lunedì, 13 novembre 2006

Dopo due bellissime notti trascorse a scrivere, tra scambi di idee e di file Word, risate, pensieri e sensazioni, ecco il risultato del nostro connubio narrativo...
E' solo la seconda volta che scrivo a quattro mani con lei, sebbene ci si conosca ormai da tanto, ma non avevo dimenticato quanto fosse intenso inventare gomito a gomito con una donna così e lasciar andare liberamente le parole.
Grazie, mia scrittrice preferita, ogni istante trascorso con te è stato, è e sarà sempre prezioso.

LOSING MY EYES IN YOU
(di Davila de Roja & Jack Pummarolino)

 

Ci sono storie che nascono nei sogni e sogni che fanno storie. In ogni caso si raccontano, scoprendo che sono vita. Questo ne è un momento, che non ha tempo, non ha ragione...E' solo travolgente sentirlo...così com'è scritto.

Oggi è successo ancora. Sono certa che sia stato involontario quel suo gesto... lo spazio dietro alla piccola scrivania del suo centro sociale è davvero angusto, e lui... lui è sempre di fretta, preso com'è da mille pensieri, e non bada ad altro che alle carte che ha tra le mani... quelle mani... ci siamo ritrovati come due giorni fa, di fronte, in pochi cm di spazio, quasi incastrati l'uno addosso all'altra... l'archivio dei documenti era lì, dietro di me; lui doveva passare dov'ero io per arrivarci, proprio dov'ero io... su di me... non saprei dire quanto l'ho voluto addosso in quel momento, il suo corpo premuto sul mio era l'unica immagine che la mia fantasia riusciva a proiettare sulla retina dei miei occhi persi nel nulla. E quando ero già fuori di me, smarrita nell'idea di un peccato più grande dei miei sensi di colpa, mi ha sfiorata... mi ha sfiorata con quelle mani ruvide, ne ha posato piano i dorsi sul mio seno, quando con un sorriso mi ha chiesto scusa e mi si è strusciato addosso. Ora ci penso e mi danno l'anima.
La luna mi guarda dalla piccola finestra della mia cella, in questa notte troppo vuota per un corpo inquieto come il mio; mi bagna la pelle dei suoi pallidi raggi e mi chiede, perplessa, cosa sia quella luce strana nei miei occhi, non più spenti di tristezza, ma ardenti di passione... mi sussurra di placarla, di immolare la mia essenza al Paradiso, che lei intravede da lassù, confessandomi dopo, però, che non è certa neanche lei che esista davvero... forse è solo un sogno... il peccato, invece, è la realtà... è la mia realtà e io stanotte la voglio, con tutta me stessa... voglio lui, lo voglio mio.
Addormentarmi è impossibile, ormai è un rito l'insonnia di provarci. Perdo tempo, so di perdere ore che non recupererò durante il giorno e forse mai nella vita. E' aspettare di dormire, per potermi liberare dalle vesti, dai doveri, da quello che proteggo a testa bassa di giorno, lavorando. E' aspettare lui, puntuale. E resto paziente, incantata, a guardare un punto della stanza; lo stesso punto per infiniti minuti e poi lo vedo... la sua ombra si apre sulla parete e piano i contorni del suo corpo. E' già una tentazione quasi quotidiana desiderare di toccarlo. Non si accorge della mia perdizione, dei miei peccati, dei miei occhi sfuggenti che evitano di incrociare i suoi, scuri. Sono una peccatrice eternamente dannata, sono sposata ad un'essenza divina e desidero la carne di un uomo da possedere dentro... dentro, dove dovrei avere l'illuminazione di uno spirito d'amore, unico e grande, l'amore universale... l'amore vero... invece, ho questo viscido, strisciante serpente che mi possiede. Si è annidato