mercoledì, 04 giugno 2008

Ricordi di Procida

L'aliscafo che ballonzola in mezzo al mare e la tua paura, quando c'è stata un'onda più forte. T'è sembrato di essere non su un alijet Snav, ma su un sommergibile, pronto ad andare sotto. E noi con lui.
La prossima volta, però, non staccarmi il braccio per lo spavento, anche perchè potrebbe tornarmi utile; non vuol dire niente che io ne abbia due, tesoro, mi servono entrambi.

Le delizie mangiate al ristorantino sul porto, con quella giornata grigia che prometteva pioggia, ma che tentava di resistere, per riservarci un'accoglienza sull'isola non troppo burrascosa, dopo aver già dato con il mare. Il vento ti scompigliava i capelli, mi rubavi i calamari fritti dal piatto e le cameriere, tutte con il pantalone a fil di chiappa, forse una moda locale, che andavano lente come lumache, come se sull'isola ci fosse una diversa concezione del tempo.
E noi, che avevamo una certa fretta, le abbiamo santificate in tutti i modi possibili. E la cicciona che s'è strafogata tutto il ristorante? E quando hai creduto davvero che mi piacesse, perchè ho detto per gioco che la trovavo affascinante, e tu mi hai dato un pizzico fortissimo, dicendomi che ti faccio preoccupare, se mi piacciono pure le ciccione?

L'albergo, tutto dipinto di bianco e celeste, dove abbiamo passato parte del pomeriggio a coccolarci, aspettando che finisse la pioggia. I tuoi capelli che urlavano vendetta contro l'umidità, il mio corpo che urlava alla pioggia di non smettere di cadere, per non uscire più da quella cameretta vista mare.

La passeggiata alla marina di Chiaiolella, lo splendido isolotto di Vivara, la spiaggia deserta e schiaffeggiata dalla spuma del mare, le persone con le porte delle case aperte su quelle stradine tortuose e silenziose. Una vita tranquilla, senza aver paura dell'altro, è quella che si vive in un'isola così. Le casette tutte colorate che si specchiavano nel porticciolo turistico, dove il mare era inquietantemente calmo, mentre al di là della scogliera imperversava qualche onda. La gara di bellezza dei nomi delle barche: sembravamo due bambini, quando dovevamo decidere se fosse più bello "Nautilù" o "Capaperian". Secondo me, facevano schifo tutti e due, ma tu hai detto che sono sempre il solito incontentabile e allora ho fatto finta di buttarti a mare, prendendoti in braccio, e tu hai lanciato un urletto, così che ti sei beccata lo sguardo feroce di un vecchio, seduto fuori dalla sua casa con una pipa in bocca. "Scusate, Don Miche'..." ho detto io, inventandomi che quello si chiamasse Michele. "Nun ve preoccupat'..." risponde lui, e mi viene il dubbio che si chiami veramente Michele. Gli chiedo "Don Miche', sapete se si vendono case qui?" per vedere come reagisca di fronte a quel secondo "Michele" e quello "Nun 'o sacc', ma vuje che ne sapit' ca ie me chiamm' Michele...?" dice, alzando un attimo gli occhi dall'asfalto, per curiosare. E io scoppio a ridere, il vecchio veramente si chiamava Michele! Ho i superpoteri, sì sì. Gli rispondo che mi hanno detto al bar in piazza di chiedere a lui quest'informazione, lui si tranquillizza, gli stringo la mano rugosa e me ne vado con la mia compagna di avventure, che intanto mi sussurra "sei il solito fortunello, quanto ti odio, ti va sempre liscia!".

Cenetta con vista su Vivara, semiubriacatura di ottimo Turà, e canticchiata notturna in riva al mare, seduti su una panchina di pietra e legno, abbracciati, con le teste che si reggono a vicenda. Tutto lo scibile musicale viene rievocato in quei momenti, tanto che la gente passa, ci guarda e sorride a sentirci cantare perfino Gianni Morandi, pensando che siamo proprio ubriachi fradici. Un gattone bianco si piazza davanti a noi, come se fosse un abbonato in prima fila. Sembra voler partecipare al coro, ad un certo punto, allorchè comincia a miagolare. E attacchiamo, molto idiotamente, con "c'era una volta una gatta..." e il gatto inclina la testa di lato e ci guarda allibito, con il suo secondo "miao" in direzione dei nostri occhi. Mi alzo, vado al ristorante dietro di noi, che sta per chiudere, e chiedo se abbiano qualche avanzo per il gattino. Mi danno un sacchetto di roba rimasta in cucina, li ringrazio e torno dal micione, che tutto soddisfatto si acquatta davanti a questo sacchetto aperto sull'asfalto e ne ingurgita il contenuto.

Il cane lupo fuori al ristorante con il timone di legno, che mi piaceva tantissimo (il timone, dico, non la belva); sembrava dormire ad occhi aperti (la belva, dico, non il timone), accucciato a mo' di Sfinge. Per poco non gli pestavi una zampa con un tacco... t'avrebbe sbranata seduta stante e probabilmente io avrei perso l'uso di una gamba, nel tentativo di dargli un calcio, era enorme!

Le stradine buie per tornare in albergo, la ragazza semiaddormentata alla reception, che appena siamo entrati si è data un tono e ha fatto finta di essere perfettamente vigile. Siamo saliti sul solarium, memori di Positano, ci siamo baciati sotto il cielo di Procida e stretti fortissimo, per non lasciarci più. Mandi un sms alla tua amica che ti aveva cercata e a cui io molto galantemente avevo chiuso il telefono in faccia perchè non ci disturbasse; ti siedi nel buio e la luce blu del cellulare ti accarezza i lineamenti del viso. Penso che sei bella, mentre ti guardo, seduto di fronte a te. Ti lascio scrivere in pace e mi affaccio giù. La stradina è intitolata a Giovanni da Procida, uno dei fidi collaboratori di Federico II. Mi chiedi chi sia, questo Giovanni, e te lo spiego. "Me lo ricordo che in storia eri il più bravo della classe, in latino e greco, però, non eri mica così perfetto?" mi dici con quel tono da prof. che non perderai mai; ma ti rispondo per le rime e ti dico che non avrei potuto essere perfetto, perchè ogni volta che incrociavo i tuoi occhi durante un'interrogazione, andavo in tilt e perdevo il filo del discorso. Mi mandi un bacio stringendo le labbra e riprendi a scrivere il tuo sms. Passa un motorino in strada e tale è il silenzio, che penso che l'abbiano sentito pure dall'altro capo dell'isola. Due ragazzi cantano con delle birre in mano, mentre un altro svolta l'angolo di un vicolo, calciando un tappo che rotola per terra e fa eco fin su da me il suo rumore. Lo sciabordio del mare arriva alle mie orecchie come una cantilena dolce e malinconica, proveniente da lontano. Fa fresco, ti avvicini a me e ti siedi in braccio, dopo aver spento il cellulare. Mi dici l'unica cosa che mi emoziona fino in fondo a questo mondo. Chiudo gli occhi e assaporo quelle cinque lettere, respirando la tua pelle così vicina.

La colazione vorace che manco due lupi, il giretto dell'isola sul pullmino e la simpatia dei microtaxi, piccoli apecar che sfrecciano, decorati da tendine e cuscini per accogliere i passeggeri sul retro. La passeggiata massacrante fino all'abbazia di San Michele e al belvedere, da dove si vede tutta Procida. La discesa sotto il sole fino alla piazzetta dei Martiri, seduti fuori a quel piccolo bar, dove c'erano il nonno con la bimba amorevole, il papà con la bimbetta maschiaccio e l'altro nonno con il nipotino superpestifero, che ci ha fatto morire dal ridere con la sue corsette e le sue smorfie. La spiaggia e il borgo di pescatori della Marina di Corricella, dove sono state girate le scene de "Il Postino", uno dei nostri film preferiti in assoluto. Che emozione pensare che lì sia passato il grande Massimo Troisi e che bello ricordare insieme le scene più intense di quel film, che è poesia pura.

Il panino mangiato al porto, come due adolescenti, tra una birra fredda e una risata con alcuni del luogo, mentre aspettavamo il traghetto da Ischia, che poi ci avrebbe riportati a Napoli. C'imbarchiamo, prendiamo posto fuori ed è sempre triste salutare un'isola, quando la nave si allontana sempre di più al largo. Ascolto cosa dice nel walkie talkie l'ufficiale che presiede le manovre, ho sempre sognato di essere il capitano di una nave, fin da piccolo, e queste cose mi piacciono ancora. Vedo come fa un nodo, come si sistema il cappello bianco e sogno di me, capitano di una fantastica nave da crociera... Tu mi vedi distratto e mi dai un bacio per riportarmi alla realtà, ma quando ti racconto cosa stessi pensando, sei tenerissima: mi chiedi scusa per aver interrotto quella corsa di pensieri da bambino e cominciamo a giocare... mi fai fare il capitano della nave e tu fai la turista che, OVVIAMENTE, si innamora del capitano!

