?"
"Oh, si vede che proprio non resiste, vuol vedere le tue spalle, accontentala, no?"
Alla fine, però, la Kappler richiama Marco e Diego a rapporto e dice pure a loro di spogliarsi e di andare al guardaroba.
Mi convinco sempre di più che la donna sia ubriaca, perchè non mi spiego in base a quale criterio alcuni possano entrare tutti imbacuccati e altri invece debbano ammirare i quadri in mutande, comunque, l'accontentiamo, se no non ci sbrighiamo più, e andiamo a posare i nostri cappotti e giubbotti al guardaroba. Quando le ripasso davanti per accedere alla prima sala, le sventolo il ticket d'ingresso sotto al naso e sfilo tipo Naomi versione masculo davanti a lei, digrignando un "Is it ok, now??" e lei "Oh yes... you're really ok, man!" sorride e mi guarda il culo!!! Mi guarda il culo!!! Poi le donne dicono che siamo noi uomini a fare sempre i malatoni, tsk!! Guardate che soggetti avete nella categoria!
Comunque, al Belvedere down mitica mostra temporanea su Monet e Van Gogh, nonchè altri grandi dell'ottocento. WOWOWOW!

Cap.6: DEL BACIO PIU' APPASSIONATO E DELLA FIEREZZA NAPOLEONICA
Si passa al Belvedere up. Lunga camminata all'interno del parco del complesso museale, con annesso congelamento. Entriamo, altra tiritera per gli zaini e i cappotti, ma stavolta io m'imbuco in mezzo a dei giapponesi, che erano tantissimi, e manco li hanno controllati, mi abbasso un po' sulle ginocchia, tentando di non svettare tra quei nani gialli, e sorridendo con la faccia da ebete a tutti loro, mormorando "Arigatò, arigatò!", mi infiltro senza denudarmi e quando esco dalla nuvola nera di giapponesini, trovo Ornella che mi saluta con un inchino che fa molto geisha. E' scema o no? Iniziamo a vagare per le sale... sala 1, sala 2, capolavori bellissimi, avanziamo ancora e... tadàààà! IL BACIO!
Eh sì, trovarsi davanti all'immensa tela de "Il Bacio" di Gustav Klimt, be'... WOW. Davvero non c'è altro da aggiungere, se non una menzione speciale per l'emozione fortissima provata davanti a quel dipinto, così particolare nelle sue cascate di fregi dorati. Tuttavia, ero psicologicamente preparato a questa meraviglia, perchè sapevo bene che il Belvedere la custodisse, ma... non lo ero affatto per un'altra! Davvero un colpo al cuore m'è venuto, quando ho visto il mitico quadro di Napoleone a cavallo, di Jacque Louis David! Uno dei miei quadri preferiti in assoluto, visto che per me Napoleone è sempre stato un mito di fierezza, sfacciataggine, coraggio, arguzia e spirito di rivalsa! Incredibile la maestosità, la potenza sprigionata dalla tela e dallo sguardo dell'abile stratega... di nuovo WOW. E con il Belvedere s'è chiusa la lunga e deliziosa parentesi artistica dei musei viennesi, che c'hanno sorpreso per la loro efficienza, per le opere che contengono e anche per il personale!

Cap.7: MANGIARE SEDUTI PERBENE? E' UN OPTIONAL, W LE ZINGARATE!
La fame ci attanaglia le panze, appena usciti dal Belvedere. Urge una pappatoria, ma di ristoranti in quella zona... nemmeno l'ombra, però, però, però... ci sono dei minimercatini di Natale con tanto di graziose bancarelle di legno, che distribuiscono cibo ungherese a volontà! Mi faccio guidare dal mio naso, seguendo le scie dei vari profumini che mi si presentano sotto alle narici e alla fine, tipo cartone animato, comincio quasi a svolazzare a dieci centimetri da terra in direzione di una bancarella, da dove proviene un odore di patate, peperoni, cipolla, speck... madòòòò!! Mi avvicino e vedo una padellona enorme con dentro questo misto di roba, più tanto buon pepe e della gnocchissima paprika... a vederlo, sembra davvero buono. Chiedo alla simpatica tizia, che sta dietro al bancone, di che roba si tratti.
"Bojjuhshgishfdglshdjf!"
"Ah, ho capito tutto, grazie! Ma si mangia?"
"Ja!"
"Ok, allora 8 porzioni, per favore!"
"Ja, ja!" e la tizia ci riempie 8 vassoietti stracolmi di questa specie di stufato ROVENTE. Considerando che i vassoietti erano di carta, reggerli tra le mani per i primi 2 minuti è stato molto piacevole, con tanto di effetto scioglimento dei ghiacciai sui polpastrelli, ma dopo quei 2 minuti iniziali, facevamo le gare di salto in alto del vassoietto, era diventato ustionante! Per fortuna, ci ha pensato il gelo, dopo poco, a far scendere quella buonissima poltiglia ad una temperatura più accettabile alla pelle umana... comunque, se a Vienna vi offrono del Bojjuhshgishfdglshdjf, mangiatelo, perchè pure se non si capisce come cazzo si chiami quella roba, vi assicuro che è buona. Il tutto è stato annaffiato da una sana Cocacola ghiacciata riserva 2007, per la gioia del mio mal di gola, e da un bel cartoccio di castagne e kartoffel alla brace... slurpazzzz!

Cap.8: FABIANA:"UNA CORSA IN TRAM 2,20€???? VAI CON LO SCROCCO!"
Avevamo fatto tutti la mitica Vienna Card, appena arrivati il primo giorno, così da poter avere 3 giorni di infiniti viaggi pagati su tutti i mezzi pubblici, ma... come potete vedere dal titolo del post, io sto narrando le avventure del QUARTO giorno, quello SENZA la Vienna Card. Argh! Queste le confabulazioni, prima di salire su un tram che ci avrebbe risparmiato la camminatona fino alla famigerata ed immensa Karlsplatz.
"Come facciamo con il biglietto?" questa è Ornella, ligia al dovere.
"Lo compriamo a bordo, no?" questa è Alessandra, viva la praticità.
"Ma che vi preoccupate del biglietto? Piuttosto pensiamo quale tram prendere, che qua di sicuro ci perdiamo!" questo è Marco, sempre ottimista.
"Ma sì, ci ficchiamo in un tram qualsiasi, da qualche parte ci porterà..." questo è Diego, l'inno al menefreghismo ottimista.
"Uagliu', ma fatemi capire una cosa, ma di che state parlando?" questo è Marcello, che come al solito arriva sempre per "primo" a capire le cose.
"Di tua sorella, Marce'..." e questo sono io, che sono sempre adorabile con lui.
"Eccolo, eccolo!" questa è Karin, che si sbatte come una pazza, all'arrivo del tram D.
"E chi ce la fa ad alzarsi da qui, ho freddissimo, trascinatemi, vi prego..." e questa è Fabiana, lo sponsor ufficiale dei Po-Po-Po-Po-Polaretti.
Saliamo sul tram, io dico agli altri, quasi per convincere me stesso "Ma dai, stiamo tranquilli, in fin dei conti la Vienna Card l'abbiamo comprata alle 18:00 del primo giorno e ora sono ancora le 17:00, magari scade tra un'ora, no?" sì sì, come no, ma a me piace darmi questa parvenza di legalità nell'illegalità completa.
"Sì, mi sa che c'ha ragione Jack, dai, stiamo a posto, sediamoci..." aggiunge Ornella, che sembra quasi rassicurata.
"Oh, cacchio! Io non trovo più la mia Vienna Card!! A chi l'ho data?" dice Fabiana, con un tono bestemmiante.
"COSA???? E se non lo sai tu a chi l'hai data!" interviene maliziosamente Marcello.
"Imbecille, te la sei fregata tu?"
"E che faccio, il ladro di Vienna Card scadute?"
"E che ne so, tu sei tutto strano!"
Insomma, i due da che scherzano, quasi finiscono per dirsene quattro, al che le dico "Vabbè, compriamo un biglietto, no?" e Fabiana va vicino alla macchinetta per vedere quanto costasse.
"Ma stanno fuori!! Per fare cento metri dovrei pagare tutti 'sti soldi??? Una corsa in tram 2,20€?!?!? Vai con lo scrocco!" e zac! Si siede, tutta indignata, convinta di non voler assolutamente comprare quel biglietto e m'ha pure dato uno schiaffo sulle mani, quando mi stavo alzando per comprarlo per sicurezza! Niente da fare, ha preferito rischiare una megamulta di non so quanti euro, pur di non dare al ministero dei trasporti austriaco 2,20€... napoletana inside...

