giovedì, 29 maggio 2008

Forse, il paradiso si trova a Positano o dovunque ci sia tu con me.

Comincia tutto a bordo di un taxi, all'ingresso del suo parco.
La vedo, appena il temibile tassinaro svolta l'ultima curva, lei è lì che mi aspetta, occhiali da sole inforcati e trolley stretto tra le ginocchia. Sorrido, lei mi vede sorridere nonostante il riflesso del sole nei vetri, ricambia con un saluto pieno d'entusiasmo e s'avvicina per salire in macchina. La stringo come se fosse la prima volta che la riveda dopo mesi. Ha caldo, ma la sua pelle è fresca e profumata, non una goccia di sudore sulla fronte, nonostante gli oltre trenta gradi di quel magico mezzogiorno del suo compleanno.
"Auguri, amore mio..." inevitabile un bacio, tutto sommato contenuto davanti al tassista. Appoggia la testa sulla mia spalla e mi sussurra che è felice. Le apro la portiera, la faccio salire in macchina e non mi sfugge un bel passaggio di gambe, che sbucano fuori dal tessuto svolazzante del suo vestitino fantasia. Giro attorno al "deretano" del taxi, visibilmente compiaciuto per quest'inizio compito e caldo, ed entro in macchina anch'io.
"Molo Beverello, per favore". Il tassista mugugna un sì, s'asciuga il sudore e partiamo. Il traffico di Napoli ci permette di chiacchierare sottovoce tra un clacson e l'altro, senza che il tassista ci senta. Ci vede ridere dallo specchietto, tenta di carpire qualcosa, si vede dal suo sguardo attento, ma più fa così e io più abbasso la voce, chinandomi accanto all'orecchio di Lu, che profuma di Dior.
Arriviamo al porto, trasciniamo i nostri bagagli leggeri con le ruotine che quasi s'appiccicano all'asfalto bollente e ci avviciniamo al botteghino per comprare i biglietti del metrò del mare.
"Due per Positano, grazie"
"No, dotto', nun v'e pozz' fa' mo', è ampress'..." risponde un uomo sulla sessantina, che ha tutta l'aria di un vecchio lupo di mare in pensione, ora riciclato come bigliettaio sulla terraferma.
"Scusate, ma se devo prendere il metrò delle 14.15, quando lo devo comprare il biglietto?"
"Arapimm' 'e doje manc' nu quart', mo' nun v'e pozz' rà 'e bigliett', aggiat' pacienz'..." e allora guardiamo l'orologio, è solo passata da poco la mezza e decidiamo che è presto per aspettare lì, così ce ne andiamo a mangiare in una taverna nei pressi del porto, "A taverna do' Re", dove si mangia divinamente ed è tutto molto caratteristico, tanto che per un po' ci siamo sentiti due turisti in giro per Napoli, come se venissimo da chissà quale parte lontana del mondo.
Inutile dire che un cameriere voleva proprio prenderle, con quegli occhi fissi sulle gambe della MIA donna. Roba da matti, certa gente non sa manco guardare, e per tutta risposta io ho guardato lui con occhio torvo finchè non ha smesso di fare l'idiota, tanto che due sono le cose: o mi ha scambiato per un serial killer pronto a tutto oppure mi ha preso per una checca innervosita dal fatto che lui stesse guardando le cosce di lei e non le mie. Comunque, ha smesso, questo è l'importante. Mangiamo, pieni di entusiasmo per questo suo compleanno finalmente festeggiato insieme, io che per anni mi ero sempre chiesto, da ragazzo, quando fosse e non avevo mai avuto l'opportunità di chiederglielo, anche solo per regalarle un semplice sorriso, quando più di tanto non mi era concesso. Pago, la raggiungo e ce ne andiamo a piedi, sotto un sole che squaglia, al porto, sul lato opposto della strada. Il botteghino è finalmente aperto. Davanti a noi, una coppia di turisti, che parlano un inglese maccheronico, ma mai quanto lo è quello di risposta, che ricevono dal vecchio lupo di mare e dal suo giovane assistente bigliettaio, un ragazzo con la faccia da scugnizzello, che per partito preso non conosce neanche mezza parola di inglese.
"Positano, luggages, telephon... dove?"
"Che stat' dicenn', signo'? You Positan?" dice lo scugnizzello bigliettaio, che togliendo la "o" alla fine di "Positano" crede d'aver risolto il problema della lingua.
La signora ha la erre moscia e comincio a pensare che sia francese, dato che non sfoggia un inglese dei migliori. Lucrezia mi guarda e mi esorta ad intervenire, allorchè il dialogo tra i tre si fa sempre più contorto e il marito della francese gronda di sudore come un pachiderma in una sauna.
"Can I help you, madame?" e guardo il lupo di mare, dicendogli con il labiale "m'o veg' je, nun t' preoccupa'...", che non è francese, ma napoletano, e vuol dire "me la vedo io, non ti preoccupare".
La signora francese s'illumina in volto, appena si ricorda di essere ancora in Europa, trovando qualcuno che parla un minimo di "english koiné", la cosiddetta lingua comune che già molto saggiamente volevano imporre gli antichi greci al mondo di allora.
Mi spiega ciò che le occorre, incartandosi con le parole, al che le chiedo se sia francese. Mi risponde "oui!" e da allora parliamo nella sua lingua. Per fortuna, non mi sono incartato e così Lu mi ha guardato con gli occhi a cuoricino durante tutta la conversazione turistica, finchè dopo...
"Bravo, chi se l'aspettava che parlassi francese... sei pericoloso, tu, all'estero, guai a te se parti senza di me, capito? Chissà che combini..."
"Chi? Io?!? Ma scherzi? Mai fatto conquiste all'estero..." e scoppiamo a ridere tutti e due, un po' per le facce che facciamo, la mia di un finto serio davvero poco credibile e la sua di uno stupito allibito che fa sbattere a terra dalla simpatia, lei che fa smorfie tipo i fumetti e potrebbe anche non parlare, certe volte, tanto è chiaro ciò che i suoi occhi e le pieghette del volto vogliono esprimere.
C'imbarchiamo e il metrò del mare è quasi vuoto, si sta una meraviglia.
"Andiamo su, all'esterno, il mare è calmo, sarà bellissimo..." e portiamo i nostri trolley al piano superiore interno, pensando che l'uscita per il ponte esterno sia da lì. E, infatti, ci sono delle porte.
Mi avvicino ad una di loro, dopo aver sistemato i bagagli, e tiro con forza. TUNF!! TU TUNF!!
"Non si apre, ma che è?" TUNF!!!! E dò una strattone ancora più forte. Poi, guardo la porta e in alto leggo "Porta a chiusura stagna. Apertuta bloccata". Risate. Praticamente stavo staccando la maniglia e probabilmente a furia di strattoni mi sarei ritrovato in mano tutto il traghetto, ma la porta sarebbe rimasta lì, immobile!
"Credo proprio che si salga da giù..." dico con aria imbarazzata, mentre Lu ride come una scema.
Scendiamo, lasciando i bagagli al piano di sopra, che è praticamente tutto per noi.
Finalmente arriviamo all'esterno e ci accomodiamo al sole. Con noi, solo una coppia di tedeschi, ognuno per i cazzi loro (molto innamorati!), una ragazza spagnola con le cuffie nelle orecchie, che ha canticchiato pezzi di Ricky Martin tutto il tempo e un signore sulla trentina tutto vestito da lavoro. Il sole picchia in testa, ma appena il metrò si allontana dal porticciolo, un vento bellissimo ci rinfresca, tutto profumato di salsedine. Accanto a noi il Vesuvio, dall'altro lato Capo Posillipo, Procida e Ischia, di fronte a noi, seduti contro marcia, il golfo di Napoli che si allontana, e alle nostre spalle la Penisola Sorrentina e Capri, che si avvicinano sempre di più.
La traversata è stata meravigliosa, ci siamo detti cose che forse erano ovvie tra noi, ma che dette in quel modo e in quel luogo hanno lasciato il segno nel cuore; e dopo la seconda fermata in quel di Sorrento, sono saliti un bel po' di turisti, tra cui una famigliola tedesca con tre bambini, uno di questi letteralmente stupendo, un bambolotto... ma di uno scassacazzi pauroso!!!
