lunedì, 16 giugno 2008
Ci sono un paio di persone che fino a pochi mesi fa erano al centro della mia vita e oggi, per un motivo o per un altro, mi risultano quasi estranee. Questo, se ci penso, mi uccide, e forse perciò evito proprio di riflettere sull'argomento; metto un po' la testa nella sabbia, innegabile, ma non ho la ricetta per tornare indietro nel tempo, adesso le cose stanno così, poi si vedrà.
La facilità con cui si alzano muri tra persone che un tempo si sono dette tutto, ma proprio tutto, è sconcertante: e paradossalmente più hai voluto bene ad una persona, più è difficile scavalcare quel muro, perchè temi di ferirla, facendolo, violando la sua privacy; perchè pensi che se si è nascosta ai tuoi occhi, quella persona avrà tutti i suoi buoni motivi; e io non sono nessuno per scardinare le certezze altrui o per forzarne le decisioni. Mi si vuol stare lontano? E mi si stia lontano, tanto io ci sono abituato. Evidentemente ho un carattere di merda, tale che dopo un po' le persone, da che mi adoravano, cominciano a fuggirmi, forse perchè un po' faccio "paura". Non solo perchè io sia racchissimo e bruttissimo, ma perchè credo di saper ascoltare e, per quel che ne so io, è una dote a dir poco rara, che sviluppa una sorta di dipendenza nei confronti di chi la possiede. E la dipendenza fa paura; comincio a pensare che sotto sotto ci sia spesso questa motivazione che mi fa perdere dei legami. Del resto, io la dipendenza non la sopporto, quindi, non incoraggiandola, di sicuro ferisco chi mi vorrebbe stare vicino. Un casino.
Resta il fatto, però, che io di queste persone che prima erano parte imprescindibile dei miei giorni ho un ricordo così intenso e così bello, che non posso e non voglio dimenticare.
E sono sicuro che tu sai che sto parlando soprattutto di te.
mercoledì, 04 giugno 2008

Ricordi di Procida

L'aliscafo che ballonzola in mezzo al mare e la tua paura, quando c'è stata un'onda più forte. T'è sembrato di essere non su un alijet Snav, ma su un sommergibile, pronto ad andare sotto. E noi con lui.
La prossima volta, però, non staccarmi il braccio per lo spavento, anche perchè potrebbe tornarmi utile; non vuol dire niente che io ne abbia due, tesoro, mi servono entrambi.

Le delizie mangiate al ristorantino sul porto, con quella giornata grigia che prometteva pioggia, ma che tentava di resistere, per riservarci un'accoglienza sull'isola non troppo burrascosa, dopo aver già dato con il mare. Il vento ti scompigliava i capelli, mi rubavi i calamari fritti dal piatto e le cameriere, tutte con il pantalone a fil di chiappa, forse una moda locale, che andavano lente come lumache, come se sull'isola ci fosse una diversa concezione del tempo.
E noi, che avevamo una certa fretta, le abbiamo santificate in tutti i modi possibili. E la cicciona che s'è strafogata tutto il ristorante? E quando hai creduto davvero che mi piacesse, perchè ho detto per gioco che la trovavo affascinante, e tu mi hai dato un pizzico fortissimo, dicendomi che ti faccio preoccupare, se mi piacciono pure le ciccione?

L'albergo, tutto dipinto di bianco e celeste, dove abbiamo passato parte del pomeriggio a coccolarci, aspettando che finisse la pioggia. I tuoi capelli che urlavano vendetta contro l'umidità, il mio corpo che urlava alla pioggia di non smettere di cadere, per non uscire più da quella cameretta vista mare.

La passeggiata alla marina di Chiaiolella, lo splendido isolotto di Vivara, la spiaggia deserta e schiaffeggiata dalla spuma del mare, le persone con le porte delle case aperte su quelle stradine tortuose e silenziose. Una vita tranquilla, senza aver paura dell'altro, è quella che si vive in un'isola così. Le casette tutte colorate che si specchiavano nel porticciolo turistico, dove il mare era inquietantemente calmo, mentre al di là della scogliera imperversava qualche onda. La gara di bellezza dei nomi delle barche: sembravamo due bambini, quando dovevamo decidere se fosse più bello "Nautilù" o "Capaperian". Secondo me, facevano schifo tutti e due, ma tu hai detto che sono sempre il solito incontentabile e allora ho fatto finta di buttarti a mare, prendendoti in braccio, e tu hai lanciato un urletto, così che ti sei beccata lo sguardo feroce di un vecchio, seduto fuori dalla sua casa con una pipa in bocca. "Scusate, Don Miche'..." ho detto io, inventandomi che quello si chiamasse Michele. "Nun ve preoccupat'..." risponde lui, e mi viene il dubbio che si chiami veramente Michele. Gli chiedo "Don Miche', sapete se si vendono case qui?" per vedere come reagisca di fronte a quel secondo "Michele" e quello "Nun 'o sacc', ma vuje che ne sapit' ca ie me chiamm' Michele...?" dice, alzando un attimo gli occhi dall'asfalto, per curiosare. E io scoppio a ridere, il vecchio veramente si chiamava Michele! Ho i superpoteri, sì sì. Gli rispondo che mi hanno detto al bar in piazza di chiedere a lui quest'informazione, lui si tranquillizza, gli stringo la mano rugosa e me ne vado con la mia compagna di avventure, che intanto mi sussurra "sei il solito fortunello, quanto ti odio, ti va sempre liscia!".

Cenetta con vista su Vivara, semiubriacatura di ottimo Turà, e canticchiata notturna in riva al mare, seduti su una panchina di pietra e legno, abbracciati, con le teste che si reggono a vicenda. Tutto lo scibile musicale viene rievocato in quei momenti, tanto che la gente passa, ci guarda e sorride a sentirci cantare perfino Gianni Morandi, pensando che siamo proprio ubriachi fradici. Un gattone bianco si piazza davanti a noi, come se fosse un abbonato in prima fila. Sembra voler partecipare al coro, ad un certo punto, allorchè comincia a miagolare. E attacchiamo, molto idiotamente, con "c'era una volta una gatta..." e il gatto inclina la testa di lato e ci guarda allibito, con il suo secondo "miao" in direzione dei nostri occhi. Mi alzo, vado al ristorante dietro di noi, che sta per chiudere, e chiedo se abbiano qualche avanzo per il gattino. Mi danno un sacchetto di roba rimasta in cucina, li ringrazio e torno dal micione, che tutto soddisfatto si acquatta davanti a questo sacchetto aperto sull'asfalto e ne ingurgita il contenuto.

Il cane lupo fuori al ristorante con il timone di legno, che mi piaceva tantissimo (il timone, dico, non la belva); sembrava dormire ad occhi aperti (la belva, dico, non il timone), accucciato a mo' di Sfinge. Per poco non gli pestavi una zampa con un tacco... t'avrebbe sbranata seduta stante e probabilmente io avrei perso l'uso di una gamba, nel tentativo di dargli un calcio, era enorme!