Cap.9: ALLO STUDIO DEL DR. SIGMUND FREUD...
Eh sì, proprio lì! E' stato davvero un sogno mettere piede nel primo studio psicoanalitico della storia! Poi, per uno psichiatra, poter dire di essere stato a casa di Sigmund Freud credo sia veramente il massimo...
Vedere tutte le sue foto d'epoca, la sua laurea, la targhetta che c'era fuori alla porta, con su scritto "Dr. Freud", il suo cappello, i suoi bastoni, il cappotto... e tutte le prime edizioni dei testi in lingua originale che io ho letto in italiano per i miei studi, le sue lettere, le ricette ai pazienti... e i mobili!! Insomma, veramente grandioso... unica nota stonata, ma da crepare dal ridere, Fabiana che urta una pila di cataloghi nella stanzetta adibita a bookshop, facendola spatasciare per terra con un tonfo sordo e raccapricciante, tanto che non le basta un semplice e disperato "Sorry!" per non farsi fulminare con lo sguardo dalla temibile addetta al negozio... imbranatona!!!

Cap.10: NON ANDATE AL CAFE' MUSEUM! C'E' LURCH DELLA FAMIGLIA ADDAMS CHE SERVE AI TAVOLI!
Decidiamo, dopo l'immensa camminata per tornare al centro dalla casa-studio di Freud, di rifocillarci con un'ultima fettona di torta, prima di dirigerci verso l'aeroporto, dove ci toccherà passare la notte. Del resto, l'ora di cena è alle porte e la fame si fa sentire. Meta da raggiungere: il Cafè Museum, altro localino storico del centro di Vienna. Entriamo. L'impatto è molto positivo, solito arredamento in stile, atmosfera calda e silenziosa, bella vetrinetta di dolci, profumo di thè... insomma, ci piace. Cerchiamo un tavolino appartato e ci sediamo tutti e otto, ma nemmeno il tempo di sederci per benino, che vediamo arrivare dall'altra sala un pezzo d'uomo enorme, tetro da morire, con la capoccia quadrata e le spalle ricurve, pallido più che mai.
"Ragazze, attente, quello è Lurch degli Addams..." e indico il megacameriere con un cenno della testa, cercando di farlo in maniera discreta, ma ogni mio sforzo è stavo vanificato dalla risataccia pazza di Fabiana, che aggiunge:"Madò!!! Identico!!!" e ride, ma ride di brutto, quando, ormai dimentichi della discrezione, Marcello, Diego ed io cominciamo a fare sotto al tavolo la classica musichetta con lo schiocco di dita "Taratatan! Schiok Schiok! Taratatan! Schiok Schiok!".
Arriva Lurch a prendere le ordinazioni. Partiamo tutti con fetta di torta e thé. Dopo un po', lui ce le porta, ma nel frattempo le ragazze hanno deciso di voler mangiare prima qualcosa di rustico, quindi, accantonano le fette di torta da un lato del tavolo e si tuffano con la testa nel menu, alla ricerca di qualcosa di salato e sostanzioso. Non sto a dirvi che cosa sono state capaci di ordinare! Lurch passava ogni tanto davanti al nostro tavolo e guardava tutto incuriosito le torte ammucchiate da un lato, tanto che ad un certo punto si è avvicinato e ha chiesto se ci fossero problemi, con un'aria tra il minaccioso, del tipo "ora vi azzecco le torte in faccia, se non le mangiate subito", e il preoccupato, del tipo "se non mangiate subito le torte, zio Fester mi licenzierà!!". Gli dico che è tutto a posto, gli faccio le nuove ordinazioni e lo ringrazio. Appena si gira, faccio spuntare la mia mano da sotto al tavolo e faccio, appunto, Mano, sfilando il menu dalle mani di Ornella, che fa un salto di paura! Non sto a dirvi come m'ha chiamato. Zozza.
Discutiamo sulla vita grama del povero Lurch, tanto che alla fine della magnatona, decidiamo di lasciargli una lauta mancia, visto che in un locale immenso abbiamo visto solo e sempre lui piroettare tra i tavoli, con tanto di sfasciamento di due tazze, forse proprio perchè era sfinito... ma... quando stiamo per andar via, e dopo aver messo la pattuita sonora mancia nel piattino, vediamo arrivare dal nulla un altro cameriere, uno che per le due ore che eravamo stati lì a mangiare come porci e a scrivere cartoline (i cui francobolli io ho appiccicato con dello chicchissimo thé all'arancia, le fortunate che l'hanno ricevuta sanno!) non s'era mai e dico MAI visto! Appena ha adocchiato i soldi dal suo nascondiglio segreto, però, è sgattaiolato fuori e se li è arraffati tutti come un topastro malefico, sotto gli occhi tristi e sciagurati del povero Lurch... che scena pietosa, mi è andata tutta la Truffel torte di traverso, mi sono intossicato! Mai più al Cafè Museum, sono troppo sensibile!

Cap.11: IL CAGATOIO PER I CANI, SIMBOLO DELLA CIVILTA' MITTELEUROPEA
Non so se in altre città d'Italia ci siano, ma a Napoli di sicuro NO. Parlo dei cagatoi per cani, ovvero degli spazi sterrati e recintati, dove i cani possono soavemente scagazzare in tutta libertà, senza preoccuparsi di imbrattare il suolo demaniale. E la cosa ancora più grandiosa, poi, è che, grazie a questa superinvenzione, a Vienna non bisogna fare lo slalom gigante tra le merdazze, quando si cammina sui marciapiedi, per evitare di ritrovarsi con le scarpe sporche di "mousse au chocolat"... unico inconveniente, dentro a 'sti cagatoi i cani si scannano come belve feroci! Sapete quando per strada s'incrociano due cani e i padroni danno i numeri? Ecco, immaginate una scena così, moltiplicando le abbaiate per 20 e gli strilli dei padroni pure. Una poesia per le orecchie.