Le due bimbe milanesi che giocano a fare le amiche e parlano di Vanity Fair, loro che all'età di poco più di sei anni, forse manco sanno cosa sia Vanity Fair. Parlano di lavoro, di meteo, di trucchi, di colf maleducate, come se fossero due donne oltre i quaranta. Tutte cose sentite in casa dalle loro madri, presumo. Dicono, poi, in uno slancio di infanzia "Siamo amichette, siamo amichette, siamo amichette del cuore..." e lo fanno saltellando felici, quando ad un tratto... il panico: una delle due, all'improvviso, si gira e sputa in faccia all'amichetta. Putiferio! Io scoppio a ridere e penso "alla faccia delle amichette!". L'altra, indignata e schifatissima, le urla "Non siamo più amichette!!!!! Non mi devi sputare, hai capito, terrona!" e a quel punto odio con tutto il cuore quelle due bambine: terrona. Come cazzarola li educano, certe persone su al nord, i loro bambini, se l'offesa peggiore che quella bambina ha pensato è stata "terrona"? Mi allontano disgustato e mi vado a stendere su una panca al sole, la testa sulle tue cosce, che ascolti il mio racconto sulle bimbe vecchiacce. E ad un tratto, tre delfini!
Tutto il traghetto è in piedi e i bambini delirano di gioia, uno di loro, in piena fase mistica, asserisce di aver visto pure cinque balene! E secondo me, nella sua fantasia le ha viste davvero, mi ha fatto una gran tenerezza, lui che voleva coinvolgere la mamma e le sorelle più grandi in questo suo gioco di illusioni ottiche e loro nemmeno gli rispondevano o al massimo gli dicevano "ma che sei scemo!".

Arriviamo a Napoli. Il Maschio Angioino si fa sempre più imponente, man mano che ci avviciniamo al porto. Castel Sant'Elmo ci saluta dalla parte più alta della città e il Castel dell'Ovo ammicca alla nostra sinistra, adagiato sul mare, pigro, sornione e imponente.
E' triste doverci salutare, quando ti riaccompagno a casa, ma oggi... sì, oggi... voglio stare di nuovo con te. Aspettami.

giovedì, 29 maggio 2008

Forse, il paradiso si trova a Positano o dovunque ci sia tu con me.