Le stradine buie per tornare in albergo, la ragazza semiaddormentata alla reception, che appena siamo entrati si è data un tono e ha fatto finta di essere perfettamente vigile. Siamo saliti sul solarium, memori di Positano, ci siamo baciati sotto il cielo di Procida e stretti fortissimo, per non lasciarci più. Mandi un sms alla tua amica che ti aveva cercata e a cui io molto galantemente avevo chiuso il telefono in faccia perchè non ci disturbasse; ti siedi nel buio e la luce blu del cellulare ti accarezza i lineamenti del viso. Penso che sei bella, mentre ti guardo, seduto di fronte a te. Ti lascio scrivere in pace e mi affaccio giù. La stradina è intitolata a Giovanni da Procida, uno dei fidi collaboratori di Federico II. Mi chiedi chi sia, questo Giovanni, e te lo spiego. "Me lo ricordo che in storia eri il più bravo della classe, in latino e greco, però, non eri mica così perfetto?" mi dici con quel tono da prof. che non perderai mai; ma ti rispondo per le rime e ti dico che non avrei potuto essere perfetto, perchè ogni volta che incrociavo i tuoi occhi durante un'interrogazione, andavo in tilt e perdevo il filo del discorso. Mi mandi un bacio stringendo le labbra e riprendi a scrivere il tuo sms. Passa un motorino in strada e tale è il silenzio, che penso che l'abbiano sentito pure dall'altro capo dell'isola. Due ragazzi cantano con delle birre in mano, mentre un altro svolta l'angolo di un vicolo, calciando un tappo che rotola per terra e fa eco fin su da me il suo rumore. Lo sciabordio del mare arriva alle mie orecchie come una cantilena dolce e malinconica, proveniente da lontano. Fa fresco, ti avvicini a me e ti siedi in braccio, dopo aver spento il cellulare. Mi dici l'unica cosa che mi emoziona fino in fondo a questo mondo. Chiudo gli occhi e assaporo quelle cinque lettere, respirando la tua pelle così vicina.

La colazione vorace che manco due lupi, il giretto dell'isola sul pullmino e la simpatia dei microtaxi, piccoli apecar che sfrecciano, decorati da tendine e cuscini per accogliere i passeggeri sul retro. La passeggiata massacrante fino all'abbazia di San Michele e al belvedere, da dove si vede tutta Procida. La discesa sotto il sole fino alla piazzetta dei Martiri, seduti fuori a quel piccolo bar, dove c'erano il nonno con la bimba amorevole, il papà con la bimbetta maschiaccio e l'altro nonno con il nipotino superpestifero, che ci ha fatto morire dal ridere con la sue corsette e le sue smorfie. La spiaggia e il borgo di pescatori della Marina di Corricella, dove sono state girate le scene de "Il Postino", uno dei nostri film preferiti in assoluto. Che emozione pensare che lì sia passato il grande Massimo Troisi e che bello ricordare insieme le scene più intense di quel film, che è poesia pura.

Il panino mangiato al porto, come due adolescenti, tra una birra fredda e una risata con alcuni del luogo, mentre aspettavamo il traghetto da Ischia, che poi ci avrebbe riportati a Napoli. C'imbarchiamo, prendiamo posto fuori ed è sempre triste salutare un'isola, quando la nave si allontana sempre di più al largo. Ascolto cosa dice nel walkie talkie l'ufficiale che presiede le manovre, ho sempre sognato di essere il capitano di una nave, fin da piccolo, e queste cose mi piacciono ancora. Vedo come fa un nodo, come si sistema il cappello bianco e sogno di me, capitano di una fantastica nave da crociera... Tu mi vedi distratto e mi dai un bacio per riportarmi alla realtà, ma quando ti racconto cosa stessi pensando, sei tenerissima: mi chiedi scusa per aver interrotto quella corsa di pensieri da bambino e cominciamo a giocare... mi fai fare il capitano della nave e tu fai la turista che, OVVIAMENTE, si innamora del capitano!

Le due bimbe milanesi che giocano a fare le amiche e parlano di Vanity Fair, loro che all'età di poco più di sei anni, forse manco sanno cosa sia Vanity Fair. Parlano di lavoro, di meteo, di trucchi, di colf maleducate, come se fossero due donne oltre i quaranta. Tutte cose sentite in casa dalle loro madri, presumo. Dicono, poi, in uno slancio di infanzia "Siamo amichette, siamo amichette, siamo amichette del cuore..." e lo fanno saltellando felici, quando ad un tratto... il panico: una delle due, all'improvviso, si gira e sputa in faccia all'amichetta. Putiferio! Io scoppio a ridere e penso "alla faccia delle amichette!". L'altra, indignata e schifatissima, le urla "Non siamo più amichette!!!!! Non mi devi sputare, hai capito, terrona!" e a quel punto odio con tutto il cuore quelle due bambine: terrona. Come cazzarola li educano, certe persone su al nord, i loro bambini, se l'offesa peggiore che quella bambina ha pensato è stata "terrona"? Mi allontano disgustato e mi vado a stendere su una panca al sole, la testa sulle tue cosce, che ascolti il mio racconto sulle bimbe vecchiacce. E ad un tratto, tre delfini!
Tutto il traghetto è in piedi e i bambini delirano di gioia, uno di loro, in piena fase mistica, asserisce di aver visto pure cinque balene! E secondo me, nella sua fantasia le ha viste davvero, mi ha fatto una gran tenerezza, lui che voleva coinvolgere la mamma e le sorelle più grandi in questo suo gioco di illusioni ottiche e loro nemmeno gli rispondevano o al massimo gli dicevano "ma che sei scemo!".

Arriviamo a Napoli. Il Maschio Angioino si fa sempre più imponente, man mano che ci avviciniamo al porto. Castel Sant'Elmo ci saluta dalla parte più alta della città e il Castel dell'Ovo ammicca alla nostra sinistra, adagiato sul mare, pigro, sornione e imponente.
E' triste doverci salutare, quando ti riaccompagno a casa, ma oggi... sì, oggi... voglio stare di nuovo con te. Aspettami.

lunedì, 18 febbraio 2008

Sprazzi di ricordi ad alta temperatura, eppure fuori si gela da giorni...