Aveva un cappellino in testa, un capoccione tondo tondo e migliaia di biondissimi capelli ad incorniciare quel volto di poco più di un anno di vita, illuminato da due occhioni azzurri da accecamento. Piangeva, insofferente per il cappellino, e lo lanciava a terra di continuo per fare dispetto alla mamma. Gliel'ho raccolto io, ad un certo punto; gliel'ho messo tra le manine e lui zitto, mi guardava con aria tipo "machiseituuomonerocheccazzovuoi"; ha preso il cappellino e dopo un attimo FIUM!! l'ha buttato di nuovo per terra. La mamma, disperatissima, "I'm sorry".
Le sorrido, riprendo il cappellino sotto l'occhio vigile del biondissimo marrano, e glielo rioffro, ma... mentre lui sta per prenderlo con l'aria di chi pensa "tanto ora te lo butto per terra di nuovo, cretino", io tiro indietro di scatto il cappello e me lo piazzo in testa, facendogli una linguaccia.
Il bimbetto sgrana gli occhi e dice "Uhhhh!!!", come a dire "mamma, guarda 'sto mariuolo, s'è preso il mio cappello che volevo lanciare in aria altre trecentomila volte!". E tende le manine verso la mia testa, perchè lo vuole indietro. La mamma ride, divertita, Lu mi dice di non farlo troppo indispettire, se no piangerà di nuovo, mentre io le dico "lascia fare, conosco il tipetto, se lo accontenti, uno così, è la fine". Chiedo alla mamma se posso continuare a giocare e lei, che si stava esaurendo, pur di liberarsi un po' del bimbo diavoletto, acconsente molto soddisfatta e con aria di sfida mi dice "let's see what you're going to do..." e mi guarda con attesa.
Il piccino, tale Andreas, si lancia per terra, camminando tutto storto per cinque o sei passettini, sfidando le onde del mare, e mi si aggrappa forte alle ginocchia, protendendo le mani verso il cappello e dicendo "Ahhhh!! uhhhh!! MHMHMHM!!" che nella sua lingua voleva forse dire "Stronzo di merda, dammi il cappello mio!". Linguacce di risposta e un po' di solletico da parte mia. Finalmente il piccolo ariano ride. Mi si arrampica in braccio, mi stacca pure un bottone dalla camicia per appendersi e per un niente non se l'è mangiato, gliel'ho levato di mano al volo.
"E' kakken, qvesto non si pappen!" gli dico in tedesco maccheronico, ma il dito alzato che dice "NO" è internazionale per fortuna, molto meglio del mio "kakken", e il piccolo Andreas mi ridà il bottone. Poi, comincia a darmi i pizzicotti sulla faccia e a tirarmi i peli del pizzetto, a torcermi il naso, a graffiarmi le orecchie con quelle manine paffute dalle unghiacce affilate.
"Ouch!!" mi fa una frittata di palle con il piedino. Le ha prese per uno scaletto della Foppapedretti e ci sale su per raggiungere il cappello. Mi butto indietro con la testa per non farglielo prendere e che succede? SBONG!!! Capocciata sulla testa di una vecchia signora a metà tra il panzer e il frou frou, anche lei tedesca. "Ops, I'm sorry! Excuse me!" e lei "Ja, ja, no problema, carino omo latino" e Lucrezia "Madonna mia, devo stare attenta pure alle vecchie SS!!" e mentre io faccio il cretino vanesio per farla ingelosire riguardo al mio fascino interplanetario (!!!), Andreas si frega il cappello e se lo mette in testa, urlando per attirare la mia attenzione.
Ride, il caciuttiello perfido.
"Che te ridi?? Che te ridi????" e più gli dico così, più si spanza dalla risate. La mamma applaude, dice che sono un perfetto babysitter e mi chiede se io intenda trasferirmi a Colonia come ragazzo alla pari. Arriva il padre, poi, uno spilungone di due metri, che con aria seriosissima mi prende il bambino di dosso e se lo porta, con il risultato che Andreas scoppia a piangere e non la smette più. Dopo una mezz'ora, però, lo vedo dall'altro lato delle panche correre a quattro zampe in mezzo ai passeggeri, finchè trova un varco e torna da me, dando un urletto allegro e soddisfatto "TAAAAAHHHH!!!!!" del tipo "Sono tornato, ce l'ho fatta!". Mi molla un paio di schiaffetti sulle cosce, giochiamo al ragnetto che gli fa il solletico e poi lo riporto alla mamma, prima che lui si faccia un altro giretto esplorativo e finisca a mare.
Il saluto, stavolta, è senza traumi, perchè da lontano ci facciamo le pernacchie. Insomma, mi sono fatto un piccolo amichetto a Colonia.
Arriviamo finalmente a Positano, salutando da lontano i Faraglioni di Capri e l'arcipelago de Li Galli.
Positano è meravigliosa. Piena di turisti, acqua cristallina, profumo di fiori dappertutto e colori sgargianti di vestiti fatti a mano, sandali e borse. Una decina di porter ci offrono di salire sui loro carretti elettrici per evitare le salite e le scale tipiche del luogo, ma Lu ha voglia di camminare per gli angoli nascosti del paesino e così rifiutiamo e ci incamminiamo per le viuzze piene di negozi.
Assetati come due cammelli, alla fine della camminata, ci rifocilliamo in piazzetta con due megacedrate con fettona d'arancia e ghiaccio in abbondanza.
Scorgo un taxi, un enorme jaguar, e penso "Cazzo, uno ha un Jaguar e lo fa diventare un taxi???" e mi avvicino al tassista per chiedergli quanto disti la strada dell'albergo dalla piazzetta.
"Quale albergo?" mi chiede.
"Il Posa Posa" rispondo.
"Ah, certo, guardi lassù, lo vede?" e mi indica la struttura dell'albergo in cima ad una collina che scende a picco sul mare. Capisco che di certo non ci si possa arrivare a piedi.
"C'è la navetta che passa ogni mezz'ora, ferma proprio là sotto" dice il tassista e questa frase m'è sembrata così corretta da parte sua, che a quel punto ho deciso di volermi fare accompagnare da lui. E bene abbiamo fatto a far così, perchè c'era un bel pezzo di strada da fare e in navetta ci saremmo squagliati di caldo.
Arriviamo al Posa Posa intorno alle 16.30. L'albergo è un incanto, l'accoglienza è esemplare.
Un simpatico cameriere somigliantissimo a Giancarlo Magalli ci porta in giro per l'albergo, per farcelo vedere, cosa che non m'è mai capitata in tanti anni di viaggi. Ci mostra la terrazza del ristorante, il solarium, i saloncini e poi ci porta nella nostra suite. Ci chiude la porta alle spalle con un sorriso estremamente sornione e se ne va.
Lu mi abbraccia fortissimo, quasi non mi fa respirare.
"Ce l'abbiamo fatta, siamo lontani da tutti, mi sembra di essere fuori dal tempo qui... sarà il compleanno più bello di tutta la mia vita...". Ci stringiamo. Sono così felice di stare dove sono proprio con lei, che quasi non mi sembra vero. Tiro fuori dalla valigia tutti i miei regali per lei. Li spacchetta con mani tremanti e ad ogni regalo mi dice "tu sei pazzo... come facevi a sapere che volessi questo?". Eh, come facevo... è una vita che ti scruto, bella mia! Non so quante volte ho desiderato farle un regalo, farle vivere un sogno in cui ci fossi io al suo fianco; e ora credo proprio di poter dire che ce l'ho fatta.
La stanza è splendida e ha una vista sul mare che toglie il fiato. E poi il fiato me lo toglie lei, con i suoi baci, le sue mani, il suo corpo.
Un po' di censura non guasta, andiamo avanti!
Decidiamo di fare una passeggiata prima di cena, ma ormai i negozi sono chiusi; diciamo che abbiamo perso la cognizione del tempo? Ed è proprio il tempo che abbiamo beffato, quella sera. In genere abbiamo sempre le ore contate, io per via di mio figlio, lei per altro, ma stavolta il tempo se n'è andato al diavolo, giorno e notte tutti per noi.
