
categoria:de mundo, amiche ed amici, i consigli di jack, jack e la sua città , jack e il mondo attorno a lui

Eleonora Pimentel Fonseca, ieri sera, nel cortile dell'università, è diventata Leonor, in un musical allestito dai miei alunni... "per colpa mia". Così mi ha detto Alessia, tenerissima e in gamba come poche, forse la migliore del corso, quando mi annunciò un paio di mesi fa che si erano messi al lavoro per la preparazione del musical. "Ci ha plagiati, prof., ormai la Pimentel ci è nota come le nostre tasche ed è tutta colpa sua, che ce ne ha parlato con tanta passione!". Sorridemmo entrambi per quella parola "colpa" e così, sempre scherzando, mi offrii in quella sede di aiutarli per la parte storica, per i dialoghi e cose del genere. Spesso, durante la preparazione, sono venuti a chiedermi libri, consigli, ma poi quando chiedevo di sapere di più, se ne scappavano con aria malandrina, per nascondere il segreto, come se fossero dei bambini, e invece sono donne e uomini fatti con più di vent'anni sulle spalle.
E ieri, grazie anche all'aiuto di Giada, una mia bravissima collega esperta in scene e costumi, la scenografia e gli abiti degli attori erano una meraviglia. Il contesto, poi, era perfetto: un costone di roccia nuda alle spalle del palco con la giusta illuminazione dava la sensazione di essere finiti davvero indietro nel tempo. Il palco, un patibolo, per ricordare la triste fine di Eleonora durante la Rivoluzione napoletana del 1799. Arrivo e i ragazzi mi piombano addosso, quando mi vedono.
"Prof.!!!!! Credevamo che non sarebbe più venuto!" mi abbracciano a turno, ma evitano di darmi baci per non impasticciarmi di trucco. Li guardo, fiero e compiaciuto, sono tutti bellissimi con gli abiti di scena addosso. Come al solito, il capobanda è Alessia, biondina peperina tutta saltellante.
Mi prende per mano e mi porta in disparte, dice che vuole spiegarmi come funzioneranno alcuni trucchi di scena e poi praticamente fa alzare dall'ultima sedia libera in prima fila un ragazzo, quasi lo prende a calci, e gli intima "Te ne devi andare da qui, ti sei preso il posto del prof.!" e io imbarazzatissimo, tento di aggiungere "ma non ti preoccupare, Alessia, dalla seconda fila si vede comunque tutto benissimo..." e lei niente, no, nada. Devo stare in prima fila.
(Continuo dopo, un paziente!)
Dicevamo... dopo aver preso posto, osservo un po' le facce in giro. Spicca subito quella del vicepreside, un uomo la cui intelligenza è indubbia, ma il guaio è che la mette al servizio di manovrine non sempre pulitissime. Il preside, noto intrallazzone, e del resto se non lo fosse, non sarebbe nemmeno preside, che mi vede da lontano e mi saluta, venendomi incontro con un fare da leccaculo inspiegabile, visto che dovrei farlo io, potenzialmente, il leccaculo con lui, ma dato che non esiste proprio, anzi, faccio l'opposto, con tutte le grane che gli pianto di continuo, ora è lui a fare il chupa chups con me, per evitare di tenermi contro.
"Professore! Buonasera, che piacere averla tra noi!"
"Preside..." e gli stringo la mano, pensando "Ciao, omm' 'e merd'...".
"So che lei è la mente silenziosa e in disparte dello spettacolo..." e mi guarda, come a chiedermi "perchè non ti sei preso i dovuti meriti e il tuo nome non compare da nessuna parte, cretino?".
"Non direi, hanno fatto tutto i ragazzi, io gli ho solo spiegato una parte fondamentale della storia della nostra città. Un napoletano che non sappia i fatti della rivoluzione del '99 non è un vero napoletano, non crede, Preside?" e lui mi risponde "sìsìsìsìsìsì, certocertocerto..." con l'aria di chi non sa un cazzo di quel periodo storico.
"Bene, professore, allora si goda il SUO spettacolo, a me toccano gli onori di casa" mi stringe la mano e se ne va, per evitare forse che io lo interroghi?
"Buona serata a lei, Preside" e mi giro dall'altro lato, trovandomi dietro Vittorio, Andrea e Adriano, tre ragazzi del corso, che mi dicono "Professsssssssore, buonassssssssera..." alludendo simpaticamente a Sir Bis, il serpente viscido del Robin Hood della Disney, mentre imitano il preside. Ridiamo.
(Mi chiama la segretaria, aspettate!)
Dopo un po' arriva Viviana, una mia collega, ovvero la mia persecuzione. Questa è una donna iperproblematica, sempre con la faccia tesa, tipo una Margherita Buy dei poveri (le somiglia pure) e ogni volta tenta di accastrarmi, perchè vuole stare vicino a me, così dice. E infatti...
"Eccoti!! Mi hanno detto i ragazzi che c'eri, ti stavo cercando, finalmente ti ho trovato! Ti dispiace se mi siedo vicino a te? Ok, dai, mi siedo, lo sposto questo zainetto, fa niente che la sedia è occupata. Ma mica è occupata da te? Cioè, sei con qualcuno? Con qualcuna? Cioè, praticamente, dicevo... non volevo essere invadente, ma posso stare vicino a te? Sì, vero?"
"Vivia', stai facendo tutto tu, bella mia. Comunque, non è mio lo zainetto, siediti pure"
"Non ti scoccia, vero?"
