mercoledì, 02 luglio 2008
NEWS PER GLI AMICI & I BLOGGER NAPOLETANI CHE PASSERANNO DI QUI
Una mia carissima amica (l'infamona dagli occhi dolci!) mi ha chiesto di diffondere la notizia di questa serata di presentazione del nuovo libro di una brava scrittrice di horror, napoletana, di cui ho avuto il piacere di leggere uno splendido racconto, prestatomi dalla mia stessa amica di cui sopra, che ogni tanto qualcosa di buono per me la fa...
Il racconto si chiama "Quel giorno sul Vesuvio" edito da "Cento Autori"; ve lo consiglio vivamente, lascia con il fiato sospeso.
Tornando al programma della serata, scorrete giù e leggete: sembra molto interessante.
Io ci andrò e voi?
Ci vediamo lì!
 
Venerdì 4 Luglio, ore 19.30 – Penguin Café, Via S. Lucia, 88
 
Mondo Cult & Penguin Café presentano
 
AL CALARE DELLE TENEBRE...
Serata Horror con Simonetta Santamaria e il suo nuovo romanzo
"Dove il silenzio muore"
(Cento Autori) 
PRESENTAZIONE DEL VOLUME
"La Silenziosa" è una villa su cui incombe una terribile maledizione risalente agli antichi misteri egizi. Quando Sara decide di riaprire quella casa, che era appartenuta ai suoi genitori, si ritrova a piombare in un incubo senza via d'uscita. La maledizione torna a colpire attraverso il suo terribile emissario, l'Ouroboros, il serpente del diavolo.
Il mese dei morti. Non c'è mese peggiore per morire. Tutto effonde morte, I giorni, le notti, l'aria stessa, il tempo. La gente si abbandona mesta ai ricordi; non pensa, commemora nel silenzio delle proprie angosce. Tutto è terribilmente triste. Il tempo non sempre è terapeutico. A volte incarognisce le sensazioni.
 
Simonetta Santamaria, giornalista e scrittrice, ha vinto l'XI edizione del Premio Lovecraft con Quel giorno sul Vesuvio (Cento Autori 2007 – collana Leggere Veloce). Ha pubblicato numerosi racconti in libri e riviste, l’e-Book Black Millennium e l’inquietante raccolta al femminile Donne in Noir (Il Foglio 2005).
 
Intervengono:
Fabio Maiello, autore del recentissimo "Dario Argento - Confessioni di un maestro dell'Horror" (Alacran Edizioni).
Aldo Putignano, scrittore, direttore Cento Autori e coordinatore Homoscrivens
Giuseppe Cozzolino, scrittore e saggista, responsabile Mondo Cult - il Network del Cinema e della Letteratura Pulp
 
Fra gli eventi previsti:
• Simonetta Santamaria leggerà brani del suo romanzo accompagnata dalle chitarre dei "Five Sided Room" (Fabrizio e Adriano Flocco)
• Proiezione del booktrailer del romanzo, realizzato da Ugo Ciaccio.
• Proiezione de "Il vicino di casa", episodio della storica serie LA
PORTA SUL BUIO (No Shame Edizioni)  realizzata dal maestro del brivido Dario Argento per la RAI negli Anni '70 e diretto da Luigi Cozzi.
 
FIVE SIDED ROOM
(Breve presentazione)
I "FIVE SIDED ROOM" sono una band emergente campana, creata dai fratelli Fabrizio e Adriano Flocco, rispettivamente chitarrista e batterista del gruppo. Al basso Fulvio Petti,alla voce Aurora Rosa Savinelli, con il suo potente timbro soprano, Adriano Aponte alle tastiere. Il genere si può identificare come Progressive Metal, con influenze Gothic e classiche che danno alla loro musica un aspetto "sinfonico".
Il plusvalore del gruppo consiste nel fatto che tutti i musicisti sono esperti studiosi di musica classica, potendo così sfruttare le loro capacità tecniche acquisite nell'esperienza nelle loro composizioni.
 
"LA PORTA SUL BUIO"
(NOSHAME EDIZIONI)
Si tratta di uno dei titoli di Dario Argento che mancavano all'appello dell'home video. La porta sul buio è una miniserie di quattro film giallo-trhiller che Argento realizzò per la RAI nel settembre 1973. Ogni episodio, della durata di circa un'ora, è diretto da un diverso regista: Luigi Cozzi, Roberto Pariante, Mario Foglietti e Sirio Bernadotte (pseudonimo di Dario Argento) Grazie alla No Shame, finalmente, è possibile usufruire dell'edizione DVD.
Titoli contenuti:
- Il vicino di casa: due giovani coniugi si trasferiscono con il figlio appena nato in una nuova abitazione sul litorale laziale. Ma il loro vicino di casa è un pazzo omicida che ha appena assassinato la moglie.
- Testimone oculare: dopo l'evasione di uno schizofrenico da un manicomio, una ragazza viene uccisa mentre un'altra giovane è pedinata da un misterioso e minaccioso individuo.
- Il tram: un commissario di polizia indaga sul misterioso assassinio di una ragazza uccisa nel vagone di un tram, durante una corsa notturna.
- La bambola: una donna racconta alla polizia di aver assistito a un omicidio. Ma nessuno le crede perché dell'accaduto non c'è alcuna prova o traccia.
 
venerdì, 06 giugno 2008

Eleonora Pimentel Fonseca, ieri sera, nel cortile dell'università, è diventata Leonor, in un musical allestito dai miei alunni... "per colpa mia". Così mi ha detto Alessia, tenerissima e in gamba come poche, forse la migliore del corso, quando mi annunciò un paio di mesi fa che si erano messi al lavoro per la preparazione del musical. "Ci ha plagiati, prof., ormai la Pimentel ci è nota come le nostre tasche ed è tutta colpa sua, che ce ne ha parlato con tanta passione!". Sorridemmo entrambi per quella parola "colpa" e così, sempre scherzando, mi offrii in quella sede di aiutarli per la parte storica, per i dialoghi e cose del genere. Spesso, durante la preparazione, sono venuti a chiedermi libri, consigli, ma poi quando chiedevo di sapere di più, se ne scappavano con aria malandrina, per nascondere il segreto, come se fossero dei bambini, e invece sono donne e uomini fatti con più di vent'anni sulle spalle.
E ieri, grazie anche all'aiuto di Giada, una mia bravissima collega esperta in scene e costumi, la scenografia e gli abiti degli attori erano una meraviglia. Il contesto, poi, era perfetto: un costone di roccia nuda alle spalle del palco con la giusta illuminazione dava la sensazione di essere finiti davvero indietro nel tempo. Il palco, un patibolo, per ricordare la triste fine di Eleonora durante la Rivoluzione napoletana del 1799. Arrivo e i ragazzi mi piombano addosso, quando mi vedono.
"Prof.!!!!! Credevamo che non sarebbe più venuto!" mi abbracciano a turno, ma evitano di darmi baci per non impasticciarmi di trucco. Li guardo, fiero e compiaciuto, sono tutti bellissimi con gli abiti di scena addosso. Come al solito, il capobanda è Alessia, biondina peperina tutta saltellante.
Mi prende per mano e mi porta in disparte, dice che vuole spiegarmi come funzioneranno alcuni trucchi di scena e poi praticamente fa alzare dall'ultima sedia libera in prima fila un ragazzo, quasi lo prende a calci, e gli intima "Te ne devi andare da qui, ti sei preso il posto del prof.!" e io imbarazzatissimo, tento di aggiungere "ma non ti preoccupare, Alessia, dalla seconda fila si vede comunque tutto benissimo..." e lei niente, no, nada. Devo stare in prima fila.

(Continuo dopo, un paziente!)