Comincia tutto a bordo di un taxi, all'ingresso del suo parco.
La vedo, appena il temibile tassinaro svolta l'ultima curva, lei è lì che mi aspetta, occhiali da sole inforcati e trolley stretto tra le ginocchia. Sorrido, lei mi vede sorridere nonostante il riflesso del sole nei vetri, ricambia con un saluto pieno d'entusiasmo e s'avvicina per salire in macchina. La stringo come se fosse la prima volta che la riveda dopo mesi. Ha caldo, ma la sua pelle è fresca e profumata, non una goccia di sudore sulla fronte, nonostante gli oltre trenta gradi di quel magico mezzogiorno del suo compleanno.
"Auguri, amore mio..." inevitabile un bacio, tutto sommato contenuto davanti al tassista. Appoggia la testa sulla mia spalla e mi sussurra che è felice. Le apro la portiera, la faccio salire in macchina e non mi sfugge un bel passaggio di gambe, che sbucano fuori dal tessuto svolazzante del suo vestitino fantasia. Giro attorno al "deretano" del taxi, visibilmente compiaciuto per quest'inizio compito e caldo, ed entro in macchina anch'io.
"Molo Beverello, per favore". Il tassista mugugna un sì, s'asciuga il sudore e partiamo. Il traffico di Napoli ci permette di chiacchierare sottovoce tra un clacson e l'altro, senza che il tassista ci senta. Ci vede ridere dallo specchietto, tenta di carpire qualcosa, si vede dal suo sguardo attento, ma più fa così e io più abbasso la voce, chinandomi accanto all'orecchio di Lu, che profuma di Dior.
Arriviamo al porto, trasciniamo i nostri bagagli leggeri con le ruotine che quasi s'appiccicano all'asfalto bollente e ci avviciniamo al botteghino per comprare i biglietti del metrò del mare.
"Due per Positano, grazie"
"No, dotto', nun v'e pozz' fa' mo', è ampress'..." risponde un uomo sulla sessantina, che ha tutta l'aria di un vecchio lupo di mare in pensione, ora riciclato come bigliettaio sulla terraferma.
"Scusate, ma se devo prendere il metrò delle 14.15, quando lo devo comprare il biglietto?"
"Arapimm' 'e doje manc' nu quart', mo' nun v'e pozz' rà 'e bigliett', aggiat' pacienz'..." e allora guardiamo l'orologio, è solo passata da poco la mezza e decidiamo che è presto per aspettare lì, così ce ne andiamo a mangiare in una taverna nei pressi del porto, "A taverna do' Re", dove si mangia divinamente ed è tutto molto caratteristico, tanto che per un po' ci siamo sentiti due turisti in giro per Napoli, come se venissimo da chissà quale parte lontana del mondo.
Inutile dire che un cameriere voleva proprio prenderle, con quegli occhi fissi sulle gambe della MIA donna. Roba da matti, certa gente non sa manco guardare, e per tutta risposta io ho guardato lui con occhio torvo finchè non ha smesso di fare l'idiota, tanto che due sono le cose: o mi ha scambiato per un serial killer pronto a tutto oppure mi ha preso per una checca innervosita dal fatto che lui stesse guardando le cosce di lei e non le mie. Comunque, ha smesso, questo è l'importante. Mangiamo, pieni di entusiasmo per questo suo compleanno finalmente festeggiato insieme, io che per anni mi ero sempre chiesto, da ragazzo, quando fosse e non avevo mai avuto l'opportunità di chiederglielo, anche solo per regalarle un semplice sorriso, quando più di tanto non mi era concesso. Pago, la raggiungo e ce ne andiamo a piedi, sotto un sole che squaglia, al porto, sul lato opposto della strada. Il botteghino è finalmente aperto. Davanti a noi, una coppia di turisti, che parlano un inglese maccheronico, ma mai quanto lo è quello di risposta, che ricevono dal vecchio lupo di mare e dal suo giovane assistente bigliettaio, un ragazzo con la faccia da scugnizzello, che per partito preso non conosce neanche mezza parola di inglese.
"Positano, luggages, telephon... dove?"
"Che stat' dicenn', signo'? You Positan?" dice lo scugnizzello bigliettaio, che togliendo la "o" alla fine di "Positano" crede d'aver risolto il problema della lingua.
La signora ha la erre moscia e comincio a pensare che sia francese, dato che non sfoggia un inglese dei migliori. Lucrezia mi guarda e mi esorta ad intervenire, allorchè il dialogo tra i tre si fa sempre più contorto e il marito della francese gronda di sudore come un pachiderma in una sauna.
"Can I help you, madame?" e guardo il lupo di mare, dicendogli con il labiale "m'o veg' je, nun t' preoccupa'...", che non è francese, ma napoletano, e vuol dire "me la vedo io, non ti preoccupare".
La signora francese s'illumina in volto, appena si ricorda di essere ancora in Europa, trovando qualcuno che parla un minimo di "english koiné", la cosiddetta lingua comune che già molto saggiamente volevano imporre gli antichi greci al mondo di allora.
Mi spiega ciò che le occorre, incartandosi con le parole, al che le chiedo se sia francese. Mi risponde "oui!" e da allora parliamo nella sua lingua. Per fortuna, non mi sono incartato e così Lu mi ha guardato con gli occhi a cuoricino durante tutta la conversazione turistica, finchè dopo...
"Bravo, chi se l'aspettava che parlassi francese... sei pericoloso, tu, all'estero, guai a te se parti senza di me, capito? Chissà che combini..."
"Chi? Io?!? Ma scherzi? Mai fatto conquiste all'estero..." e scoppiamo a ridere tutti e due, un po' per le facce che facciamo, la mia di un finto serio davvero poco credibile e la sua di uno stupito allibito che fa sbattere a terra dalla simpatia, lei che fa smorfie tipo i fumetti e potrebbe anche non parlare, certe volte, tanto è chiaro ciò che i suoi occhi e le pieghette del volto vogliono esprimere.
C'imbarchiamo e il metrò del mare è quasi vuoto, si sta una meraviglia.
"Andiamo su, all'esterno, il mare è calmo, sarà bellissimo..." e portiamo i nostri trolley al piano superiore interno, pensando che l'uscita per il ponte esterno sia da lì. E, infatti, ci sono delle porte.
Mi avvicino ad una di loro, dopo aver sistemato i bagagli, e tiro con forza. TUNF!! TU TUNF!!
"Non si apre, ma che è?" TUNF!!!! E dò una strattone ancora più forte. Poi, guardo la porta e in alto leggo "Porta a chiusura stagna. Apertuta bloccata". Risate. Praticamente stavo staccando la maniglia e probabilmente a furia di strattoni mi sarei ritrovato in mano tutto il traghetto, ma la porta sarebbe rimasta lì, immobile!
"Credo proprio che si salga da giù..." dico con aria imbarazzata, mentre Lu ride come una scema.
Scendiamo, lasciando i bagagli al piano di sopra, che è praticamente tutto per noi.
Finalmente arriviamo all'esterno e ci accomodiamo al sole. Con noi, solo una coppia di tedeschi, ognuno per i cazzi loro (molto innamorati!), una ragazza spagnola con le cuffie nelle orecchie, che ha canticchiato pezzi di Ricky Martin tutto il tempo e un signore sulla trentina tutto vestito da lavoro. Il sole picchia in testa, ma appena il metrò si allontana dal porticciolo, un vento bellissimo ci rinfresca, tutto profumato di salsedine. Accanto a noi il Vesuvio, dall'altro lato Capo Posillipo, Procida e Ischia, di fronte a noi, seduti contro marcia, il golfo di Napoli che si allontana, e alle nostre spalle la Penisola Sorrentina e Capri, che si avvicinano sempre di più.
La traversata è stata meravigliosa, ci siamo detti cose che forse erano ovvie tra noi, ma che dette in quel modo e in quel luogo hanno lasciato il segno nel cuore; e dopo la seconda fermata in quel di Sorrento, sono saliti un bel po' di turisti, tra cui una famigliola tedesca con tre bambini, uno di questi letteralmente stupendo, un bambolotto... ma di uno scassacazzi pauroso!!!
Aveva un cappellino in testa, un capoccione tondo tondo e migliaia di biondissimi capelli ad incorniciare quel volto di poco più di un anno di vita, illuminato da due occhioni azzurri da accecamento. Piangeva, insofferente per il cappellino, e lo lanciava a terra di continuo per fare dispetto alla mamma. Gliel'ho raccolto io, ad un certo punto; gliel'ho messo tra le manine e lui zitto, mi guardava con aria tipo "machiseituuomonerocheccazzovuoi"; ha preso il cappellino e dopo un attimo FIUM!! l'ha buttato di nuovo per terra. La mamma, disperatissima, "I'm sorry".
Le sorrido, riprendo il cappellino sotto l'occhio vigile del biondissimo marrano, e glielo rioffro, ma... mentre lui sta per prenderlo con l'aria di chi pensa "tanto ora te lo butto per terra di nuovo, cretino", io tiro indietro di scatto il cappello e me lo piazzo in testa, facendogli una linguaccia.
Il bimbetto sgrana gli occhi e dice "Uhhhh!!!", come a dire "mamma, guarda 'sto mariuolo, s'è preso il mio cappello che volevo lanciare in aria altre trecentomila volte!". E tende le manine verso la mia testa, perchè lo vuole indietro. La mamma ride, divertita, Lu mi dice di non farlo troppo indispettire, se no piangerà di nuovo, mentre io le dico "lascia fare, conosco il tipetto, se lo accontenti, uno così, è la fine". Chiedo alla mamma se posso continuare a giocare e lei, che si stava esaurendo, pur di liberarsi un po' del bimbo diavoletto, acconsente molto soddisfatta e con aria di sfida mi dice "let's see what you're going to do..." e mi guarda con attesa.
Il piccino, tale Andreas, si lancia per terra, camminando tutto storto per cinque o sei passettini, sfidando le onde del mare, e mi si aggrappa forte alle ginocchia, protendendo le mani verso il cappello e dicendo "Ahhhh!! uhhhh!! MHMHMHM!!" che nella sua lingua voleva forse dire "Stronzo di merda, dammi il cappello mio!". Linguacce di risposta e un po' di solletico da parte mia. Finalmente il piccolo ariano ride. Mi si arrampica in braccio, mi stacca pure un bottone dalla camicia per appendersi e per un niente non se l'è mangiato, gliel'ho levato di mano al volo.
"E' kakken, qvesto non si pappen!" gli dico in tedesco maccheronico, ma il dito alzato che dice "NO" è internazionale per fortuna, molto meglio del mio "kakken", e il piccolo Andreas mi ridà il bottone. Poi, comincia a darmi i pizzicotti sulla faccia e a tirarmi i peli del pizzetto, a torcermi il naso, a graffiarmi le orecchie con quelle manine paffute dalle unghiacce affilate.