Cap.12: AEROPORTO DI VIENNA. LA CIOFECA DI TUTTI GLI AEROPORTI, MA CHE INCONTRI...!
Dopo essere tornati a prendere le valigie al nostro hotel, dove fortunatamente non c'era di turno alla reception la signora Left & Right, ci siamo fatti l'ultimo viaggio a scrocco sulla metro, intorno alle dieci di sera, nella desolazione più totale, fino ad arrivare al terminal del CAT, il nostro trenino Cat Stevens, che ci avrebbe portato all'aeroporto. Treno deserto, praticamente viaggia solo per noi. Che lusso, ragazzi, oh...
Sul treno siamo un po' tutti attapirati, si respira aria da fine vacanza, ma... dopo abbiamo scoperto che ci sarebbe stato un motivo ben più grave per attapirarsi... infatti, l'aeroporto di Vienna, che, in quanto capitale europea, uno se lo aspetta gigantesco e superattrezzato, è in realtà una cofecchia di aeroporto, dove se ci sono 30 sedie in tutto è davvero troppo.
E, che lo dico a fare, tutte e 30 sono occupatissime, al momento del nostro arrivo. Considerato che si dovrà passare la notte lì, la prospettiva di stare in piedi per circa 6 ore davvero non ci alletta... ed ecco l'attapiramento!
"Noooo... io lo sapevo, e ora come facciamo???" si lagna Karin.
"Non ti preoccupare, ora vediamo cosa si può fare, vado a fare un giro" le rispondo, tentando di non farla cadere in rapida depressione per la mancanza di posti a sedere.
"Marce', la vedi la vecchia seduta laggiù con la bambina?"
"Sì... dici che sta crepando?"
"Jamm bell', scemo... vai a sederti là per terra di fronte a lei, ha una bambina, non credo che passerà la notte in aeroporto, magari tra un po' si alza e cominciamo ad accaparrarci le prime quattro sedie..."
"Sei veramente uno stratega, oh..."
"Cammina, soldato!"
"Sissigno'!" e va ad appostarsi davanti alla vecchia con una faccia tosta da guinness dei primati, mitico.
Intanto, io vado a farmi un giro in cerca di altri posti a sedere, quando m'imbatto in una fila immensa di giapponesi, che aspettano l'apertura del loro check-in. Improvvisamente, mi ricordo dell'incontro con Madame Japan e l'orario del suo volo.
"Cazzo, cazzo, cazzo! Lei è qui in mezzo ai musi gialli!" mi dico, tutto esaltato, cercando di aguzzare la vista per trovarla, ma niente. Ci resto un po' male, ma continuo il mio giro di perlustrazione. Niente anche lì, tutto occupato. Torno verso la ciurma, ma nel tornare vedo due coppie di amici che si alzano dalle loro sedie e io praticamente faccio una corsa e mi ci stendo su! Occupato, occupato, tutto occupato! Ben 6 sedie tutte per noi! Arrivano, saltellanti di gioia, le ragazze, che sistemano accanto alle sedie i loro bagagli e prendono posizione per la notte, invitandomi a sedermi lì con loro, a mo' di cane da guardia, poichè, parole loro, "di notte, in un aeroporto di merda come questo, non si sa mai!". Ah, grazie, eh! Solo per questo mi vogliono le donne! Tsk! La mia splendida compagnia così bistrattata, roba da matti.
Nel frattempo, anche la vecchia di Marcello si è alzata e lui prontamente le frega il posto. Siamo tutti finalmente seduti.
Comincio ad avvertire la stanchezza, così chiedo ad Ornella se mi offra un po' le sue gambe come cuscino, per schiacciare almeno un pisolino di un'oretta. La mia fida amichetta bastarda acconsente. Mi metto un cappello in faccia, cappotto tutto addosso, a mo' di coperta, e chiudo gli occhi, tutto sommato non scomodissimo, ma... dormire è praticamente impossibile per i seguenti motivi:

1) Karin e Alessandra chiacchierano fitto fitto tra loro, praticamente a due centimetri di distanza dalle mie orecchie! Grrr!
2) Fabiana con l'iPod nelle orecchie, che canticchia, STONATA, sottovoce.
3) Ornella, che sembra avere il Parkinson alle gambe e mi rende impossibile il sonno con l'effetto terremoto sotto.

Provo a resistere e a chiudere gli occhi, ma dopo manco mezz'ora...

"TUNF!!!" una specie di schiaffo m'ammacca il cappello in faccia.
"Ahi! Ma che sei matta?"
"Guarda chi c'è!! Alzati, guarda chi sta passando!!"
"Ma lasciami stare, stavo dormendo... che vuoi?"
"Apri gli occhi, cretino, c'è la giapponese laggiù!!!"
"Coooooosaaaa?!?!" e scatto su dalle sue gambe, roba che la pressione sanguigna ha fatto un salto pauroso.
"E' lei, vero?? Dai, chiamala, salutala!"
"Eh, un attimo! Sto tutto imbacuccato, aiutami!"
Mi levo velocemente di dosso sciarpa, cappello e cappotto, balzo su, mi sistemo la camicia nei jeans, mi stiracchio il pullover "Come sto????" e lei "Uno schifo, vai!". Ma che amica incoraggiante!
Insomma, io vado dritto dritto in direzione della giapponese, con la scusa di andare al bar a prendere da bere.
Le passo davanti, lei è pochi passi dietro al marito, la figlia è sempre alienata, con le sue cuffie nelle orecchie.
La saluto con un sorriso, nulla di più. Risponde allo stesso modo, poi guarda avanti. La supero, andando nella direzione a lei opposta verso il bar, pensando tra me e me "E che ho risolto ora?!?". Mi siedo ad un tavolino, ordino una tazza di cioccolata calda e la guardo camminare. Lei, inaspettatamente, si gira indietro, mi vede e, sempre sorridendo, mi fa il gesto di aspettarla lì dove sono, con le labbra sussurra "WAIT...". E sì che t'aspetto, chi si muove!
Dopo una decina di minuti, torna e si siede accanto a me.
Mi chiede se sia buona la mia cioccolata calda. Le dico di sì e le chiedo se posso offrirgliene una.
Mi dice di no, che ne assaggerà solo un po' della mia. Prende la tazza e beve, guardandomi.
Mi sussurra che ha voglia di un ultimo bacio e me lo dice così, senza mezzi termini. Le dico che ne ho voglia anch'io.
Mi dice che lei sa come fare. Sorrido, in attesa di sentire la sua chissà che geniale trovata, ma lei mi spiazza all'istante, prendendo il menu dei caffè dal tavolino, alzandolo a mo' di siparietto e baciandomi senza darmi modo nemmeno di capire cosa stia succedendo.
A bacio finito, le chiedo dove abbia lasciato figlia e marito e lei mi dice che sono al piano di su, seduti ad un altro bar. Lei ha detto loro di voler fare due passi. E' così che è riuscita a venire da me. Mi bacia ancora, mi dice tante di quelle cose carine, che sarebbe assurdo scriverle qui, nemmeno mi si darebbe credito. Io ho quasi paura di fare una mossa sbagliata che la faccia sparire per sempre prima del dovuto e così, strano a dirsi per me, le lascio quasi ogni iniziativa, e lei ne sembra entusiasta, come se potesse esprimersi liberamente. In quel momento, ho odiato il marito. Chissà che rompicoglioni deve essere, per ridurre una donna a comportarsi così.
D'un tratto mi si siede in braccio, come impazzita, e mi dà un ultimo bacio fortissimo. Poi, m'abbraccia, mi scrive un indirizzo e-mail su un tovagliolino e scappa via... e da lì l'ho persa e chissà se mai la rivedrò, questa strana e affascinante donna dell'Oriente...
Resto un po' stordito al tavolo e dopo un po' di minuti, si siede accanto a me una donna anziana dall'aspetto molto triste, una slovacca, molto povera a vedersi, almeno per com'è vestita. Le offro un thé e un pasticcino. Mi ringrazia, mi parla in un inglese stentato, ma si fa capire benissimo con quel suo accento in stile madre Russia, e mi racconta brevemente di sè. L'ascolto, quasi in trance, ma mi fa piacere darle un minimo di conforto. Quando, poi, chiamano il suo volo per Bratislava, lei si alza, mi fa una carezza sul viso e mi augura buon viaggio, come una nonna farebbe ad un nipote; è stata quella la sensazione che ho avuto, eppure era più giovane di mia madre, quella donna...
La notte procede insonne, tra l'agitato, lo stanco e il divertito, per i tanti aneddoti minori capitati, tra cui il tizio delle pulizie, che raccoglieva la porcherie da terra a mani nude, cosa che ha allietato molto le fantasie macabre delle ragazze, intente ad immaginare ogni sorta di schifezze tra le mani del povero addetto alle pulizie... e infine, all'alba, il nostro check-in... saluto il cielo di Vienna da dietro alle vetrate dell'aeroporto, mentre sgranocchio un terrificante cornetto per colazione, fino a che alle 8:00 non ci si imbarca, per poi arrivare a Napoli con ben un quarto d'ora d'anticipo, nonostante il mitico pilota ci abbia fatto fare un tour aereo della Slovenia, perchè la rotta solita prestabilita per rientrare a Napoli era intasata di nuvole e tempeste... wow, posso dire che pure in Slovenia sono stato, che viaggio... e a breve... si riparte (con i dovuti scongiuri...)!