"No, no, per carità..." dico con tono ironico, ma lei nemmeno se ne accorge e pure se se ne accorge, non gliene frega manco una straminchia e si siede, iniziando a parlarmi di sè e dei suoi casini con il marito. Che palle. Non so se mi bracchi per una forma di amicizia, o perchè sono l'unico che non la manda a quel paese, o perchè nasconda una cotta per me, come malignamente dicono i ragazzi, ma fatto sta che è la mia cambiale, sono privo di muovermi da solo per i corridoi dell'università, che mi ritrovo questa piattola attaccata addosso. Lei parla, parla, parla e da lontano vedo Lidia, una mia simpaticissima alunna, vestita da nobildonna e pronta a salire in scena, che mentre si sistema il microfono mi fa gli occhi a cuoricino con le mani, per prendermi in giro sul fatto di Viviana. Le faccio una pernacchietta silenziosa da lontano, ma Viviana ovviamente pensa che io ce l'abbia con lei e mi fa "ma da quando mi fai le pernacchie mentre ti parlo?" e valle a spiegare dopo che non ce l'avevo con lei, ma con Lidia... e lei che nemmeno mi credeva, al che mi scoccio e le dico con tono perentorio "ma scusa, ti pare mai che io faccia una pernacchia in faccia ad una donna, se mi secco di starla a sentire?!?" e lei "Ah, allora lo vedi che ti secchi???" e a quel punto mi viene da piangere e sotto sotto spero che si alzi e se ne vada, ma lei... "ti dicevo... mio marito è uno stronzo, mica mi ascolta, non mi capisce... mi capisci più tu che sei un collega che lui... bla bla bla bla" e io "sì... forse... uhm... no no... già... eh, lo so...".
Mi sfrecciano davanti Greta e Fabiana. Greta mi saluta, Fabiana mi urla, correndo "Prof., l'anno prossimo la sua segretaria la voglio fare io!" e Greta, che ha sentito, frena di scatto, torna indietro e dice "No, no, la voglio fare io!" e Fabiana "Ma che stai dicendo, tu sei isterica, non puoi fare la sua segretaria, la devo fare io!" e Greta "Isterica io?? Ma ti vedi? Stai andando nel pallone prima di andare in scena e io sarei l'isterica? Prof., non voglio sapere niente, l'anno prossimo sarò io la sua segretaria, ok?" e poi arriva Ambra, la mia attuale segretaria (dove per segretaria io intendo chi debba aiutarmi a prendere le presenze, a rappresentare gli alunni per le richieste da farmi, per la gestione dei programmi e per gli appelli d'esame, niente di più, niente di meno, ma evidentemente è un ruolo di prestigio per loro!). Ambra le guarda con aria di sfida, guarda me tutta sorridente e con voce flautata dice "Professore, non dia retta a quelle due, il ruolo di segretaria è mio di diritto, perchè sono stata bravissima". Greta e Fabiana per un pelo non la linciano, perchè 'ste ragazzine sono pericolose, prima partono scherzando, poi rischiano di litigare davvero e magari è pure colpa mia!
Fortunatamente, una voce al microfono le richiama nei camerini, sta per iniziare lo spettacolo. Calano le luci, salgono il preside e il vicepreside sul palco per fare una presentazione del musical e a tradimento, Sir Bis fa il mio nome. Dice che ci sono tre modi per svolgere il mestiere di docente, uno per mestiere e basta, uno fatto di professionalità, e uno fatto di vocazione. Ed è lì che succede il "pasticcio". Sir Bis dice, del tutto a sorpresa, che vuole ringraziare pubblicamente colui che ha fatto conoscere ai ragazzi la vicenda della Pimentel Fonseca, in un contesto didattico in cui questo era un di più e non parte del programma prestabilito. "Questo bravissimo professionista è un nostro outsider, svolge tutt'altro lavoro, ma insegna per passione. Vi presento il dott. MioNome&Cognome, che pregherei di salire sul palco".
"Ma porco stronzo!" Dico dentro di me, preso alla sprovvista, e penso a quali secondi fini abbia quel viscido per ringraziarmi pubblicamente, dato che è cosa nota che io gli stia sulle palle. E questa è folle, poi, ma la devo dire: in un attimo di estremo narcisismo, penso "meno male che ho messo la giacca di lino beige sul jeans, mi sta bene, spacco tutto sul palco, tsk!". Sì, lo so, sono un caso perso, ma almeno ne sono consapevole. E mi becco pure un applauso, cavolo, con i ragazzi di vari miei corsi a fare da supporters sfegatati, seduti in prima fila. Prima di squagliarmi d'imbarazzo, mi riprendo un attimo: mi tocca dire due stronzate al microfono che mi viene appioppato tra le mani, ringrazio tutti dell'improvvisata e mi ribecco il secondo applauso, mentre dal buio del pubblico si leva due voci femminili, che dopo ho individuato: "Nudoooo!!" e lì risate generali.
Me ne torno a posto e trovo Viviana impazzita.
"Ma perchè tutti ti adorano e a me no??? Dove sbaglio? Che problema ho? Cosa c'è in me che non va???"
"Vivia', vediamoci lo spettacolo tranquilli, dopo ti psicoanalizzo..." e mamma mia!
Insomma, è stata una rappresentazione bellissima. Ho scoperto doti da grandi attori in un paio di persone che al corso stavano buone buone, timide timide... davvero insospettabili e sorprendenti per la grinta dimostrata. Altri, invece, hanno solo confermato di essere delle forze della natura, come Alessia, una splendida protagonista nei panni di Eleonora.