"Ouch!!" mi fa una frittata di palle con il piedino. Le ha prese per uno scaletto della Foppapedretti e ci sale su per raggiungere il cappello. Mi butto indietro con la testa per non farglielo prendere e che succede? SBONG!!! Capocciata sulla testa di una vecchia signora a metà tra il panzer e il frou frou, anche lei tedesca. "Ops, I'm sorry! Excuse me!" e lei "Ja, ja, no problema, carino omo latino" e Lucrezia "Madonna mia, devo stare attenta pure alle vecchie SS!!" e mentre io faccio il cretino vanesio per farla ingelosire riguardo al mio fascino interplanetario (!!!), Andreas si frega il cappello e se lo mette in testa, urlando per attirare la mia attenzione.
Ride, il caciuttiello perfido.
"Che te ridi?? Che te ridi????" e più gli dico così, più si spanza dalla risate. La mamma applaude, dice che sono un perfetto babysitter e mi chiede se io intenda trasferirmi a Colonia come ragazzo alla pari. Arriva il padre, poi, uno spilungone di due metri, che con aria seriosissima mi prende il bambino di dosso e se lo porta, con il risultato che Andreas scoppia a piangere e non la smette più. Dopo una mezz'ora, però, lo vedo dall'altro lato delle panche correre a quattro zampe in mezzo ai passeggeri, finchè trova un varco e torna da me, dando un urletto allegro e soddisfatto "TAAAAAHHHH!!!!!" del tipo "Sono tornato, ce l'ho fatta!". Mi molla un paio di schiaffetti sulle cosce, giochiamo al ragnetto che gli fa il solletico e poi lo riporto alla mamma, prima che lui si faccia un altro giretto esplorativo e finisca a mare.
Il saluto, stavolta, è senza traumi, perchè da lontano ci facciamo le pernacchie. Insomma, mi sono fatto un piccolo amichetto a Colonia.
Arriviamo finalmente a Positano, salutando da lontano i Faraglioni di Capri e l'arcipelago de Li Galli.
Positano è meravigliosa. Piena di turisti, acqua cristallina, profumo di fiori dappertutto e colori sgargianti di vestiti fatti a mano, sandali e borse. Una decina di porter ci offrono di salire sui loro carretti elettrici per evitare le salite e le scale tipiche del luogo, ma Lu ha voglia di camminare per gli angoli nascosti del paesino e così rifiutiamo e ci incamminiamo per le viuzze piene di negozi.
Assetati come due cammelli, alla fine della camminata, ci rifocilliamo in piazzetta con due megacedrate con fettona d'arancia e ghiaccio in abbondanza.
Scorgo un taxi, un enorme jaguar, e penso "Cazzo, uno ha un Jaguar e lo fa diventare un taxi???" e mi avvicino al tassista per chiedergli quanto disti la strada dell'albergo dalla piazzetta.
"Quale albergo?" mi chiede.
"Il Posa Posa" rispondo.
"Ah, certo, guardi lassù, lo vede?" e mi indica la struttura dell'albergo in cima ad una collina che scende a picco sul mare. Capisco che di certo non ci si possa arrivare a piedi.
"C'è la navetta che passa ogni mezz'ora, ferma proprio là sotto" dice il tassista e questa frase m'è sembrata così corretta da parte sua, che a quel punto ho deciso di volermi fare accompagnare da lui. E bene abbiamo fatto a far così, perchè c'era un bel pezzo di strada da fare e in navetta ci saremmo squagliati di caldo.
Arriviamo al Posa Posa intorno alle 16.30. L'albergo è un incanto, l'accoglienza è esemplare.
Un simpatico cameriere somigliantissimo a Giancarlo Magalli ci porta in giro per l'albergo, per farcelo vedere, cosa che non m'è mai capitata in tanti anni di viaggi. Ci mostra la terrazza del ristorante, il solarium, i saloncini e poi ci porta nella nostra suite. Ci chiude la porta alle spalle con un sorriso estremamente sornione e se ne va.
Lu mi abbraccia fortissimo, quasi non mi fa respirare.
"Ce l'abbiamo fatta, siamo lontani da tutti, mi sembra di essere fuori dal tempo qui... sarà il compleanno più bello di tutta la mia vita...". Ci stringiamo. Sono così felice di stare dove sono proprio con lei, che quasi non mi sembra vero. Tiro fuori dalla valigia tutti i miei regali per lei. Li spacchetta con mani tremanti e ad ogni regalo mi dice "tu sei pazzo... come facevi a sapere che volessi questo?". Eh, come facevo... è una vita che ti scruto, bella mia! Non so quante volte ho desiderato farle un regalo, farle vivere un sogno in cui ci fossi io al suo fianco; e ora credo proprio di poter dire che ce l'ho fatta.
La stanza è splendida e ha una vista sul mare che toglie il fiato. E poi il fiato me lo toglie lei, con i suoi baci, le sue mani, il suo corpo.
Un po' di censura non guasta, andiamo avanti!
Decidiamo di fare una passeggiata prima di cena, ma ormai i negozi sono chiusi; diciamo che abbiamo perso la cognizione del tempo? Ed è proprio il tempo che abbiamo beffato, quella sera. In genere abbiamo sempre le ore contate, io per via di mio figlio, lei per altro, ma stavolta il tempo se n'è andato al diavolo, giorno e notte tutti per noi.
Per le vie di Positano c'è un allegro e romantico silenzio, fatto di turisti discreti, che passeggiano mano nella mano o coccolando le loro macchine fotografiche, per catturare gli scorci migliori da portare in giro per il mondo, di ritorno verso i loro paesi. Perchè Positano resta nel cuore, ha una magia d'altri tempi, è come se si tornasse a vivere in quelle atmosfere da film anni '60, un po' stile "scandalo al sole", dove tutto è colorato di tonalità eleganti, vere, profonde e naturali.
La strada, poi, è inondata dal profumo dei gelsomini, che s'arrampicano sui muri di tante villette e danno sfoggio di sè nell'aria fresca della sera, mentre da una chiesetta vengono fuori le note praticamente perfette per intonazione di un gruppo di coristi che si esercita.
Mi sono sentito, in quel momento, l'uomo più felice della Terra, stringendo a me la mia donna, l'unica che davvero sa io chi sia, l'unica che l'abbia capito fino in fondo e che di me sa tutto.
Ed eravamo in tre, risalendo verso l'albergo per la cena: Lu, Amore ed io. La felicità.
Abbiamo cenato sulla terrazza a mare dell'albergo, tavolo riservato nell'angolino più panoramico e appartato, luci tenui e una candela ad illuminare il tavolo, sistemata in un piccolo bouquet di fiori freschi. Giancarlo Magalli de noantri ci accoglie con la sua semplice eleganza e ci consiglia i piatti più gustosi del giorno, nonchè il vino da abbinare, lui che decanta le sue doti da sommelier con una genuina simpatia. Linguine agli scampi e frutti di mare al cartoccio, grigliata mista di pesce, insalatina mista alla julienne con fiocchetti di patate, fragoline all'arancia e torta (buonissimissima!) ai frutti di bosco con spuma di cioccolato fondente. Un ottimo e fresco Greco di Tufo (inutile dire che la bottiglia l'abbiamo fatta fuori tutta!) e la cena è stata veramente perfetta, quando all'improvviso si sono liberati gli ultimi due tavoli occupati e abbiamo avuto la terrazza tutta per noi. Giancarlo Magalli ogni tanto veniva a versarci il vino e ad accertarsi che fosse tutto a posto, intrattenendosi per veloci chiacchiere con noi, raccontandoci delle sue molteplici doti di musicista, sommelier, pittore, nonchè sub. Insomma, una personalità interessante, che per rimanere a Positano a lavorare, nella sua terra e vicino ai suoi cari, si è messo a fare il maitre al Posa Posa, mettendoci tutta la passione che avrebbe messo in altro, così diceva.
Ci chiede se gradiamo la musica in sottofondo, un piacevole cd di jazz, che sebbene non sia esattamente il mio genere, va benissimo per l'occasione. Spegne un paio di luci, poi.
"Se non gradite altro, vi lascio soli, buona serata..." e va via, lasciando a nostra completa disposizione il terrazzo dell'albergo.
In cielo un'infinità di stelle, il profumo del mare sotto di noi e tante piccole lucette nelle case intorno, in un silenzio surreale d'altri tempi. Balliamo, stretti e felici, senza dire una parola, ma entrambi con il sorriso che si staglia sui volti appagati, che nascondono corpi ancora desiderosi di giocare per tutta la notte. Beviamo gli ultimi sorsi di vino appoggiati alla ringhiera, poi il suo décolleté... mi distrae.
"Che guardi, marpione?" mi provoca, sorridendo.
"Le... colline di Positano..." e mi giro da un'altra parte, per darmi un finto tono serio. La sua mano nella mia camicia.
"Ti sta bene questa giacca beige... ma stai meglio senza..." ARGH. In un attimo ho visto tutta Positano in fiamme al pensiero di quello che avrei voluto farle in quell'istante.
"Anche tu stai benone con quel vestito color pelle..."
"Dici quello aderentissimo e quasi invisibile?"
"Sì, proprio quello, è all'ultima moda, complimenti..."
"Sì, sai... l'ho comprato in una boutique milan..." e prima che finisca di fare la scema, le stampo un bacio pazzo per zittirla.
"Andiamo in camera..." mi risponde con un bacio sul collo.
L'aspetto fuori al terrazzino, mentre lei si prepara per la notte, e mi viene un'idea. Corro giù alla reception, mi faccio dare un materasso piccolino aggiuntivo, quello per bambini; dò una bella mancia al povero cristo del fattorino, che ho fatto svegliare all'una di notte, e metto il materasso sul lettino prendisole che sta fuori al terrazzino. Strappo quasi il copriletto dal letto e lo metto sul materasso all'esterno. Mi chiudo fuori, serrando le imposte.
Lu esce dal bagno, la vedo dalle fessure. Accende una lucetta, io che avevo spento tutto, e rimane ferma, immobile, con aria spaventata.
"Amore? Dove sei? Ti sei nascosto? Dai, tesoro, per piacere, esci, lo sai che non mi piacciono questi scherzi, non mi far spaventare..." ma io nulla, zitto.
"Amore! Lo so che sei dietro al letto, esci fuori, ti ho visto!" e io penso "Come no, m'hai visto, tant'è vero che sto fuori, non dietro al letto, pollastra!".
"Ok, resta pure nascosto, tanto finchè non esci io non mi muovo da qui" e assume un'espressione spaventatissima, allorchè comincio a muovere le imposte da fuori, che tra l'altro s'erano pure incastrate.