giovedì, 29 novembre 2007

THE THIRD DAY - NAPOLI - VIENNA - NAPOLI

Cap.1: COME DICEVA LA RETTORE... "DI NOTTE SPECIALMENTE... SI CADE!"
Durante la notte, dopo l'incontro giapponese di fuoco, ovviamente dormo malissimo, un po' agitato, un po' teso, diciamolo pure, un po' ingrifato. Così, quasi all'alba, anche se fuori è ancora tutto buio, mi alzo per la pipì di rito, dopo aver bevuto drinkssss su drinkssss. Cammino un po' a memoria nella stanza buia, cercando di non svegliare Marcello, che dorme come un porco. TUNF. Piede netto nella gamba della sedia. "Cazzo che male!", sussurro. Sento Marcello che fa "Hmmmm...", ma non si sveglia. Mezzo zoppicante, vado in bagno e faccio la mia sana pipì, quasi ad occhi chiusi, che è un miracolo che io abbia centrato il bersaglio. Mi guardo allo specchio, ho tutto il petto sudato, sempre per quella cazzo di coperta, che è più calda di un altoforno, e decido di darmi una bella sciacquata. Dormo da sempre senza pigiama, porto solo i boxer per andare a letto, così, per non farmi la doccia, che avrebbe fatto troppo casino a quell'ora, metto un telo per terra, mi ci piazzo su e comincio a lanciarmi vere e proprie "coppate" d'acqua con le mani, bagnandomi tutto per togliere via il sapone.
Faccio un lago a terra e poi, per stare un po' più fresco, non mi asciugo del tutto, solo petto e schiena e pure in modo sommario.
Cosce e gambe restano bagnate e naturalmente anche i piedi. Chiudo la luce, apro la porta del bagno ed esco da lì, per tornare a letto.
Ora, i piedi bagnati su un finto parquet sono micidiali. Praticamente i talloni si trasformano in rollerblade posseduti dal demonio e si scivola che manco a Gardaland. Faccio due passi non esattamente stabili, penso "Forse avrei dovuto asciugarmi meglio i piedi..." e nemmeno il tempo di dirlo, FIUUUUUMMMM!! scivolo tremendamente, faccio un balzo per tentare di tenermi in piedi, ma... SBAMMMM!!! Mignolo netto sulla ruota del trolley di Marcello, lasciato amorevolmente al centro della stanza, c'inciampo dentro definitivamente e PATAPAMMM!!! finisco lungo lungo per terra, che per poco non mi sfascio tutta l'arcata dentale! Il rumore assordante (immaginate circa 89 kg che cascano di botto per terra in piena notte, con un silenzio tombale) fa saltare dal letto Marcello, che urla "Chi cazzo c'è qui dentro!!!! Esci fuori, stronzo!!" e si alza in piedi sul letto, accende una luce e si mette in assetto da guerra, con i pugni serrati a cazzotto. Poi, vede che sono io e comincia a ridere come un dannato, cascando dal letto, perchè mette un piede nel vuoto... finisce per terra a farmi compagnia e restiamo lì a ridere per almeno cinque minuti, senza la forza di alzarci... immaginate un uomo peloso, bagnato e in boxer, sprosciuttato per terra a quattro di bastoni e un tizio losco dalla improponibile capigliatura semibionda, con un pigiama da ergastolano e la scoreggia facile durante le crisi di risate, che gli ride in faccia, disteso sul pavimento... che spettacolo indecente...
Ci rimettiamo a letto, ma praticamente è impossibile dormire, perchè ogni tanto viene una crisi di risate ad uno dei due, che in quel modo sveglia l'altro e si finisce per restare svegli fino a che fa giorno, con la voglia tremenda di raccontare la scena megagalattica agli altri... indimenticabile, semplicemente indimenticabile.