Alla fine, una cena in piedi sul terrazzo grande della facoltà, con vista sul golfo mozzafiato. Vedere i ragazzi così felici e soddisfatti è stata la cosa più bella di tutta la sera e sentire attorno a me tutto il loro affetto è stato grandioso. Peccato che da lunedì si torna a tremare, visto che ci sono gli esami di giugno, ma giuro che non sarò troppo scassacazzi e pretenzioso, giuro!
Ricordi di Procida
L'aliscafo che ballonzola in mezzo al mare e la tua paura, quando c'è stata un'onda più forte. T'è sembrato di essere non su un alijet Snav, ma su un sommergibile, pronto ad andare sotto. E noi con lui.
La prossima volta, però, non staccarmi il braccio per lo spavento, anche perchè potrebbe tornarmi utile; non vuol dire niente che io ne abbia due, tesoro, mi servono entrambi.
Le delizie mangiate al ristorantino sul porto, con quella giornata grigia che prometteva pioggia, ma che tentava di resistere, per riservarci un'accoglienza sull'isola non troppo burrascosa, dopo aver già dato con il mare. Il vento ti scompigliava i capelli, mi rubavi i calamari fritti dal piatto e le cameriere, tutte con il pantalone a fil di chiappa, forse una moda locale, che andavano lente come lumache, come se sull'isola ci fosse una diversa concezione del tempo.
E noi, che avevamo una certa fretta, le abbiamo santificate in tutti i modi possibili. E la cicciona che s'è strafogata tutto il ristorante? E quando hai creduto davvero che mi piacesse, perchè ho detto per gioco che la trovavo affascinante, e tu mi hai dato un pizzico fortissimo, dicendomi che ti faccio preoccupare, se mi piacciono pure le ciccione?
L'albergo, tutto dipinto di bianco e celeste, dove abbiamo passato parte del pomeriggio a coccolarci, aspettando che finisse la pioggia. I tuoi capelli che urlavano vendetta contro l'umidità, il mio corpo che urlava alla pioggia di non smettere di cadere, per non uscire più da quella cameretta vista mare.
La passeggiata alla marina di Chiaiolella, lo splendido isolotto di Vivara, la spiaggia deserta e schiaffeggiata dalla spuma del mare, le persone con le porte delle case aperte su quelle stradine tortuose e silenziose. Una vita tranquilla, senza aver paura dell'altro, è quella che si vive in un'isola così. Le casette tutte colorate che si specchiavano nel porticciolo turistico, dove il mare era inquietantemente calmo, mentre al di là della scogliera imperversava qualche onda. La gara di bellezza dei nomi delle barche: sembravamo due bambini, quando dovevamo decidere se fosse più bello "Nautilù" o "Capaperian". Secondo me, facevano schifo tutti e due, ma tu hai detto che sono sempre il solito incontentabile e allora ho fatto finta di buttarti a mare, prendendoti in braccio, e tu hai lanciato un urletto, così che ti sei beccata lo sguardo feroce di un vecchio, seduto fuori dalla sua casa con una pipa in bocca. "Scusate, Don Miche'..." ho detto io, inventandomi che quello si chiamasse Michele. "Nun ve preoccupat'..." risponde lui, e mi viene il dubbio che si chiami veramente Michele. Gli chiedo "Don Miche', sapete se si vendono case qui?" per vedere come reagisca di fronte a quel secondo "Michele" e quello "Nun 'o sacc', ma vuje che ne sapit' ca ie me chiamm' Michele...?" dice, alzando un attimo gli occhi dall'asfalto, per curiosare. E io scoppio a ridere, il vecchio veramente si chiamava Michele! Ho i superpoteri, sì sì. Gli rispondo che mi hanno detto al bar in piazza di chiedere a lui quest'informazione, lui si tranquillizza, gli stringo la mano rugosa e me ne vado con la mia compagna di avventure, che intanto mi sussurra "sei il solito fortunello, quanto ti odio, ti va sempre liscia!".
Cenetta con vista su Vivara, semiubriacatura di ottimo Turà, e canticchiata notturna in riva al mare, seduti su una panchina di pietra e legno, abbracciati, con le teste che si reggono a vicenda. Tutto lo scibile musicale viene rievocato in quei momenti, tanto che la gente passa, ci guarda e sorride a sentirci cantare perfino Gianni Morandi, pensando che siamo proprio ubriachi fradici. Un gattone bianco si piazza davanti a noi, come se fosse un abbonato in prima fila. Sembra voler partecipare al coro, ad un certo punto, allorchè comincia a miagolare. E attacchiamo, molto idiotamente, con "c'era una volta una gatta..." e il gatto inclina la testa di lato e ci guarda allibito, con il suo secondo "miao" in direzione dei nostri occhi. Mi alzo, vado al ristorante dietro di noi, che sta per chiudere, e chiedo se abbiano qualche avanzo per il gattino. Mi danno un sacchetto di roba rimasta in cucina, li ringrazio e torno dal micione, che tutto soddisfatto si acquatta davanti a questo sacchetto aperto sull'asfalto e ne ingurgita il contenuto.
Il cane lupo fuori al ristorante con il timone di legno, che mi piaceva tantissimo (il timone, dico, non la belva); sembrava dormire ad occhi aperti (la belva, dico, non il timone), accucciato a mo' di Sfinge. Per poco non gli pestavi una zampa con un tacco... t'avrebbe sbranata seduta stante e probabilmente io avrei perso l'uso di una gamba, nel tentativo di dargli un calcio, era enorme!