"Amore! Fuori c'è qualcuno, esci!! Non fare lo stupido, sta entrando qualcuno da fuori!" e a quel punto riesco ad aprire le imposte e lei "AHHHHHHHHHHHHHHHH!!!! AIUTOOOOOO!!" e non sto a dire quanto io abbia riso, quando lei ha detto dopo l'urlo "Ma scusa, tu che ci facevi fuori?!?!? Non eri sotto al letto?!? E chi c'è sotto al letto?!?!". Dopo averla presa in giro a dovere e tranquillizzata, me la sono presa in braccio e via, fuori, sul nostro letto improvvisato sotto le stelle.
Ci siamo avvolti in un lenzuolo, illuminati solo dalle lucine delle case sulla collinetta e dal bagliore di Venere, e siamo stati lì per ore, coperti solo da un sottile strato di cotone bianco. Il paradiso.
Prima dell'alba siamo entrati di nuovo in camera, stretti sul nostro letto, come fosse la nostra prima notte di nozze. E ce lo siamo detti, un po' per gioco, un po' davvero, che avremmo tanto voluto che fosse davvero così, lei mia moglie, io suo marito; ma nessuno ci ha impedito di giocare ad esserlo. Abbiamo visto l'alba, dormendo solo mezz'ora in tutto, e la mattina, tra il mini Pinot che era nel minibar e una lattina di Fanta, abbiamo brindato al nostro primo risveglio insieme.
Qualche lacrima di emozione le ha bagnato le guance, i miei baci gliele hanno terse, mentre cercavo di non crollare emotivamente anch'io, per quel senso di nostalgia di una notte da sogno appena finita.
Ci siamo coccolati fino all'ora di colazione e poi siamo andati di nuovo nella terrazza ristorante, tavolino all'ombra poco distante dal tavolo dei sogni della sera prima, e abbiamo divorato la colazione con una fame da lupi, dopo aver passato la notte sempre svegli, tra baci, discorsi scemi e seri, giochi e amore.
E andiamo a mare, dopo aver lasciato i bagagli alla reception, dove ho abbondantemente provolato una signorina per far sì che ci riservasse la camera anche per il pomeriggio, giusto per cambiarci dopo il mare (e infatti, dopo qualche piccola storiella del tipo "non credo si possa, non saprei, le dirò..." la stanza ci è stata data! Ecco a cosa serve fare dei complimenti galanti buttati al momento giusto!). Usciamo e prendiamo la navetta per andare in piazzetta.
Vedo un negozio bellissimo di vestiti tipici positanesi e decido a tutti i costi che Lu ne deve scegliere uno che le piaccia. La trascino nel negozio e la gentilissima commessa si mette a sua completa disposizione. Le fa provare un paio di vestiti e al terzo... BOOM! Colpo al cuore. Esce dal camerino con un vestito nero tutto traforato, che scivola sui fianchi a perfezione, che è la fine del mondo. "Questo! Questo!" dico io con il labiale, annuendo come un cretino con il rivolo di bava alla bocca. Adocchio una borsa del mare bellissima e sapendo che lei l'aveva dimenticata, chiedo alla signorina di mettermela in una busta a parte e la pago prima di nascosto.
Pago, poi, il vestito e usciamo dal negozio, dopo che io avevo attaccato bottone con la commessa, che si era dimostrata molto complice nell'aiutarmi a camuffare la borsa del mare e che per questo mi ha salutato con tanta simpatia.
"La vuoi finire?"
"Di far che?"
"Di far lo scemo con le donne"
"Ma quando mai, tesoro, non ho fatto mica lo scemo..."
"Ma se t'ho sentito dal camerino che le hai detto che era in splendida forma?"
"Vabbe', ma si dice per carineria, no?"
"Per carineria sai che potrei fare?"
"Cosa, cara?"
"Spaccarti la faccina, gioia"
"Ah, che tesoro..." e SBAM! Mi arriva una pacca dietro alla schiena bella forte.
"Uh! Non ho comprato la borsa del mare, come faccio a mettere le mie cose in spiaggia?"
"Sei sempre la solita sbadata..."
"Torniamo indietro, c'erano in quel negozio, erano carine..."
"No, no, dai, ormai siamo già quasi arrivati, chi ce la fa, è tutto in salita a tornare..."
"E dai, amore, non fare il pigro odioso, che ti costa..."
"No, la prossima volta impari, mi annoio di risalire, andiamo"
"Ehi, ma che ti prende?"
"Niente, andiamo" faccio io con aria insolitamente burbera e seccata, anche perchè non mi rivolgerei mai così a lei.
"Sei proprio insopportabile"
"Sì sì..." e allungo il passo.
"Almeno aspettami, no??? Ma che hai???" e corro sempre di più, fino a sparire dietro un angolo. Tiro fuori dalla busta la borsa del mare di stoffa colorata e me la ficco in testa, a mo' di cappello da jolly. Esco fuori dal vicoletto e le blocco il passaggio, saltellandole incontro, mentre due bambine sedute su dei gradini mi guardano e si sganasciano dalle risate "guarda quello con la borsa in testa!! Puahahahuhahuah!".
Lu comincia a ridere e me ne dice di tutti i colori, aggiungendo che c'aveva pure creduto a quel mio modo di fare così brutto e antipatico. Per punizione, ovvio, me la bacio per tutto il tragitto fino alla spiaggia, travolgendo pure un povero cagnolino, che per un pelo non mi ha azzannato la caviglia con cui gli ho fatto lo sgambetto.
Finalmente in spiaggia... il mare è grosso, ci sono dei cavalloni fortissimi e l'acqua è fredda, ma è limpidissima e invoglia. Entriamo in acqua e alla terza onda forte, Lu mi finisce addosso e la reggo, ma alla quarta onda finiamo in acqua tutti e due e la forza del mare ci spinge prima a riva e poi ci risucchia indietro al largo. Riprendo il controllo della situazione e l'acchiappo in vita.
"Guarda che se mi molli, il mare ti porta via, patata che non sei altro..."
"E' arrivato Massimiliano Rosolino dai 100 metri a stile libero... tsk..."
"Senti, bella, vuoi vedere che t'affogo?"
"Vediamo, scemo!" e comincia una lotta impari, perchè l'infame mi molla i calci sott'acqua a rischio frittata di palle! Così mi arrendo per un attimo, ma poi con la mia infallibile mossa piovra la distruggo, di baci, ovvio, me l'avvinghio addosso e me la porto a riva così, tipo mamma canguro con cangurino al collo. Ci stendiamo lì a prendere il sole e la faccio arrabbiare di continuo con qualche commentino idiota sulle signorine straniere in costume, ma lei ricambia ogni volta che passa qualche gnocco americano con la tavola da surf, manco fossimo in California o in Florida. Esaltati, tsk. Sì, ok, ok, sono geloso!
Verso il primo pomeriggio, decidiamo di mangiare un boccone leggero prima della partenza e ce ne andiamo in un ristorante carinissimo, che sorge sopra ad una specie di fonta d'acqua, dove in antichità c'era un mulino. Unica pecca, i camerieri completamente lobotomizzati e rattusoni. Li avrei uccisi.
Torniamo in albergo, ci cambiamo nella stanza che ci era stata lasciata a disposizione dalla simpatica receptionista e ci avviamo lentamente all'imbarco del metrò del mare. Siamo un po' in anticipo e ci mettiamo a chiacchierare accanto ad un pittore, che stava dipingendo la baia, a cui ovviamente diamo confidenza, essendo, lei ed io uno più chiacchierone dell'altra.
Con tutta calma, poi, andiamo al molo per fare il biglietto, quando un donnone sui 100 kg ci dice che il metrò non parte con il mare grosso. Azz!
Per un attimo esultiamo entrambi, che ci sentiamo come bloccati nel paradiso terrestre, poi lei si ricorda che il giorno dopo deve per forza stare a scuola, perchè ha le ultime interrogazioni da fare prima che le classi si ritirino. In quel momento ho odiato i suoi alunni, ma a quel punto serviva trovare subito una soluzione alternativa. Andiamo all'ente turismo. Spiego la situazione alla zizzonissima signorina, tutta scollata e provocante. Lu la guarda con odio, io non proprio con odio!
La zizzacchiona ci aiuta a trovare una soluzione. Ci indica un percorso lungo ed economico, fatto di pullman e circumvesuviana da Sorrento, e poi ci dice "e se, invece, volete fare una pazzia, vi chiamo un transfert e vi faccio portare a Napoli in un'ora e mezza" e facciamo 'sta pazzia, tanto ormai il clima da salasso continuo di Positano mi era entrato dentro e niente più avrebbe spaventato il mio bancomat intrepido. Per addolcire la delusione di non aver potuto fare di nuovo il tragitto in mare, urge un gelato al gusto di... hmmmm... anguria, mandorla e pistacchio! GO-DU-RIA!
Il ritorno in taxi va liscio, sebbene con un pizzico di malinconia per l'avvicinarsi del distacco. Lu si addormenta sulla mia spalla, come fosse una bambina, e in quel momento ho creduto che il mondo fosse l'abitacolo di quel pullmino Mercedes, escluso l'odiosissimo autista signorsotuttoiodellestradedinapolianchesesonodipositano.
La lascio sotto casa e lei mi chiede di non accompagnarla fin su, altrimenti non riuscirà a farmi andar via. Non insisto, perchè so anch'io che se salgo, è la fine, non torno più a casa e invece ho la mia peste che m'aspetta.
Ho mandato via il taxi e me la sono fatta a piedi, trolley al seguito, perchè avevo bisogno di star da solo e di riflettere un po' su tutto quel che era successo. So che sono innamorato, so che sono destinato a soffrire per quest'impossibilità di costruire qualcosa di solido con lei, ma so anche che non potrei mai rinunciare a tutto questo, perchè per la prima volta nella mia vita credo d'aver trovato una donna capace di entrarmi dentro senza invadermi. E questo è il massimo che si possa desiderare dall'amore: condivisione totale e rispetto totale, conditi da una passione che non ha confini.
Arrivo a casa, busso alla porta e mi apre un mostro verde e fucsia con in testa delle palline bianche.
"Papi, arrrrrrrrrggghhhhh!! Ti mischio il pruritooooo!!!"
"Ciao, pazzo! Che prurito? Che hai?"
"Ma no, papi, guardami! Ti piace la mia maschera da mostro dei pidocchi? Te li posso mischiare? Dopo ti gratto io la testa, giuro..." come se quei pidocchi di carta davvero facessero effetto...
"Ok, se mi gratti tu, si può fare... "
"Evvai!!! PSSSSSSSSSS!!!! Attaccatelo!!!!" e mi lancia addosso una manciata di palline di carta, che mi si infilano dappertutto, tra i capelli, nella camicia, nelle scarpe... insomma, è sempre il mio solito, piccolo folle...