Dicevamo... dopo aver preso posto, osservo un po' le facce in giro. Spicca subito quella del vicepreside, un uomo la cui intelligenza è indubbia, ma il guaio è che la mette al servizio di manovrine non sempre pulitissime. Il preside, noto intrallazzone, e del resto se non lo fosse, non sarebbe nemmeno preside, che mi vede da lontano e mi saluta, venendomi incontro con un fare da leccaculo inspiegabile, visto che dovrei farlo io, potenzialmente, il leccaculo con lui, ma dato che non esiste proprio, anzi, faccio l'opposto, con tutte le grane che gli pianto di continuo, ora è lui a fare il chupa chups con me, per evitare di tenermi contro.
"Professore! Buonasera, che piacere averla tra noi!"
"Preside..." e gli stringo la mano, pensando "Ciao, omm' 'e merd'...".
"So che lei è la mente silenziosa e in disparte dello spettacolo..." e mi guarda, come a chiedermi "perchè non ti sei preso i dovuti meriti e il tuo nome non compare da nessuna parte, cretino?".
"Non direi, hanno fatto tutto i ragazzi, io gli ho solo spiegato una parte fondamentale della storia della nostra città. Un napoletano che non sappia i fatti della rivoluzione del '99 non è un vero napoletano, non crede, Preside?" e lui mi risponde "sìsìsìsìsìsì, certocertocerto..." con l'aria di chi non sa un cazzo di quel periodo storico.
"Bene, professore, allora si goda il SUO spettacolo, a me toccano gli onori di casa" mi stringe la mano e se ne va, per evitare forse che io lo interroghi?
"Buona serata a lei, Preside" e mi giro dall'altro lato, trovandomi dietro Vittorio, Andrea e Adriano, tre ragazzi del corso, che mi dicono "Professsssssssore, buonassssssssera..." alludendo simpaticamente a Sir Bis, il serpente viscido del Robin Hood della Disney, mentre imitano il preside. Ridiamo.

(Mi chiama la segretaria, aspettate!)

Dopo un po' arriva Viviana, una mia collega, ovvero la mia persecuzione. Questa è una donna iperproblematica, sempre con la faccia tesa, tipo una Margherita Buy dei poveri (le somiglia pure) e ogni volta tenta di accastrarmi, perchè vuole stare vicino a me, così dice. E infatti...
"Eccoti!! Mi hanno detto i ragazzi che c'eri, ti stavo cercando, finalmente ti ho trovato! Ti dispiace se mi siedo vicino a te? Ok, dai, mi siedo, lo sposto questo zainetto, fa niente che la sedia è occupata. Ma mica è occupata da te? Cioè, sei con qualcuno? Con qualcuna? Cioè, praticamente, dicevo... non volevo essere invadente, ma posso stare vicino a te? Sì, vero?"
"Vivia', stai facendo tutto tu, bella mia. Comunque, non è mio lo zainetto, siediti pure"
"Non ti scoccia, vero?"
"No, no, per carità..." dico con tono ironico, ma lei nemmeno se ne accorge e pure se se ne accorge, non gliene frega manco una straminchia e si siede, iniziando a parlarmi di sè e dei suoi casini con il marito. Che palle. Non so se mi bracchi per una forma di amicizia, o perchè sono l'unico che non la manda a quel paese, o perchè nasconda una cotta per me, come malignamente dicono i ragazzi, ma fatto sta che è la mia cambiale, sono privo di muovermi da solo per i corridoi dell'università, che mi ritrovo questa piattola attaccata addosso. Lei parla, parla, parla e da lontano vedo Lidia, una mia simpaticissima alunna, vestita da nobildonna e pronta a salire in scena, che mentre si sistema il microfono mi fa gli occhi a cuoricino con le mani, per prendermi in giro sul fatto di Viviana. Le faccio una pernacchietta silenziosa da lontano, ma Viviana ovviamente pensa che io ce l'abbia con lei e mi fa "ma da quando mi fai le pernacchie mentre ti parlo?" e valle a spiegare dopo che non ce l'avevo con lei, ma con Lidia... e lei che nemmeno mi credeva, al che mi scoccio e le dico con tono perentorio "ma scusa, ti pare mai che io faccia una pernacchia in faccia ad una donna, se mi secco di starla a sentire?!?" e lei "Ah, allora lo vedi che ti secchi???" e a quel punto mi viene da piangere e sotto sotto spero che si alzi e se ne vada, ma lei... "ti dicevo... mio marito è uno stronzo, mica mi ascolta, non mi capisce... mi capisci più tu che sei un collega che lui... bla bla bla bla" e io "sì... forse... uhm... no no... già... eh, lo so...".
Mi sfrecciano davanti Greta e Fabiana. Greta mi saluta, Fabiana mi urla, correndo "Prof., l'anno prossimo la sua segretaria la voglio fare io!" e Greta, che ha sentito, frena di scatto, torna indietro e dice "No, no, la voglio fare io!" e Fabiana "Ma che stai dicendo, tu sei isterica, non puoi fare la sua segretaria, la devo fare io!" e Greta "Isterica io?? Ma ti vedi? Stai andando nel pallone prima di andare in scena e io sarei l'isterica? Prof., non voglio sapere niente, l'anno prossimo sarò io la sua segretaria, ok?" e poi arriva Ambra, la mia attuale segretaria (dove per segretaria io intendo chi debba aiutarmi a prendere le presenze, a rappresentare gli alunni per le richieste da farmi, per la gestione dei programmi e per gli appelli d'esame, niente di più, niente di meno, ma evidentemente è un ruolo di prestigio per loro!). Ambra le guarda con aria di sfida, guarda me tutta sorridente e con voce flautata dice "Professore, non dia retta a quelle due, il ruolo di segretaria è mio di diritto, perchè sono stata bravissima". Greta e Fabiana per un pelo non la linciano, perchè 'ste ragazzine sono pericolose, prima partono scherzando, poi rischiano di litigare davvero e magari è pure colpa mia!
Fortunatamente, una voce al microfono le richiama nei camerini, sta per iniziare lo spettacolo. Calano le luci, salgono il preside e il vicepreside sul palco per fare una presentazione del musical e a tradimento, Sir Bis fa il mio nome. Dice che ci sono tre modi per svolgere il mestiere di docente, uno per mestiere e basta, uno fatto di professionalità, e uno fatto di vocazione. Ed è lì che succede il "pasticcio". Sir Bis dice, del tutto a sorpresa, che vuole ringraziare pubblicamente colui che ha fatto conoscere ai ragazzi la vicenda della Pimentel Fonseca, in un contesto didattico in cui questo era un di più e non parte del programma prestabilito. "Questo bravissimo professionista è un nostro outsider, svolge tutt'altro lavoro, ma insegna per passione. Vi presento il dott. MioNome&Cognome, che pregherei di salire sul palco".
"Ma porco stronzo!" Dico dentro di me, preso alla sprovvista, e penso a quali secondi fini abbia quel viscido per ringraziarmi pubblicamente, dato che è cosa nota che io gli stia sulle palle. E questa è folle, poi, ma la devo dire: in un attimo di estremo narcisismo, penso "meno male che ho messo la giacca di lino beige sul jeans, mi sta bene, spacco tutto sul palco, tsk!". Sì, lo so, sono un caso perso, ma almeno ne sono consapevole. E mi becco pure un applauso, cavolo, con i ragazzi di vari miei corsi a fare da supporters sfegatati, seduti in prima fila. Prima di squagliarmi d'imbarazzo, mi riprendo un attimo: mi tocca dire due stronzate al microfono che mi viene appioppato tra le mani, ringrazio tutti dell'improvvisata e mi ribecco il secondo applauso, mentre dal buio del pubblico si leva due voci femminili, che dopo ho individuato: "Nudoooo!!" e lì risate generali.
Me ne torno a posto e trovo Viviana impazzita.
"Ma perchè tutti ti adorano e a me no??? Dove sbaglio? Che problema ho? Cosa c'è in me che non va???"
"Vivia', vediamoci lo spettacolo tranquilli, dopo ti psicoanalizzo..." e mamma mia!
Insomma, è stata una rappresentazione bellissima. Ho scoperto doti da grandi attori in un paio di persone che al corso stavano buone buone, timide timide... davvero insospettabili e sorprendenti per la grinta dimostrata. Altri, invece, hanno solo confermato di essere delle forze della natura, come Alessia, una splendida protagonista nei panni di Eleonora.
Alla fine, una cena in piedi sul terrazzo grande della facoltà, con vista sul golfo mozzafiato. Vedere i ragazzi così felici e soddisfatti è stata la cosa più bella di tutta la sera e sentire attorno a me tutto il loro affetto è stato grandioso. Peccato che da lunedì si torna a tremare, visto che ci sono gli esami di giugno, ma giuro che non sarò troppo scassacazzi e pretenzioso, giuro!