Le stradine buie per tornare in albergo, la ragazza semiaddormentata alla reception, che appena siamo entrati si è data un tono e ha fatto finta di essere perfettamente vigile. Siamo saliti sul solarium, memori di Positano, ci siamo baciati sotto il cielo di Procida e stretti fortissimo, per non lasciarci più. Mandi un sms alla tua amica che ti aveva cercata e a cui io molto galantemente avevo chiuso il telefono in faccia perchè non ci disturbasse; ti siedi nel buio e la luce blu del cellulare ti accarezza i lineamenti del viso. Penso che sei bella, mentre ti guardo, seduto di fronte a te. Ti lascio scrivere in pace e mi affaccio giù. La stradina è intitolata a Giovanni da Procida, uno dei fidi collaboratori di Federico II. Mi chiedi chi sia, questo Giovanni, e te lo spiego. "Me lo ricordo che in storia eri il più bravo della classe, in latino e greco, però, non eri mica così perfetto?" mi dici con quel tono da prof. che non perderai mai; ma ti rispondo per le rime e ti dico che non avrei potuto essere perfetto, perchè ogni volta che incrociavo i tuoi occhi durante un'interrogazione, andavo in tilt e perdevo il filo del discorso. Mi mandi un bacio stringendo le labbra e riprendi a scrivere il tuo sms. Passa un motorino in strada e tale è il silenzio, che penso che l'abbiano sentito pure dall'altro capo dell'isola. Due ragazzi cantano con delle birre in mano, mentre un altro svolta l'angolo di un vicolo, calciando un tappo che rotola per terra e fa eco fin su da me il suo rumore. Lo sciabordio del mare arriva alle mie orecchie come una cantilena dolce e malinconica, proveniente da lontano. Fa fresco, ti avvicini a me e ti siedi in braccio, dopo aver spento il cellulare. Mi dici l'unica cosa che mi emoziona fino in fondo a questo mondo. Chiudo gli occhi e assaporo quelle cinque lettere, respirando la tua pelle così vicina.
La colazione vorace che manco due lupi, il giretto dell'isola sul pullmino e la simpatia dei microtaxi, piccoli apecar che sfrecciano, decorati da tendine e cuscini per accogliere i passeggeri sul retro. La passeggiata massacrante fino all'abbazia di San Michele e al belvedere, da dove si vede tutta Procida. La discesa sotto il sole fino alla piazzetta dei Martiri, seduti fuori a quel piccolo bar, dove c'erano il nonno con la bimba amorevole, il papà con la bimbetta maschiaccio e l'altro nonno con il nipotino superpestifero, che ci ha fatto morire dal ridere con la sue corsette e le sue smorfie. La spiaggia e il borgo di pescatori della Marina di Corricella, dove sono state girate le scene de "Il Postino", uno dei nostri film preferiti in assoluto. Che emozione pensare che lì sia passato il grande Massimo Troisi e che bello ricordare insieme le scene più intense di quel film, che è poesia pura.
Il panino mangiato al porto, come due adolescenti, tra una birra fredda e una risata con alcuni del luogo, mentre aspettavamo il traghetto da Ischia, che poi ci avrebbe riportati a Napoli. C'imbarchiamo, prendiamo posto fuori ed è sempre triste salutare un'isola, quando la nave si allontana sempre di più al largo. Ascolto cosa dice nel walkie talkie l'ufficiale che presiede le manovre, ho sempre sognato di essere il capitano di una nave, fin da piccolo, e queste cose mi piacciono ancora. Vedo come fa un nodo, come si sistema il cappello bianco e sogno di me, capitano di una fantastica nave da crociera... Tu mi vedi distratto e mi dai un bacio per riportarmi alla realtà, ma quando ti racconto cosa stessi pensando, sei tenerissima: mi chiedi scusa per aver interrotto quella corsa di pensieri da bambino e cominciamo a giocare... mi fai fare il capitano della nave e tu fai la turista che, OVVIAMENTE, si innamora del capitano!
Le due bimbe milanesi che giocano a fare le amiche e parlano di Vanity Fair, loro che all'età di poco più di sei anni, forse manco sanno cosa sia Vanity Fair. Parlano di lavoro, di meteo, di trucchi, di colf maleducate, come se fossero due donne oltre i quaranta. Tutte cose sentite in casa dalle loro madri, presumo. Dicono, poi, in uno slancio di infanzia "Siamo amichette, siamo amichette, siamo amichette del cuore..." e lo fanno saltellando felici, quando ad un tratto... il panico: una delle due, all'improvviso, si gira e sputa in faccia all'amichetta. Putiferio! Io scoppio a ridere e penso "alla faccia delle amichette!". L'altra, indignata e schifatissima, le urla "Non siamo più amichette!!!!! Non mi devi sputare, hai capito, terrona!" e a quel punto odio con tutto il cuore quelle due bambine: terrona. Come cazzarola li educano, certe persone su al nord, i loro bambini, se l'offesa peggiore che quella bambina ha pensato è stata "terrona"? Mi allontano disgustato e mi vado a stendere su una panca al sole, la testa sulle tue cosce, che ascolti il mio racconto sulle bimbe vecchiacce. E ad un tratto, tre delfini!