Ogni volta che stiamo insieme, su quel letto tanto immaginato e ora anche mio, ogni volta che camminiamo vicini, senza stringerci, ma lanciandoci sguardi di fuoco ad ogni passo, perchè così ci ameremo senza che chiacchiereranno a sproposito di noi, ogni volta che sento la tua voce di notte, che mi sussurra al telefono le parole d'amore che aspetto da una vita... ogni volta che succede tutto questo e tanto altro ancora, mi chiedo se io esista davvero o se sia solo l'ologramma di me.
Ce lo chiediamo, ridendo, giocando... "ma è vero?". Sì, è vero, è dannatamente vero.
Positano è sempre stata un incanto, ma da quando ci abbiamo passeggiato insieme, giovedì, è diventata il paradiso. Seduta a quel tavolo in riva al mare, eri la dea della notte, pronta ad illuminarmi lo sguardo.
Le candele nei tuoi occhi giocavano a prendere in giro i miei, che si perdevano nel riflesso della fiammella e mi facevano pensare che quel fuoco fosse quello della passione, che bruciava in te, così come in me.
E abbiamo provato a spegnerlo, quel fuoco, invano, con quei baci al sapore di frutti di bosco, in quella stanza profumata, ricavata nella roccia a picco sul mare. Le fragoline sulle lenzuola... "che stiamo combinando..." dicevi, sorridente e bellissima. Non ti rispondevo, se non a morsi, a baci, a carezze mai fatte con così tanto desiderio di far impazzire. E tu sei bella, perchè ti lasci andare, sai cogliere il piacere fin nella sua più piccola goccia, me le lasci bere tutte, invogliandomi ad ubriacarmi con ogni sussulto che fai.
Un mirtillo sulla tua lingua. Me lo fai vedere, i capelli sparpagliati sul cuscino, una perla di sudore sul tuo collo, alla luce della lanterna che era accesa sul terrazzino. Mi chino sulle tue labbra e quel frutto rosso scuro, quasi nero, si scioglie tra la mia bocca e la tua, lasciandoci gustare il suo sapore agrodolce insieme a quello dei baci che ci hanno fusi vicini, addosso.
Non ho mai amato San Valentino, mai. Quello di quest'anno, però, pretesto per portarti via con me, è stato il più bello della mia vita, il più intenso, il più voluto, dove le convenzioni delle feste comandate sono sparite, lasciando posto soltanto al desiderio pazzo di una donna e un uomo che non vogliono altro che recuperare tutto il tempo perduto, per amarsi con tutta l'anima.
E venerdì da te, nemmeno il tempo di riaccompagnarti al mattino, che il pomeriggio ero di nuovo da te. Quasi non mi stai facendo più lavorare, camperò della tua pelle di questo passo. E se così sarà, sarò ricco, ricchissimo, l'uomo più ricco del mondo.
Sul tuo divano. Parlavi, ti raccontavi, cose di te che mai avrei immaginato; mentre ti stringevo con la musica in sottofondo, il cd che ti ho regalato io, sussurravi del tuo passato, in cui io c'ero solo come giovane comparsa. Ti ho ascoltata senza fiatare, solo accarezzandoti la schiena, quando mi accorgevo che tremavi per l'emozione di certi ricordi... mi hai stretto forte all'improvviso e m'hai baciato. M'hai tolto l'anima, gettandoti sul mio corpo, incastrato nell'angolino del divano, e in un attimo mi sei stata addosso, adorabile, sensuale, dolce come nessuna, eppure sconfinatamente maliziosa.
Ci siamo presi così, senza capire cosa stesse succedendo, le lingue intrecciate e le menti annebbiate.
Ti ho presa in braccio, seminuda, ti volevo al buio della tua camera. Entriamo e mi indichi uno stereo nuovo... l'hai comprato per noi, perchè vuoi far l'amore con me con le nostre canzoni anche lì. Lasci partire la musica... "voglio il tuo profumo"... sei di nuovo tra le mie braccia, le cosce intorno al mio bacino, la carica erotica che ti devasta e travolge me.
T'inarchi fino al soffitto, quando scivolo con le labbra dove vuoi. Sai di buono, sai di fuoco. Mi riscopro piromane e ti amo sempre più, mi piaci in fiamme.
E mai sazi, facciamo giocare a nascondino i nostri corpi, fino a che si scoprono, complici le mani, amanti senza fiato.
Mi prendi in giro chiamandomi con mille nomi diversi, tutti quelli dei miei ex compagni di classe. Ridi, sei bellissima, ma io sono geloso, geloso pazzo, potrei ammazzarli tutti, uno per uno.
E, poi, a ripetizione, pronunci il mio nome... lo fai piano... sulla cartilagine delle mie orecchie tese, per ascoltarti i battiti frenetici, sul collo sudato e pulsante, sul petto caldo, a ventosa sull'ombelico, chiuso tra le tue labbra... fino a distruggermi di piacere, per poi regalarmi tutti i tuoi baci.
Sabato, un bacio di nascosto, fingendo di esserci incontrati per caso, eri con le tue colleghe... ti ho trascinata dietro ad una colonna, ti ho chiesto quasi il permesso, con l'aria di chi avrebbe agito comunque, anche davanti ad un "NO", e ti ho mangiato la bocca.
Ne passeranno di giorni, fino a che ti rivedrò... ma venerdì sarai mia. MIA.
Mi fanno quasi male le dita, ho scritto a mitraglietta, ma che è???? Calma e sangue freddo,  su... sto SOLO morendo di voglia di TE e anche tu di ME.
E pensami, se no faccio il pazzo.

mercoledì, 13 febbraio 2008

UN INSOLITO TEST...

Su invito della dolcissima e gnocchissima DamadelLago, la mia prima vera "scoperta" splinderiana, che ancora mi sta accanto dopo ormai due anni di "conoscenza", paziente e imperterrita, mi sono messo a compilare questo insolito test musicale, divertendomi e stupendomi un bel po' per gli esiti.
Se avete voglia e tempo da "perdere", eccovi le istruzioni, che ho ricopiato dal suo blog.
Vi consiglio di provarlo...

ISTRUZIONI PER L'USO:

1. Impostate il mediaplayer sulla riproduzione di tutti i brani sottomano nel vostro pc

2. Impostate il mediaplayer su "riproduzione casuale"

3. Ad ogni domanda premete "avanti"

4. Usate il titolo della canzone come risposta, anche se non ha senso: è questo il divertente!! Vi è permesso poi fare commenti…

E guai a chi bara!!!

P.S.: aggiunta mia... non barate sul serio, il divertimento sta proprio nel lasciar fare al Caso!

 


Come ti senti oggi?
Shape of my heart - Sting
Eh sì, cominciamo benone, bravo il mio iTunes... mi sento un malinconico giocatore d'azzardo, oggi, e sul panno verde si puntano i sentimenti.

Dove arriverai nella tua vita?
Do you want to - Franz Ferdinand
Sì, voglio, non dovete chiedermelo, io voglio sempre. Da qualche parte arriverò.


Come ti vedono i tuoi amici?
I've been loving you too long - Otis Redding
Mi hanno amato troppo? Forse, sì, qualcuno ha sprecato tempo appresso a me, qualcuno si è pentito, ma sono certo che m'hanno voluto bene, qualcuno anche per troppo tempo, come canta Otis.

Ti sposerai?
It must have been love - Roxette
Avrei potuto, incredibile questa canzone che è capitata... è stato amore, ma ero troppo giovane, il tempo è passato ormai.

Qual è la canzone adatta al tuo migliore amico?
People have the power - Patti Smith
Sì, perfetta per Marcello, una potenza della natura.

Com'è la tua vita?
Ricordati di me - Antonello Venditti
E' fatta di ricordi intensi, come è questa canzone, capitata a fagiolo; e continuo a stupirmi delle coincidenze di questo test. La memoria è la mia salvezza, non voglio dimenticare, tutto è degno d'essere ricordato. Ricordatevi pure voi di me, nel bene e nel male.

Com'è stato il tuo liceo?
More than words - Extreme
Più delle parole... già... quante cose non dette al liceo, ma stanno uscendo tutte fuori. Sempre più inquietante il test, voglio proprio vedere cos'altro uscirà fuori.

Qual è la tua filosofia di vita?
Innocenti evasioni - Lucio Battisti
Cazzo! Niente di più veritiero!

Qual è la cosa più bella dei tuoi amici?
Let's get it on - Marvin Gaye
La cosa più bella è che "continuiamo" insieme a vivere, ad emozionarci, nonostante le incomprensioni, perchè con gli amici veri è così che va...