Cap.2: ANIMALISTI SI NASCE, NON SI DIVENTA...
Decidiamo di andare a Schönbrunn. Il collegamento è perfetto dalla nostra fermata di Hello Kitty, quindi, ci occorre solo attraversare la strada e ficcarci nel treno. La cosa carina è che, dirigendoci verso la stazione della metro, passiamo davanti ad una porta, dove c'è una puzza tremenda di escrementi. Alessandra mi guarda inorridita, passandoci davanti.
"Ma che schifo, secondo me questi non hanno i bagni" dice, con la mano sul naso.
"Ma no, questo è Marcello che ne ha sganciata una" dico.
"Sì, vabbe', però non dirlo a tutti così, e dai! Volevo mollarla di nascosto!" subito sta al gioco, Marcello, quando si tratta di puzze e peti vari.
Mentre disquisiamo amabilmente di gas intestinali davanti a questo palazzo fetido, passiamo davanti ad una porta gemella di quella di prima, pochi metri più giù. Karin è in testa alla fila, sempre incazzatissima con me, perchè la sto tenendo un po' a distanza dopo il fattaccio, e... BRRRRRR!! IHIHIHIHI! (Questo sarebbe un nitrito di cavallo, eh?). Un grosso cavallo bianco caccia la testa fuori dalla porta e sembra alquanto incazzato, scalpita.
"Aiutooooooo!!" urla Karin, facendo un salto in aria per la paura, proprio scena da candid camera.
Marco, che stava accanto a lei, si piega per terra dalle risate, mentre a Fabiana vengono le crisi isteriche, perchè da animalista convinta, quando vede quella povera bestia incatenata, con Karin che per di più gli ha strillato in faccia, spaventandola, vorrebbe organizzare un raid per liberare il cavallo e portarselo a Schönbrunn con noi.
"Jack, ti prego, entriamo e togliamogli la catena!"
"Ma che sei scema? E' proprietà privata, qua c'arrestano e ci mandano in un campo di concentramento, lo sai?"
"Che stai a di', liberiamolo!" e mi trascina dentro a questa specie di androne di palazzo, usato come stalla. Cosa abbastanza insolita per essere comunque nel centro di una capitale europea. Ci guardiamo un attimo intorno e vediamo che il tutto è un deposito di carrozze d'epoca. Bellissime, di quelle con le lanternine ai lati. Ci sono ai lati delle mangiatoie e parecchio fieno, si vede che gli altri cavalli erano già in giro.
"Dai, basta, usciamo, che cazzo ci facciamo qua dentro?!?"
"No, Jack, ti scongiuro, salviamo almeno lui, liberiamolo e poi scappiamo..."
"Tu non ci stai con la testa..."
"Pensa se ci fossi tu incatenato!"
"E che sono un cavallo, io?!?"
"Ma no! E' per dire!"
"Ragazzi??? Ma che state facendo lì dentro??" ci chiama Diego da fuori.
"E che ne so?!" dico io da dentro, abbastanza spaesato e alterato.
"Dai, basta, ora lo libero, aiutami"
"Se passiamo un guaio, sappi che dirò che la ladra di cavalli sei tu, hai capito, scema?"
"Sì, sì, tu però aiutami, prendi quelle chiavi, ha un lucchetto alla caviglia, guarda! Ma che stronzi, povero cavallino mio, piccolo, tenero, cucciolo, vieni qui da mamma..." e Fabiana comincia a fare una serie di coccole a quella bestia puzzolente e secondo me pure sfottutissima dalla nostra presenza lì. Quasi sotto costrizione, ma sotto sotto desideroso di fare una cazzata pure io, mi chino per terra per liberare la caviglia del cavallo dalla morsa delle catene, ma... SLAAAAAAAAPPP!
"Che schifo!! CHE SCHIFOOO!! M'ha leccato!! Questo stronzo m'ha leccato l'orecchio!!"
"E si vede che è donna, mica scema!" guardo sotto, ma vedo un pisello di cavallo grosso COSI'.
"Altro che donna, questo è ricchione! Guarda un po' sotto che c'ha?? Non è un pisello, quello, è un missile patriot, ma quale donna e donna!" e mentre sono intento ad asciugarmi l'orecchio dalla slinguazzata del cavallo del gay pride, con Fabiana che ride e accarezza la bestiola (all'animaccia sua), entra un tizio pelato, grasso e baffuto. Il proprietario del cavallo.
"Ein zwei drei fier!!" (io questo ho capito, ma il tizio ci ha in realtà urlato qualcosa in tedesco, che secondo me voleva dire "chi cazzo siete e cosa cazzo ci fate dentro alla mia stalla!".
Mi ricompongo, tentando di sorridere, e chiedo al tizio se parli inglese. Lui risponde sì solo annuendo, ma tiene in mano un rastrello del fieno. La vedo veramente male. Per tentare di non prenderle, m'invento che Fabiana è un po' fuori di testa, molto malata, e che aveva sempre desiderato vedere un cavallo da vicino e accarezzarlo, così ci eravamo infilati nella stalla, del resto aperta, per poter fare due coccole all'animale.
"Davvero bello, complimenti, lei ci sa fare con gli animali, lo tiene benissimo..." tento di arruffianarmelo. Lui grugnisce, ma sembra averci creduto. Fabiana, per rendere il tutto più credibile, lancia uno strillo di gioia. Io mi cago sotto, già teso per tutte le palle che ho dovuto sparare per pararci il culo, il tizio fa un salto di paura pure lui, e il cavallo quasi scalcia, spaventato forse più di tutti.
"Andiamo, dai... ringrazia il signore... arrivederci, signor proprietario del cavallo, arrivederci e ci scusi ancora, eh, graaazie..."
"Arrivederci, arrivederci..." dice Fabiana "Cazzo, 'sto scemo è arrivato quando stavamo quasi per farcela!"
"Tu sei una criminale e io che ti sto pure a sentire sono un coglione, ecco cosa sono, un coglione. Andiamo, va', prima che questo chiami la polizia e sono cazzi... fossimo stati a Napoli e mò ci credevano... aspetta e spera..."
"Vabbe', dai, è stato divertente, no? Non ti sei nemmeno dovuto lavare le orecchie, ci ha pensato Furiacavallodelwest!"
La spingo letteralmente fuori dalla stalla e fuori non troviamo più gli altri.
"Dove cavolo sono andati tutti?" e dopo un attimo sento un fischio. E' Marcello, nascosto dietro ad un angolo di un palazzo.
Li raggiungiamo e lui ci dice "Ce ne siamo scappati, quando abbiamo visto il tizio... vi ha menati?"
"Mavaaaffaaaanculovaaaa..." e ci ridono in faccia.
Finalmente Schönbrunn, dopo essermi ripreso dall'avventura ippica durante il tragitto in treno, passato ad immaginare le micidiali conseguenze che ci sarebbero potute essere, se avessi davvero liberato quel cavallo. Ma come cacchio m'è saltato in mente, dico io, di starla a sentire!!

Cap.3: "MICA CI SARA' LA NEVE A SCHONBRUNN?" - "NAAAAAA..."
Per carità. Solo i tetti bianchi, della roba bianca ammucchiata ai lati delle strade... sarà zucchero filato, no? Un cazzo di freddo che manco al polo nord!!!! Accidenti!
Schönbrunn è immensa, una tenuta fantastica. Il parco è perfettamente tenuto, sebbene gli alberi siano spogli, e l'atmosfera un po' cupa e tetra che danno al tutto il cielo grigio, la neve per terra e delle nerissime cornacchie appollaiate sui rami secchi e precisamente potati, ci dà la sensazione di essere finiti in una specie di incubo di bambini. Sapete quelli in cui poi gli alberi si animano e diventano cattivi, oppure quelli in cui gli uccelli diventano carnivori e sbranano tutti? Ecco, così. Noi camminiamo, alziamo gli occhi e "CRAAA! CRAAA!!" le cornacchie ci cazziano, quasi seccate dalla nostra presenza nei loro territori.
"Ma che razza di bestie odiose!" sbotta Karin e ploff, una cagatina sul suo cappotto. Che ridere!!!
Lei va nel panico, tra l'altro nessuno l'aiuta, allora prendo una manciata di neve da terra e gliela spiaccico sulla cacchetta, sperando di lavarla via con un paio di fazzoletti.
"Ghhh... che schifo..."
"Jack, ti prego, toglimi questa porcheria di dosso..."
"Sì, sì, non preoccuparti, viene via..." e mi viene da ridere.
"Ma che ridi, scusa?? Mi poteva andare nei capelli!"
"Appunto! Dai, scusa, scusa, smetto..." e Karin mi odia ancora di più, ma apprezza il mio nobile gesto di toglierle la cacca dal cappotto.
Camminando nel parco, stando bene attenti a non far incazzare le cornacchie, ci imbattiamo in una simpaticissima famigliola di scoiattoli. Ornella prende dei biscotti che aveva in borsa e glieli porge. Incredibilmente, le bestiole non si spaventano e le prendono i biscotti dalle mani... che carini! Altro che cornacchie. Tra bestie varie, finiamo all'ingresso dello zoo.
"Dai, ci andiamo?" chiedo io, in un impeto di infantilismo, che mi sento tanto mio figlio, quando dice "Paaaaaapiiii, andiaaaaamooo allo zoooooooooooooo?". Gli altri acconsentono, Fabiana storce un po' il naso, ma dopo quello che ha combinato con il cavallo, non ha voce in capitolo.
"Non chiedermi di andare a liberare gli ippopotami, perchè ti dò in pasto ai leoni, te lo giuro" le sussurro, tenendole il braccio in una mano con finto fare minaccioso. Lo zoo è davvero ben organizzato e pulitissimo, gli animali, nonostante la cattività, stanno in spazi belli grandi, sebbene molti stiano tutti rannicchiati in casupole per il freddo. I pinguini, invece, se la godono come i pazzi e fanno un casino della malora, saltando e tuffandosi dappertutto nell'acqua ghiacciata della loro piscina. Come un fesso, sono rimasto a guardarli per quasi dieci minuti, invidiando le loro evoluzioni subacquee. Idem con i leoni e le tigri... che animali fantastici, sarei rimasto ad osservarli tutto il giorno. Fine dello zoo e sosta su gelide panchine nel parco di Schönbrunn, per ricaricarci. Si torna al centro di Vienna.