Tutto il traghetto è in piedi e i bambini delirano di gioia, uno di loro, in piena fase mistica, asserisce di aver visto pure cinque balene! E secondo me, nella sua fantasia le ha viste davvero, mi ha fatto una gran tenerezza, lui che voleva coinvolgere la mamma e le sorelle più grandi in questo suo gioco di illusioni ottiche e loro nemmeno gli rispondevano o al massimo gli dicevano "ma che sei scemo!".
Arriviamo a Napoli. Il Maschio Angioino si fa sempre più imponente, man mano che ci avviciniamo al porto. Castel Sant'Elmo ci saluta dalla parte più alta della città e il Castel dell'Ovo ammicca alla nostra sinistra, adagiato sul mare, pigro, sornione e imponente.
E' triste doverci salutare, quando ti riaccompagno a casa, ma oggi... sì, oggi... voglio stare di nuovo con te. Aspettami.
Lo riapro 'sto blog? Ma sì... ho una cosetta da raccontare...
Tsk. Sto ancora a casa, impossibilitato a sedermi. Scrivo al pc come una sottospecie di giraffa, che prova a chinare il collo per mangiare le foglioline più in basso, quelle buone e dolci dell'albero delle giornate felici, solo che non ci riesce, perchè le sembra che le tiri la pelle del culo! Troppo corta, non si può piegare in avanti, dolore! E, così, la povera giraffa si rialza e si rassegna a mangiare lo schifo di foglie secche, che crescono in cima all'albero delle giornate di merda.
Morale della favola in stile "Esopo incazzato": mai cadere per le scale come un provolone affumicato, perchè urtare sui gradini con l'osso sacro non è un'esperienza che consiglio a chi legge.
"Ma come hai fatto a cadere???".
Sento già le voci ridanciane che chiedono. Che ve ridete?!? Io soffro e loro ridono!
Comunque, narriamo la vicenda.
Lunedì 28 aprile, un calmo pomeriggio di primavera, finisco di lavorare e mi trattengo un po' allo studio, per sistemare scartoffie varie e fare un po' di ordine. Come si fa ordine? Buttando via cose vecchie. E dove si buttano via le cose vecchie? Negli scatoloni. E dove si mettono gli scatoloni pieni di roba vecchia? Nel cassonetto dell'immondizia appena fuori al portone del palazzo. E per arrivarci che si fa? Tadààà!! Si scendono le scale!
Mi avvio, bel bello, all'ingresso; apro la porta con il ginocchio (sì, sono una scimmia del circo, lo so), mi giro verso la mia segretaria, che mi guarda un po' perplessa.
"Dottore, vuole una mano?"
"La ringrazio, signorina, ma ce la faccio. Lascio la porta aperta, salgo subito..."
"Va bene, certo..."
Antefatto!
Poco prima di sistemare le carte e la robaccia nello scatolone, diventato, poi, pesantissimo, avevo congedato una paziente davvero stramba (non che sia l'unica con il mestiere che faccio!), ma questa aveva una particolarità: era (ed è, povera lei) una TALEBANA CATTOLICA.
Ora, che s'intenda per "talebana cattolica" credo sia molto facile da intuire: una donna dalle rigorosissime, almeno in apparenza, credenze religiose, ispirate al cattolicesimo, e particolarmente intransigente nei confronti di chi la fede non ce l'ha, vedi me.
Il discorso, infatti, durante la sua visita è finito sulla religione e lei, con tono alquanto schifato, mi dice:
"Dottttttttttore!!!!" sputando al di là della dentiera le cascate del Niagara "ma non mi dica, lei non crede Innostrosignore!" tutta una parola.
"No, signora, ma non s'arrabbi, lei può continuare a crederci anche se io non lo faccio, eh?" mentre lei mi guarda con l'aria famelica di un testimone di Geova, che vuole a tutti costi entrare nelle case dei senza fede.
"Ma io sto male, se vedo persone che non hanno fede in DIO BUONO!"
"Che sia buono, signora mia, lo dice lei... io non ne sono tanto convinto, volendo ammettere che esista..."
"Allora, vede?? Lei ammette che esiste! Ci crede!"
"Signora, ho detto VOLENDO AMMETTERE CHE ESISTA, non ho detto che credo esista, stavamo ipotizzando per ragionare insieme..." e comincio a spazientirmi.
"La fede non ammette ragione, dottore!"
"E la ragione non ammette la fede, signora"
"Non faccia il sofista, dottore" e io stavo per dirle "non faccia la scassacazzi, signora, anche se so che le è molto difficile", ma mi sono trattenuto.
"Non faccio il sofista, ma come il cristianesimo insegna, perchè non sono del tutto estraneo alla dottrina, anzi, ci vorrebbe quanto meno TOLLERANZA verso chi ha diverse fedi o proprio non ne ha e lei non ha esattamente l'atteggiamento di una persona tollerante, se mi permette quest'osservazione..." al che la talebana perde il contatto con la realtà e comincia a delirare in piena fase mistica.
"Dottore, io glielo dico, se lei non crede Innostrosignoregesùcristo, le capiteranno tante di quelle disgrazie, che poi un giorno si pentirà di non essersi affidato a lui!" e io metto una mano in tasca e faccio il più napoletano degli SGRAT!
"Signora, alla faccia della brava cattolica, che fa, manda le maledizioni agli infedeli? I tempi delle crociate sono passati, io glielo ricordo giusto per cronaca... "
"Scherzi, lei, scherzi... se ha questo studio così bello lo deve a LUI!"
"Ma perchè, la sta visitando LUI, adesso?"