mercoledì, 04 giugno 2008

Ricordi di Procida

L'aliscafo che ballonzola in mezzo al mare e la tua paura, quando c'è stata un'onda più forte. T'è sembrato di essere non su un alijet Snav, ma su un sommergibile, pronto ad andare sotto. E noi con lui.
La prossima volta, però, non staccarmi il braccio per lo spavento, anche perchè potrebbe tornarmi utile; non vuol dire niente che io ne abbia due, tesoro, mi servono entrambi.

Le delizie mangiate al ristorantino sul porto, con quella giornata grigia che prometteva pioggia, ma che tentava di resistere, per riservarci un'accoglienza sull'isola non troppo burrascosa, dopo aver già dato con il mare. Il vento ti scompigliava i capelli, mi rubavi i calamari fritti dal piatto e le cameriere, tutte con il pantalone a fil di chiappa, forse una moda locale, che andavano lente come lumache, come se sull'isola ci fosse una diversa concezione del tempo.
E noi, che avevamo una certa fretta, le abbiamo santificate in tutti i modi possibili. E la cicciona che s'è strafogata tutto il ristorante? E quando hai creduto davvero che mi piacesse, perchè ho detto per gioco che la trovavo affascinante, e tu mi hai dato un pizzico fortissimo, dicendomi che ti faccio preoccupare, se mi piacciono pure le ciccione?

L'albergo, tutto dipinto di bianco e celeste, dove abbiamo passato parte del pomeriggio a coccolarci, aspettando che finisse la pioggia. I tuoi capelli che urlavano vendetta contro l'umidità, il mio corpo che urlava alla pioggia di non smettere di cadere, per non uscire più da quella cameretta vista mare.

La passeggiata alla marina di Chiaiolella, lo splendido isolotto di Vivara, la spiaggia deserta e schiaffeggiata dalla spuma del mare, le persone con le porte delle case aperte su quelle stradine tortuose e silenziose. Una vita tranquilla, senza aver paura dell'altro, è quella che si vive in un'isola così. Le casette tutte colorate che si specchiavano nel porticciolo turistico, dove il mare era inquietantemente calmo, mentre al di là della scogliera imperversava qualche onda. La gara di bellezza dei nomi delle barche: sembravamo due bambini, quando dovevamo decidere se fosse più bello "Nautilù" o "Capaperian". Secondo me, facevano schifo tutti e due, ma tu hai detto che sono sempre il solito incontentabile e allora ho fatto finta di buttarti a mare, prendendoti in braccio, e tu hai lanciato un urletto, così che ti sei beccata lo sguardo feroce di un vecchio, seduto fuori dalla sua casa con una pipa in bocca. "Scusate, Don Miche'..." ho detto io, inventandomi che quello si chiamasse Michele. "Nun ve preoccupat'..." risponde lui, e mi viene il dubbio che si chiami veramente Michele. Gli chiedo "Don Miche', sapete se si vendono case qui?" per vedere come reagisca di fronte a quel secondo "Michele" e quello "Nun 'o sacc', ma vuje che ne sapit' ca ie me chiamm' Michele...?" dice, alzando un attimo gli occhi dall'asfalto, per curiosare. E io scoppio a ridere, il vecchio veramente si chiamava Michele! Ho i superpoteri, sì sì. Gli rispondo che mi hanno detto al bar in piazza di chiedere a lui quest'informazione, lui si tranquillizza, gli stringo la mano rugosa e me ne vado con la mia compagna di avventure, che intanto mi sussurra "sei il solito fortunello, quanto ti odio, ti va sempre liscia!".

Cenetta con vista su Vivara, semiubriacatura di ottimo Turà, e canticchiata notturna in riva al mare, seduti su una panchina di pietra e legno, abbracciati, con le teste che si reggono a vicenda. Tutto lo scibile musicale viene rievocato in quei momenti, tanto che la gente passa, ci guarda e sorride a sentirci cantare perfino Gianni Morandi, pensando che siamo proprio ubriachi fradici. Un gattone bianco si piazza davanti a noi, come se fosse un abbonato in prima fila. Sembra voler partecipare al coro, ad un certo punto, allorchè comincia a miagolare. E attacchiamo, molto idiotamente, con "c'era una volta una gatta..." e il gatto inclina la testa di lato e ci guarda allibito, con il suo secondo "miao" in direzione dei nostri occhi. Mi alzo, vado al ristorante dietro di noi, che sta per chiudere, e chiedo se abbiano qualche avanzo per il gattino. Mi danno un sacchetto di roba rimasta in cucina, li ringrazio e torno dal micione, che tutto soddisfatto si acquatta davanti a questo sacchetto aperto sull'asfalto e ne ingurgita il contenuto.

Il cane lupo fuori al ristorante con il timone di legno, che mi piaceva tantissimo (il timone, dico, non la belva); sembrava dormire ad occhi aperti (la belva, dico, non il timone), accucciato a mo' di Sfinge. Per poco non gli pestavi una zampa con un tacco... t'avrebbe sbranata seduta stante e probabilmente io avrei perso l'uso di una gamba, nel tentativo di dargli un calcio, era enorme!

Le stradine buie per tornare in albergo, la ragazza semiaddormentata alla reception, che appena siamo entrati si è data un tono e ha fatto finta di essere perfettamente vigile. Siamo saliti sul solarium, memori di Positano, ci siamo baciati sotto il cielo di Procida e stretti fortissimo, per non lasciarci più. Mandi un sms alla tua amica che ti aveva cercata e a cui io molto galantemente avevo chiuso il telefono in faccia perchè non ci disturbasse; ti siedi nel buio e la luce blu del cellulare ti accarezza i lineamenti del viso. Penso che sei bella, mentre ti guardo, seduto di fronte a te. Ti lascio scrivere in pace e mi affaccio giù. La stradina è intitolata a Giovanni da Procida, uno dei fidi collaboratori di Federico II. Mi chiedi chi sia, questo Giovanni, e te lo spiego. "Me lo ricordo che in storia eri il più bravo della classe, in latino e greco, però, non eri mica così perfetto?" mi dici con quel tono da prof. che non perderai mai; ma ti rispondo per le rime e ti dico che non avrei potuto essere perfetto, perchè ogni volta che incrociavo i tuoi occhi durante un'interrogazione, andavo in tilt e perdevo il filo del discorso. Mi mandi un bacio stringendo le labbra e riprendi a scrivere il tuo sms. Passa un motorino in strada e tale è il silenzio, che penso che l'abbiano sentito pure dall'altro capo dell'isola. Due ragazzi cantano con delle birre in mano, mentre un altro svolta l'angolo di un vicolo, calciando un tappo che rotola per terra e fa eco fin su da me il suo rumore. Lo sciabordio del mare arriva alle mie orecchie come una cantilena dolce e malinconica, proveniente da lontano. Fa fresco, ti avvicini a me e ti siedi in braccio, dopo aver spento il cellulare. Mi dici l'unica cosa che mi emoziona fino in fondo a questo mondo. Chiudo gli occhi e assaporo quelle cinque lettere, respirando la tua pelle così vicina.