domenica, 27 aprile 2008

Una notte limpida e fresca di primavera è quello che ci vuole per riconciliarsi con il mondo: la natura esplode ed io resto a guardarla. L'arancione della Luna fa capolino al di là del monte Faito e si tuffa nel mare. Lo immagino tiepido, stasera è placido.
Guardo le mie mani scrivere sulla tastiera e sono già scure, i raggi solari le hanno accarezzate in questi giorni, mentre giocavo a fare il giardiniere e mi sono spaccato in due la schiena, per sistemare a dovere il terrazzo in vista delle prossime cenette estive.
Credo di star bene come mai prima d'ora e il merito è soprattutto mio, che ho imparato a godere delle piccole cose e a partire da queste per raggiungere le grandi. "Tutto e subito" è sempre stato il mio motto e, invece, forse sarà la "vecchiaia" incipiente, mi sto accorgendo di quanto sia bello diluire il piacere dell'attesa di qualcosa che si desidera moltissimo. E più si aspetta, più il desiderio, una volta realizzato, è ricco d'emozioni. Ne sto vivendo tante, il Destino gioca con me e sorride della mia sfacciataggine ad accoglierlo così come viene. Del resto, anch'io non m'agghindo per lui, semplicemente lo aspetto.
I ragazzi del vicinato urlano come dannati, le canne sono complici di questo divertito inquinamento acustico notturno, mentre io quasi m'addormento sul pc, ripensando a tutti i sorrisi che sto collezionando da quelle tue labbra delicate e inaspettatamente piene di passione.
Buonanotte, che sonno micidiale...

sabato, 15 marzo 2008
E alla fine ce l'abbiamo fatta... ho cucinato per te, per noi.
Sempre a dubitare delle mie, fino a te, indiscusse doti culinarie, dicevi "sì sì, dici sempre che cucinerai per me e poi non lo fai mai, ti distrai..." e mi baciavi con passione, fino a farmi perdere il controllo in quel salone di casa tua e ogni mia buona intenzione di farti assaggiare qualcosa fatto da me svaniva in un lampo; diciamo che ero preso da tutt'altro. Poi, m'hai lanciato la sfida: "secondo me, tu non sai cucinare".
Eh no, bella mia, ti faccio vedere io! E così è stato.
Ieri mattina, ho annullato tutti i miei appuntamenti e mi sono dedicato a te.
Ufficialmente, la "scusa" per vedersi era di darti una mano con un progetto di ristrutturazione di casa tua. L'abbiamo fatto? Ehm... più o meno, va'!
Sono uscito di casa con la ferma intenzione che t'avrei fatto un pranzetto coi fiocchi.
Sono andato al GS e ho fatto la spesa, maledicendomi. Sì, perchè la sera prima m'ero scritto tutta la lista dell'occorrente da comprare, ma poi, e manco mi meraviglio, la beneamata lista l'ho dimenticata a casa, ovvio, no?
E così, mi sono arrabattato all'interno di quell'immenso supermercato, cercando di ricordarmi tutto quel che mi servisse per il pranzo. Un'impresa, considerata la fretta di arrivare a casa tua e la voglia di darti un bacio.
Comunque, entro.
E mi dimentico di prendere il carrello all'ingresso, ma mica me ne accorgo subito? No, ovvio che no. Me ne accorgo dopo cinque minuti, quando le mie mani già sono stracolme di roba, che ho la tentazione di mettere in tasca, ma non perchè io fossi un ladro, ma perchè mi cascava di mano! Così, con aria semidisperata, mi guardo intorno per cercare un carrello o un cestello vuoto, ma niente. Vado da una cassiera, che ha l'aria di una persona gentile e con tutta questa roba in mano le chiedo:
"Mi scusi, signorina, ma ci sono carrelli all'interno o devo per forza riuscire fuori?"
Lei mi guarda con aria un po' perplessa e poi sorride, divertita.
"Dovrebbe riuscire fuori, ma non può passare con tutta quella roba..."
"Lo so, lo so... insomma, devo posarla tutta e poi riesco... "
"Eh sì, signore... non mi guardi con quell'aria avvilita..."
"No, no, ha ragione, ora poso tutto ed esco, ma... ehi, guardi, lì c'è una signora ad una cassa che sta per andar via, posso passare da qui e chiederle se mi lascia il carrello?"
"Signore, veramente non si potrebbe varcare le casse con la roba in mano, ma se sta attento a non avvicinarsi all'antitaccheggio, posso fare uno strappo alla regola... passi da qui..." e mi fa passare dietro alla sua sedia per non far suonare tutto. La ringrazio tantissimo e volo a placcare la signora del carrello.
"Signora, mi scusi, le occorre il carrello?" e con aria odiosissima, la signora mi risponde...
"Veramente dentro c'è la mia moneta da un euro" e io...
"E ma ovviamente gliela restituisco, si figuri... allora, posso?"
"Va bene..." sempre più scocciata, manco le avessi chiesto di prestarmi l'auto.
Per prendere il portafogli dalla tasca è una vera impresa: le mani sono piene di pacchi, bustine e cose varie prese prima, così non riesco proprio a muovermi senza che mi caschi tutto per terra.
Con sguardo implorante, le chiedo...
"E' vietato poggiare le mie cose nel carrello prima che le abbia restituito l'euro?"
"No, no... prego, ma non faccia lo spiritoso"
"Per carità... " e SBABABABAMMMM!!! Mi casca tutta la roba nel carrello, mentre la signora dice "Oh, madonna mia, che impiastro..." e io "Signora, lei mi sta mettendo un'agitazione incredibile, non mi guardi così, eh, mamma mia! Ecco il suo euro, è stata GENTILISSIMA..." dico, marcando ironicamente il tono di voce sull'aggettivo. La saluto e tutto fiero del mio carrello conquistato a fatica, mi riavvio tra gli scaffali. E vaffanculazzo, certa gente è proprio insopportabile.
Settore frutta e verdura. La frutta non mi serve, lei ne mangia tanta e a casa sua c'è sicuramente, mi dico.
La verdura, sì. Compro rucola, carote, limoni, funghi e finocchi. Vedo delle noci già spellate e le compro.
Poi, settore salumeria: mi servono la bresaola, lo speck, la provola, la ricotta di cestino, il parmiggiano, le olive verdi.
Infine, uova, pancetta a cubetti, bucatini, farina, lievito e latte. E una piantina di basilico.
Vedo dei grissini al gusto di olive e li prendo. Faccio una fila colossale alla cassa, bestemmiando contro tutto l'Olimpo per il tremendo ritardo in cui fossi, e finalmente mi ritrovo faccia a faccia con la cassiera che mi aveva aiutato prima. Penso che dovrei ringraziarla in qualche modo per la gentilezza, solo che non ho troppo tempo, così faccio la prima stronzata che mi viene in mente: afferro un pacchetto di "mon cheri" da un espositore e le chiedo...
"Le piacciono?" 
"Eh sì, sono buonissimi, certo!"
Pago il conto, metto tutto in busta e faccio largo alla cliente dopo di me; ma senza allontanarmi dal banco cassa, mi avvicino alla signorina, le offro un ciuffo di basilico a mo' di fiore, con un mon cheri accanto.
"So che andrebbe detto con i fiori, ma del basilico profumato può andar bene comunque? Grazie per prima..."
"E' la prima volta che ricevo un omaggio floreale del genere, ma devo dire che è davvero carino, grazie a lei!" e ride di gusto, arrossendo.
"E' il minimo... buona giornata, signora, a presto"
"Buona giornata a lei, signore... e si ricordi del carrello, la prossima volta, altrimenti sarò pronta a ricevere un ciuffo di rosmarino per farla passare di nuovo oltre le casse da clandestino..." e io scoppio a ridere, salutandola.
Correndo come un pazzo per il ritardo, salto in moto, carico di buste e corro a casa di Lu, ma, correndo, faccio una frenata quasi di scatto davanti alla vetrina di una gelateria buonissima del Vomero, che ha esposti dei gelati  forma di bacio perugina versione maxi. Li compro, sono bellissimi, sembrano due seni, slurp!
Arrivo a casa della mia dolce tortura.
Fortunatamente, quello stronzo odioso del portiere, che ancora non ho capito se si chiami Martino di nome o di cognome, perchè poi qualcuno lo chiama Giovanni, non c'è e io sgattaiolo nel palazzo con fare furtivo, evitandomi la sua consueta radiografia impicciona.
Busso alla porta.
Un tuffo al cuore, quando apre.
E' bellissima, più del solito. Un po' abbronzata, perchè stava leggendo fuori al terrazzino al sole, stretta in un vestitino di maglina di un arancione tenue, con un cinturone marrone in vita e gli stivali di cuoio... una collana di quegli stessi colori che le dava una luce al viso spaventosamente bella e un profumo da schianto. Il tutto incorniciato da quei suoi capelli ondulati e ribelli, intorno a quegli occhi di fuoco.
"Finalmente, caro il mio ritardatario pieno di buste..." e non mi fa nemmeno entrare, che mi bacia da farmi sbattere per terra.
"Fammi posare almeno tutta questa roba, amore mio, non ti posso nemmeno abbracciare..."
"E che m'importa..." mi sussurra lei, con quel fare intrigante che certe donne hanno proprio nel dna.
Poi, solo quando l'ha deciso lei, posso posare le buste e travolgerla di baci, ma ancora con il giubbotto addosso, perchè non me l'ha fatto togliere! Si toglie quando lo decide lei, dice. E va bene, tanto io mi diverto un mondo a vedere come gioca con me.
Non mi fa mettere le cose in frigo e mi trascina sul divano a parlare di tutto e di più. Mi sta addosso con la sua sensualità da brividi, mi guarda come se volesse mangiarmi e io faccio lo stesso con lei e la prendo in giro, le dico "ma come siamo fredde, oggi... già non ti piaccio più, ammettilo... " e lei mi lancia un sorriso di sfida stupendo, alzandosi leggermente il vestito e sedendosi a cavallo su di me... wow... censura, censura, censura.
E dopo un paio d'ore passate stretti sul divano, la OBBLIGO a star buona, perchè io DEVO cucinare.
"Posso venire con te in cucina, almeno?"
"No"
"Ma come no?!? Non sai nemmeno dove siano le pentole e gli arnesi vari!"
"Li troverò."
"Dai, fammi stare con te, sto buonissima, giuro..."
"E va beeeeeneee... ma guai se mi baci" e mi bacia. Le ultime parole famose.
Comunque, dopo tarantelle varie, riesco ad avviare le prime operazioni culinarie.
Questo il menù consigliato dallo chef:

Antipasto

Rotolo di pasta al latte con funghi, provola e speck

Primo piatto

Bucatini alla carbonara

Secondo piatto

Involtini di bresaola farciti di crema di olive, ricotta e rucola, con grissini decorativi (se magnano pure!)

Contorno

Insalatina julienne di finocchi, carote, noci, rucola e scorzette di limone

Frutta

Macedonia di kiwi, mele verdi e spicchi d'arancia caramellati

Dolce

Gelati artigianali a forma di bacioni Perugina

Il tutto annaffiato da un ottimo Nero d'Avola e un sorso di Passito finale.
La fetentona malpensante alla fine s'è leccata i baffi e ha rimangiato la PESSIMA affermazione che io non sappia cucinare. Tsk!!! Pure i piatti decorati le ho servito, pure decorati!
E il giusto premio per un sì grande chef qual è?
Eh.
Vabbe'!
Peccato solo che io abbia lasciato una cucina che era un vero terremoto, ma tanto lei ha la sua tizia carina delle pulizie e mi ha obbligato a non muovere un dito, perchè avrei pure pulito, eh, se fosse stato necessario, giuro... (mi state credendo? MI STATE CREDENDO?!?!? NO?????? BRAVI!!!).
Che giornata meravigliosa... e ora mi tocca studiare e non vederla per qualche giorno, ma il ricordo di ieri mi terrà compagnia, perchè tanto ormai lei mi è dentro, dentro, dentro.

venerdì, 14 marzo 2008

Della serie: sono il solito coglione? Il pubblico risponde in coro: "Sìììììì!!".
Narriamo i fatti.
Ieri, la mia adorata compagna mi telefona e mi chiede di accompagnarla a fare compere al negozio di articoli da regalo, tutti chic e gnegnegne, di una mia ex compagna di classe, nonchè sua alunna.
E fin qui, tutto a posto. Le dico "Chiamo Sara e le chiedo quando si troverà al negozio".
Chiamo, infatti, la mia amica e lei mi dice...
"Miiiii, la prof. al negozio??? Ti prego, Jack, accompagnala, se siete in buoni rapporti, mi vergogno da sola con lei, non la vedo dai tempi di scuola!"
"Ma tu stai ancora con Diego?"
"Sì... perchè?"
"Allora, è sicuro che l'accompagno"
"Perchè?"
"No, no, niente, parlavo tra me e me... ci vediamo domani alle 16:30 al tuo negozio, un bacio!" e chiudo la telefonata, pensando a Diego, anche lui ex compagno di classe, noto provolone del liceo fin dai tempi dell'adolescenza. 'Sti cazzi che lascio andare sola la prof. nella tana del lupo, sebbene fidanzato. Richiamo la mia bella signora.
"Allora, è per domani alle 16:30... Sara ti aspetta al negozio"
"Ma tu mi accompagni, vero?"
"Vuoi?"
"Sì, certo... è tanto che non vedo Sara, se ci sarai tu, mi sentirò più a mio agio... e poi è un'occasione per stare insieme, no?"
"Va bene, t'accompagno, ma... come la mettiamo? Sara non sa mica di noi due..."
"Ah, vero! Hai ragione! Come la mettiamo?"
"E te lo chiedevo io, che fai, me lo richiedi?"
"Vabbe', fingiamo, no?"
"Cioè, ti devo dare del "lei"? Di nuovo? Chissà come ho smesso e domani dovrò ricominciare?" e lei scoppia a ridere al telefono.
E così, oggi, abbiamo finto.
Arriviamo al negozio, che è ancora chiuso. Chiacchieriamo lì fuori, è palese il nostro atteggiamento finto disinteressato, di chi si dà l'aria di non aver proprio interesse nei confronti dell'altro; ridiamo sotto i baffi. Io li ho, lei no, eh. Ad un tratto, mi sento chiamare.
"Jack! Ma ciao, quanto tempo!"
"Signora, che piacere! Ma Sara?"
"Non è ancora arrivata?"
"Eh no, la stiamo aspettando... ma... si ricorda della professoressa?"
"Ma certo! Salve, professoressa, quanto tempo! E' rimasta uguale, ma non l'avevo vista dietro a questo omaccione brutto" e figuriamoci se non mi becco qualche tenerezza dalla mamma di Sara, che sotto sotto mi ha sempre odiato, perchè non ho corteggiato e sposato la figlia?
"Entrate, entrate... posso esservi utile?" e le due donne incominciano a chiacchierare sulle cose da comprare, lasciandomi solo come un fesso.
Ad un certo punto, Lu si gira e mi chiede "Jack, Ti piace questo piattino di ceramica?" e io "Sì, certo, ma tu sei convinta che sia adatto?" e cazzo!!! Mi mordo la lingua per quel maledetto "tu". Lei sgrana gli occhi, come a dire "ricordati che mi devi dare del LEI qui!" e ride. Io mi squaglio, mi dò del coglione e provo a resistere alla tentazione di scoppiare a ridere pure io, perchè se no non mi fermo più. Provo a raddrizzare il tiro, dandole subito del "lei" con un'altra frase, ma per fortuna la signora Alba non deve aver sentito.
Arriva Sara.
Baci e abbracci con la prof., io ripenso sempre al mio lapsus e mi dico più sto zitto e meno guai faccio.
Diego, per fortuna, non c'è proprio, è al lavoro altrove. Niente scene di gelosia.
Dopo andiamo a prenderci un caffè tutti e tre, ricordando i tempi della scuola, e io mi sono dato diecimila morsi sulla lingua, per darle quel cacchio di "lei", tutte le volte che mi ci rivolgevo, tanto che Sara ad un certo punto mi fa "Jack, ma che hai oggi? In certi momenti ti si inceppa la lingua. Sei emozionato, confessa, eh?" l'avrei voluta strozzare. L'altra perfida rideva a crepapelle, trattenendosi a stento, tanto il problema non era il suo, ero io a dover fare i salti mortali per creare una scissione nel cervello e riconsiderarla solo una prof. e non l'amore mio!!!
Dopo, l'accompagno dalle sue amiche, dove aveva appuntamento.
La saluto tristemente, dicendole con aria affranta "credo proprio che passerà molto tempo prima di rivederci..." e lei si attapira tutta, mentre io in mente mia sghignazzo, perchè so già cosa sto per fare.
"A che ora tornerai da quest'incontro con le amiche?"
"Alle 20:00 circa sarò a casa, ti chiamerò, voglio sentirti, mi mancherai..."
La bacio e me ne vado... ma mica a casa mia??? No! Avevo delle visite in zona, me le sono fatte e non mi sono preso nemmeno i soldi dai miei pazienti, perchè ero particolarmente contento e loro avranno pensato che io sia impazzito, e poi alle 19:50 zac!! Mi sono appostato sotto casa sua per aspettare che rientrasse... e precisa come un orologio svizzero, com'è nel suo stile, alle 20:00 spaccate la vedo svoltare l'angolo, mentre cammina a testa bassa... incrocio le braccia, non la chiamo, sorrido, aspetto che mi guardi: mi guarda.
Devo mica dirlo che m'è saltata al collo di felicità? Vabbe', l'ho detto ormai. Però, il resto non lo dico, giuro...