Che hai in programma per questo week end?
I can't make you love me - George Michael
Veramente, il programma del week end sarebbe di farti innamorare ancora di più di me, ma se la canzone dice che non posso farmi amare da te, allora mi rassegno... ci hai creduto???? No? Brava! Pessima scelta, iTunes!

Come ti va la vita?
The more you live, the more you love - A flock of seagulls
E' azzeccata questa: più si vive e più si ama e viceversa. Lasciamo perdere la capigliatura dei Flock, però...

Che canzone verrà suonata al tuo funerale?
Stand by me - Ben King
Ci può stare... non è nemmeno troppo triste, è appassionata. Ma vorrei Breakthru dei Queen, che qualcuno lo dica, il giorno del mio funerale, ci tengo!

Come ti vede il mondo?
Latin lover - Gianna Nannini
PAZZESCO. No comment.

Cosa pensano realmente di te i tuoi amici?
Fable - Robert Miles
Pensate che io sia una favola? Ma grazie, cari...

La gente, segretamente, ti brama?
Two people - Tina Turner
Uhm, "due persone"... può darsi? Qualcuna che segretamente voglia un rendez-vous amoroso con me?

Come si può essere felici?
My girl - The mamas & the papas
Si può essere felici proprio con la donna che si ama, perfetta la scelta, stavolta.

Avrai dei figli?
Strawberry fields forever - The Beatles
Ne ho già uno, meraviglioso, ma non mi dispiacerebbe vedermi intorno altri piccoli fragolini... per sempre.

Qual è il tuo più grande segreto?
Lost in you - Rod Stewart
E ma se lo dico così, con 'sta canzone adattissima, non è più un segreto, porca eva...

Qual è la canzone del tuo peggior nemico?
Enjoy the silence - Depeche Mode
Perfetta, bellissima canzone, per invitare gentilmente al silenzio, prima che io gli spacchi le cosce.

Com'è la tua personalità?
Dreamer's ball - Queen
E dai, si sa, sono un sognatore, questa scelta è veramente un colpo basso...

Che canzone verrà suonata al tuo matrimonio?
Gloria - U2
Aridaje con il matrimonio, però, incredibile, è uscita una canzone con venature religiose... insomma, devo proprio sposarmi???


Non nomino nessuno, ma se qualcuno dei possibili lettori farà questo test, sarà così carino da lasciarmi un commento, così io andrò a leggere molto volentieri i risultati usciti fuori?



mercoledì, 06 febbraio 2008

Indietro nel tempo, solo una settimana fa...