Per le vie di Positano c'è un allegro e romantico silenzio, fatto di turisti discreti, che passeggiano mano nella mano o coccolando le loro macchine fotografiche, per catturare gli scorci migliori da portare in giro per il mondo, di ritorno verso i loro paesi. Perchè Positano resta nel cuore, ha una magia d'altri tempi, è come se si tornasse a vivere in quelle atmosfere da film anni '60, un po' stile "scandalo al sole", dove tutto è colorato di tonalità eleganti, vere, profonde e naturali.
La strada, poi, è inondata dal profumo dei gelsomini, che s'arrampicano sui muri di tante villette e danno sfoggio di sè nell'aria fresca della sera, mentre da una chiesetta vengono fuori le note praticamente perfette per intonazione di un gruppo di coristi che si esercita.
Mi sono sentito, in quel momento, l'uomo più felice della Terra, stringendo a me la mia donna, l'unica che davvero sa io chi sia, l'unica che l'abbia capito fino in fondo e che di me sa tutto.
Ed eravamo in tre, risalendo verso l'albergo per la cena: Lu, Amore ed io. La felicità.
Abbiamo cenato sulla terrazza a mare dell'albergo, tavolo riservato nell'angolino più panoramico e appartato, luci tenui e una candela ad illuminare il tavolo, sistemata in un piccolo bouquet di fiori freschi. Giancarlo Magalli de noantri ci accoglie con la sua semplice eleganza e ci consiglia i piatti più gustosi del giorno, nonchè il vino da abbinare, lui che decanta le sue doti da sommelier con una genuina simpatia. Linguine agli scampi e frutti di mare al cartoccio, grigliata mista di pesce, insalatina mista alla julienne con fiocchetti di patate, fragoline all'arancia e torta (buonissimissima!) ai frutti di bosco con spuma di cioccolato fondente. Un ottimo e fresco Greco di Tufo (inutile dire che la bottiglia l'abbiamo fatta fuori tutta!) e la cena è stata veramente perfetta, quando all'improvviso si sono liberati gli ultimi due tavoli occupati e abbiamo avuto la terrazza tutta per noi. Giancarlo Magalli ogni tanto veniva a versarci il vino e ad accertarsi che fosse tutto a posto, intrattenendosi per veloci chiacchiere con noi, raccontandoci delle sue molteplici doti di musicista, sommelier, pittore, nonchè sub. Insomma, una personalità interessante, che per rimanere a Positano a lavorare, nella sua terra e vicino ai suoi cari, si è messo a fare il maitre al Posa Posa, mettendoci tutta la passione che avrebbe messo in altro, così diceva.
Ci chiede se gradiamo la musica in sottofondo, un piacevole cd di jazz, che sebbene non sia esattamente il mio genere, va benissimo per l'occasione. Spegne un paio di luci, poi.
"Se non gradite altro, vi lascio soli, buona serata..." e va via, lasciando a nostra completa disposizione il terrazzo dell'albergo.
In cielo un'infinità di stelle, il profumo del mare sotto di noi e tante piccole lucette nelle case intorno, in un silenzio surreale d'altri tempi. Balliamo, stretti e felici, senza dire una parola, ma entrambi con il sorriso che si staglia sui volti appagati, che nascondono corpi ancora desiderosi di giocare per tutta la notte. Beviamo gli ultimi sorsi di vino appoggiati alla ringhiera, poi il suo décolleté... mi distrae.
"Che guardi, marpione?" mi provoca, sorridendo.
"Le... colline di Positano..." e mi giro da un'altra parte, per darmi un finto tono serio. La sua mano nella mia camicia.
"Ti sta bene questa giacca beige... ma stai meglio senza..." ARGH. In un attimo ho visto tutta Positano in fiamme al pensiero di quello che avrei voluto farle in quell'istante.
"Anche tu stai benone con quel vestito color pelle..."
"Dici quello aderentissimo e quasi invisibile?"
"Sì, proprio quello, è all'ultima moda, complimenti..."
"Sì, sai... l'ho comprato in una boutique milan..." e prima che finisca di fare la scema, le stampo un bacio pazzo per zittirla.
"Andiamo in camera..." mi risponde con un bacio sul collo.
L'aspetto fuori al terrazzino, mentre lei si prepara per la notte, e mi viene un'idea. Corro giù alla reception, mi faccio dare un materasso piccolino aggiuntivo, quello per bambini; dò una bella mancia al povero cristo del fattorino, che ho fatto svegliare all'una di notte, e metto il materasso sul lettino prendisole che sta fuori al terrazzino. Strappo quasi il copriletto dal letto e lo metto sul materasso all'esterno. Mi chiudo fuori, serrando le imposte.
Lu esce dal bagno, la vedo dalle fessure. Accende una lucetta, io che avevo spento tutto, e rimane ferma, immobile, con aria spaventata.
"Amore? Dove sei? Ti sei nascosto? Dai, tesoro, per piacere, esci, lo sai che non mi piacciono questi scherzi, non mi far spaventare..." ma io nulla, zitto.
"Amore! Lo so che sei dietro al letto, esci fuori, ti ho visto!" e io penso "Come no, m'hai visto, tant'è vero che sto fuori, non dietro al letto, pollastra!".
"Ok, resta pure nascosto, tanto finchè non esci io non mi muovo da qui" e assume un'espressione spaventatissima, allorchè comincio a muovere le imposte da fuori, che tra l'altro s'erano pure incastrate.
"Amore! Fuori c'è qualcuno, esci!! Non fare lo stupido, sta entrando qualcuno da fuori!" e a quel punto riesco ad aprire le imposte e lei "AHHHHHHHHHHHHHHHH!!!! AIUTOOOOOO!!" e non sto a dire quanto io abbia riso, quando lei ha detto dopo l'urlo "Ma scusa, tu che ci facevi fuori?!?!? Non eri sotto al letto?!? E chi c'è sotto al letto?!?!". Dopo averla presa in giro a dovere e tranquillizzata, me la sono presa in braccio e via, fuori, sul nostro letto improvvisato sotto le stelle.
Ci siamo avvolti in un lenzuolo, illuminati solo dalle lucine delle case sulla collinetta e dal bagliore di Venere, e siamo stati lì per ore, coperti solo da un sottile strato di cotone bianco. Il paradiso.
Prima dell'alba siamo entrati di nuovo in camera, stretti sul nostro letto, come fosse la nostra prima notte di nozze. E ce lo siamo detti, un po' per gioco, un po' davvero, che avremmo tanto voluto che fosse davvero così, lei mia moglie, io suo marito; ma nessuno ci ha impedito di giocare ad esserlo. Abbiamo visto l'alba, dormendo solo mezz'ora in tutto, e la mattina, tra il mini Pinot che era nel minibar e una lattina di Fanta, abbiamo brindato al nostro primo risveglio insieme.
Qualche lacrima di emozione le ha bagnato le guance, i miei baci gliele hanno terse, mentre cercavo di non crollare emotivamente anch'io, per quel senso di nostalgia di una notte da sogno appena finita.
Ci siamo coccolati fino all'ora di colazione e poi siamo andati di nuovo nella terrazza ristorante, tavolino all'ombra poco distante dal tavolo dei sogni della sera prima, e abbiamo divorato la colazione con una fame da lupi, dopo aver passato la notte sempre svegli, tra baci, discorsi scemi e seri, giochi e amore.
E andiamo a mare, dopo aver lasciato i bagagli alla reception, dove ho abbondantemente provolato una signorina per far sì che ci riservasse la camera anche per il pomeriggio, giusto per cambiarci dopo il mare (e infatti, dopo qualche piccola storiella del tipo "non credo si possa, non saprei, le dirò..." la stanza ci è stata data! Ecco a cosa serve fare dei complimenti galanti buttati al momento giusto!). Usciamo e prendiamo la navetta per andare in piazzetta.