in me da quando venne al cancello del convento, ormai due anni fa. Gli aprii io, spettava a me accogliere gli eventuali ospiti, quel pomeriggio. Venne, cercando la madre superiora; venne per quel posto di educatore per bambini; venne con quel viso orgoglioso, la valigetta nella mano sinistra, la giacca nera... come nera fui io da allora...come nero è adesso questo sole che mi scalda e non mi fa star distesa, quel sole che sta arrivando e che mi ucciderà, un giorno, lasciandomi per terra a bruciare viva... sempre se non lo farò io per prima, uccidermi, per liberarmi da questa luce dorata che mi soffoca. Tolgo piano la camicia, mentre sento il suo profumo dalla finestra, sfilo le calze come se lui mi stia guardando, sento i suoi occhi cupidi sulla mia pelle che sanguina desiderio... la mia follia mi fa diventare la donna che non sono stata, che ho perso in scelte non mie, che pensavo morta e invece è qui, viva. E respira... e scopre che ogni brivido è liberazione, istinto, felicità. Non mi ero mai spogliata così, prima d'ora... non come se qualcuno mi stesse spiando... non come se mi stessi spogliando per lui, disteso su quelle lenzuola, adesso gelide, ad aspettarmi, per poi stringermi e soffocarmi del suo calore... Non avevo mai fatto quello che ora sto facendo... le mie mani sono le sue e le voglio addosso, voglio che mi facciano impazzire, voglio sentirle dentro... dentro me... un brivido intenso e senza fine le accompagna nei loro lenti movimenti attorno al mio seno, che non oso stringere, fino a che non è un fremito urlante a impormi di farlo... e stringo, stringo forte la mia carne, che mai nessun uomo ha avuto l'ardire di stringere, perchè quell'abito nero che indosso di sensuale ha nulla, se non il mistero, ma che non tutti scorgono, accecati dalle regole...Le lascio scivolare lungo il mio corpo... è bello, il mio corpo, è puro... sa di donna, ma non è di una donna, perchè non lo è chi non ha mai assaggiato un uomo... e io voglio essere donna, stanotte, donna più di altre, per quanto io desideri la mia trasformazione... guardo ancora le mie mani e mi sembra di non riconoscerle senza le pagine del libro di preghiere strette tra le dita malferme... adesso sono sicure, le mie dita, salde, sanno quel che vogliono... mi vogliono, come se a volermi fosse lui, la mia invincibile ossessione dal sorriso diabolico e dolce... le mie mani sfiorano, le mia mani accarezzano, le mie mani toccano, le mie mani s'insinuano... e giocano, libere, come non avrei mai creduto sapessero fare, regalandomi aria da respirare a pieni polmoni e attimi di apnea intensa, che mi portano davanti a lui, nuda e indifesa, completamente in balia dei sensi. Mi giro di fianco... ho dolori atroci alle gambe per quanto io le tenga strette. Le allungo, per sentire il fresco nuovo di una parte di lenzuola che ancora non sappiano di me, di noi, in questo fuoco resistente al vento della notte. Cerco ancora il contatto, il mio ventre si lascia appiattire dal suo tocco, dalla sua forza che schiaccia, per far uscire la voglia di esplodere che c'è dentro me, che respingo, come per sfuggire al vortice di piacere che vuole inghiottirmi, in un contrasto di muscoli che vibrano per aprire... aprire le mie gambe e concedergli il mio rovente piacere, che sta scivolando fuori da me, impregnando il bianco pulito di questo letto, vergine come me prima d'ora... ora è bagnato di sudori, d'umori fluidi, che impregnano anche l'aria che respiro a fatica, di scintille