Cap.4: FAR FINTA DI SBAGLIARE METROPOLITANA E' UN OTTIMO METODO PER RIPOSARSI UN PO' AL CALDUCCIO
Vogliamo vedere il Danubio e così decidiamo di farci un metropolitana-tour lunghissimo, per arrivare fino al fiume, poco fuori dal centro città. Sbagliamo mille volte la metro, alla fine ci arriviamo, fa un cazzo di freddo esagerato e le ragazze si rifiutano di passeggiare sul fiume, tra l'altro enorme, e così ritorniamo nel sottosuolo viennese e ci facciamo un altro lunghissimo metropolitana-tour per tornare al centro storico. Io m'addormento in treno. Ho pure sognato in quei minuti di sonno confuso, tutto imbacuccato nel mio cappotto, sciarpa e cappello... ma ricordo che ho dormito meravigliosamente, sebbene per pochissimo tempo. Mi sveglia, però, una crisi di tosse paurosa, di quelle che non riesci a fermarle nemmeno con una patata in bocca, con due litri di sciroppo, con un calcio nel culo o quant'altro. Dovevo tossire. E tossire fortissimo! Tutti i passeggeri mi guardano, sebbene io tenti di tossirmi dentro alla sciarpa per attutire il rumore, però ormai sono stato etichettato come l'untore della metropolitana e non ho scampo, mi linciano tutti con gli occhi. "Voglio scendere..." piagnucolo in mente, mentre le mie corde vocali sono devastate dai colpi di tosse a mitraglietta. Che vergogna, che palle!

Cap.5: SE SI VA A VIENNA, NON SI PUO' NON ANDARE ALLA MITICA PASTICCERIA DEMEL... ANCHE PERCHE'...
"Dai, ragazzi, altra torta, altro giro!" dico, appena usciti dalla metro, in piena Stephansplatz.
"Sì, dai, siamo a due passi da Demel, non possiamo perdercelo!" commenta, entusiasta, Ornella.
Così, mano nella mano, ci improvvisiamo capi della spedizione dolciaria e conduciamo, ormai senza cartina, manco fossimo viennesi d.o.c., la ciurma alla pasticceria storica Demel. BEL-LIS-SI-MA!!!!
Che arredamento, che dolci, che cameriere gnocche, che cucina a vista con tanto di chef superpuliti e superprecisi con le decorazioni! WOW! Insomma, bellissimo! Trovare posto per otto persone non è un'impresa facile, ma la gentilissima signorina addetta proprio alla sistemazione dei clienti (esiste la professione di "sistematrice di clienti" da Demel, che lusso) ci porta al piano di su e ci trova due tavolini perfetti per noi, contornati da dei divanetti di legno a muro, ricoperti di un tessuto porpora sicuramente del secolo scorso a guardarne l'usura.
Cioccolata calda con Baileys e panna più torta al caffè e alle noci per me. Gli altri ci danno di sacher e truffel, io volevo provare una cosa nuova e bene ho fatto, perchè quella torta era uno schianto! Ma non era l'unico schianto lì, ahimè... chi ti vedo entrare da Demel? Chi si siede accanto al nostro tavolo??? Assurdissimo, incredibile, magnifico, fantastico... la giapponese della sera prima... sì, proprio lei.
Ci guardiamo con un'aria che definire sorpresissima è davvero poco. Faccio quasi per alzarmi, poi Ornella mi tiene, avendo colto in che stato confusionario fossi e mi dice "Madonna santa, ma il marito tu proprio non lo vedi, eh?". Mi risistemo subito sul divanetto e la guardo. Lei mi sorride, sembra davvero felice di esserci ritrovati così per caso, dopo quel ballo insieme, che sapeva tanto di unico e ultimo incontro nella vita. La ragazzina mi saluta cordialmente con una mano, togliendosi dalle orecchie le cuffie del suo tecnologicissimo iPod di ultima generazione, e si siede accanto alla mamma, sempre stupenda nella sua classe infinita. Il padre mi dà le spalle, manco si è accorto che le sue donne mi conoscono, meglio così.
Mi distraggo da morire a guardare quella donna, lei fa altrettanto, con molto meno sfacciataggine di me, naturalmente, ma mi guarda e ha un sorriso carico di tensione. Decido che devo fare qualcosa, vorrei tanto riparlarle, anche perchè se il Destino ha deciso che ci si dovesse incontrare di nuovo in una città straniera per entrambi, doveva pur voler dire qualcosa, no? Dunque, perchè sputare in faccia alla dea Fortuna? Non sta bene, va ringraziata ed aiutata.
"Mi scusate un secondo? Approfitto un attimo per andare al bagno...", dico agli altri, alzandomi e sgusciando fuori da quel groviglio di gambe umane e gambe di legno dei tavolini. Ornella capisce al volo cosa mi passi per la testa. La guardo e le lancio uno sguardo che vuol dire soltanto "lasciami fare e poi vedrai". Uscendo dalla mia postazione, sono costretto a passare accanto al tavolino di lei. La guardo dritto negli occhi, sperando che capisca che vorrei mi seguisse. Mi dirigo verso la vetrina dei dolci, perdo un po' di tempo lì intorno, fingendo di scegliere la mia fetta di torta, poi vado verso la toilette. C'è un po' di fila in questo corridoio elegantissimo, tutto illuminato con piccole lanterne fioche, che si riflettono in due grossi specchi d'epoca gemelli. M'appoggio al muro, ormai sicuro che lei non verrà, che non abbia capito, o che, pur avendo capito, non abbia voglia di riparlarmi, e invece... il suo accento inglese un po' insolito alle mie spalle.
"Che strana coincidenza ritrovarsi... non crede?"
"Buonasera, madame Japan... davvero un piacere rivederla, non l'avrei mai detto..." sorride per il soprannome appena datole.
"Nemmeno io... è stato molto bello, ieri, ballare con lei..."
"Sì... se posso dirglielo, ci ho pensato tutta la notte..."
"Lei ha pensato a me tutta la notte?"
"Sì, gliel'ho appena detto, non mi crede?"
"Non lo so, ma sì... perchè non dovrei, l'ho pensata anch'io ed è fantastico che lei sia qui"
Ce la caviamo alla grande con l'inglese, però, non essendo per entrambi la lingua madre, mi rendo conto di quanto siamo costretti a dirci le cose in maniera molto diretta, senza troppi giri di parole, che forse non sapremmo mescolare bene insieme. In effetti, non m'è mai successo di dire ad una perfetta sconosciuta, in modo così netto, di averla pensata tutta la notte, però le circostanze del caso... insomma, lo imponevano e credo che lei abbia sentito la mia stessa necessità di semplificare il dialogo il più possibile.
"Lei è davvero una donna molto affascinante, ieri sono rimasto colpito dalla sua grazia nei movimenti, dalla sua bellezza non comune"
"Grazie... sa, anche lei... insomma, è un bel tipo..."
"Se non fosse tutto così assurdo, la bacerei, sa?" le sorrido, appoggiato al muro di lato, accanto a lei, che mi è di fronte nella stessa mia posizione, speculare.
"Forse è assurdo non farlo, questo è proprio uno strano incontro... sa che non ci rivedremo mai più? Domani è il nostro ultimo giorno qui a Vienna, poi andremo via..." mi si avvicina.
"Anche per me domani è l'ultimo giorno..." m'avvicino di più anch'io. Mi guardo intorno, ci sono un sacco di cappotti che ci coprono, e persone in fila, gente in sala, non ci vedrà nessuno, se non sconosciuti, che staranno ad osservare un europeo dai tratti mediterranei che tenta di sedurre una splendida donna dai tratti orientali. La bacio. E' un bacio morbido, lungo abbastanza da poterne ricordare il sapore. Le tengo una guancia tra le mani e l'avvicino di più a me, per non smettere di gustare quelle labbra. Mi sento una sua mano sul bacino, accelera per un attimo l'intensità del bacio, come preludio della fine di quel momento pazzesco, e si stacca dolcemente da me.
"Doing so, you'll drive me crazy..." respira e si sistema i capelli, rossa in viso. E' meravigliosa.
Le dico che non le chiederò certo scusa per l'azzardo e mi appoggio di nuovo al muro, quasi a voler riprendere fiato anch'io dopo quel momento di desiderio folle appena vissuto. Resta a guardarmi un attimo, poi si mette in fila per il bagno delle donne, dandomi le spalle. Io non mi muovo da lì. Lei dopo un paio di minuti entra in bagno, poi esce e passandomi davanti, mi dice l'ora del suo volo, aggiungendo "Spero di incontrarti in aeroporto... altrimenti, a chissà quando, uomo italiano..."
"Jack..." le dico il mio nome.
"Madame Japan..." e lei non mi dice il suo. Torna al suo tavolo. Dopo un minutino, torno anch'io, ma evito di incrociare il suo sguardo, così come evito di raccontare agli altri l'accaduto.
I miei amici, poi, vogliono andar via. Nell'infilarmi il cappotto, i nostri occhi s'incrociano di nuovo e lei mi regala un sorriso che credo non dimenticherò mai più...