Vedo un negozio bellissimo di vestiti tipici positanesi e decido a tutti i costi che Lu ne deve scegliere uno che le piaccia. La trascino nel negozio e la gentilissima commessa si mette a sua completa disposizione. Le fa provare un paio di vestiti e al terzo... BOOM! Colpo al cuore. Esce dal camerino con un vestito nero tutto traforato, che scivola sui fianchi a perfezione, che è la fine del mondo. "Questo! Questo!" dico io con il labiale, annuendo come un cretino con il rivolo di bava alla bocca. Adocchio una borsa del mare bellissima e sapendo che lei l'aveva dimenticata, chiedo alla signorina di mettermela in una busta a parte e la pago prima di nascosto.
Pago, poi, il vestito e usciamo dal negozio, dopo che io avevo attaccato bottone con la commessa, che si era dimostrata molto complice nell'aiutarmi a camuffare la borsa del mare e che per questo mi ha salutato con tanta simpatia.
"La vuoi finire?"
"Di far che?"
"Di far lo scemo con le donne"
"Ma quando mai, tesoro, non ho fatto mica lo scemo..."
"Ma se t'ho sentito dal camerino che le hai detto che era in splendida forma?"
"Vabbe', ma si dice per carineria, no?"
"Per carineria sai che potrei fare?"
"Cosa, cara?"
"Spaccarti la faccina, gioia"
"Ah, che tesoro..." e SBAM! Mi arriva una pacca dietro alla schiena bella forte.
"Uh! Non ho comprato la borsa del mare, come faccio a mettere le mie cose in spiaggia?"
"Sei sempre la solita sbadata..."
"Torniamo indietro, c'erano in quel negozio, erano carine..."
"No, no, dai, ormai siamo già quasi arrivati, chi ce la fa, è tutto in salita a tornare..."
"E dai, amore, non fare il pigro odioso, che ti costa..."
"No, la prossima volta impari, mi annoio di risalire, andiamo"
"Ehi, ma che ti prende?"
"Niente, andiamo" faccio io con aria insolitamente burbera e seccata, anche perchè non mi rivolgerei mai così a lei.
"Sei proprio insopportabile"
"Sì sì..." e allungo il passo.
"Almeno aspettami, no??? Ma che hai???" e corro sempre di più, fino a sparire dietro un angolo. Tiro fuori dalla busta la borsa del mare di stoffa colorata e me la ficco in testa, a mo' di cappello da jolly. Esco fuori dal vicoletto e le blocco il passaggio, saltellandole incontro, mentre due bambine sedute su dei gradini mi guardano e si sganasciano dalle risate "guarda quello con la borsa in testa!! Puahahahuhahuah!".
Lu comincia a ridere e me ne dice di tutti i colori, aggiungendo che c'aveva pure creduto a quel mio modo di fare così brutto e antipatico. Per punizione, ovvio, me la bacio per tutto il tragitto fino alla spiaggia, travolgendo pure un povero cagnolino, che per un pelo non mi ha azzannato la caviglia con cui gli ho fatto lo sgambetto.
Finalmente in spiaggia... il mare è grosso, ci sono dei cavalloni fortissimi e l'acqua è fredda, ma è limpidissima e invoglia. Entriamo in acqua e alla terza onda forte, Lu mi finisce addosso e la reggo, ma alla quarta onda finiamo in acqua tutti e due e la forza del mare ci spinge prima a riva e poi ci risucchia indietro al largo. Riprendo il controllo della situazione e l'acchiappo in vita.
"Guarda che se mi molli, il mare ti porta via, patata che non sei altro..."
"E' arrivato Massimiliano Rosolino dai 100 metri a stile libero... tsk..."
"Senti, bella, vuoi vedere che t'affogo?"
"Vediamo, scemo!" e comincia una lotta impari, perchè l'infame mi molla i calci sott'acqua a rischio frittata di palle! Così mi arrendo per un attimo, ma poi con la mia infallibile mossa piovra la distruggo, di baci, ovvio, me l'avvinghio addosso e me la porto a riva così, tipo mamma canguro con cangurino al collo. Ci stendiamo lì a prendere il sole e la faccio arrabbiare di continuo con qualche commentino idiota sulle signorine straniere in costume, ma lei ricambia ogni volta che passa qualche gnocco americano con la tavola da surf, manco fossimo in California o in Florida. Esaltati, tsk. Sì, ok, ok, sono geloso!
Verso il primo pomeriggio, decidiamo di mangiare un boccone leggero prima della partenza e ce ne andiamo in un ristorante carinissimo, che sorge sopra ad una specie di fonta d'acqua, dove in antichità c'era un mulino. Unica pecca, i camerieri completamente lobotomizzati e rattusoni. Li avrei uccisi.
Torniamo in albergo, ci cambiamo nella stanza che ci era stata lasciata a disposizione dalla simpatica receptionista e ci avviamo lentamente all'imbarco del metrò del mare. Siamo un po' in anticipo e ci mettiamo a chiacchierare accanto ad un pittore, che stava dipingendo la baia, a cui ovviamente diamo confidenza, essendo, lei ed io uno più chiacchierone dell'altra.
Con tutta calma, poi, andiamo al molo per fare il biglietto, quando un donnone sui 100 kg ci dice che il metrò non parte con il mare grosso. Azz!
Per un attimo esultiamo entrambi, che ci sentiamo come bloccati nel paradiso terrestre, poi lei si ricorda che il giorno dopo deve per forza stare a scuola, perchè ha le ultime interrogazioni da fare prima che le classi si ritirino. In quel momento ho odiato i suoi alunni, ma a quel punto serviva trovare subito una soluzione alternativa. Andiamo all'ente turismo. Spiego la situazione alla zizzonissima signorina, tutta scollata e provocante. Lu la guarda con odio, io non proprio con odio!
La zizzacchiona ci aiuta a trovare una soluzione. Ci indica un percorso lungo ed economico, fatto di pullman e circumvesuviana da Sorrento, e poi ci dice "e se, invece, volete fare una pazzia, vi chiamo un transfert e vi faccio portare a Napoli in un'ora e mezza" e facciamo 'sta pazzia, tanto ormai il clima da salasso continuo di Positano mi era entrato dentro e niente più avrebbe spaventato il mio bancomat intrepido. Per addolcire la delusione di non aver potuto fare di nuovo il tragitto in mare, urge un gelato al gusto di... hmmmm... anguria, mandorla e pistacchio! GO-DU-RIA!
Il ritorno in taxi va liscio, sebbene con un pizzico di malinconia per l'avvicinarsi del distacco. Lu si addormenta sulla mia spalla, come fosse una bambina, e in quel momento ho creduto che il mondo fosse l'abitacolo di quel pullmino Mercedes, escluso l'odiosissimo autista signorsotuttoiodellestradedinapolianchesesonodipositano.
La lascio sotto casa e lei mi chiede di non accompagnarla fin su, altrimenti non riuscirà a farmi andar via. Non insisto, perchè so anch'io che se salgo, è la fine, non torno più a casa e invece ho la mia peste che m'aspetta.
Ho mandato via il taxi e me la sono fatta a piedi, trolley al seguito, perchè avevo bisogno di star da solo e di riflettere un po' su tutto quel che era successo. So che sono innamorato, so che sono destinato a soffrire per quest'impossibilità di costruire qualcosa di solido con lei, ma so anche che non potrei mai rinunciare a tutto questo, perchè per la prima volta nella mia vita credo d'aver trovato una donna capace di entrarmi dentro senza invadermi. E questo è il massimo che si possa desiderare dall'amore: condivisione totale e rispetto totale, conditi da una passione che non ha confini.
Arrivo a casa, busso alla porta e mi apre un mostro verde e fucsia con in testa delle palline bianche.
"Papi, arrrrrrrrrggghhhhh!! Ti mischio il pruritooooo!!!"
"Ciao, pazzo! Che prurito? Che hai?"
"Ma no, papi, guardami! Ti piace la mia maschera da mostro dei pidocchi? Te li posso mischiare? Dopo ti gratto io la testa, giuro..." come se quei pidocchi di carta davvero facessero effetto...
"Ok, se mi gratti tu, si può fare... "
"Evvai!!! PSSSSSSSSSS!!!! Attaccatelo!!!!" e mi lancia addosso una manciata di palline di carta, che mi si infilano dappertutto, tra i capelli, nella camicia, nelle scarpe... insomma, è sempre il mio solito, piccolo folle...