La colazione vorace che manco due lupi, il giretto dell'isola sul pullmino e la simpatia dei microtaxi, piccoli apecar che sfrecciano, decorati da tendine e cuscini per accogliere i passeggeri sul retro. La passeggiata massacrante fino all'abbazia di San Michele e al belvedere, da dove si vede tutta Procida. La discesa sotto il sole fino alla piazzetta dei Martiri, seduti fuori a quel piccolo bar, dove c'erano il nonno con la bimba amorevole, il papà con la bimbetta maschiaccio e l'altro nonno con il nipotino superpestifero, che ci ha fatto morire dal ridere con la sue corsette e le sue smorfie. La spiaggia e il borgo di pescatori della Marina di Corricella, dove sono state girate le scene de "Il Postino", uno dei nostri film preferiti in assoluto. Che emozione pensare che lì sia passato il grande Massimo Troisi e che bello ricordare insieme le scene più intense di quel film, che è poesia pura.

Il panino mangiato al porto, come due adolescenti, tra una birra fredda e una risata con alcuni del luogo, mentre aspettavamo il traghetto da Ischia, che poi ci avrebbe riportati a Napoli. C'imbarchiamo, prendiamo posto fuori ed è sempre triste salutare un'isola, quando la nave si allontana sempre di più al largo. Ascolto cosa dice nel walkie talkie l'ufficiale che presiede le manovre, ho sempre sognato di essere il capitano di una nave, fin da piccolo, e queste cose mi piacciono ancora. Vedo come fa un nodo, come si sistema il cappello bianco e sogno di me, capitano di una fantastica nave da crociera... Tu mi vedi distratto e mi dai un bacio per riportarmi alla realtà, ma quando ti racconto cosa stessi pensando, sei tenerissima: mi chiedi scusa per aver interrotto quella corsa di pensieri da bambino e cominciamo a giocare... mi fai fare il capitano della nave e tu fai la turista che, OVVIAMENTE, si innamora del capitano!

Le due bimbe milanesi che giocano a fare le amiche e parlano di Vanity Fair, loro che all'età di poco più di sei anni, forse manco sanno cosa sia Vanity Fair. Parlano di lavoro, di meteo, di trucchi, di colf maleducate, come se fossero due donne oltre i quaranta. Tutte cose sentite in casa dalle loro madri, presumo. Dicono, poi, in uno slancio di infanzia "Siamo amichette, siamo amichette, siamo amichette del cuore..." e lo fanno saltellando felici, quando ad un tratto... il panico: una delle due, all'improvviso, si gira e sputa in faccia all'amichetta. Putiferio! Io scoppio a ridere e penso "alla faccia delle amichette!". L'altra, indignata e schifatissima, le urla "Non siamo più amichette!!!!! Non mi devi sputare, hai capito, terrona!" e a quel punto odio con tutto il cuore quelle due bambine: terrona. Come cazzarola li educano, certe persone su al nord, i loro bambini, se l'offesa peggiore che quella bambina ha pensato è stata "terrona"? Mi allontano disgustato e mi vado a stendere su una panca al sole, la testa sulle tue cosce, che ascolti il mio racconto sulle bimbe vecchiacce. E ad un tratto, tre delfini!
Tutto il traghetto è in piedi e i bambini delirano di gioia, uno di loro, in piena fase mistica, asserisce di aver visto pure cinque balene! E secondo me, nella sua fantasia le ha viste davvero, mi ha fatto una gran tenerezza, lui che voleva coinvolgere la mamma e le sorelle più grandi in questo suo gioco di illusioni ottiche e loro nemmeno gli rispondevano o al massimo gli dicevano "ma che sei scemo!".

Arriviamo a Napoli. Il Maschio Angioino si fa sempre più imponente, man mano che ci avviciniamo al porto. Castel Sant'Elmo ci saluta dalla parte più alta della città e il Castel dell'Ovo ammicca alla nostra sinistra, adagiato sul mare, pigro, sornione e imponente.
E' triste doverci salutare, quando ti riaccompagno a casa, ma oggi... sì, oggi... voglio stare di nuovo con te. Aspettami.

giovedì, 28 febbraio 2008
"For all my days remaining..."

Le notti di un uomo innamorato sono lunghe, pensierose, qualche volta distratte, altre volte sognanti. Qualche volta bagnate di lacrime silenziose, ma queste non sono per forza lacrime tristi. Spesso queste lacrime sono di emozione profonda, di paura adrenalinica che tutto il bello possa finire da un momento all'altro; è il bambino felice che si nasconde in ogni uomo che fa agire così; quando i bambini sanno che il gioco sta per finire, supplicano in lacrime gli adulti di poter restare a giocare ancora per i classici "5 minutini"... anch'io voglio i miei 5 minutini e quando sarà il momento di andar via, anch'io supplicherò qualcuno con gli occhi lucidi di far continuare il mio gioco, ma a quel punto vorrò che siano infiniti i miei 5 minuti, come le notti passate a pensarti.
Mi sento come se fossi un corpo a me estraneo, mi vedo seduto a questo tavolo, mentre scrivo queste parole con aria assorta, le cuffie nelle orecchie, che mi regalano delle note dense e avvolgenti come sottofondo... "under the arctic fire, over the seas of silence...". Sting è sempre tra i miei migliori amici della notte, con la sua voce pacata e al tempo stesso potente, proprio come l'amore che ho dentro, pacato e potente: sa stare al posto suo, quando non può brillare della luce divina che sprigiona, ma diventa incontenibile, quando il mondo chiude gli occhi e ci lascia soli, me e il mio amore, con lei.
Mi sto guardando: non sono malaccio, anche se ho una macchia di caffè sulla mia camicia a righine celesti. Da qualche giorno, ho il frullino minuscolo che fa la schiumetta nel caffè e stasera m'è scappato di mano; di lì, la mia medaglia di caffeina sul petto, riconoscimento al valore in-civile in cucina.
I bottoni dei miei jeans beige sono in ferie, i piedi scalzi completano l'opera, insieme ai capelli stranamente non in disordine, forse perchè ancora bagnati dopo la doccia. Che ridere, oggi, dover dissimulare i sentimenti e simulare indifferenza davanti a Raffaele, compagno di classe, incontrato per caso, e tuo ex alunno, naturalmente. Tanti caffè in tutta Napoli e pure lui al Gambrinus dove eravamo seduti noi? Sempre fortunati, noi due, amore mio. Non devo più farti improvvisate? Scordatelo.
"E che ci fate insieme, tu e la prof.?" è stata la prima cosa che m'ha chiesto, dopo averti salutata con un bacio che mi ha infastidito fino a volergli spaccare la faccia con la tazza da thé. Ottimo il thé al mandarino, a proposito, ancora più buono se assaggiato dalle tue labbra a piccole gocce.
Non gli abbiamo risposto, lui è rimasto perplesso e non ha insistito. Quanti sguardi complici subito dopo, ti avrei divorata seduta stante. Condividiamo un segreto enorme, bellissimo.
I baci davanti al Maschio Angioino, dove quella coppietta ci ha applauditi timidamente e noi li abbiamo guardati stralunati.
"A che dobbiamo l'applauso?" ho chiesto, ridendo e imbarazzato, tenendoti ancora aderente a me, dopo il bacio strappalabbra che t'avevo appena dato..
"Alla vostra passione incredibile, siete innamorati da poco, vero?" dice la ragazza, una peperina dagli occhi chiari e i capelli rossicci. Io non sono innamorato da poco, ma taccio.
Ridiamo entrambi, io alzo il pollice in segno affermativo e la ragazza incrocia le dita, per augurarci buona fortuna. Tu le rispondi con lo stesso gesto; e sei bellissima.
E che dolce scoprirti così poco pratica delle due ruote... quanto ho riso, vedendoti con quel casco che ti ballava in testa, perchè troppo grande... e tu che non te lo sistemavi, per paura di cascare dalla moto, se avessi smesso di stringermi in vita... "G., dove siamo, non ci vedo!". Sghignazzando, divertitissimo, mi sono fermato, te l'ho sistemato, contorcendomi sulla moto ancora accesa, con le macchine che sfrecciavano accanto a noi e qualche deficiente che ha lanciato apprezzamenti sulle tue gambe leggermente scoperte, tanto che ho risposto chiedendo loro di salutarmi molto affettuosamente mamme e sorelle. Oggi, ho salutato parecchie signore napoletane, mi sa, eh? Il guaio è che tu sei troppo sexy, ti guardano tutti e dovrei fare un omicidio di massa, ma forse non mi conviene, quindi è meglio salutare genitrici e sorelline.
Quanto mi stringevi... proprio come nel sogno che mi raccontasti, quello di noi due in moto, quando ancora non c'era nulla di concreto tra di noi... si è avverato anche questo, hai visto? E la cosa stupenda è che non hai più paura delle due ruote, anzi, quel tuo ultimo sms è stato simpaticissimo. Certo che ti ci riporto sulla "giostra"! Ce ne andremo dappertutto insieme, niente più ci ferma.
Seguiremo le stelle, così come fa il mio sguardo, stanotte, che al di là dei vetri della finestra scruta il cielo e vi si perde dentro, e sapremo dove andare.
Per tutti i giorni che mi restano vedrò il tuo volto, cascate di desiderio mi terranno incollato a te e anche se tu non vorrai esserci più all'improvviso, io saprò che ho amato davvero in questa vita e tutto quel che di bello ora è, mai verrà cancellato, perchè niente è così forte da poter cancellare il sentimento per me più devastante di questa Terra, l'amore che ti porto.