Cap.6: ALBERTINA E LUNA PIENA SULL'OPERA, IL MOMENTO PIU' BELLO...
Dopo aver fatto scorta di regalini vari da Demel, è la volta del museo Albertina, dove c'è una collezione di quadri d'arte moderna veramente invidiabilissima e meravigliosa. C'erano proprio quasi tutti i big e la cosa grandiosa è che questa collezione è un'ex collezione privata dei Batliner, dei ricconi sfondati, che l'hanno data in prestito permanente al museo... come cazzo fa un privato ad avere tutti quei capolavori?!?!? Pure io li voglio! Comunque, a parte la bellezza del tutto, all'Albertina trovo pure il "mio" Delvaux con il suo magnifico "Landscape with lanterns"... mi ci siedo davanti. Che quadro. Purtroppo, si fanno le 18:00 e i tizi della sorveglianza ci dicono che è ora di uscire dalle sale, così saluto quei capolavori e dopo aver comprato l'immancabile catalogo della mostra, ci dirigiamo sulla terrazza del museo, che affaccia proprio di fronte all'hotel Sacher e all'Opera. E sul tetto dell'Opera, che ho già definito forse il più bell'edificio di Vienna, svetta una Luna piena mozzafiato in un cielo per la prima volta limpidissimo e senza nebbia e nuvole.
Che paradiso. In quel momento, abbiamo alzato tutti gli occhi, in quella gelida serata, verso il timido satellite del nostro pianeta e oso dire senza troppa presunzione che ognuno in cuor suo si sia sentito, in quel preciso momento, un cittadino viennese a tutti gli effetti. Stavamo amando quella città, che ci ha accolti con la sua atmosfera romantica d'altri tempi, con il suo sfarzo decadente di un impero che fu, con la sua eleganza e sobrietà di chi un tempo ha dominato parte dell'Europa, innanzi tutto culturalmente. Ho guardato i miei amici, sembravamo il gruppo di simpatici malfattori del film Ocean's Eleven, quando guardano soddisfatti il casinò che hanno svaligiato, e sono stato fiero di loro, e fiero di me, di essere lì con loro e di giocare al ragazzino a 40 anni suonati. Ho pensato alle cazzate fatte durante la giornata e ho sorriso di me, stupendomi di quanto io ancora non sia capace di star buono e fermo ad un posto, come si converrebbe ad un serio professionista, tra l'altro padre. E poi, sì, certo, ho pensato a mio figlio, a quanto avrei voluto che vedesse anche lui quella meraviglia a cui stavo assistendo. Mi sono venute in mente le poche persone care che ho a cuore, alcuni di voi leggeranno, forse si riconosceranno in queste, e poi quel sorriso orientale di poche ore prima ha chiuso il mio flusso di pensieri, quando mi sono seduto su uno scalino e sono rimasto a guardare il cielo illuminato dalla Luna. Voglio viaggiare ancora, voglio conservare per sempre questa mia libertà. Il mondo è mio, ogni tanto, e io sono suo, ogni tanto...

Cap.7: ILONA STUBLER NON E' IL NOME DI UNA PORNOSTAR NORDICA, MA...
Di uno squisito ristorante ungherese nel cuore di Vienna, andateci, si mangia da dio!
Questa è puramente un'informazione tipo guida Michelin, non mi soffermerò sugli aneddoti, vi dirò solo cosa ho mangiato: zuppa di fagioli, ciccioli, wurstel e cipolline; gulash, apfelstrudel immerso nella vaniglia e nella crema ai mirtilli, liquorino bomba a tremila gradi della casa. SLURP.

Cap.8: "SI', VIAGGIARE... EVITANDO DI PERDERCI OGNI DUE ORE... NANANA NANA NANAAA..."
Non è possibile. Quella stronza di stazione di Hello Kitty ci crea sempre e solo problemi! Infatti, saliti in metro a Stephansplatz, prendiamo la linea verde per la nostra Hello Kitty station, ma, quando usciamo dalla stessa, invece di andare a destra, andiamo inspiegabilmente a sinistra, senza accorgerci minimamente dello sbaglio, complice forse la birra a litri e il liquorino della casa ungherese... insomma, camminiamo camminiamo, poi io dico "Ma non staremo camminando un po' troppo? Ci mettiamo cinque minuti in genere, è un quarto d'ora che giriamo a vuoto..." e scoppio a ridere, proprio da ubriacone strafatto, di quelli che ridono pure se un camion investe all'improvviso una povera vecchina indifesa. Continuiamo a camminare, poi ad un tratto mi scoccio, sto troppo stanco, così vedo un tizio con una vecchietta poco più avanti di noi, lo rincorro e gli chiedo informazioni sulla nostra via.
"You're totally wrong" dice questo, con un inglese un po' storpiato, più che altro dalla sua parlata pazzescamente CHECCOSA.
"Vi accompagno io!" dice e mi mette una mano sulla spalla. Uè. Giù le mani.
Il tizio frocione molla la vecchia due palazzi più avanti e poi viene da noi saltellando come Heidi in mezzo alle caprette.
"Let's go, boys! Let's go!" strilla, dandosi arie da capogruppo.
"Questo sta più fatto di noi!" dice Fabiana e inizia a ridere fortissimo, quando il frocion marpion mi prende sottobraccio.
"Hombre espanol, ja?"
"No, ma che hombre espanol... italian, I'm an italian man..." e provo a divincolarmi dal braccio del lurido.
Le frocion marpion stringe la presa.
"A me piace italiani, vous êtes très


simpatique!" e comincia a parlare francese.
"Ho detto ITALIANI, non FRANCESI"
"Uguale, uguale... espanol, italiano, français... tutto uguale!"
"E sì, come no, io quando mi sveglio la mattina dico a tutti buenas dias, tanto è uguale... o no, Marce'?"
"Non mi coinvolgere, che le marpion vuole te!"
"Bastardo traditore, vieni qua, chist' mò m' mett' 'e man' 'ncuoll'!!!"
"Che lingua tu parlare?"
"Italiano... vedi che non essere uguale? Tu non capire, te l'ho detto... senti, tu dire la strada e io andare da solo a casa, ok? E molla..."
E finalmente mi libero il braccio dalla presa del marpion frocion. Lui, un po' risentito, ci indica la strada, poi caccia una bustina di "borotalco" e ci chiede se ne vogliamo un po'. A quel punto, lo prendo proprio di peso, lo giro nel senso opposto e in un minacciosissimo inglese gli chiedo carinamente "Te ne vai da solo o vuoi un piccolo contributo in calci?" e il tizio fugge a gambe levate.
Tutti noi li becchiamo?!?! Tutti noi?!?!? Dopo altri dieci minuti di camminata, finalmente vediamo in lontananza il nostro Cafè Sperl...
"Fiuuuu... siamo a casa..." sospira Alessandra, mentre io m'incazzo con gli altri tre uomini del gruppo, che m'avevano lasciato bellamente solo in mano a quel rattuso ricchione spacciatore!
E finalmente... nel letto... wow, che giornatona...