Sono arrivato con qualche minuto d'anticipo sotto casa sua. Lei era ancora al suo corso, quello dove l'andai a seguire due mercoledì fa. Chiedo al portiere se sia rincasata.
"La professoressa non c'è, può aspettarla qui, ha detto che sarebbe rientrata per quest'ora e di far aspettare, se qualcuno la cercasse".
"Perfetto, grazie, l'aspetterò fuori" sorrido con gentilezza, ma m'infastidisce lo sguardo insistente di quell'uomo pettegolo.
Vado fuori, la strada è particolarmente illuminata, il palazzo davanti a me ha tutte le finestre accese e le luci gialle si specchiano nell'asfalto scuro.
Mi guardo intorno, fremo dentro, e poi la vedo sbucare dietro l'angolo, che imbocca il vialetto verso il suo portone, a cui ero appoggiato. Scatto dritto, le sorrido, mi fa cenno da lontano che le dispiace per il ritardo, ma sorride deliziosamente anche lei e mi si riempie il cuore. Ci abbracciamo con una passione immensa, ma tenuta a freno, visto il luogo. Uno sguardo, però, ci basta per dire tutto.
"Vieni, saliamo subito, non vedo l'ora da giorni di stare di nuovo un po' con te..." le cedo il passo, passiamo di nuovo davanti al portiere. Lei lo saluta con la sua solita, simpatica eleganza, lui le fa una specie di inchino e poi guarda me, di nuovo storto. Mi sa che 'sto portiere le vuole prendere, gli piacesse la mia prof.? Io lo ammazzo.
Durante le due brevi rampe di scale fatte a piedi, lei inizia a sbottonarsi il cappotto, chiacchierando quasi a fatica per l'emozione. Sbottono anch'io il mio. Sì, diciamolo, ero stragnocco! Ci ho pensato giorni e giorni a cosa avrei dovuto indossare per piacerle, peggio di una donna, poi alla fine è stata lei, in una mail, a farmi capire come avrebbe voluto vedermi... in giacca e cravatta, m'aveva detto, per vedermi proprio "uomo".
E così, ovviamente, l'ho accontentata. Giacca blu, pantalone grigio, camicia celeste, cravatta classica blu con minuscoli quadratini celesti anch'essi, scarpe e cintura nera, non di karate.
Si sfila il cappotto e la vedo vestita da dio. Una gonna beige aderente al ginocchio, con uno spacco non esageratamente profondo, ma sapiente. Pulloverino color fragola, appena scollato. Stivali da cavallerizza. Uno schianto, i vestiti ne esaltavano il fisico eccezionale.
Mi guarda, ha l'aria compiaciuta.
"Che eleganza, G. ... sei da capogiro"
"Mai quanto lei, prof., mi scuserà, se la guarderò con quest'aria un po' stralunata, ma... è splendida, stasera, più del solito"
"Niente è lasciato al caso, diciamo così..." sorride con malizia, mi si avvicina e ci abbracciamo in silenzio, a lungo, solo i nostri respiri nell'aria. Le accarezzo la schiena morbidamente, lei mi lascia fare e mi stringe di più. La sua guancia si appoggia alla mia, sempre più stretti.
"Se questa serata inizia così, mio caro principe... dove saremo tra un po', se non ci stacchiamo...?". Che brivido.
Le lascio scivolare le mie mani sulla vita, la guardo dritto negli occhi, le stringo le sue e ci sorridiamo con emozione. Le dico di portarmi il suo cellulare, per sistemarglielo, visto che fa casini da due giorni con gli sms.
Lei mi stringe ancora più forte le mani e dice "aspettami".
Va a prendere il suo cellulare e me lo porge con aria di sfida.
"Accomodati... vediamo se saprai far funzionare questo maledetto aggeggio!" mi indica una poltrona, poi però lei non si siede, ma resta in piedi accanto a me, a guardare cosa io stia facendo per sistemarle quell'arnese da lei così odiato.
"Ecco fatto, ora dovrebbe andar bene..." e alzo gli occhi verso di lei, passandoli prima sui suoi fianchi... mi sovrastava in piedi.
"Grazie, G. mio, finalmente potrò scriverti a dovere, non sai che rabbia!" ride, di una risata nervosa e tesa, poi mi prende la guancia con una mano e appoggia la mia testa sul suo ventre, mi tiene lì per qualche istante. Mi alzo in piedi, le sto davanti, la sovrasto io con gentilezza, non fosse altro che per l'essere più alto: la guardo.
Mi scappa da sotto con una mossa agile e va verso lo stereo.
"Ecco... guarda oggi chi ascoltiamo?" e si diffonde nell'atmosfera un suono di sax meraviglioso. E' l'inizio di una canzone di Mina, che lei ama molto.
La invito silenziosamente a ballarla con me. Le cingo la vita, mi appoggia la testa sul petto e la percorro ovunque con le mie carezze, faccio piano, mi sembra impossibile... restiamo così per tutto il tempo della canzone... e poi, quando questa finisce, ne parte un'altra... "io e te da soli". Ci guardiamo, sappiamo che è nostra. Ballando, la porto accanto all'interruttore della luce.
"Balleremo meglio così..." e spengo. La stanza resta illuminata dalla luce fioca nel suo studio e dal led blu dello stereo, che si riflette nei suoi occhi sgranati. Riprendiamo a ballare, più stretti, in silenzio. Le bacio le guance, le sue mani nei miei capelli... il mio cuore è una scheggia impazzita che vaga nel mio petto, non riesce a star fermo, lei lo sente, ci poggia la mano su e poi mi bacia dalla camicia.
Il suo dannato telefono di casa squilla. Lei non vuole rispondere, ma le dico di andare. Ci stacchiamo a malincuore, con Mina che urla con passione "io e te da soli...". La guardo rispondere con l'aria distratta, confusa. Esco fuori al suo terrazzo pieno di piante, per lasciarle privacy al telefono. Dopo un paio di minuti, lei mi raggiunge, mi abbraccia alle spalle e mi dice di seguirla in giro per il terrazzo fiorito, vuole mostrarmi le ultime cose che ha piantato, è bravissima con il giardinaggio.
Restiamo fuori al freddo per un po', ma ci scaldiamo con i nostri sorrisi complici e con quella bella paura di ricreare l'atmosfera rovente di prima. Camminiamo verso il lato del terrazzo che porta alla sua camera da letto.
"Quella non te l'ho fatta vedere, l'altra volta... vuoi vedere dove dormo e ti sogno?" sorride con immensa malizia.
"Non avrei osato chiederglielo, ma certo che voglio..." mi stringe un attimo una mano nella sua, mi prende per la cravatta e mi porta in camera sua. Letto ad una piazza e mezza. Mi dice che l'ha cambiato da quando è rimasta sola, quello matrimoniale non aveva più senso. Mi guarda in un modo strano, quasi assorto, tace. Poi, mi abbraccia e mi sussurra "stavolta, non mi farai dimenticare di offrirti lo champagne che avevo messo in frigo, mercoledì scorso... vieni con me, devi stapparlo tu..." e mi porta nel tinello, dove ha apparecchiato un piccolo tavolino di legno basso, con su la bottiglia di champagne immersa nel ghiaccio, due calici tutti per noi e una scatola di nudi fondenti al gusto di cedro e ciliegia, i nomi con cui scherzosamente ci siamo presi in giro nelle ultime mail.
Stappo.
"A che brindiamo?"
"A noi" mi dice, senza esitazione. Ci guardiamo intensamente, bevendo. Poi, prende un nudo a ciliegia, ne prendo uno anch'io.
"Dammi il tuo... "
"E allora scambiamoceli, lei mi offra il suo..." le dico, giocando. Ci sfioriamo le dita, elettricità a mille nell'aria. E insieme ci porgiamo alle labbra i rispettivi cioccolattini. Mi morde appena il dito per prendere il suo dalle mie mani. Prendo il mio dalle sue, lei mi passa il pollice sulla bocca.
"Che mi stai facendo fare, G. ... sei tremendo..." provo a sfoderare il mio sorriso migliore, quello che mi serve per dirle "possiamo fare molto di più, se solo lo vorrai...". Le prendo la mano, iniziando a chiacchierare di tutt'altro, da un lato accendendo l'atmosfera con le carezze, dall'altro spegnendola, parlando di tutto, tranne che dei miei sentimenti.
Mi chiede, all'improvviso, se io stia con qualcuna e se la sua presenza sia di turbamento nella mia vita. Le rispondo che sì, qualcuna ogni tanto c'è, ma che non ho storie serie da anni ormai, vista la mia situazione familiare. La rassicuro, le dico che il turbamento che lei mi causa è solo un magnifico turbamento a cui non potrei più rinunciare. Mi guarda e mi dice "Devi essere un uomo forte, immagino che tu abbia avuto un bel po' di delusioni dalla vita, te lo si legge negli occhi...". "Abbastanza, prof., ma... non sono forte, sono fortissimo..." e le faccio lo sguardo scherzoso da supereroe. Lei ride. Mi parla di tante cose del suo passato, di come fosse consapevole di quanti alunni le morissero dietro e che proprio per questo tendeva ad essere gelida e scostante, proprio per non alimentare quelle passioncelle adolescenziali nei suoi confronti.
"Quanti occhi innamorati ho incrociato... ma tu nascondevi meravigliosamente bene, G., se non fosse stato per qualche piccolo passo falso, io non l'avrei mai capito solo dai tuoi occhi... eri già allora un vero gentiluomo, non t'ho mai visto che mi guardavi in un "certo" modo, puoi capirmi, spero...". A quel punto, sorrido un po' imbarazzato e le dico che più volte l'ho guardata in un "certo" modo, ma che mai e poi mai mi sarei fatto scoprire in quel ruolo da "spasimante guardone". Ride di gusto.
"Però, come mi stai guardando adesso è... "
"E'...?" incalzo, sorridendo.
"Invitante... "
"Ah, invitante... e poi?"
"E poi... è seducente..."
"Potrei metterle un bel 9, professoressa... ha risposto benissimo all'interrogazione..."
Sorseggiamo dell'altro champagne, le sue labbra umide di quel nettare, un ottimo Veuve Cliquot Ponsardin, mi fanno impazzire.
"Sai che mi ricordo di quella volta che ti misi la mano sulla testa, per pararti dallo spigolo della finestra?"
"Davvero?"
"Sì, certo... quando ho letto quest'episodio nella tua mail di ieri, mi è tornato il flash alla memoria... ricordo benissimo che io volessi proteggerti, ti saresti fatto malissimo... ma di certo non avrei mai immaginato di suscitarti una tale emozione, chinandomi accanto a te per dirti di star attento..."
"Avessi avuto il coraggio, quel giorno l'avrei baciata, prof. ... fu bellissimo averla così addosso, così vicina..." lei mi guarda le labbra in silenzio. Me le mordo un attimo e sento la barba del mento che quasi mi grattuggia il labbro superiore.
"Non voglio dimenticare niente di tutto quello che ho da dirti, nelle mail sono venute fuori tantissime cose di cui parlare, non credi?"
"Già, è proprio così... quasi quasi dovremmo tenerle qui davanti e trovare ogni singolo spunto per poterne parlare a voce" aggiungo, scherzando, ma lei mi prende sul serio.
"Allora, andiamo al pc, le ho tutte salvate lì le mie, così mi dirai cosa non ti è chiaro di tutto quello che finora ti ho scritto... vuoi?"
"Certo, andiamo..." e sfiorandoci nel corridoio di casa sua, ci ritroviamo dopo qualche passo nello studietto, seduti vicinissimi, praticamente attaccati, davanti al suo pc, su due sedie.
Mi fa vedere che sul desktop ha messo una mia foto che ho scattato per lei... dolcissima.
Apre la posta inviata, escono tutti i titoli delle mail che mi ha mandato, titoli il cui contenuto io conosco a memoria. Tra tutte, spicca quella in cui praticamente s'era quasi dichiarata nei suoi sentimenti per me, tra una contraddizione e l'altra, buttate tra le righe, forse per confondermi.
Le dico "Ecco, questa è la mail che mi ha fatto più perdere la testa. Prima parte in quarta, appassionata, poi chiude con gelo... mi spieghi perchè, io non capisco...".
"Cos'è che devo spiegarti, che non hai già capito da solo?" e mi stronca così.
Guardo per un attimo nel vuoto, poi la guardo. Lei insiste a chiedermi "cosa vuoi che ti spieghi..." e a quel punto l'abbraccio forte, da seduti, fortissimo, le faccio poggiare la testa sulla mia spalla, ma lei inizia a baciarmi con ardore una guancia. Me la inumidisce con la sua bocca, pian piano allarga il cerchio e mi bacia sugli zigomi, sulle orecchie, lasciandomi immobile. Poi, mi volto verso di lei, che mi offre un angolo della sua bocca e io poso lì il mio primo, piccolo bacio... ne seguono infiniti altri, tra guance, collo e a fior di labbra, stuzzicandoci piano, lentamente... fino a che non le chiedo di alzarci subito da quelle sedie.
"Non ce la faccio, alziamoci, non così..." le dico e lei crede che io voglia chiudere quella storia prima ancora di cominciarla.
"Va bene..." sussurra con la voce quasi spezzata, mentre all'improvviso, una volta tiratasi su, l'abbraccio, mi ci avvinghio addosso come una piovra e le dico nell'orecchio "La volevo in piedi solo per abbracciarla meglio e farle sentire quanto io la desideri...". La stritolo, parliamo a labbra serrate e carichi d'affanno emotivo, ci baciamo con tutta la passione di questo mondo, con il fuoco nelle vene e la testa senza controllo, persi in un amore senza fine.
"Da quanto sapevi che sarebbe successo... da quanti giorni ci pensi..." le chiedo, tra un bacio e milioni di ricordi.
"Oggi è 30? 28 giorni...? Ci penso da allora..."
"Ti amo... sei tremenda..."
"Amore mio, baciami, il mondo è tutto qui..." le labbra si saldano, le lingue si incatenano, le mie mani l'accarezzano con l'audacia della gentilezza, senza esagerare, ma facendole capire quanto io la desideri. E' lei stessa a spingere sempre più il suo corpo contro il mio.
"Non voglio correre con te... tu mi fai perdere la testa, questi abbracci e i tuoi baci sono da infarto, G. ... tu mi fai venire un infarto, stasera..." mi dice, sorridente e abbandonata tra le mie braccia.
"Ferma qui, che infarto... tu sei mia, non inventarti niente per scappare, non adesso... dammi ancora quella bocca, ti prego, la voglio..." e di nuovo, di nuovo, ancora baci, senza smettere mai, in quella penombra sensuale dello studio di casa sua, con la ventola del pc in fibrillazione, proprio come le pulsazioni del mio cuore.
Sono innamorato. Innamoratissimo. Il resto non conta.