"Dottore, non sia blasfemo!"
"Signora, allora mi faccia la cortesia, lei non sia invasata e rispetti chi la pensa diversamente da lei, non sarà certo a quarant'anni suonati che cambierò idea sulle convinzioni di una vita, tra l'altro sofferte..."
"Ma che deve soffrire, lei... con tutti i soldi che ha..." e in mente mia penso "ma che brava cristiana, i soldi sono la felicità, proprio come diceva quel povero cristo vestito di bianco in giro per Gerusalemme!".
"Eh, signora, la pensi come vuole, ma non sono i presunti soldi che fanno la felicità, ci vuole ben altro, e lei che ha di certo più esperienza di me - quasi a dirle che era vecchia e bacucca! - dovrebbe saperlo... comunque, rispetto le sue idee, ora però devo salutarla, perchè ho i tempi strettissimi, mi perdoni."
"Ne riparleremo, dottore"
"Come no! Cioè, certo, certo... ora, la saluto, alla prossima" e l'accompagno alla porta.
"Vada a messa, domenica, dottore, perchè se non ci andrà, le succederanno cose brutte"
"AZZ!!" penso tra me e me "M'ha mandato di nuovo una seccia!" dicesi "seccia" la sfiga più nera. E mi gratto di nuovo, non si può mai sapere.
"Signora, le farò sapere se la luce divina mi avrà folgorato in settimana, vada tranquilla, vada..." e che palle!
La signora se ne va e io inizio a fare ordine nella stanza.
Torniamo alla porta d'ingresso, con la segretaria che mi chiede se io voglia una mano e io che dico di no.
Esco dall'uscio, barcollo un attimo: lo scatolo sarà stato pesante una trentina di kg, poco più, poco meno, tra fotocopie, vecchi regali inutili, qualche oggetto rotto, che chissà perchè avevo conservato, e robaccia simile.
Metto il piede sul primo scalino e scendo tranquillo.
Arrivato all'ultimo scalino della prima rampa, scivolo con il piede destro, ma immediatamente ritrovo l'equilibrio.
"Cazzo, l'ho scampata bella!" dico, camminando piano sul ballatoio tra una rampa e l'altra, maledicendo la signora talebana, che mi aveva mandato tutte le sfighe del mondo cattolico, ma... appena metto il piede sul primo gradino della seconda rampa, FIUUUUUUUMMMMM!!!!!
Scivolo di nuovo con il piede destro, in un crescendo di pathos, a metà tra Willy il coyote, Benny Hill e Mr. Bean, quando sta per succedere loro qualcosa di altamente drammatico e insieme palesemente comico; il piede sinistro, unico tutore del mio equilibrio, fa un salto sul gradino successivo, mentre il destro, non so perchè, non riprende posizione, e quindi io sto su un piede solo, tutto nella frazione di pochi secondi ovviamente, che mi fa da pseudostampella; e sembra che io stia giocando al gioco della campana!
Il punto, però, è che al terzo gradino il piede sinistro non regge, il destro continua a stare per aria per cazzi dei suoi (bastardo!) e FIUMMMMMMMMMMM!!!! Scivola pure il sinistro, considerato che il pacco in mano non era dei più leggeri. Ora, mettiamo la funzione rallenty.
La gamba destra era già per aria, fatto ancora scientificamente inspiegabile; la sinistra, con un notevole gesto atletico, dicesi anche ZOMPO PER ARIA, la raggiunge nell'aere delicato, così che io, per qualche frazione di secondo, ho fluttuato nell'atmosfera a cosce all'aria e sedere pronto per spaccarsi in due!
E, infatti, il sedere è finito proprio netto sul bordo di uno scalino. AHIA.
CHE CAZZO DI DOLORE ATROCE!!!!!!!!!!!!
E non è finita qui! Perchè mica dopo la botta colossale, che per un pelo non mi finiva il coccige in gola, si è fermato lì giochino? Eh, no! Ho cominciato a trasformarmi in una specie di slittino umano e, con l'osso sacro in fiamme, sono sbattuto su altri quattro gradini con il sedere e con la schiena. Per fortuna, ho irrigidito il collo e non mi sono spaccato la testa.
Comunque, sono rimasto per terra, inerme e senza la forza di muovere nemmeno un dito, per cinque minuti. In tutto questo, avevo pure lo scatolone di trenta kg addosso, che nel volo non si è scomposto affatto, ma ha avuto il gentile pensiero di cadermi in piene palle.
Quando si dice un uomo fortunato... lo so, lo so.
Arriva, in preda al panico, la mia segretaria, che ha assistito, urlacchiando alle mie spalle, a tutto il volo.
"Dottore! Oh dio, oh dio!!"
"Basta con 'sto dio!" penso, dolorante all'ennesima potenza, ripensando all'anatema che mi aveva lanciato quella vecchiaccia ultracattolica della mia paziente.
"Dottore, ce la fa a muovere le gambe?" sentivo la poverina che mi chiedeva di muovere le gambe, con un tono di voce spaventatissimo, ma io non riuscivo nemmeno a respirare, figuriamoci a muovere le gambe.
Dopo i primi cinque minuti di immobilità assoluta, anche un po' spaventato dal fatto che non mi sentissi più la forza nelle gambe, mi viene un vomito tremendo, che trattengo a stento.
"Ho bisogno di... vomitare..."