venerdì, 16 maggio 2008

Le pubblicità scatenano veri e propri drammi familiari...

Avete mai visto un bambino che gioca con gli assorbenti?
Io sì, qualche giorno fa.
Dove? In casa mia.
Chi è? Ovvio, mio figlio.

Sto steso sul divano a leggere, quando ad un certo punto, dopo l'ennesimo "GNEUUUUUUUUUNNNN" ad alta voce, vedendolo sgattaiolare avanti e indietro per il corridoio, mi alzo un po' e sto a guardare.
Noto mio figlio che corre con qualcosa di strano in mano, che ha le sembianze di una navicella.
"GNEEEEEUUUUUUUUUNNNNNN!!! FOUUUUUUUUUUUU!!!"
M'incuriosisco.
"R., che stai facendo?"
"Sto giocando, papi!"
"E a che giochi?"
"Alle navicelle!"
"Che navicelle? Fammi vedere un po'..." chiedo, incuriosito dal tono di voce non proprio innocentissimo.
R. saltella come al solito e mi lancia una delle sue "navicelle" addosso, ad ALI SPIEGATE.

"Assorbenti?!?!? Ma che sei scemo?"
"Papi, ma in tv hanno detto che hanno le ali e allora io e Gigio abbiamo pensato che volano meglio degli aeroplanini di carta!!!"
"Voi non siete normali..." e dire che dovrei saperlo già da un po', ma sorvoliamo.
"Guarda come vola bene!" e lo lancia fuori alla finestra.
"NOOO!!!" troppo tardi.
"Uh, papi, è caduto giù!" e giù abitano 5, dico CINQUE, ragazze, che non sto a dire che faccia abbiano fatto quando hanno trovato nel loro giardino un assorbente con sopra disegnati la bandiera degli USA e gli stemmi dei marines.
"Papi, e ora chi mi prende la mia navicella?"
"E te la prendi tu, bello mio, io 'ste figuracce non le faccio, chiama le ragazze e fattela lanciare su".
Non l'avessi mai detto.
"Ragazzeeeeeeeeeeeeeee!!!" urla il criminale da sopra.
Esce una di loro, che inizia a ridere come una pazza, dopo aver capito la richiesta. Mi chiama. Mi sfotte. Divento viola.
Volevo sprofondare.
Vado in camera di R. e trovo altri quattro assorbenti tutti dipinti con colori sgargianti, sistemati sotto al letto, che era diventato nel frattempo un hangar.
Lo guardo come a dirgli "tu sei da ricovero". Mi risponde con un faccino angelico da strozzarlo, poi scappa e va a saccheggiare la credenza in cucina, che manco un topastro.
Ora, ditemi: dovrei rassegnarmi o c'è ancora qualche possibilità di recupero con mio figlio?!?

venerdì, 22 febbraio 2008
Dovrei andare a letto, ma non ci riesco.
Una strana inquietudine mi scoccia, stanotte, non so che voglia da me.
Ho perso l'eclissi, ieri. Ho perso anche la Luna, forse.
Chissà se la Luna sa leggermi ancora.
Succedono tante cose tutte insieme, in certi periodi, e in altri, invece, vorresti una novità, una briciola di novità, e non arriva nemmeno a pagarla. Perchè cazzo deve andare così, non l'ho mai capito. Sarà sempre per il principio "o tutto o niente", ma in fin dei conti va bene così, io ragiono da sempre in questi termini.
O tutto o niente. Da un lato ho tutto, ora, e dall'altro ho niente, m'è rimasto niente.
Sta andando avanti un bel progetto in cui mi sono tuffato. Da qualche giorno, io e mio fratello siamo ufficialmente soci in affari. Speriamo bene, ci crediamo in questa cosa, ed è motivo di unione dopo tanti screzi. E, oggi, mi arriva una mail davvero inattesa, da parte di una donna che per me è stata molto importante, un pilastro di fascino e simpatia. Se mi leggi, lo sai che ce l'ho con te, non ho avuto nemmeno la prontezza di risponderti, poco fa, mi sono appisolato per un po' sul divano e ora eccomi qui, provo a risponderti con un abbraccio nella notte.
Veltroni caccia De Mita. E fa bene. E anch'io caccerò la gentaccia che mi sta intorno, serve aria nuova.
Domani... anzi, tra un po'... conferenza alla Feltrinelli, ci sarà anche lei. Ci rivedremo, finalmente.
Ho quasi paura di tutta quest'emozione che provo nell'attesa, mi sa che sarò insolitamente imbranatissimo.
Pare che mi stia cominciando a venire sonno, me ne vado a dormire, prima che mi passi, sorridendo per un paio di frasette di R., stasera, a tavola.
"Papi, voglio un altro po' di pasta con le zOcchine..."
"Si dice zUcchine"
"Con la ZU?"
"R., ma non esiste mica la lettera ZU, parla bene"
"Come zucculoni?"
"R.!!! Ma dove le senti 'ste parolacce!"
"L'ha detto Ciro"
"E chi è Ciro?"
"Il bidello"
"E a chi l'ha detto?"
"Alle maestre, ha detto che sono tutti zucculoni che se la tirano"
ARGH.

Ma che personcina amabile deve essere, questo Ciro, eh...
mercoledì, 20 febbraio 2008

"Dans ma maison tu viendras
Je pense à autre chose mais je ne pense qu'à ça
Et quand tu seras entrée dans ma maison
Tu enlèveras tous tes vêtements
Et tu resteras immobile nue debout avec ta bouche rouge
Comme les piments rouges pendus sur le mur blanc
Et puis tu te coucheras et je me coucherai près de toi
Voilà
Dans ma maison qui n'est pas ma maison tu viendras."

(Dans ma maison - Jacques Prévert)

Racconto e mi racconto tanto, in questi giorni. Lo faccio scrivendo, anche se qui ci finisce solo una minima parte di quel che scrivo nelle mie notti insonni e inquietantemente felici.
Avrei bisogno di parlare, me ne accorgo; ma non è facile. Temo, a volte, di risultare troppo pressante, di dire troppo, di dire troppo poco, ho perso un po' la fiducia nelle persone che si dichiarano "schierate" al mio fianco e, poi, nel bel mezzo della battaglia, quando sto per vincere, mi lasciano solo. Mica è capitato una sola volta, tutto questo; dovrei essere vaccinato, eppure non è così, ogni volta è uno strappo. Forse, ho nel dna il destino del condottiero solitario? Le guerre, belle o brutte che siano, le devo affrontare da solo, godendo i frutti della vittoria in gloriosa solitudine o leccandomi le ferite sanguinanti per la sconfitta in un silenzioso e malinconico vuoto? Non lo so, eppure so che mi piacerebbe tanto poter condividere con qualcuno che davvero mi voglia bene questo mio periodo pieno di emozioni, emozioni fuori dal comune.
Il punto è che, probabilmente, ma di questo non ne sono, poi, così certo, sono stato io stesso ad allontanare le poche persone che avrebbero potuto starmi accanto, anche solo per ascoltarmi dieci minuti, per farmi dare sfogo ai miei deliri di felicità, di frustrazione, di paura, di armonia. Li abbiamo tutti, credo, e li ho anch'io, non vedo perchè non dovrei. Se l'allontanamento è stato causato da me, l'esame di coscienza è sempre in corso, non nego mai le mie responsabilità; ma se l'allontanamento è dovuto all'incapacità di relazionarsi con questo "diverso" me, allora sinceramente non so proprio che farci, sta alle persone che hanno scelto di camminarmi lontano capire cosa vogliano davvero.
C'è chi è andato via, sbraitando e facendomi sbraitare per la rabbia e l'incredulità; c'è chi, invece, formalmente c'è, ma di fatto non c'è più come prima, perchè un muro di sottile ghiaccio ci divide; c'è chi c'è, anche se poco gradito, e non fa troppa differenza per me che sia presente o meno; c'è chi, invece, a sorpresa si è mostrato presente con allegria, condividendo pensieri intimi, giochi, prese in giro, come se si fosse amici da sempre, eppure non è così... ma le probabilità che un rapporto che nasce bene si evolva ancora meglio sono tante e io ci spero; e poi c'è chi è troppo preso dai fatti propri per ricordarsi che esisto, ma queste persone hanno tutta la mia comprensione, perchè sono fatto anch'io così: prima io e poi gli altri; vale, dunque, il viceversa.
Chi mi resta? Mi resterebbe la mia SpiritoLunare, incredibile nipotina dalle mille facce, ma ha tanti di quei casini pure lei, in questo periodo, che ci manco solo io con i miei racconti; ha già il suo bel da fare e ce la sta mettendo tutta, io posso aspettare; e, poi, c'è R., il mio tesoro di bambino pestifero.
Quanto parliamo, lui ed io... di tutto, velatamente gli confido anche i miei segreti e lui, che capisce che gli stia dicendo qualcosa di molto serio, fa il faccino concentrato e dopo magari mi lancia pure qualche perla di saggezza. Ci coccoliamo un po', la sera, quando sono a casa e non ho ancora voglia di aprire i libri per studiare, per preparare questo benedetto congresso scozzese, che mi sta facendo dannare, ma che spero mi darà soddisfazioni; ci teniamo stretti stretti, mentre parliamo della nostra doppia vita su Marte, giocando con la navicella che gli ho regalato a Natale... naturalmente, quella nera dei cattivi la sto usando sempre io, come avevo pronosticato.
Quando si diverte molto, all'improvviso mi urla, per scacciare l'emozione, "Papi, ti voglio bene benissimo!!" e mi abbraccia, ridendo forte, di una risata impacciata e timida, perchè quasi si vergogna dello slancio affettuoso che non è riuscito a contenere. Qualche volta, mi dà pure delle sonore capocciate, perchè mi si butta addosso con una tale foga, che lo trattengo a stento. Ridiamo un bel po', poi scatta la mia vendetta a colpi di morsicini, pernacchie in pancia e solletico a tradimento.
Entra la mamma in salone "Non lo sfrenare, poi non dorme più..." - "Tranquilla, ci penso io" le rispondo, pensando "Ma perchè non ti fai i cazzi tuoi, visto che non lo porti tu a letto? Facci giocare." e continuo a strapazzarlo. Mi piace sentire le sue manine che mi danno gli schiaffetti sulla faccia, mentre mi dice "Papi, smettila, papi!!! Pungi, smettila!!" ridendo come un pazzo.
Penso che vorrei avere anche lei con noi due e allora il mondo sarebbe tutto su quel divano e il resto non m'importerebbe. Un giorno, chissà, forse le farò conoscere mio figlio, ora è presto. E magari ce ne andremo insieme da qualche parte, in qualche bel posto; forse, ce ne andremo al mare; ma andrà bene anche in montagna, in pianura, in collina, sott'acqua, tra le nuvole, nelle viscere della terra, dove loro due vorranno, io li porterò.
E sarò felice, come adesso, seppur fondamentalmente solo.
Bisogna saper stare da soli, bisogna aver fiducia nelle proprie forze, perchè, alla lunga, sono l'unica cosa su cui davvero possiamo contare.