martedì, 29 gennaio 2008
Champagne,  nudi fondenti e teatro... con te, e non è un sogno, ma...

Non m'importa di tutto lo schifo intorno, non m'importa quanto io ci sia stato male, perchè non vale la pena di perderci l'anima, se in cambio c'è solo strafottenza. Voglio solo te, perchè tu sei diversa, insieme a quel tesoro dai capelli rossi di cui non farò il nome. Le uniche donne che m'abbiano saputo capire davvero.
Ti scrivo qui, prof., perchè non posso ancora fare il fiume in piena, che ti dice tutto così senza pudore. Qui tu non mi leggi, ma forse riesci comunque a sentire quel che penso e che trasmuto in parole virtuali.
Di nuovo insieme tra poco più di 48 ore, di nuovo con te. Spero di incontrarti ovunque, quando cammino per le strade della nostra città, ti vedo in ogni luogo e non t'incrocio mai; ma non mi serve affidarmi al Caso, perchè lui il regalo me l'ha già fatto esattamente un mese fa, il 29 dicembre, quando m'ha permesso di ritrovarti. Tutto quello che sta accadendo ora è merito tuo e mio, non suo. Ci stiamo costruendo intorno questa gabbia morbida, rossa, vellutata... da cui nessuno di noi due sembra voler uscire... io mi ci farei mettere all'ergastolo, sappilo, in gabbia con te. E c'è quello champagne che c'aspetta in fresco, a casa tua, quello che l'altra volta hai dimenticato per colpa mia, m'hai detto che t'ho confusa, stordita. Anche tu hai stordito me, ma stavolta brinderemo, brinderemo a quello che sei per me, da sempre, mordendo il cioccolato fondente che hai comprato in quella pasticceria artigianale di cui mi hai parlato con gli occhi vispi.
E, stasera, mi scrivi se io voglia stare seduto accanto a te a teatro, la settimana prossima: ci attende Aristofane, con la sua "gli uccelli", la spiegasti in classe, ricordi? Mi dici pure "sempre se sei libero, se ti va". Me lo chiedi pure, prof.? Venderei l'anima al diavolo per stare soltanto un minuto con te, pensa un po' cosa sarò capace di fare per essere in quel teatro insieme, al buio, per più di due ore, vicinissimi? Farò il pazzo, il pazzo. Voglio esserci a tutti i costi. Non posso parlare con nessuno di noi, quelli che ci conoscono entrambi non capirebbero, qualcuno non vuol proprio capire... ma pazienza, a me basti tu. Perchè è una vita che non mi sentivo così, perchè sapere di provare qualcosa di devastante e avere la quasi certezza che dall'altra parte si venga ricambiati con altrettanta intensità, è una delle sensazioni più intense di questo cazzo di mondo e io me la voglio vivere tutta, la mia felicità, non mi voglio perdere neanche un attimo di questa frenesia che mi tiene in ostaggio da un mese, perchè finalmente la mia vita sta prendendo la piega che avrei sempre voluto che prendesse... quello che prima era un sogno impossibile di un ragazzino troppo con la testa tra le nuvole, ora è una realtà che s'avvicina al suo compimento con la velocità di una tempesta di fulmini... mi rendi elettrico e quando ti stringerò di nuovo, e stavolta, stai attenta, azzarderò più d'un abbraccio, prenderai la scossa... la scossa, quella che tu mi scarichi sotto pelle, quando soltanto per un istante, "per sbaglio", mi sfiori...
Chiudo gli occhi e sei qui.
Ti voglio sempre di più.
domenica, 27 gennaio 2008

Spengo la TV
e la farfalla appesa cade giù
ah, succede anche a me
è uno dei miei limiti.
Io per un niente vado giù
se ci penso mi da i brividi.
Me lo dicevi anche tu
dicevi tu ...
Ti ho mandata via.
Sento l'odore della città
non faccio niente, resto chiuso qua.
Ecco un altro dei miei limiti.
Io non sapevo dirti che
solo a pensarti mi dai i brividi
anche a uno stronzo come me
come me ...
Ma non pensarmi più,
ti ho detto di mirare
l'amore spacca il cuore.
Spara! Spara! Spara, Amore!
Tu non pensarci più,
che cosa vuoi aspettare?
l'amore spacca il cuore.
Spara! Spara! Spara, dritto qui ...
So chi sono io
anche se non ho letto Freud.
So come sono fatto io
ma non riesco a sciogliermi
ed è per questo che son qui
e tu lontana dei chilometri
che dormirai con chi sa chi
adesso lì ...
Ma non pensarmi più,
ti ho detto di mirare
l'amore spacca il cuore.
Spara! Spara! Spara, Amore!
Ma non pensarmi più,
che cosa vuoi aspettare?
l'amore spacca il cuore.
Spara! Spara! Spara, dritto qui...