"Oh, oh! Provi ad alzarsi, dottore, la prego, non lo faccia in mezzo alle scale, per favore!" e mi offre una mano per alzarmi, ma 'sti cazzi, io non ce la faccio e intanto il vomito gioca ad "onda su onda" nel mio stomaco. Nel frattempo, sale una vicina di pianerottolo e mi vede steso in mezzo alle scale.
"Dottore, sta prendendo la tintarella?" ah ah ah, 'sta stronza. Quanto la odio!
"Sì, signora, come ci si abbronza in mezzo alle scale..." dico con una faccia che trasuda istinto omicida, cercando di darmi un tono dignitoso e di ricompormi.
"Vuole una mano?"
"No, grazie, ce la faccio..." abbozzo un sorriso falsissimo di cortesia, che sta a significare "se non te ne vai, ti sparo un calcio in bocca e la dentiera nemmeno te la compro".
"Sa, ieri, una mia amica si è fatta tutta la scalinata del cinema Filangieri... con il sedere, naturalmente..."
"Come la capisco... e ringrazio lei, invece, che sa proprio come rincuorarmi" e la tizia, tra l'altro anche abbastanza bonazza, ma insopportabile, mi saluta e se ne va, consigliandomi del ghiaccio sulla parte lesa, come se non ci fossi già arrivato da solo, considerato che sono pure un medico!
Provo ad alzarmi, vedendo le stelle, e camminando a passettini di formica, con un dolore atroce diffuso un po' ovunque, tranne ai capelli, mi dirigo verso il bagno dello studio e... STOP! Ho pietà dei vostri stomaci, lascio alla vostra immaginazione.
Dopo questo sfogo grastrointestinale, la mia segretaria mi accompagna al pronto soccorso per una radiografia; il timore di una microfrattura, vista la camminata, c'era tutto e bisognava accertarsi che non ci fosse, come poi è stato.
Inutile dire che il tragitto in macchina è stato micidiale. Ogni fosso del manto stradale era una tortura! Solo che ripensavo alla caduta e mi veniva da ridere in un modo pazzesco, come pure alla mia segretaria, che si asciugava le lacrime per le troppe risate e i miei mugolii di dolore.
Arrivo al pronto soccorso e per fortuna mi attende un collega, che avevo chiamato. Mi accompagna in radiologia e trovo una dottoressa che più bona e antipatica proprio non si può. Mi rifaccio gli occhi, ma la odio fin da subito.
"Salga qui su", mi dice, con tono molto perentorio.
"Non posso prima abbassarmi i pantaloni? Mi sa che dopo avrò difficoltà da steso, faccio peso proprio lì..."
"Salga qui su, li abbasserà dopo"
"Sissignora...".
Salgo sullo scalino del lettino della macchina per i raggi e questo si comincia a stendere in orizzontale, mentre io avevo la sensazione che l'osso sacro mi si schiacciasse, più assumevo la postura orizzontale.
"Ora, si abbassi il pantalone"
"E' una parola, da steso non ci riesco!" ed entra un'infermiera all'improvviso, senza manco bussare; una donna grassoccia sotto la sessantina. Viva la privacy degli ospedali napoletani.
"Che ci siamo fatti qui? Vuole un aiuto?"
"Grazie, magari..." e la guardo, pietoso.
"Allora, vediamo un po'... eh eh eh..."
"Cazzo ridi?!?!" penso io.
"Bisogna stare attenti, quando si hanno parti del corpo così preziose... è un peccato rovinare 'sto capolavoro di dio!" e ride, dandomi uno schiaffetto sulla parte alta della coscia, quasi sul culo, insomma, strizzandomi l'occhiolino e facendo un sorrisino malizioso alla dottoressa, che prima ricambia e poi quando la guardo, allibito, fa subito la faccia seria e odiosa.
"Stia fermo, non si muova" mi intima la bonazza.
"Sì, sì, pur volendo, come diavolo mi potrei muovere...?"
E inizia la radiografia.
ZAC!
ZAC!
Le prime due fotine del mio sederino.
Entra nella stanzetta dove sto io la bona.
"Che fa?"
"Si deve girare su un fianco, la sto aiutando"
"Mi fa un po' di solletico così..." e me la rido.
"Senta, non sia spiritoso, si giri su un fianco"
"Potessi... se mi dà un minuto, magari mi giro senza distruggermi di dolore"
"Faccia pure..." e si mette con le braccia serrate ad aspettare, dandomi una fretta tremenda. Così, il mio orgoglio maschile ferito m'impone di girarmi con una mossa secca e rapida, che, però, mi fa uscire dalla gola uno strozzatissimo "AHI!!!". Chiudo un attimo gli occhi per il dolore e quell'assassina della dottoressa che fa?!? Mi prende per le cosce e mi gira meglio a tradimento! Vedo di nuovo le stelle e poi mi dice:"
"FERMISSIMO COSI'".
"Agli ordini... dottoressa dalle mani delicatissime..."
"La voglia di scherzare non le passa nemmeno con il dolore, vedo"
"Meglio metterla a scherzo, lei mi fa paura..."
"Ah ah ah... zitto, su, collega, ora ti faccio la foto di profilo"
"Ah, ora ci diamo del tu?"
"Ti dà fastidio?"
"No, per carità, è che pensavo che Kappler non desse del tu ai poveri pazienti..." e le lancio, almeno tento, un sorrisetto marpione, giusto per vedere se da acciaccato riesco a sedurre una donna così algida.
Mi risponde con uno sguardo truce. L'avrò sedotta? Sì, eh? Come no...
Altre foto di profilo, poi torna e mi dice che posso alzarmi.