"A casa mia, che non è casa mia, tu verrai"

martedì, 12 febbraio 2008

Aggiornamento dell'ultimo minuto, prima che lo porti a letto, per non dimenticare:

"Papi, a chi scrivi?"
"Eh? Che hai detto?"
"Papi, ho detto: a chi scrivi i messaggini?"
"A una mia amica"
"Del cuore?"
"Sì, abbastanza..."
"Hai la cottona per lei?"

Silenzio. Infame!

"Ma no, ma che cottona per lei... che dici..."
"Stai ridendo, papi, ti ho beccato, ti ho beccato!"
"Non ho alcuna cottona, R., punto e basta."
"E posso vedere che hai scritto nel messaggio, allora?"

Attimo di panico, il mio messaggio non era esattamente casto.

"Ehm... sì, solo un momento, finisco di scriverlo, così lo leggi tutto intero, ok...?"
"Ok!" e aspetta, tutto sorridente e curioso. Mi scruta.
"Quanto ci metti, papi!!!"
"E un attimo, ho detto!"

Scrivo di fretta e furia, invio, senza nemmeno badare bene al destinatario, sicuro che fosse tutto giustissimo. Scrivo, poi, un nuovo sms fasullo da fargli vedere.

"Tieni, leggi, impiccione."
"Allora, c'è scritto... " e legge l'insignificante sms che avevo inventato al volo.

Dopo nemmeno due minuti, mi arriva una risposta...

"Dai qua, per favore, lascia..."
"No, papi, io leggo, io!"
"Ma te lo faccio leggere dopo, promesso, dammi qui, che tu per sbaglio lo cancelli!"
"Ufff... va beeeeene!"

Molla il cellulare, mi guarda con aria circospetta, io leggo il messaggio.
E' lei.
Uh... wow... acc... gulp! Sudo freddo per ciò che leggo, tento a malapena di darmi un contegno, sposto subito il messaggio nella cartella archivio e ne pesco uno a casaccio da fargli leggere, uno di Marcello, un sms possibilmente innocuo... almeno speravo...

"Quando usciamo di nuovo con quelle due sorche da paura delle gemelle Rindaldi? La rossa te la darebbe con contorno di patatine novelle, capisc' a me!" legge R. ... io mi metto le mani nei capelli.

"Papi, che vuol dire sorche?"
"Ehm... ah... no, ci ha mancato una "p", voleva dire "sporche", capisci..."
"Sporche? Non si lavano le gemelle?"
"Eh no, non molto..."
"Puzzano di patate novelle?"
"Più o meno, tesoro, più o meno... e dai, per piacere, molla il cellulare di papà, vai a giocare... per piacere!"

ARGH!!!! Mai la tecnologia in mano ai bambini. Mai.

venerdì, 25 gennaio 2008
Come faccio a non trascrivere una delle ultime e più belle "fatiche" di R.?

Titolo: Papi, voglio fare il pesce rosso!

Era questa la sua idea di un paio di mattine fa e gli è venuta in mente per via di una scatola di plastica trasparente dalla forma vagamente tondeggiante, che era in casa. Non so bene cosa contenesse inizialmente, so solo che la mamma l'aveva lavata per conservarla, forse dovendoci riporre qualcosa dentro; ma R. ha pensato bene di riporvi dentro la sua testa.
Infatti, ha preso la scatola trasparente e se l'è messa in testa a mo' di casco. L'apertura era ampia, poichè era rotta (ed era pure tagliente, ho visto dopo!), così la peste ci ha ficcato tutta la testolina dentro e ha cominciato a fare il pesce rosso da dietro alla superficie bombata.
Non ha voluto togliersi quella roba di dosso nemmeno a colazione, quindi ci ha allegramente mangiucchiato dentro, appannandola ancora di più con la condensa del suo fiato, oltre ad averla inzaccherata di cioccolato di merendine.
Si è pure preparato lo zainetto per la scuola con quella cosaccia in testa. Dopo avergli detto almeno dieci volte di smetterla e dopo essere stato supplicato almeno cento volte di lasciargli fare il pesce rosso, ci ho rinunciato e mi sono detto "vediamo fin dove vuole arrivare, questo pazzo".
Quando siamo usciti di casa per andare a scuola, lui, e al lavoro, io, lui è ancora con quella sottospecie di palla di plastica in testa e fa con la bocca il verso che secondo lui fanno i pesci sott'acqua.
Saliva, sputazza e alitate a go go.
Per stare a guardare le sue cretinate, tra una risata e l'altra, io dimentico il ricettario sulla scrivania e torno un attimo dentro a prenderlo. Manco il tempo di fare due passi, che R. comincia a saltellare come un pazzo, sempre più convinto di essere Nemo, il pesciolino dei cartoni, ma... aveva talmente appannato con il respiro quella specie di casco di plastica, che ad un certo punto non deve averci visto più niente da lì dentro e così... non ha visto nemmeno il primo scalino fuori alla porta di casa ed è ruzzolato per altri 4 o 5 di quegli stessi scalini, finendo miracolosamente intero su un letto di foglie secche, faccia a terra, fuori dalla palla di plastica, volata via, e ridendo come un imbecille dentro al terriccio.
Ovviamente si è sporcato tutto di terreno, il giorno prima era pure piovuto, lascio immaginare la poltiglia che ci fosse per terra. Così, l'ho preso per i vestiti, tipo capretto da portare al mattatoio o tipo un piccolo Superman che vola, retto da due manone; e, infatti, reggendolo per il grembiulino lercio e i jeans, l'ho portato così dentro, per non fargli sporcare pure il pavimento con le scarpe piene di fango.
Corriamo in bagno, tento di levargli nel modo più cauto possibile gli abiti sporchi, senza sporcare pure i miei, e lo lavo da capo a piedi, tutto con una fretta mostruosa, visto che eravamo già in ritardo normalmente, figurarsi dopo un fattaccio simile. Non contento del guaio appena combinato, R. che fa, mentre gli lavo il viso? Tira fuori la lingua a tradimento ogni volta che gli passo la mano sulle labbra e me la lecca, ben sapendo che io odio queste schifezze, strillando tra una risata pazza e l'altra "Papiiiiiii, ti leeeeeeeeccoooooooo!!!" e SLAP!!
C'è bisogno di aggiungere che è entrato a scuola alla seconda ora e che io allo studio avessi una fila di gente in attesa che manco San Giuseppe Moscati?
giovedì, 17 gennaio 2008
SULL'ORLO DEL VORTICE GRAVITAZIONALE SI GIRA ALL'INFINITO SENZA CADERCI DENTRO...