(Spaccacuore - Samuele Bersani)

E contro ogni pronostico, visti i miei gusti musicali, ne consiglio la versione cantata dalla Pausini... è sorprendentemente bella e stasera mi tiene compagnia, mentre penso da solo a tante cose.

lunedì, 21 gennaio 2008
L'anima nello stomaco

Lo stomaco, la mia seconda anima. E' da sempre stato l'indicatore somatico di ogni mio sentimento. Scombussolato e bruciante, se arrabbiato; chiuso, se deluso; voracissimo, se felice; strizzato e fremente, se... innamorato.
Adesso, il mio è una vera e propria centrifuga, che si autodistrugge nel vortice del suo movimento impetuoso. Giorni che ti penso, notti che ti chiamo in silenzio e ti vorrei con me. Stringo l'aria tra le braccia e so che ci sei. Bacio il ricordo di ogni tuo sguardo e me lo sento scivolare nel sangue che ribolle per te.
Ho viaggiato verso Roma con addosso il profumo delle tue ultime parole scritte... e, sai, il rosso piace da morire anche a me. Ed estraniato dal mondo e dai binari con il mio iPod nelle orecchie, monopolizzato da "Voglio il tuo profumo", t'ho pensata mia, desiderandoti come mai prima d'ora, sebbene sia una vita che ti voglia tutta per me. Quello che mi scrivi, con la tua immensa delicatezza e sorprendente passionalità, m'infiamma e chissà se tu lo sai... forse, lo immagini soltanto e non ne sei certa, ma quanto vorrei darti io tutte le certezze di questo mondo, se solo potessi. Tante confessioni, prima segretissime, ora le condividiamo a distanza... ti fa paura, lo so, ne fa tanta pure a me, e anche se sono passati tanti anni senza star vicini, guardaci: è come se tutto quel tempo l'avessimo preso a calci, adesso, e fatto sparire. "Niente ci può sciogliere", come dice la nostra Gianna. In quel gioco di piccole sfide musicali che abbiamo fatto insieme nelle nostre ultime lettere, a suon di citazioni, hai avuto pudore di scrivermi questa, ma hai fatto in modo che io la cogliessi da solo e, infatti, io l'ho colta. Scherzando, m'hai dato 10 per l'intuizione... il mio primo 10 della storia con te, m'ha fatto effetto, lo sai? Ma sì che lo sai.
Forse, ti sto spaventando con tutto quello che ti confesso, nel silenzio di lunghe notti passate a scriverti con il cuore in gola e ad aspettare la notifica di te che m'hai letto. Forse, non credevi di essere stata così amata nella tua vita, almeno non così profondamente e certo non da me. E, invece, è proprio così, ti ho amata più di ogni altra donna da quando sono su questa Terra.
La tua telefonata, mentre ero in giro per Roma, mi ha spaccato il cuore. Sei stata infida e sexy, il tuo numero non me l'avevi dato, hai giocato a sorprendermi con quel tuo tono di voce allegro e sicuro del fatto suo. Sapevi che m'avresti turbato fin sotto pelle... so che questo ti piace, e quando fai così, tu a me piaci ancora di più, ma... stai attenta, perchè se giochi a sorprendere, non sai "contro" chi ti stia mettendo, davvero non lo sai...
Che qualcuno uccida i brividi che mi scuotono l'anima, non ce la faccio più.
giovedì, 17 gennaio 2008
SULL'ORLO DEL VORTICE GRAVITAZIONALE SI GIRA ALL'INFINITO SENZA CADERCI DENTRO...