"Mi occorrerebbe un piccolo appoggio..."
"E' una scusa per abbracciarmi, lo so, li conosco quelli come te..." e mi offre la sua spalla, ma a quel punto inizia il gioco più bello.
"Io? Abbracciare te? Ma scherziamo... mi sei antipaticissima, piuttosto mi butto di peso dal letto..." e me la rido, vedendo la sua faccia sorpresa.
"Ah sì? E poi sarei io l'antipatica... vediamo come te la cavi, presuntuoso!"
Intanto, la mia segretaria entra e vede questo duetto comico, ma anche leggermente, come dire, invitante!
Mi butto dal lettino in maniera abbastanza maldestra, ma davvero non l'abbraccio. La guardo con aria di sfida, mascherando il dolore.
"Visto?" e lei tace, ridendo sotto i baffi.
Andiamo nella stanza a vedere la radiografia al pc e la fetentissima dottoressa mi tira uno scherzo bestiale, ma la cosa più grave è che io ci casco pure!
Sul monitor appare una radiografia di un femore con un chiodo dentro all'altezza dell'attaccatura del bacino.
"E che è questa?" chiedo io, incuriosito.
"Ma come che è? E' la tua, quando te lo togli questo chiodo? Si vede che ce l'hai da almeno una trentina d'anni. Quando ti operi?"
"Ma che stai dicendo?"
"Oh dio, non ti hanno mai detto che hai un chiodo nella gamba?"e a quel punto mi sono squagliato un attimo di terrore e in una frazione di secondo ho cercato di ricordare qualche possibile caduta infantile delle mie, a dire il vero non poche, per via della quale fossi andato in ospedale e avessi subito un'operazione. Nessuna, ovviamente. Al che, socchiudo gli occhi in una smorfia infastidita, realizzo la presa per i fondelli e "sei insopportabile, fattelo dire..." le sussurro, odiandola, ma divertito e imbarazzato per la figura da idiota.
"E tu sei proprio un fifone, fattelo dire..."
"Touchè..." e ridiamo tutti e due.
Dalla radiografia, viene fuori una lussazione dell'osso sacro e la prognosi è di 15 gg di assoluto riposo.
Du palle esagerate.
Torno a casa e da allora non sono più uscito, una noia veramente inenarrabile. Non posso star seduto, non posso stare troppo tempo in piedi e steso nemmeno, se non rannicchiato sul fianco destro, con l'orecchio che dopo un po' diventa una cotoletta alla milanese per la pressione sul cuscino.
In tutto questo, però, ho fatto una conquista!
Chi mi chiama, dopo un paio di giorni di convalescenza domestica?
"Pronto?" vedo un numero sconosciuto sul display di casa.
"Parlo con il fifone presuntuoso?" e la riconosco, sorpresissimo di sentirla.
"Toh, ma guarda chi c'è! La simpaticissima Kappler... a che devo l'onore?"
"Un bravo medico si accerta sempre delle condizioni dei suoi pazienti più problematici..."
"Ah, io sarei problematico, dunque?"
"In effetti, è stato un po' un problema non ripensare a quello scambio di battute, mica mi era mai capitato, sai?"
A quel punto, la telefonata diventa un crescendo di provocazioni velatamente seducenti e sfottò maliziosi, tali che il mio ego si gonfia a dismisura, mentre penso che ho fatto colpo su quella gran gnocca della dottoressa infame pure con il sedere da fuori e zoppicante (sì, un uomo si accontenta di piccole cose in certe fasi della vita!); ma l'osso sacro gli impone di sgonfiarsi, dico all'EGO, non siate malpensanti (!), perchè non regge il peso di una tale pienezza di me ; e così mi ridimensiono, soprattutto ricordandomi che ora sono un uomo serio ed impegnato, diamine!
Il punto è che lo sono diventato sul serio, un uomo serio e monogamo, giurin giurello, ma... ehm... nel dna devo ancora convincermene, credo... :D
Una notte limpida e fresca di primavera è quello che ci vuole per riconciliarsi con il mondo: la natura esplode ed io resto a guardarla. L'arancione della Luna fa capolino al di là del monte Faito e si tuffa nel mare. Lo immagino tiepido, stasera è placido.
Guardo le mie mani scrivere sulla tastiera e sono già scure, i raggi solari le hanno accarezzate in questi giorni, mentre giocavo a fare il giardiniere e mi sono spaccato in due la schiena, per sistemare a dovere il terrazzo in vista delle prossime cenette estive.
Credo di star bene come mai prima d'ora e il merito è soprattutto mio, che ho imparato a godere delle piccole cose e a partire da queste per raggiungere le grandi. "Tutto e subito" è sempre stato il mio motto e, invece, forse sarà la "vecchiaia" incipiente, mi sto accorgendo di quanto sia bello diluire il piacere dell'attesa di qualcosa che si desidera moltissimo. E più si aspetta, più il desiderio, una volta realizzato, è ricco d'emozioni. Ne sto vivendo tante, il Destino gioca con me e sorride della mia sfacciataggine ad accoglierlo così come viene. Del resto, anch'io non m'agghindo per lui, semplicemente lo aspetto.
I ragazzi del vicinato urlano come dannati, le canne sono complici di questo divertito inquinamento acustico notturno, mentre io quasi m'addormento sul pc, ripensando a tutti i sorrisi che sto collezionando da quelle tue labbra delicate e inaspettatamente piene di passione.
Buonanotte, che sonno micidiale...