che luccicano nell'attrito del mio corpo contro il suo, del suo muoversi, prendendosi il permesso e la colpa, come me, di amare... l'ombra si solleva dal mio corpo, come un leone con il muso sporco di sangue, dopo che ha gustato il suo pasto... vedo lui su di me, vedo me fuori di me. Mi guarda con occhi di malizia, sorridendomi e sfidandomi a reggere quegli sguardi di fiamma che mi trapassano le pupille... e le sue diventano sempre più grandi, nel buio di quella folle vicinanza, mentre s'appoggia piano con le labbra sul mio seno, cingendolo di baci, disegnandovi subdole geometrie di seduzione con la sua lingua tagliente di piacere... la ragione mi dice di non credere a quel che sto provando, mi urla di fuggire dal desiderio di essere oggetto del suo possesso, di quell'uomo che non può essere mio. Lascio scorrere le mie dita sul collo, pizzicandomi centrimetri di pelle tesa, fino a sfiorarmi lì dove lui ha lasciato il suo sapore, e diventiamo noi, sfidando le forze del cielo, che non ci possono guardare, perchè le santità hanno gli occhi chiusi davanti al peccato, l'unico che è imperdonabile, se commesso, ma che è altrettanto grave rinnegare, quello che punisce per la vita, se gli resisti. I miei occhi sono aperti per guardarlo...lui, l'ombra diventata pelle, carne, cuore che batte...sta resprirando in me, sta violentando la purezza dei miei voti, la sta gettando via e sta facendo rinascere la mia anima. Lui, la notte più nera, il sole più caldo, è dentro me; mi tocca, mi tiene, mi spinge a cercare ancora... e ancora... ancora e poi per sempre, in quel grido di due anime che si salveranno dall'inferno che già le chiama. Il vento trapassa i vetri chiusi della finestra ed io non smetto di accarezzarmi... è un vento caldo, che mi abbraccia, ora che sono distesa e le mie mani hanno preso il controllo totale di me... ed è lui che è arrivato, lo sento... la sua ombra mi sta di nuovo addosso, mi avvolge con il suo mantello di seduzione, rosso, come la lingua che mi accarezza le labbra, pensando alle sue... è qui, è qui con me, mi sta baciando dappertutto, mi vuole pazza, pazza... pazza di lui, del suo profumo, della sua voce, di tutto quel che è... Io sono sua, in questi attimi in cui potrei morire e volerlo anche, perchè lui mi ha porta via, via da questa vita, via da questo corpo ristretto in catene, obbligato a nascondersi, perchè è legge non mostrarlo. Da quando ho preso i voti non lo guardo, è stato lasciare la vita prima e abbandonarlo in ricordi insabbiati nella memoria... e mi si spezzava il cuore a ricordare com'era, a come era facile guardarsi allo specchio e sorridere, compiaciuta di questo o quel vestire, dei capelli sulle spalle, delle ciglia ridenti di mascara appena accenato, di quel lucidalabbra trasparente, rosato, che seguiva un contorno fatto per baciare... come era nelle mie fantasie. E poi, niente, il nulla... ho perso i colori e le emozioni, rifugiandomi in ciò che vogliono io sia, abbandonando ciò che voglio essere. Ho perso occhi, labbra, sorrisi e non ho uno specchio per ritrovarli. Non voglio nemmeno ricordare, non ne sono più capace. Sento il silenzio, adesso, e lui qui, che sale da quel profondo desiderio di estasi che mi regala. Chiudo gli occhi... e la sua bocca cerca me, sale, disegna, morde... mi piega, mi lega alla sua volontà e io non posso resistere, non voglio... lui fa parte di quello specchio e mi vuole sua, la sua donna; una donna che non ha paura di guardarsi negli occhi...