lunedì, 25 febbraio 2008
"G" di Goljadkin...

Niente di più sensuale di voler baciare la propria donna in un luogo pubblico e sapere di non poterlo fare.
Venerdì, si è consumato questo dolce supplizio nella sala conferenze del megastore della Feltrinelli; lì per ascoltare un intervento del bravo Domenico Losurdo sul concetto di "rivoluzione". Interessante ascoltarlo, bellissimi spunti storici sugli avvenimenti rivoluzionari dell'ultimo secolo, ma non è stato facilissimo mantenere l'attenzione, no, no.
"G. ..." nell'orecchio.
"Sì, dimmi..."
"Volevo dirti una cosa importante, avvicinati..."
"Certo..." m'avvicino con l'orecchio alla sua bocca e tremo dentro.
"Stasera, sei bellissimo, stai attento, perchè tra un po' ti rubo un bacio..." e GUUUUUULPPPPPPPP!!!!!!!
Io, come un pollo, davvero avevo creduto che volesse dirmi qualcosa di serio, riguardante la conferenza, e, invece...
E' stato meraviglioso guardarsi di sbieco con la coda dell'occhio, convinti che l'altro non ci vedesse, e invece ieri, tra le risate e i baci, ci siamo confessati che c'eravamo entrambi accorti di tutto.
E, poi, un episodio che sa a dir poco di "infernale".
Venerdì, dopo la conferenza, decidiamo di fare una passeggiata sul lungomare, fino al borgo di S.Lucia.
Arrivati lì, proprio sotto il monte Echia, il luogo del primissimo insediamento greco della vecchia Partenope, ci fermiamo a chiacchierare delle nostre origini "classiche". E' un piacere ascoltarla, sta nel suo, la Grecia è la sua passione. Mentre lei parla, però, noto un uomo stranissimo, che parla al cellulare in maniera confusa e ci fissa, ci fissa senza sosta, e lo fa in maniera molto imbarazzante.
Lo guardo meglio e vedo che mi somiglia in un modo pazzesco. Se avessi bevuto, avrei pensato a qualche scherzo della mia vista, ma ero lucidissimo.
Lo guardo, stupito; lui guarda me, ha negli occhi una strana luce, che inizialmente mi sembra di ansia.
Non dico niente a lei, per non turbarla, e proseguiamo. Dopo un paio di metri, mi volto alle mie spalle, per guardare di nuovo quell'uomo, e lo vedo che ci cammina dietro, sempre guardandoci fisso.
Ci supera e ci sorpassa, guardandoci. Ancora. Stavolta, però, nello sguardo leggo qualcosa di non proprio buonissimo, una specie di sfida. M'inquieto. Con una scusa, faccio rallentare il passo a Lu, così che io possa tenerlo d'occhio; ma lui si ferma. Si gira e ci cammina incontro.
"Che cazzo vuole, questo?? Magari è un suo ex alunno che non sa come attaccare bottone??" e poi, mentre io pensavo tutte queste cose, lei mi guarda e mi chiede "G., ma l'hai notato questo signore che ci gironzola intorno da qualche minuto?" e io annuisco, colpito dal fatto che non l'avesse visto solo lei.
"Tra l'altro ti somiglia tantissimo, è un tuo parente?"
"No, che mio parente, non lo conosco, ma l'ho notato anch'io da un pezzo... non è un tuo ex alunno?"
"No, affatto, non lo conosco proprio... "
"Lo tengo d'occhio io, stai tranquilla" lei sorride un po' ansiosa, poi riprendiamo a parlare.
Il tizio fa in modo di ritrovarsi alle nostre spalle.
Ho l'impressione che ci scatti un paio di foto con il cellulare, ma non ne sono certo, ho solo visto un flash e sentito un rumorino familiare, perchè aveva il mio stesso telefonino e mi è sembrato provenisse da lì.
"G., è ancora dietro di noi che ci segue?"
Mi giro piano, senza dare nell'occhio e lo vedo.
"Sì... facciamo così, entriamo in un bar, se ne andrà via" e così facciamo. Entriamo in un bar per un aperitivo; ma mentre sono alla cassa a pagare, questo tizio entra tutto trafelato e chiede un caffè, alle otto di sera. Un po' strano, il che mi fa pensare che abbia chiesto la prima cosa che gli fosse venuta in mente.
Guarda in un modo fastidiosissimo e volgare lei, mentre riserva per me sguardi quasi malvagi. E non smette un attimo, è insistente come mai mi è capitato in vita mia. Lo guardo meglio: sì, mi somiglia, ha la barba incolta, è alto più o meno come me, occhi e capelli neri, ma è un po' più in carne e ha più rughe, il naso un po' aquilino, diverso dal mio. Tutto sommato, la somiglianza è forte, mi somigliava più lui dei miei fratelli, e questo m'inquieta non poco. Voglio affrontarlo e chiedergli cos'abbia da guardare, ma Lu mi ferma e mi dice che la farei spaventare ancora di più e che non è prudente. Così, me ne sto fermo in silenzio ad osservarlo con la coda dell'occhio, dissimulando la tensione con due chiacchiere. Comincio a pensare tra me e me alle scene iniziali de "Il Sosia" di Dostoevskij, quando Goljadkin incontra di notte il suo sosia, appunto, tra le strade di una Mosca bagnata dalla pioggia, e si spaventa, perchè non capisce se questi esista davvero o se sia solo una proiezione del suo inconscio. Per un attimo, il dubbio l'ho avuto anch'io, lo ammetto, poi il fatto che lo vedesse anche lei, mi ha dato la certezza che non fossi pazzo... o quanto meno che non fossi pazzo solo io.
C'è, infatti, qualcosa di strano che mi tormenta dentro in questo periodo, come se provassi sensi di colpa per qualcosa, come se ci fosse qualcosa di sbagliato in quest'amore che sto vivendo.
Sempre in un delirio di letteratura russa, penso "Questo è Woland", il diavolo che si manifesta ne "Il maestro e Margherita" di Bulgakov. "Basta, smettila", mi sono detto, questo non è normale, occhi ben aperti.
Comunque, Lu si spaventa di brutto per questo ingresso del tizio nel bar, perchè è ormai evidente che c'abbia puntati e non si capisce cosa voglia, perchè dall'aspetto distinto non sembra affatto un ladro, un drogato o un maniaco.
"Facciamolo uscire prima di noi" le dico "così vediamo dove va e noi andremo dalla parte opposta".
E così accade. Lui esce, sempre fissandoci, perfino da fuori alla vetrina del bar, e sale verso destra. Va via, agitatissimo, sempre con questo dannato cellulare in mano, in cui ripete ossessivamente (e forse parlando con il nulla) "che hai detto????", il che mi fa pensare che sia una telefonata fasulla. Faccio passare giusto un minutino e usciamo dopo di lui, per non perderlo comunque di vista.
Mi giro verso destra e lo vedo, qualche metro più su, immobile, che ci aspetta e ci fissa.
"Andiamo, sta lì, dannazione... scendiamo a sinistra e affrettiamo il passo" dico a Lu, abbracciandola.
Mi giro e vedo che 'sto pazzo ci sta inseguendo, ma di corsa.
Attraversiamo e andiamo sull'altro lato della strada.
Lui attraversa poco dopo di noi.
Cazzo.
Indico in modo plateale un negozio sul lato della strada dove eravamo prima e faccio capire a Lu che dobbiamo attraversare di nuovo. Attraversiamo e lui ci segue pure stavolta. Ormai è ovvio che voglia farci qualcosa o quanto meno spaventarci. E ci sta riuscendo.
Al che mi scoccio, mi giro di scatto e mi fermo. Lo guardo fisso con aria minacciosa. Lui si ferma a una decina di metri da me e riprende quel cazzo di cellulare, fingendo di parlare. A quel punto, penso che sia proprio pazzo e che questo implica pure un certo grado di imprevedibilità nelle sue mosse e, dunque, di pericolosità.
"Ci sono dei taxi più avanti, prendiamone uno e seminiamolo, andiamo" e Lu mi si aggrappa al braccio, atterrita, allorchè dopo il nostro primo passo pure lui comincia di nuovo a camminare a passo spedito dietro di noi.
Entriamo nel taxi, ci chiudiamo subito dentro e quello che fa? Dà un cazzotto sul cofano della macchina, suscitando l'ira del tassista, che esce come un ippopotamo imbufalito dall'auto e gliene dice di tutti i colori.
Il tizio non si scompone proprio e continua a fissarci. Dico al tassista di non badarci, perchè è un fuori di testa e gli spiego l'accaduto, mentre ci porta nel luogo che gli avevo chiesto.
Mai successo niente del genere, ancora ci penso e non so che spiegazione dare. E quella somiglianza è la cosa che più di tutte m'ha scosso.
Fortuna che ieri, a casa di lei, nessuno ci ha inseguiti... si sono inseguite solo le nostre labbra, dappertutto...