Piove a dirotto. Mangiavo un panino, prima, il mio solito pranzo frettoloso, osservando le goccioline d'acqua sui vetri, che giocavano a rincorrersi, sfidando il freddo.
La stessa pioggia che, ieri sera, m'ha bagnato fin dentro alle ossa, dopo che l'ho salutata.
L'ho rivista, finalmente. L'ho ascoltata parlare, bellissima come sempre, attraente come nessuna con quel suo sguardo impenetrabile. Le ho fatto da cavaliere a distanza, si può dire, mentre eravamo lì, in quell'aula conferenze del centro culturale, seduti l'uno di fronte all'altra. Io, spalle alla platea, lei, invece, la governava saldamente con gli occhi. Governando me, che non riuscivo a distoglierle il mio sguardo di dosso.
Ho avidamente bevuto ogni sua parola, l'ho guardata forse fino ad imbarazzarla, ma lei le sfide non le perde mai, non si voltava altrove per schivare il mio silenzioso interrogatorio.
E quando ha finito il suo intervento, travolta da un applauso ammirato degli astanti, le sono andati tutti incontro per salutarla, farle domande, presentarlesi. Io ho aspettato quasi in fondo all'aula, appoggiato ad una finestra, osservando dalla distanza la scena, sorridente e sempre fiero di lei, del suo incredibile carisma che con gli anni non passa.
Carino coglierla a guardarmi con l'aria di chi non ami tutte quelle cerimonie e che cercasse in me un appiglio di salvezza. E al suo terzo sguardo del genere, mi sono avvicinato, facendomi largo tra quattro persone e le ho detto con una faccia tosta tremenda, porgendole il mio cellulare:"Professoressa, ho al telefono il collega di cui le parlavo prima, può liberarsi un istante?". Lei mi guarda con espressione interdetta, dapprima, poi capisce il mio gioco e con fare da commedia brillante risponde:"Ma certo, gli parlo subito! Perdonatemi, signori, grazie a tutti, buona serata... ci vediamo alla prossima lezione..." e così m'ha preso il cellulare di mano, trattenendo le risate, e ha iniziato a fingere di parlare con questo fantomatico interlocutore, allontanandosi dagli altri verso il fondo dell'aula. L'ho guardata camminare e fare l'attrice in quel modo così insolito... grandiosa.
Quando i più se ne sono andati, lei è tornata da me, m'ha detto a bassa voce "Grazie, sei stato geniale..." e poi ad alta voce "Allora, andiamo?" e io, senza sapere nemmeno dove, ho risposto al volo "Ma certo, dopo di lei" e, cedendole il passo alla porta, ci siamo lanciati un'occhiata da brividi, porcalaevasmandruppata.
Usciti dal palazzo, lei mi si mette sottobraccio... ricordo ogni singola parola che m'ha detto.
"Sali da me?"
"Da lei? Ma non è che..."
"... che mi disturbi? Se stavi per dire questo, G., vuol dire che ancora non ti è chiaro quanto io desideri la tua compagnia... ".
Io resto come un turzo, immobile. Credo di essere diventato paonazzo in viso.
"Forse è lei che non sa quanto io desideri la sua, tale da scemunirmi, come può ben vedere... allora, andiamo?"
"Sì, andiamo...".
Piove un po'. Le dico che posso prendere il mio ombrello dalla borsa, ma lei mi ferma.
"Ci stringeremo un po' e correremo sotto la pioggia, ti va?"
"Mi va..." le sorrido, sempre più stravolto dalla sua presenza. L'abbraccio con una mano sulla spalla, lei mi mette la sua dietro alla schiena, e iniziamo a correre piano tra la folla di Via Scarlatti, ridendo ogni tanto per gli spintoni dati e beccati da altri che correvano come noi tra le luci delle vetrine.
Entriamo abbracciati e un po' bagnati nell'androne del suo palazzo, il suo portinaio ci guarda.
"Buonasera, professoressa..."
"Buonasera, Martino, c'è posta?"
"No, professoressa..." e la guarda con la tipica aria impicciona dei portinai. Poi, guarda me. Io ricambio con un'occhiata che serviva a dirgli "Ma che cazz' tien' 'a guarda', sce'???". Così, giusto per discrezione, ho smesso di abbracciare la prof. e le ho fatto cenno di farmi strada, anche se ormai la conoscessi benissimo. Apre la porta di casa, getta via sull'appendiabiti il suo cappotto bagnato e mentre sto per sfilarmi di dosso il mio, mi abbraccia in un modo così travolgente e improvviso, che non mi dà nemmeno il tempo di capire. Il mio cuore schizza a 10.000 giri in un istante, me lo sento in gola, che mi scoppia con prepotenza.
"Finalmente... finalmente ti stringo, ce lo siamo scritti tante volte nelle nostre mail, non vedevo l'ora che accadesse davvero, G. mio... "
"Finalmente, sì... non ne potevo più..." ma m'è uscito un tono di voce così basso, che dubito m'abbia sentito. Stavo soffocando d'emozione.
Poi, d'improvviso si stacca, dopo avermi accarezzato la schiena con dolcezza e va verso un angolo del salone, invitandomi a sedere sul divano.
"Aspetta, manca una cosa..." mi dice, sorridente. E in un istante si diffondono per la stanza la musica e le parole di Gianna Nannini.
"Ora sì che è tutto perfetto, vero?" e mi si siede accanto.
Emozionato più che mai, le porgo il sacchetto con i miei due regali per lei. La mia prima tesi di laurea, che m'aveva chiesto l'altra volta, e il catalogo del Museo d'Orsay di Parigi.
Lei mi accarezza il viso, mi ripete di continuo "non posso credere che tu sia qui con me dopo tanti anni..." e legge la dedica che le ho scritto, visibilmente emozionata. Prima di scoppiare anch'io, mi impongo di ritrovare un attimo la mia solita faccia tosta e inizio a travolgerla di discorsi, domande, le racconto vecchi aneddoti e nuove cose, invitandola a fare altrettanto. E il tempo comincia a scorrere sotto i nostri occhi senza che ce ne accorgiamo. Ci sediamo davanti al suo pc, mi fa vedere che ha stampato ogni singola mail che le ho scritto. Le conserva in una cartellina trasparente, con dentro la cartolina che le ho mandato da Parigi e altre cose di me, risalenti agli anni della scuola e che credevo avesse gettato via.
"Vorrei dirti tante cose, ma la tua presenza mi annebbia la memoria e ora mi sembra che mi sfugga tutto di mente", dice, divertita e sorpresa di sè. Poi, mi prende per mano, portandomi in cucina, e mi dice che ha comprato una golosità soltanto per noi due. E tira fuori un pacchetto di pasticceria con dentro un vasetto di crema al cioccolato e dei savoiardi pieni di zucchero a velo.
"Sai, io sono golosissima..."
"Non l'avrei detto dalla sua splendida forma..."
"Ma guardalo, che galante..."
"E' la verità, è sempre stata ed è tuttora una donna incantevole, professoressa..."
"Non riesci a chiamarmi Lucrezia, vero...?" mi sussurra con aria furbetta, mentre mi piazza tra le mani un cucchiaio per prendere la crema al cioccolato fondente.
"Temo proprio di no, Lucrezia... vede? Mi viene male, lei mi mette soggezione, che ci posso fare?" e ride, divertitissima forse all'idea di mettere soggezione ad un uomo grande e grosso come me.
"Sei un tesoro... ma dove sei stato nascosto tutti questi anni, eh...". Ci trapassiamo le anime con gli sguardi e restiamo in silenzio.
"Be', assaggiamo, prof.? Dia qui..." e immergo il cucchiaio nella crema, ma lei...
"No, G., lasciati guidare, non si fa così... devi tenere il cucchiaio in questo modo e girarlo di scatto su se stesso, come si fa con il miele... guarda che bel ricciolo di cioccolato viene giù..." e mentre fa questo, mi tiene la mano sulla mia, stretta, per guidarmi nei movimenti. Siamo vicinissimi, il suo profumo mi spacca il cuore, vorrei baciarla, ma non trovo il coraggio.
Ci sediamo al tavolino della sua cucina e gustiamo quell'ottima crema, parlando di noi, a volte in modo palesemente provocatorio l'una verso l'altro.
Più volte, nello spazio angusto del tavolino, le nostre mani s'incrociano, si sfiorano, e ad un certo punto si stringono.
"Quanto sei bello, sei diventato un uomo splendido, eri già meraviglioso da ragazzo con quella tua timidezza, ma ora sei uno che fa perdere la testa alle donne, scommetto".
"Non a quelle che vorrei", rispondo, un po' imbarazzato, per buttarla sullo scherzo.
"Vieni, torniamo di là, voglio mostrarti gli ultimi libri che ho comprato" e si alza di scatto dalla sua sedia, irrequieta come mai l'avevo vista prima, trascinandomi in salone senza smettere un attimo di parlare.
Abbiamo guardato alcune sue foto, i suoi libri, di cui uno era per me; e in quel libro c'ho trovato dentro una cartolina che m'aveva preso all'ultima mostra d'arte a cui era stata.
"L'ho vista e t'ho pensato, mi è piaciuta subito, un po' come te".
Io, davvero rincretinito dal vortice di emozioni, riesco solo a dirle "grazie, che pensiero delizioso..." e senza, però, nemmeno rendermene conto, le passo una mano attorno alla vita, mentre siamo in piedi accanto alla sua scrivania. Restiamo così per qualche minuto, lei che parla, io che l'abbraccio delicatamente. Poi, all'improvviso, noto tra i suoi libri uno delle edizioni "Il Filo", la casa editrice che mi propose, l'anno scorso, un contratto di pubblicazione. Le racconto l'episodio e lei, stringendomi a sua volta, mi dice con tanta grinta e fierezza:"Ti voglio vedere in tutte le librerie, mio adorato G., tu puoi farcela".
Le riesco a dire che m'è mancata da morire in tutti questi anni, che ogni pretesto era buono per ricordarmi qualcosa di lei e che è stata la prima donna che ho amato. Lei ci rimane un attimo, sembra scossa dalle "rivelazioni", che tuttavia sapeva benissimo già in cuor suo, ma mi rendo conto che sentirsele dire con certezza deve fare un effetto diverso...
Suona, all'improvviso, "sei nell'anima" dallo stereo. E lei canticchia "e lì ti lascio per sempre...", mi guarda e mi strizza l'occhio. Guardo l'orologio, sono già le 21:00 passate e lei mi aveva detto di dover andare a cena con dei suoi amici, solo che forse, non avendo fatto caso al tempo che passasse, non si era accorta di essere in tremendo ritardo. Così, un po' in colpa per averla trattenuta tanto, le dico che scappo subito via, provando a soffocare dentro di me la tristezza di doverla salutare per forza. Anche lei perde quella luce brillante dagli occhi e annuisce.
"Ma dove hai la moto?"
"A piazza Vanvitelli"
"Ah, ma la mia pizzeria è proprio lì, se vuoi, possiamo scendere insieme... puoi aspettare che io mi prepari?"
"Sì, certo che posso aspettare, ma non vorrei imbarazzarla con i suoi amici, che la vedono arrivare con me, non so, mi dica lei..." e nel momento stesso in cui dico questa cazzo di frase mi pento di averla fatta uscire dalla mia boccaccia. Di che cazzo si dovrebbe imbarazzare, se tra noi c'è nulla?!? Che lapsus del cazzo! Le ho fatto palesemente capire che mi sto illudendo che tra noi ci sia qualcosa! Imbecille, coglione, deficiente, stupido, cretino e cazzone che non sono altro. Ma, sorpresa, lei risponde che forse ho ragione, che magari non è il caso "farmi vedere con un così bell'uomo accanto, che penseranno?".
Sbam, colpo di grazia! Non s'è certo risparmiata con i complimenti, roba da farmi venire un infarto.
A quel punto, ci avviciniamo all'uscio di casa e mentre stavo per congedarmi, mi frega di nuovo: mi butta letteralmente le braccia intorno al collo, mi stringe maledettamente, strusciando la sua guancia sulla mia e non lasciandomi più... e allora io la stringo forte, fortissimo, dicendole che sto meravigliosamente bene con lei e che non vorrei più andar via. Glielo dico con le labbra attaccate al suo orecchio, mentre lei mi percorre tutta la schiena con le mani quasi ad artiglio. In quel momento, la tensione erotica si tagliava veramente a fette, se solo avessi avuto più faccia tosta, avrei potuto baciarla, quando a fine abbraccio, siamo stati l'una di fronte all'altro per un lunghissimo istante, con le labbra che erano distanziate solo da un paio di centimetri, non di più.
"Spero di rivederla prestissimo..."
"Io di più..."
"Arrivederci, professoressa, lei è un incanto di donna..."
"Arrivederci, G., sarai nei miei pensieri..."
Quando ho sentito il rumore del legno della porta che si chiudeva, è stato come se un enorme macigno mi fosse caduto sul cuore, scamazzandomelo sotto il suo peso.
Ho corso veloce giù per le scale fino al portone del palazzo. L'ho aperto e mi sono precipitato fuori senza nemmeno rendermi conto del diluvio universale. Me ne sono accorto dopo qualche passo, che piovesse così tanto, che rincoglionimento atroce... così, mi sono fermato sotto ad una tettoia per prendere l'ombrello, pensando tra me e me "non correrò più sotto la pioggia senza ombrello, se tu non sei con me" e a passo svelto, riparato sotto il lucido tessuto blu del mio piccolo riparo con il manico, mi sono incamminato verso la moto. E su quella sì che mi sono fatto il bagno totale per ritornare a casa, ma ogni goccia di pioggia che m'è scivolata addosso mi ricordava la dolcezza del tocco delle sue mani su di me...
"Papi, dove sei stato?"
"A salutare Cupido"
"Quello che lancia le frecce amorose, eh, papi?"
"Sì, proprio lui..."
"E tu lo conosci veramente?"
"Sì, oggi me l'hanno presentato"
"E ti ha tirato una freccia proprio dritto dritto dritto dritto qui?" e si mette le manine sul cuore, ridendo.
"Mi sa proprio di sì, mi aiuti tu a curare un po' la bua?"
"Sì, ti dò un bacio sopra, va bene?"
"Va bene, proviamo"
"Però, sto tutto sporco di sughetto di pasta, fa niente, papi?"
"Fa niente, tesoro mio, dacci dentro con i baci"
"Ok!! Facciamo la ciacionata di coccoleeee!!"
Ho un amore di bambino.
E lei mi manca già da morire.
giovedì, 20 dicembre 2007