...e alla fine non fu un sogno, ma divenne vita, la più intensa e desiderabile mai conosciuta, per quei pochi che possono dire che una l'hanno vissuta veramente. Ma nessuno mai, come loro...

 

Written by: JackPummarolino alle ore 05:44 | Permalink | commenti (5)
categoria:jack e la underwater editions
domenica, 16 luglio 2006

Nato ieri notte, durante una folle conversazione con una persona che definire speciale è davvero poco, il progetto di creare una casa editrice subacquea ha affollato la mia mente per tutto il giorno.
Ovvio che solo pensarla, una cosa del genere, costringe il limitato intelletto umano ad acrobazie mortali per i suoi neuroni e visto che metterla in pratica sarebbe ancora più improbabile che pensarla, non mi resta che immortalare in modo "letterario" questa grandiosa idea, che i mari di tutto il mondo ci avrebbero sicuramente invidiato...

"Hai preso le bombole?"
"Ma perchè, vieni anche tu? Ma se non sai nuotare nemmeno, per favore...!"
"Senti, scemo, IO so nuotare, fai poco lo spiritoso. Vengo con te, me l'avevi promesso."
"Ah sì? E quando te l'avrei promesso?"
"Ma ieri!!! Non far finta di non ricordartelo, tanto stai ridendo... hmmm, non ti sopporto quando fai così..."
"Ok, ok, dai, ti porto... però ad una condizione..."
"Oh dio, mai niente per niente tu, eh...?"
"Mi fai parlare? Sempre a lamentarsi, 'ste donne..."
"Dai, sto aspettando la tua "condizione", vediamo che genialata dirai, stavolta..."
"Ah ah ah... insomma, puoi venire con me solo se indosserai il costume celeste..."
"Cosa?!?!"
"Sì, hai capito bene, quello striminzito che hai comprato... o quello o niente, se non lo indossi resti a terra...!"
"Sei... sei... non te lo dico cosa sei!"
"Te lo dico io? Sono... simpatico, bello, affascinante, sensuale, bla bla bla..."
"Modesto, scemo, insopportabile, provocatore, bla bla bla..."
"Ahi... ahia! I peli no! Avanti, su, andiamo, comincia a sistemarti le bombole e i pesi, sarà uno spasso vederti arrancare sott'acqua..."
"Taci, ti stupirò. Guarda che io ho fatto nuoto, eh??"
"Sì, me l'hai detto, nella piscina dei piccoli e affogavi pure..."
"Sono pronta, iceberg."
"Ma certo, mocciosa, vedo, vedo... allora, si va? Hai preso il silicone d'alghe e il cemento di salsedine?"
"Sì, li ho messi in quella cesta metallica... ma sei sicuro che un edificio subacqueo si costruisca con questa roba?"
"No."
"Ah, andiamo bene! E come facciamo, se crolla tutto?"
"Ma quando mai crolla tutto nei sogni???"
"Vero, non ci avevo pensato, hai ragione... non sai quanto mi secchi dirti che hai ragione, però, eh..."
"Adesso t'annaffio io, così non ti secchi..."
"Ehi!!! Non schizzare!!! La smetti?!? Uff!!!"
"Che lagna, è un po' d'acqua... pensa che dovremo viverci sott'acqua, io lo faccio per farti abituare, mica per dispetto..."
"Ma quanto sei caro... (odioso)"
"Ti ho sentita."
"Cosa?!?"
"Sì, ti ho sentita. Hai detto "odioso", negheresti?"
"O D I O S O."
"Ecco, così va meglio... andiamo... e non ridere sott'acqua, che poi bevi e tu saresti capace di ubriacarti pure con l'acqua di mare..."
"Ma parli sempre, tu?!?"
"Sì. Sei pronta, mocciosa? Ci immergiamo insieme, stringi bene la corda... ehm... non sul seno, più giù... forza, al mio 3... 3!"
"Aspettaaa! Ma la finisci di fare il cretino?! Dò io il via. 1... 2... 3...!"

...SPLASH...

Nuotammo per molti metri verso gli abissi marini, sfiorando con le mani nude ciuffi ondeggianti di alghe rigogliose, scogli levigati dall'azione delle correnti calde dei nostri mari, incontrando pesci coloratissimi, venuti a salutarci per l'occasione da golfi lontani... i corralli intorno brillavano ai deboli riflessi della luce del sole, che riusciva appena a penetrare in quelle profondità di un blu intenso e pacifico... un gruppo di anemoni discuteva silenziosamente sulla nostra presenza inattesa, mentre un delfino ci scortò fino al luogo in cui, giorni prima, l'avevo già incontrato, mentre cercavo la pianura sabbiosa su cui edificare la mia nuova casa editrice marina. Il delfino sembrò gradire l'idea, quel giorno; aveva stretta tra una pinna e il corpo una vecchia pagina di un quotidiano terrestre e lassù, su quella pagina consunta, aveva imparato a leggere da cucciolo; per anni aveva custodito quel foglio ormai dall'inchiostro sbiadito e l'aveva letto e riletto infinite volte, sperando che un giorno qualche umano avrebbe buttato in mare la pagina successiva a quella che aveva lui, per sapere che fine avesse fatto quel politico con la gobba e gli occhiali, che aveva dato un bacio ad un omaccione che sembrava il fratello cattivo di Mario Merola...
Quando feci capire al delfino cosa intendessi fare in quel piccolo spazietto di sabbia, circondato da alghe e scogli, lui scosse felicemente la pinna dorsale, aiutandomi da quel giorno a trasportare le cose di cui avevo bisogno: rocce, vecchi pezzi di legno, corde, oggetti sperduti nel mare da chissà quanti secoli. Avrebbe finalmente potuto leggere qualcosa di nuovo. Gli offrii un incarico di lavoro. Accettò, colpendomi in pieno stomaco con il musone affusolato. Era un sì, pensai...