giovedì, 20 dicembre 2007

ANIMALS...

Gli animali. Che simpatiche bestiole. Soprattutto i cani (ho detto "cani", non "cagnolini", capisc' a me!) e i gatti. Non ho mai avuto belve in casa, non perchè non vada d'accordo con loro, anzi, con gli animali degli altri gioco volentieri, ma poi non mi devono rompere li cojoni con cacche, pipì, gravidanze isteriche e malattie varie. E, poi, c'è anche un altro motivo per cui non ho mai avuto animali. Li trovo completamente imprevedibili ed inaffidabili. Già lo sono io di mio, non posso interagire con chi lo sia più di me, sai che casino poi???
Eccovi due aneddoti a sostegno di questa mia validissima teoria sul mondo a quattro zampe.

JACK E IL CANE

Ieri pomeriggio, mi ero recato a far visita ad una mia paziente. La signora abita in un parco che, sebbene sia in centro, è decisamente poco illuminato e pieno di vegetazione.
Finita la visita, m'incammino in questo viale abbastanza buio, in mezzo alla selva oscura di piante. Ad un tratto, sento da uno dei cespugli sul ciglio del vialetto degli strani rumori. Mi fermo un attimo e guardo in direzione del fruscio di foglie, inizialmente debole.
"Sarà un micino", mi dico, e mi piego un po' per guardare tra le fronde. I cazzi miei, io, MAI.
Avvicino un po' la faccia alle fresche frasche e sento... FRRUSSSHFROOOOSSHH SPRRUUSSHH SGRAAATT!!
"All'anima del micino, ccà ce sta 'na pantera!" esclamo, parlando pure da solo, tentando di darmi coraggio, visto che comunque ero solo al buio in mezzo al boschetto. Giusto in lontananza la luce di un fioco lampione al neon.
Penso che forse sia il caso di allontanarmi e di rinunciare ad accarezzare il presunto gattino/pantera, quando ad un certo punto "WUUUOOFF!!" e sbuca fuori dalle piante un pezzo di alano arlecchino ENORME.
Lo guardo, un attimo perplesso sul da farsi. La belvuccia, una specie di cavallo dalle sembianze canine, mi guarda di rimando non esattamente con simpatia. Resta immobile, mi fissa e comincia a ringhiare piano piano.
"Buono, bello, vieni qui... fatti fare una carezzina..." tento di usare il tono di voce più flautato di cui disponga, per cercare di rabbonire quella specie di mostro, ma peggioro decisamente la situazione, quando tento di accarezzargli la testa, nel punto che dicono sia tanto gradito ai cani, tra le orecchie. Ma 'sti cazzi, tanto gradito! L'alano si è incazzato, ma si è incazzato, ma si è incazzato che non vi dico quanto!
Mi abbaia contro fortissimo, mettendosi piegato sulle zampe posteriori, come a dire "Mò ti zompo 'ncuoll' e ti sbrano, se non te ne vai a fanculo!". Al che, molto carinamente, lo saluto con tutti gli omaggi del caso e m'incammino a passo più che svelto verso il cancello di uscita, distante ancora un bel po' di metri da me.
"Non correre, che s'incazza di più ed è matematico che ti seguirà..." dicevo tra me e me, allungando sempre più il passo, quando ad un tratto sento dietro di me il tipico rumore di unghie canine sull'asfalto, mi giro di scatto e vedo questa specie di fantozziano Ivan il Terribile 32esimo, che mi rincorre. A quel punto, fiuuuuummm!!! Ho messo il turbo e ho iniziato a correre velocissimo!!!
Con la bestia feroce alle spalle (penso di non aver mai corso tanto in vita mia), volo fino al cancello, che mi rendo conto essere chiuso. Il tempo di citofonare alla mia paziente per farmi aprire non ce l'ho, così che faccio? In preda al panico, lancio la mia borsa dall'altra parte del cancello, rischiando che qualcuno se la freghi pure al volo (stiamo a Napoli, non dimentichiamocelo), mi arrampico su per le sbarre, scavalco e, molto furbamente, mica scendo pian piano dall'altro lato?!?!? NO!! Mi lancio dall'altezza di quasi 3 metri in stile Spiderman e atterro in modo scompostissimo, rischiando una frattura multipla, contorta e inturcinata alla caviglia destra. Fiuuuu... pericolo scampato, comunque. Mi giro verso il cancello e vedo quel cazzo di cagnaccio con la testa tra le sbarre, che continua ad abbaiarmi contro. Così, mi vendico, e gli sussurro piano tante di quelle parolacce, che, se m'ha capito, si sarà pure scandalizzato.
Mentre sto per andare via, si sente poco lontano la voce della sua stronzissima padrona, che lo chiama...
"Neeeeeeeveeee...??? Vieni qui, tesoro della mamma, non dare fastidio ai passanti!"
Coooosaaa?!? Quella specie di leone famelico senza criniera si chiama NEVE???? Ma ci vuole un coraggio a dargli un nome così delicato!
La signora, poi, mi urla da lontano "Tutto a posto, lei?". Tutto a posto??? Io questa la meno! Ma mi limito a risponderle soltano: "Sì, tutto a posto, signora, ma la prossima volta, il cavallo lo tenga nella stalla..."