martedì, 27 novembre 2007

THE SECOND DAY - NAPOLI - VIENNA - NAPOLI

Cap.1: UN PROFUMATO RISVEGLIO...
"Prrrrroooooootttt!!"
"Marce'... e mamma mia..."
"E scusa, m'è scappata, tanto l'ho mollata sotto alle coperte, non esce fuori la puzza"
"Però ora quelle coperte saranno radioattive..."
In quel momento, ho realizzato che il caldo atroce della notte appena finita forse non era stato causato solo dai piumoni pesantissimi, ma... vabbe', comunque, ci docciamo, vestiamo e andiamo a chiamare gli altri per la colazione. Colazione davvero buona. E davvero b(u)ona pure la ragazza nordica che sta seduta di fronte al nostro tavolino, da sola. DA SOLA! Si fa un gioco cretino da maschi, a tavola, e si decide a sorte chi dovrà approcciarla. All'inizio esce Marco. "No, raga', sto già incasinato con Francesca, vi prego, ci manca solo che io abbordi una sconosciuta! Passo, passo..." e al secondo turno, tra i tre caballeros rimanenti, esco io.
"Ma che culo!" ribatte Marcello.
"Dai, allora vacci tu, Alain Delon, fammi vedere che sai fare" lo sfido io.
"Ok, ci sto, vado io, state a guardare questa lezione di abbordaggio, principianti che non siete altro" e si alza, tutto impettito, lui che è alto sì e no 1,75, e si dirige verso il buffet.
"Ma che cazzo fa..." dice Diego a bassa voce, sghignazzando.
"E non lo so, stiamo a vedere" e Marcello intanto riempie un bicchiere di succo d'arancia, ruba un fiorellino dal bouquet di fiori secchi che addobbava il buffet e si dirige verso la vittima bonazza. La guarda, tutto sorridente e dice...
"These are for you, it's a shame that a so pretty girl is all alone... can I sit down here?" e mentre fa per sedersi, un ragazzino urta la sua sedia, spostandola, e Marcello finisce con le chiappe per terra, rovesciando il succo d'arancia sul tavolo della povera crista, che impreca e ride allo stesso tempo.
Noi, al tavolo, praticamente muoriamo d'asfissia per le risate, poi, Diego si gira verso la ragazza e le dice di non badarci, perchè tutto il teatrino grottesco fa parte delle invincibili tattiche di seduzione di Marcello. Lei, tra il disperato e il divertito, dà un ultimo morso al suo pane imburrato, saluta Marcello, ridendogli in faccia, e gli dice "Thank you for the flower, but sometimes is better alone than..." e molto signorilmente non aggiunge altro.
Marcello, a quel punto, torna tra noi con la coda tra le gambe, lanciando sguardi furiosi al ragazzino che gli ha accidentalmente urtato la sedia e che intanto non smetteva pure lui di ridere a crepapelle. Meno male che non ci sono andato io a fare l'abbordaggio, va'...!

Cap.2: LEOPOLD MUSEUM & MUMOK
Arte, arte e ancora arte. Bellissima scorpacciata di quadri, soprattutto di epoca moderna, con nomi davvero di primo piano, al Leopold. Tra i tanti big, tra cui un meraviglioso Egon Schiele e disegni di Klimt, spicca, poi, un nome forse non noto a tutti, ma che meriterebbe d'esserlo: Franz Sedlacek (giusto per chi volesse farsi un'idea, qui ci sono tre suoi bellissimi dipinti). Un visionario, un poeta del colore, secondo me. Vederne i quadri da vicino è stato emozionantissimo.
Al Mumok, poi, sempre all'interno del complesso del Museums Quartier, e quindi a due passi dal Leopold, troviamo una mostra temporanea sulla Cina, di arte contemporanea, molto surreale ed inquietante, che rende perfettamente l'idea del progresso ultrarapido di quel paese negli ultimi anni. Alienazione dell'uomo, forme insolite, produzione in serie e colori sgargianti sono i fulcri concettuali della mostra. Veramente angosciante, c'ha fatto riflettere. Raggiungiamo il piano sotterraneo dell'edificio, dove, invece, c'è una temporanea di fotografia davvero SCHIFOSA, e la definisco tale proprio per i soggetti delle foto, ovvero PISELLI, BUDELLA ANIMALI e SANGUE. Provate a cercare su Google un tale Ludwig Hoffenreich e poi mi direte...
Usciamo un po' sconvolti dalla suddetta mostra e prendiamo l'ascensore. Partono i commenti delle ragazze.
"Ma che lurido, questo!" esclama Alessandra.
"Sì, davvero, se quella è arte, allora io dico a Mario, il mio macellaio, di fare un paio di foto al suo bancone, così lo espongono al Moma di New York!" scatta Fabiana, ma mentre lo dice, si appoggia alla pulsantiera dell'ascensore e all'improvviso si sente un rumore sinistro, che fa tipo telefono occupato. "Tu tu tu tu!".
"Che è stato?" chiedo.
"Che ne so?" dice Fabiana.
"Hai toccato qualcosa???" chiedono quasi insieme Diego e Ornella.
"Hallo? Bitte?" una voce fuori dal coro. La cretina di Fabiana ha poggiato le chiappe sul tasto di S.O.S. e un tetesken dall'altra parte prontamente stava rispondendo alla presunta richiesta d'aiuto. Il tizio, poi, continua a parlare, con tono un po' più incazzato, perchè nessuno di noi ha ancora risposto, in preda alle risate. Al che, improvviso una voce femminile, veramente improbabile, e dico "Oh, I'm very sorry, there's nothing wrong, pardon me!". Il tetesken nemmeno risponde e chiude di botto il contatto. Fortunatamente arriviamo al piano, caccio praticamente via le ragazze e Diego dall'ascensore, sperando che nessuno stia fuori ad aspettarci per cambiarci i connotati. Siamo ancora vivi.

Cap.3: DI NOMI E SOPRANNOMI + TRAMEZZINI CON LE CACCOLE
Altro battesimo è stato fatto per il buffet Trzesniewski, conosciuto per essere il posto più "in" dove mangiare tramezzini a Vienna. L'impronunciabile Trzesniewski è diventato, molto più comodamente, Tramezzinsky. Ci andiamo.
Quando entriamo, un bordello esagerato di persone ci avvolge. Le vetrinette del bancone sono strapiene di tramezzini di tutti i tipi, ma con mia somma gioia, sono TUTTI imburratissimi. Guardo Ornella, sconsolato.
"Non toccherò una briciola di 'sta roba, trasudano burro da tutti i pori, questi tramezzini, accidenti..."
"Cacchio, mi sa proprio che resti digiuno, qui... però, devo dirti la verità? Non m'ispirano proprio, 'sti tramezzini... aspetta, eh..."
E Ornella va dalle ragazze a dire non so cosa, tanto che dopo un attimo le altre fanno una faccia schifatissima, Karin su tutte.
Poi, la sento che dice "No, no, andiamo via da qui, vi prego!" ed esce dal locale, lasciando tutti un attimo spiazzati. A ruota, la seguono le