"E chi è lui? Non è mica pericoloso, vero?"
"Ti sembra per caso uno squalo bianco?"
"No, ma che c'entra, è enorme e ci gira intorno..."
"Vieni qui, ti presento il nostro correttore di bozze, si chiama Delfi, come l'oracolo, lo conosci? E' lui che mi ha aiutato a trovare questo posto, mi ha illuminato!"
"Ah ah ah, che risate... un delfino che si chiama Delfi... ma sarai scemo sul serio, tu?"
"Non sai cogliere la sottile metafora, tsè... comunque, è innocuo, avanti, presentati, stringigli la pinna, non mi far fare figuracce..."
"Ehm... piacere, signor Delfi, io sono Mocciosa..."

"Ok, ora che ci conosciamo tutti, vogliamo metterci al lavoro?"
"Sì, dai, dai! Io che cosa faccio?"
"Guai?"
"Prrr... uffa!! Dammi un compito o me lo sceglierò da sola, despota!"
"Va bene, va bene... tu chiama i pesci martello-pneumatico dalla grotta e digli di iniziare a scavare qui per le fondamenta; c'è il capo cantiere che ha un debole per te, dice che gli ricordi tanto quella merluzza della sua ex moglie..."
"La merluzza te la tiro appresso... "
"Dai, dammi un bacio, che così lavoro meglio..."
"Ma scordatelo!"
"E dai... solo uno... signor Delfi, per cortesia, si può voltare, chè abbiamo bisogno di un po' di privacy?"
"Ma ti sei accorto che stiamo parlando sott'acqua e non beviamo?"
"E' un sogno, Mocciosa... è il nostro sogno, te lo dimentichi sempre..."
"Hai detto NOSTRO... quando vuoi, sai essere davvero dolce, sai..."
"E tu dammi un bacio come premio per la dolcezza..."
"Sei un provolone pure con 100 metri d'acqua salata sulla testa, non cambierai mai... tiè, smack!"

La guardai compiaciuto, era proprio carina quando si arrabbiava e io facevo apposta il perfido per vedere quel viso fintamente imbronciato. Lavorammo sodo per tutto il giorno, l'edificio cresceva a vista d'occhio, eravamo velocissimi e gli spettatori intorno erano incuriositi per l'innaturale evento che stava accadendo sotto i loro occhi. Uno squalo bianco, poi, fece improvvisamente capolino da lontano: il gruppo degli operai marini si bloccò per un attimo in preda al panico, ma io guardai con fare minaccioso la creatura tutta zanne e pinnacce brutte e le feci il gesto internazionale, valido anche nei fondali marini, a quanto pare, di "ti faccio un culo così, se non te ne vai da qui immediatamente, fottuto baccalà troppo cresciuto!".
Lo squalo scappò in preda al terrore puro, lasciando dietro di sè una puzzolentissima scia marrone.
Le ostriche e le cozze fecero scrosciare il loro applauso in stile nacchere spagnole, le stelle marine si improvvisarono cheerleaders, invocando il mio nome, gli ippocampi fecero squillare le loro trombette e gamberi, granchi e calamari sfilarono in parata militare, eleggendomi Generale dei Generali dell'Esercito dei Sette Mari, facendomi consegnare dal Colonnello De Poliponis dieci medaglie al valore, ovviamente tutte appiccicate sul mio petto contemporaneamente dai suoi sapienti tentacoli.
Dopo un'intera giornata di lavoro, brindammo con champagne salato all'apertura dell'unica sede mondiale della "Underwater Editions", mentre fogli di carta stampata con inchiostro di seppia rigorosamente indelebile cominciarono ad essere letterelamente sparati nel mare dai macchinari tipografici water-resistant, tentando di salire a galla... ci guardammo tutti un po' perplessi... che stava succedendo??? Una voce, improvvisamente, tra le bollicine d'ossigeno... 

"Ehm... scusate... ho dimenticato di fare il tetto..."

Dedicated to... my sweet friend Davila


Written by: JackPummarolino alle ore 22:50 | Permalink | commenti (1)
categoria:jack e la underwater editions