lunedì, 03 marzo 2008

"Forse dio è malato" è un bellissimo documentario che vale la pena di vedere.
Ho voglia di vedere anche "Persepolis".
Mi piacerebbe riprendere a scrivere racconti, anzi, voglio provare con un romanzo, ce l'ho tutto in testa.
Sono un po' stanco e sta per arrivare la resa dei conti, poi, finalmente sarò di nuovo libero da ansie.
Credo che dovrei organizzare un bel viaggio.
La destinazione?
Non la so ancora, ma è meglio così.
"Posso rivederti già stasera? Ma tu non pensare male adesso" mi fa compagnia.
Associare le idee è un gioco che mi è sempre piaciuto.
Perchè alcuni fanno i vip su messenger, stando sempre su occupato per certi e poi per altri si sprosciuttano? Bloccatele, le persone con cui non vi va o non potete parlare, no?
Non è reato bloccare le persone su messenger.
Io ne blocco tante e spesso, perchè sono un po' stronzo.
No, non è perchè sono stronzo, ma è perchè non mi piace arronzare le persone, se non ho voglia di fare convenevoli e ho voglia di parlare solo con pochissimi amici stretti.
Voglio il cielo in una stanza.
Adesso, uccido gli operai dei vicini.
Disperatamente un respiro prova a salire dai polmoni alla mia bocca, non ce la fa ad uscire.
Questo cazzo di tempo di grigio mi ha veramente scocciato.
Se fossi in vendita, oggi costerei un sacco di soldi. Falsi.
Ma chi cazzo legge il mio blog? Non ci sono commenti eppure ho roba tipo 800 visite al mese. Comincio a pensare che lo shiny stat sia infestato da presenze ectoplasmatiche.
Non so se faccia figo avere uno strappo sui jeans, ma oggi sono caduto dalla moto e me li sono strappati.
Sì, sto bene, mi hanno solo investito di striscio.
La mia segretaria è particolarmente carina, quando si preoccupa per me.
Stai fermo, sei un uomo impegnato.
Allora, state zitte, non giratemi intorno, non voglio sesso, voglio solo amore.
Chi è capace di amare? Chi osa amare davvero?
Voglio che si fermi tutto per un istante, per vedere che faccia faranno certe persone nel momento in cui premerò "pause" sul lettore dvd del mondo. Sarà da ridere, cercherò le espressioni di paura e di desiderio, le più intense.
Maledetto il vento debole. Il vento è per definizione dirompente e coraggioso.
Un tuffo in un cratere in cambio di un tuo bacio al sapore di magma caldo.
Mi manchi e devo averti.
E' sempre tutto difficilissimo, perchè se no non c'è sfizio, mi pare di capire.
Mai niente è stato semplice per me, sarà che ho firmato un contratto di "vita incasinata" prima di nascere e non me lo ricordo.
"Se in quello che hai detto ci credevi davvero, vorrei tanto che lo ripetessi di nuovo", nel bene e nel male.
Ho deciso che mi farò crescere i baffi senza barba incolta intorno, anzi no, ho già cambiato idea.
Sto per dare un pugno nel pc, ho fatto una cosa che non avrei dovuto fare.
E, ora, lancio a mare il cellulare, perchè mi sta decisamente sui coglioni.
I soldi non mi servono, mi serve un prato e una mostra di Hackert.
Credo che casa mia sia nel Lago d'Averno, discenderò all'Inferno, se si entra da lì.
Il mio posto è quello, fiero peccatore.
"Papi, mi accompagni a comprare i pastelli nuovi?"
Un giorno, sì, ti accompagnerò, ma dammi la mano, non mi fido di quello che c'è fuori.
Sono stato un bambino sognatore, di quelli che parlano della natura con i mostri e scappano dagli angeli, perchè pensano siano fantasmi.

venerdì, 29 febbraio 2008

60 giorni da QUEL giorno... quello che preparava l'inizio dei miei momenti più pazzi mai vissuti.

Le vibrazioni del corpo di una donna sono incontrollabili, quando è il piacere che lo devasta.
I profumi che questo emana hanno qualcosa di ancestrale e magico, l'indescrivibile appare sotto ai miei occhi e io non so dargli nome, se non quello di lei, la mia donna.
Oggi, 29 febbraio 2008, giorno fatato dell'anno bisestile, sono due mesi da quando ti ho rivista dopo anni di silenzio.
Che mattinata!!!!!!! Avevi detto che bisognava festeggiare e direi che... sì, abbiamo festeggiato proprio per bene, vero?
Non si dice cosa abbiamo fatto a colazione con la marmellata di arance amare, si può dire solo che mi è piaciuto da impazzire il contrasto dolce/aspro della tua pelle mista a quella densa gelatina arancione...
Il caffè, lasciato gocciolare dal cucchiaino piano piano sui seni, poi, goccia a goccia, era delizioso, lo vorrei bere tutte le mattine così. Ridevi, mi stringevi e "ma le pensi tutte, tu..." dicevi.
Ehilà, ma che leggete voi altri?? Guardoni, vi ho beccato...!
Vabbe', io continuo, tanto qua nessuno si scandalizza, e pure se... piacere di scandalizzarvi!
Nuda su di me, nudo su di te, la fame mai sazia di ogni piega del tuo corpo. Non smetterei mai di giocare ad esplorarlo. Lingua e dita a gara per entrare... quanto tempo abbiamo giocato prima di esplodere con tutti i sensi... quanto tempo... ed è volato via in un soffio, incredibile.
Il pizzo bordeaux mi piace da sempre, ma mica tu lo sapevi... eppure... wow... sei apparsa come una Venere voluttuosa davanti ai miei occhi increduli, nella penombra del salone, giocavi tra le tende. E' bastato prenderti in braccio con passione, per farti smettere di fuggire e di nasconderti, e portarti su quelle lenzuola color pesco, per poi perderci di nuovo l'uno dentro l'altra, pazzi ogni giorno di più.
Sì, io sono pazzo, non riesco a pensare ad altro che a te, ho in testa solo te, scrivo solo di te, voglio solo te, amo solo te. Erano anni che non mi sentivo più così, non riesco a capacitarmi di tutta questa forza quasi animalesca che ho dentro, che mi fa fare i salti mortali anche per stare soltanto un istante con te.
La musica nella tua stanza... un sogno averti tra le braccia.
I biglietti per Roma sul tavolo della cucina, verrai con me, sarà splendido averti accanto in un momento così importante; gli esami insieme alla tua università, la settimana prossima (i tuoi alunni mi odieranno, diranno "ma questo qui che spoglia la prof. con gli occhi, ora, chi è???"); Shakespeare che ci aspetta al Delle Palme... chissà come sarai bella, tra qualche giorno, a teatro, vicino a me.
Hai la classe di una diva d'altri tempi, metti ko folle di ragazzine truccate a festa... il fascino sta nella semplicità, e tu lo sai; la seduzione sta nella consapevolezza di essere affascinanti, nello stile di chi sa essere se stesso, perchè sa di essere un tutto meraviglioso nella propria unicità.
La nostra storia non può restare così, nascosta agli occhi del mondo; tu hai paura di svelarci, temi commenti inopportuni, chiacchiere sgradevoli, ma io lo vorrei urlare che ti amo, e non posso; perciò lo devo scrivere qui, se no mi scoppia dentro e non è giusto soffocare un sentimento così potente.
Che ti frega, amore mio, di chi ci guarderà storto, solo perchè non abbiamo la stessa età? Solo perchè un tempo eravamo tu dalla parte di un muro e io dalla parte opposta? Che t'importa... noi bastiamo a noi stessi, ma io t'aspetto, non forzerò mai le tue scelte, però sappi che il giorno che mi permetterai di presentarti a qualcuno, dicendo con orgoglio "lei è Lu, la mia splendida compagna", io farò un salto di felicità talmente alto, ma talmente alto, che se il cielo ha un soffitto, quel giorno lo scopriremo, perchè mi ci incastrerò con la testa dentro e dovrai riportarmi giù per i piedi. Lo sai che io sono un po' scemo, mi devi tirare tu fuori dai guai, se no ne combino a ruota libera. Che ridi a fare, me l'hai detto già quattro volte che sono un casinista, ho capito!
Magari, un giorno di questi, te le faccio leggere davvero, tutte queste cose che ti scrivo come se tu fossi qui, tanto sono tue, sono solo per te.
Guarda che lo so che ora sei tutta bellona e sexy alla festa di laurea di tua nipote, eh, che credi... guai a te, se fai la provolona con gli invitati maschi, sto morendo di gelosia, ti spezzo le gambine e pure le braccine.
Anzi, quasi quasi ti chiamo a tradimento e ti dico delle cosette nell'orecchio per distrarti, c