ANIMALS...

Gli animali. Che simpatiche bestiole. Soprattutto i cani (ho detto "cani", non "cagnolini", capisc' a me!) e i gatti. Non ho mai avuto belve in casa, non perchè non vada d'accordo con loro, anzi, con gli animali degli altri gioco volentieri, ma poi non mi devono rompere li cojoni con cacche, pipì, gravidanze isteriche e malattie varie. E, poi, c'è anche un altro motivo per cui non ho mai avuto animali. Li trovo completamente imprevedibili ed inaffidabili. Già lo sono io di mio, non posso interagire con chi lo sia più di me, sai che casino poi???
Eccovi due aneddoti a sostegno di questa mia validissima teoria sul mondo a quattro zampe.

JACK E IL CANE

Ieri pomeriggio, mi ero recato a far visita ad una mia paziente. La signora abita in un parco che, sebbene sia in centro, è decisamente poco illuminato e pieno di vegetazione.
Finita la visita, m'incammino in questo viale abbastanza buio, in mezzo alla selva oscura di piante. Ad un tratto, sento da uno dei cespugli sul ciglio del vialetto degli strani rumori. Mi fermo un attimo e guardo in direzione del fruscio di foglie, inizialmente debole.
"Sarà un micino", mi dico, e mi piego un po' per guardare tra le fronde. I cazzi miei, io, MAI.
Avvicino un po' la faccia alle fresche frasche e sento... FRRUSSSHFROOOOSSHH SPRRUUSSHH SGRAAATT!!
"All'anima del micino, ccà ce sta 'na pantera!" esclamo, parlando pure da solo, tentando di darmi coraggio, visto che comunque ero solo al buio in mezzo al boschetto. Giusto in lontananza la luce di un fioco lampione al neon.
Penso che forse sia il caso di allontanarmi e di rinunciare ad accarezzare il presunto gattino/pantera, quando ad un certo punto "WUUUOOFF!!" e sbuca fuori dalle piante un pezzo di alano arlecchino ENORME.
Lo guardo, un attimo perplesso sul da farsi. La belvuccia, una specie di cavallo dalle sembianze canine, mi guarda di rimando non esattamente con simpatia. Resta immobile, mi fissa e comincia a ringhiare piano piano.
"Buono, bello, vieni qui... fatti fare una carezzina..." tento di usare il tono di voce più flautato di cui disponga, per cercare di rabbonire quella specie di mostro, ma peggioro decisamente la situazione, quando tento di accarezzargli la testa, nel punto che dicono s