JACK E IL GATTO

Oggi, laurea di mio nipote. Aula magna piena pienissima di amici e parenti dei candidati, fiori di qua, professori di là, foto e tutte le solite cose che si vedono alle lauree. Tranne una...
Ecco i fatti: mentre l'ultimo candidato discute la sua tesi, succede una cosa totalmente inattesa. Un intruso si presenta, fulmineo e dirompente, nel bel mezzo dell'aula, seminando il panico, ma proprio il panico!
E chi era? No, non era un T-Rex. Era un gatto nero!
Non si sa come sia riuscito ad intrufolarsi nell'edificio, fatto sta che il micio aveva deciso di assistere alle sedute di laurea, solo che, vista la stranezza dell'episodio, e visto il colore del suo manto, rigorosamente total black, la sua presenza ha suscitato, a parte lo stupore, un misto di sdegno scaramantico, paura, risate e "grattatine" in posti dove non batte il sole da parte dei più disinibiti.
L'ingresso della bestiola, però, è stato trionfale. Infatti, il gatto cosa fa?
MIAOOO!! E salta da un lato non ben identificato sulla cattedra, scombinando una marea di fogli con le zampette e sgattaiolando davanti a tutti i professori come un impunito!!!
"AAAAAHHHH!!!!" urla una di loro, un po' vecchiazza, che per poco non le viene un coccolone, mettendo le mani avanti e sgranando gli occhi per la paura! Risate generali, il candidato scatta indietro con la sedia, i professori quasi non possono crederci e pensano sia uno scherzo di cattivo gusto di qualcuno, tanto che il presidente della commissione s'incazza e chiede "Ma di chi è questo FELINO???" e invita tutti a ritrovare la calma e la concentrazione dopo lo strano intermezzo. Tuttavia, con il gattazzo ancora in giro per l'aula, risulta davvero difficile star calmi e seri, perchè la bestiola, spaventata da tutte quelle persone, comincia a correre dappertutto in modo sconclusionato, insinuandosi sotto alle sedie e poi sparendo tra cappotti, borse e cose varie, tanto che ad un certo punto, con una buona dose di brivido da rullo di tamburi, molti, me compreso, iniziano a dire "Ma dove sarà finito? Dov'è?" e ognuno guarda sotto la propria sedia, per cercare tracce del micio clandestino. M'abbasso pure io per guardare e MIAAAAAAAAOOOO!! Il gatto, ma guarda un po' che coincidenza CARINA, sta proprio sotto la MIA sedia e mi graffia la caviglia con una viulenza esagerata, manco gli avessi dato un calcio in bocca!! Memore del cane di ieri, ho pensato che un calcio glielo avrei potuto davvero dare, al micione, anche a mo' di vendetta trasversale, ma l'animalaccio è fuggito più veloce della luce e, incredibile, siore e siori, si è buttato giù dalla finestra in un impeto suicida!!
Forse avrà pensato "Se non mi butto di sotto da solo, questo tizio barbuto mi farà di certo volare giù lui, tanto vale che ci pensi da me!" e così ha fatto il kamikaze. Qualcuno si è affacciato, in quell'attimo di atterrito silenzio, per vedere che macabra fine avesse fatto la perfida canaglia. Magari già se l'erano immaginato tutto spiaccicato per terra in una pozza di sangue e invece lo vedono sculettare rapidamente per il vialetto della facoltà, bello fresco e tosto, felice di aver ridicolizzato una, fino ad allora, solenne seduta di laurea e di aver distrutto i miei calzini blu.

Bestie immonde... tsk...

sabato, 15 dicembre 2007

Un pianoforte, un sorriso familiare, una notte di ghiaccio... ed io.

Avevo deciso di restare a casa, stasera. Fuori fa un freddo che fa battere i denti, il che non incoraggia le uscite mondane.
Non mi andava di "acchittarmi" per la serata e andare a fare il pazzo in qualche posto, non mi andava di fare il giro di telefonate, non mi andava di far nulla, avevo solo voglia di riposarmi e così stavo facendo, stravaccato sul divano, mentre chiacchieravo qua e là al pc.
Poi, una telefonata, davvero inattesa. Mia madre.
"Jack, mi ha chiamato Lucia..."
"Lucia? E chi è, ma', 'sta Lucia?"
"Ma come? La figlia del giudice Xxxx, la nostra vicina di casa."
"Ah, sì sì, l'ho incontrata di sfuggita per strada, giorni fa... ci siamo fermati due minuti e ci siamo salutati."
"Sì, lo so..."
"Ah, te l'ha detto?"
"Sì, sì..."
"E non ti ha certo chiamato per dirti solo questo, immagino... che mi devi dire?"
"No, certo che no, voleva il tuo numero di casa."
"E perchè?"
"E non lo so, tesoro, attacca e aspetta, ha detto che ti avrebbe chiamato a breve."
"Mamma... se è una seccatura, guarda... io già ne ho tremila..."
"Dai, come potevo non darglielo?"
"Va bene, dai, ok... tu stai bene?"
"Sì, certo, sto bene, dai, chiudiamo?"
"Che è questa fretta?"
"No, no, che fretta? Chiudiamo?"
"Mamma... ??? Senti, non dirmi che sei curiosa di sapere che cosa voglia Lucia da me, eh... 'ste cose le fa papà, non tu...!"
"Un pochino pochino, su... sono curiosa solo un pochino..."
"Va beeene... allora chiudo, ok?"
"Sì, ma poi mi richiami?"
"Mamma... e dai!"
"Ma su, non ti chiedo mai niente, però di Lucia sì, la conosco da piccina! Dai, vero che mi richiami?" e sorride.
"Ok, ti richiamo, quando fai così, sei irriconoscibile, non dovresti frequentare quell'impiccione di papà..."
Dalla cornetta, poi, si sente nei paraggi...
"Che ha detto? Che ha detto? Ti richiama?"
"Mamma?!? Ma insomma, ti fai suggerire le cose da lui!! Ma che fai la scagnozza di papà?? Dicevo io che eri strana!"
"E su, capiscimi, Jack, abbi pazienza, ho tuo padre che mi tartassa, non volevo fare la ficcanaso!" e stavolta ride proprio, mentre lui si lagna per essere stato scoperto.
"Siete un'associazione a delinquere, voi due... vi chiamo dopo, magari ora Lucia sta provando a chiamare e trova pure occupato, così non saprete mai niente... ciao ciao..."
"Ciao, aspettiamo, eh?"
"Sì sì, ciao. Click" ovviamente dopo non li ho richiamati.

Dopo un attimo, squilla il telefono. Ed è proprio questa Lucia.
Convenevoli vari, "che piacere averti incontrato l'altro giorno bla bla bla", "non ti vedevo da secoli bla bla bla", "ti ho trovato benissimo bla bla bla" e cose così, dette a vicenda. Poi, un attimo di imbarazzato silenzio, che spezzo in modo molto diretto.
"Allora, Lucia, dimmi, posso esserti d'aiuto? Come mai questa telefonata?" e lei s'inceppa un istante, quando mi spiega che ha chiesto il numero a mia madre e che non voleva imbarazzarmi con questo e bla bla bla.
Tento di farle capire carinamente che non c'è problema e di arrivare al dunque, anche perchè sono sempre più convinto che le occorra un favore da me, per come parla, tutta impacciata e temporeggiatrice, quindi, voglio sapere di cosa si tratti. E poi, poi, poi... se ne esce con un invito.
"Stasera, in un piccolo teatro dismesso del centro storico, suona un mio caro amico pianista e dopo ci sarà una degustazione di vini campani con un piccolo party... ricordo che tu suonavi sempre da ragazzo, ti va di accompagnarmi?"
Dico di sì. L'invito non è male. Serata tranquilla, d'atmosfera, lei è pure simpatica, giocavamo insieme da piccolissimi, poi ci siamo persi per anni... insomma, è un'occasione per riallacciare una vecchia amicizia, quindi, perchè no?
Le dico che passerò a prenderla per le 22:30. Alle 23:00 inizia il tutto, con la moto ce la si fa, gelo permettendo. Del resto la macchina ancora non l'ho ricomprata, quindi o così o così.
Mi vesto di corsa, per fortuna m'ero docciato prima. Jeans beige, pullover a collo alto nero, Clarks, cappotto alla Corto Maltese. Informale e casual. Se po' fa'. Mi guardo, mi piaccio abbastanza (non è vero, mi piaccio tantissimo!). Come al solito ho la barba che se ne va per i cavoli suoi, idem i capelli, ma va bene così, fa molto intellettuale finto trasandato e in un posto del genere è perfetto. Tanto il casco finirà di spettinarmi, non ci perdo tempo con i ciuffi ribelli.
Arrivo sotto al parco di Lucia, che poi è anche il parco dei miei. Così, sovrappensiero, citofono per sbaglio a casa di mia madre e mio padre.
Risponde mamma.
"Sì? Chi è?"
"Uh, mamma, scusa, ho sbagliato, colpa dell'abitudine! Volevo citofonare..."
"Ma chi è?"
"Mamma, ma come chi è? Sono Jack!"
"E tu che ci fai qui a quest'ora? E' successo qualcosa? Ma hai cenato?"
"Ma sì che ho cenato, ma'... non ti preoccupare, ho sbagliato pulsante, volevo citofonare Lucia, scusami, se t'ho svegliata."
"Ahhh!! Ma uscite insieme, che bello!"
"Mamma, per favore... "
"Sì, sì, hai ragione, al citofono non sta bene parlare di cose personali... Alberto, aspetta un momento! Zitto, non sento, se tu mi parli nelle orecchie!"
"Passami papà un secondo, per favore, ma'..."
"Ok... Alberto, ti vuole Jack..."
"Uè, caro!"
"Se se... ma che uè caro? Papà, che vuoi sape'?"
"Ma ti piace?"
"Ma chi??"
"Lucia, no?"
"Ma chi se la ricorda?!"
"Guarda che è troppo bo... hmmm, boccaccia mia! Insomma, fidati di papà tuo, onora il buon nome della nostra famiglia!"
"Sarebbe a dire "trombatela!", papà?"
"Jack! Perbacco! Che modi!"
"Buonanotte, pa'... nun ce pensa'..."
"Buonanotte, buonanotte! Buona serata, divertitevi!"

Allora: io capisco che i miei genitori mi vorrebbero vedere sistemato con qualcuna che piaccia anche a loro, come tutti i santi genitori di questo mondo, ma... cazzo!!! Ho 40 anni! Certe volte proprio non c'arrivano...
Comunque, citofono a casa di Lucia. Scende in due minuti, era prontissima, non ho aspettato nemmeno un po'. 10 punti a suo favore. E' anche molto carina. Altri 10 punti a suo favore. E ha un buonissimo profumo. Ancora 10 punti a suo favore e siamo a 30, ci manca solo la lode, ma se la becca per come si regge a me sulla moto. Discreta, ma non troppo. Le mani al punto giusto, la stretta non è ostentata, ma c'è. Bene, bene, bene.
Arriviamo in questo localino, che è davvero molto insolito e accogliente. Il pianista è già seduto in postazione, prova lo strumento, le luci sono ancora alte. C'è tanta gente, ma non troppa, non si sta affogati. Vedo qualche faccia conosciuta, Lucia mi presenta al suo gruppo di amiche, scambiamo due chiacchiere e manco a dirlo, sono l'unico uomo in mezzo a cinque donne. Devo avere una sorta di santo protettore, che mi procura spesso e volentieri serate da harem, cosa che io adoro!
La serata, infatti, inizia in modo molto divertente, in quanto vengo ovviamente eletto bersaglio di battute e sfottò elargiti alla categoria "mascula". Le mie strenue difese suscitano ilarità e così, ridendo e scherzando, prendiamo degli stuzzichini e ci andiamo ad accomodare su dei divanetti. Il pianista inizia il suo show. Bravissimo. Propone una scaletta di pezzi pop-rock completamente rivisitati in chiave "classica", con arrangiamenti particolari e inattesi. Di ogni pezzo, canta solo il ritornello. Bella trovata, d'effetto. Occhi chiusi verso le luci basse, che oscillano tra il violetto/blu/rosso e tanta passione in quelle agili dita. Insomma, m'emoziona e non poco.
Lucia è molto carina, la guardo con la coda dell'occhio, ogni tanto, e mi ricordo di lei da bambina. Non è cambiata molto, ha gli stessi occhi vispi e timidi al tempo stesso; le guardo le mani e hanno di diverso solo il fatto di essere pulite e non sporche di terriccio... lei amava fare pasticci nei secchielli con acqua, foglie, terreno e semi... li chiamava "gli intrugli del professor Ghigno", ci divertivamo tantissimo a fare quelle schifezze, io ero il raccoglitore di erbe velenose, mi gasavo tantissimo.
Le sussurro nell'orecchio proprio questa cosa del professor Ghigno e lei scoppia a ridere sommessamente, posando una sua mano sulle mie. Gliela stringo, in segno di complice familiarità, come a farle capire che non la reputo un'estranea, anche se sono circa 20 anni che non si stava seduti così vicini e che non si rideva insieme di scemenze. Sto bene, mi sento libero, la testa sgombra, respiro me e la mia vera natura.
A fine spettacolo, un paio di ragazze ci portano vari calici di vino e dei tranci di buona e caldissima focaccia olio, sale e pepe. La conversazione è davvero amabile, faccio la conoscenza dell'abile pianista, mi complimento sinceramente con lui e lo invito a sedersi al nostro tavolino, anche per darmi man forte con le cinque arpie.
E poco fa sono rientrato, dopo aver riportato Lucia a casa, quasi con la sensazione di dover varcare la soglia di quel portone per me così familiare insieme a lei... e magari fare a gara per premere per primo il tasto "7" sulla pulsantiera dell'ascensore, come facevamo da piccoli, e poi salutarci con un sorriso complice fuori alle rispettive porte di casa e con il nostro solito "ci vediamo domani giù al parco, fai presto i compiti!" e congedarci, soddisfatti, e già con la testa ai giochi del giorno dopo...
Questo sì che sono io... e fa freddo, ma solo fuori.

domenica, 02 dicembre 2007

Bambini in funicolare. E' consigliato ai passeggeri l'uso di un ombrello.


Funicolare di Chiaia, ore 18:00 circa di ieri. Sono seduto nel vagone con una mia amica accanto e chiacchieriamo. Dopo un giretto di compere al Vomero, decidiamo di raggiungere gli altri per un aperitivo a piazza Amedeo. Il vagone è abbastanza affollato e tra i tanti passeggeri noto con piacere la presenza di tante mamme con bambini piccoli al seguito, tutti incappucciati e infagottati per il freddo. La mia amica ed io sorridiamo a vederli così goffi e carini, con le guanciotte rosse e le manine guantate, che hanno una presa incerta sui giochini che le mamme gli offrono, giusto per tenerli buoni.
"Che dolci, vero?" dice la mia amica.
"Sì, sì... poi così piccoli, sono veramente uno spettacolo, guarda che sorrisetti..." commento io, osservando due fratellini che si scambiano delle caramelle.
"Guarda quella biondina! Sembra una svedese, che occhioni!" mi volto e vedo una bambina veramente stupenda. In quel momento, mi si affacciano nella mente un po' di pensieri malinconici, del tipo che vorrei tanto essere il papà di una piccina dolce e coccolona, ma non si può.
"Sì, è davvero adorabile... cred