Piove a dirotto. Mangiavo un panino, prima, il mio solito pranzo frettoloso, osservando le goccioline d'acqua sui vetri, che giocavano a rincorrersi, sfidando il freddo.
La stessa pioggia che, ieri sera, m'ha bagnato fin dentro alle ossa, dopo che l'ho salutata.
L'ho rivista, finalmente. L'ho ascoltata parlare, bellissima come sempre, attraente come nessuna con quel suo sguardo impenetrabile. Le ho fatto da cavaliere a distanza, si può dire, mentre eravamo lì, in quell'aula conferenze del centro culturale, seduti l'uno di fronte all'altra. Io, spalle alla platea, lei, invece, la governava saldamente con gli occhi. Governando me, che non riuscivo a distoglierle il mio sguardo di dosso.
Ho avidamente bevuto ogni sua parola, l'ho guardata forse fino ad imbarazzarla, ma lei le sfide non le perde mai, non si voltava altrove per schivare il mio silenzioso interrogatorio.
E quando ha finito il suo intervento, travolta da un applauso ammirato degli astanti, le sono andati tutti incontro per salutarla, farle domande, presentarlesi. Io ho aspettato quasi in fondo all'aula, appoggiato ad una finestra, osservando dalla distanza la scena, sorridente e sempre fiero di lei, del suo incredibile carisma che con gli anni non passa.
Carino coglierla a guardarmi con l'aria di chi non ami tutte quelle cerimonie e che cercasse in me un appiglio di salvezza. E al suo terzo sguardo del genere, mi sono avvicinato, facendomi largo tra quattro persone e le ho detto con una faccia tosta tremenda, porgendole il mio cellulare:"Professoressa, ho al telefono il collega di cui le parlavo prima, può liberarsi un istante?". Lei mi guarda con espressione interdetta, dapprima, poi capisce il mio gioco e con fare da commedia brillante risponde:"Ma certo, gli parlo subito! Perdonatemi, signori, grazie a tutti, buona serata... ci vediamo alla prossima lezione..." e così m'ha preso il cellulare di mano, trattenendo le risate, e ha iniziato a fingere di parlare con questo fantomatico interlocutore, allontanandosi dagli altri verso il fondo dell'aula. L'ho guardata camminare e fare l'attrice in quel modo così insolito... grandiosa.
Quando i più se ne sono andati, lei è tornata da me, m'ha detto a bassa voce "Grazie, sei stato geniale..." e poi ad alta voce "Allora, andiamo?" e io, senza sapere nemmeno dove, ho risposto al volo "Ma certo, dopo di lei" e, cedendole il passo alla porta, ci siamo lanciati un'occhiata da brividi, porcalaevasmandruppata.
Usciti dal palazzo, lei mi si mette sottobraccio... ricordo ogni singola parola che m'ha detto.
"Sali da me?"
"Da lei? Ma non è che..."
"... che mi disturbi? Se stavi per dire questo, G., vuol dire che ancora non ti è chiaro quanto io desideri la tua compagnia... ".
Io resto come un turzo, immobile. Credo di essere diventato paonazzo in viso.
"Forse è lei che non sa quanto io desideri la sua, tale da scemunirmi, come può ben vedere... allora, andiamo?"
"Sì, andiamo...".
Piove un po'. Le dico che posso prendere il mio ombrello dalla borsa, ma lei mi ferma.
"Ci stringeremo un po' e correremo sotto la pioggia, ti va?"
"Mi va..." le sorrido, sempre più stravolto dalla sua presenza. L'abbraccio con una mano sulla spalla, lei mi mette la sua dietro alla schiena, e iniziamo a correre piano tra la folla di Via Scarlatti, ridendo ogni tanto per gli spintoni dati e beccati da altri che correvano come noi tra le luci delle vetrine.
Entriamo abbracciati e un po' bagnati nell'androne del suo palazzo, il suo portinaio ci guarda.
"Buonasera, professoressa..."
"Buonasera, Martino, c'è posta?"
"No, professoressa..." e la guarda con la tipica aria impicciona dei portinai. Poi, guarda me. Io ricambio con un'occhiata che serviva a dirgli "Ma che cazz' tien' 'a guarda', sce'???". Così, giusto per discrezione, ho smesso di abbracciare la prof. e le ho fatto cenno di farmi strada, anche se ormai la conoscessi benissimo. Apre la porta di casa, getta via sull'appendiabiti il suo cappotto bagnato e mentre sto per sfilarmi di dosso il mio, mi abbraccia in un modo così travolgente e improvviso, che non mi dà nemmeno il tempo di capire. Il mio cuore schizza a 10.000 giri in un istante, me lo sento in gola, che mi scoppia con prepotenza.
"Finalmente... finalmente ti stringo, ce lo siamo scritti tante volte nelle nostre mail, non vedevo l'ora che accadesse davvero, G. mio... "
"Finalmente, sì... non ne potevo più..." ma m'è uscito un tono di voce così basso, che dubito m'abbia sentito. Stavo soffocando d'emozione.
Poi, d'improvviso si stacca, dopo avermi accarezzato la schiena con dolcezza e va verso un angolo del salone, invitandomi a sedere sul divano.
"Aspetta, manca una cosa..." mi dice, sorridente. E in un istante si diffondono per la stanza la musica e le parole di Gianna Nannini.
"Ora sì che è tutto perfetto, vero?" e mi si siede accanto.
Emozionato più che mai, le porgo il sacchetto con i miei due regali per lei. La mia prima tesi di laurea, che m'aveva chiesto l'altra volta, e il catalogo del Museo d'Orsay di Parigi.
Lei mi accarezza il viso, mi ripete di continuo "non posso credere che tu sia qui con me dopo tanti anni..." e legge la dedica che le ho scritto, visibilmente emozionata. Prima di scoppiare anch'io, mi impongo di ritrovare un attimo la mia solita faccia tosta e inizio a travolgerla di discorsi, domande, le racconto vecchi aneddoti e nuove cose, invitandola a fare altrettanto. E il tempo comincia a scorrere sotto i nostri occhi senza che ce ne accorgiamo. Ci sediamo davanti al suo pc, mi fa vedere che ha stampato ogni singola mail che le ho scritto. Le conserva in una cartellina trasparente, con dentro la cartolina che le ho mandato da Parigi e altre cose di me, risalenti agli anni della scuola e che credevo avesse gettato via.
"Vorrei dirti tante cose, ma la tua presenza mi annebbia la memoria e ora mi sembra che mi sfugga tutto di mente", dice, divertita e sorpresa di sè. Poi, mi prende per mano, portandomi in cucina, e mi dice che ha comprato una golosità soltanto per noi due. E tira fuori un pacchetto di pasticceria con dentro un vasetto di crema al cioccolato e dei savoiardi pieni di zucchero a velo.
"Sai, io sono golosissima..."
"Non l'avrei detto dalla sua splendida forma..."
"Ma guardalo, che galante..."
"E' la verità, è sempre stata ed è tuttora una donna incantevole, professoressa..."
"Non riesci a chiamarmi Lucrezia, vero...?" mi sussurra con aria furbetta, mentre mi piazza tra le mani un cucchiaio per prendere la crema al cioccolato fondente.
"Temo proprio di no, Lucrezia... vede? Mi viene male, lei mi mette soggezione, che ci posso fare?" e ride, divertitissima forse all'idea di mettere soggezione ad un uomo grande e grosso come me.
"Sei un tesoro... ma dove sei stato nascosto tutti questi anni, eh...". Ci trapassiamo le anime con gli sguardi e restiamo in silenzio.
"Be', assaggiamo, prof.? Dia qui..." e immergo il cucchiaio nella crema, ma lei...
"No, G., lasciati guidare, non si fa così... devi tenere il cucchiaio in questo modo e girarlo di scatto su se stesso, come si fa con il miele... guarda che bel ricciolo di cioccolato viene giù..." e mentre fa questo, mi tiene la mano sulla mia, stretta, per guidarmi nei movimenti. Siamo vicinissimi, il suo profumo mi spacca il cuore, vorrei baciarla, ma non trovo il coraggio.
Ci sediamo al tavolino della sua cucina e gustiamo quell'ottima crema, parlando di noi, a volte in modo palesemente provocatorio l'una verso l'altro.
Più volte, nello spazio angusto del tavolino, le nostre mani s'incrociano, si sfiorano, e ad un certo punto si stringono.
"Quanto sei bello, sei diventato un uomo splendido, eri già meraviglioso da ragazzo con quella tua timidezza, ma ora sei uno che fa perdere la testa alle donne, scommetto".
"Non a quelle che vorrei", rispondo, un po' imbarazzato, per buttarla sullo scherzo.
"Vieni, torniamo di là, voglio mostrarti gli ultimi libri che ho comprato" e si alza di scatto dalla sua sedia, irrequieta come mai l'avevo vista prima, trascinandomi in salone senza smettere un attimo di parlare.
Abbiamo guardato alcune sue foto, i suoi libri, di cui uno era per me; e in quel libro c'ho trovato dentro una cartolina che m'aveva preso all'ultima mostra d'arte a cui era stata.
"L'ho vista e t'ho pensato, mi è piaciuta subito, un po' come te".
Io, davvero rincretinito dal vortice di emozioni, riesco solo a dirle "grazie, che pensiero delizioso..." e senza, però, nemmeno rendermene conto, le passo una mano attorno alla vita, mentre siamo in piedi accanto alla sua scrivania. Restiamo così per qualche minuto, lei che parla, io che l'abbraccio delicatamente. Poi, all'improvviso, noto tra i suoi libri uno delle edizioni "Il Filo", la casa editrice che mi propose, l'anno scorso, un contratto di pubblicazione. Le racconto l'episodio e lei, stringendomi a sua volta, mi dice con tanta grinta e fierezza:"Ti voglio vedere in tutte le librerie, mio adorato G., tu puoi farcela".
Le riesco a dire che m'è mancata da morire in tutti questi anni, che ogni pretesto era buono per ricordarmi qualcosa di lei e che è stata la prima donna che ho amato. Lei ci rimane un attimo, sembra scossa dalle "rivelazioni", che tuttavia sapeva benissimo già in cuor suo, ma mi rendo conto che sentirsele dire con certezza deve fare un effetto diverso...
Suona, all'improvviso, "sei nell'anima" dallo stereo. E lei canticchia "e lì ti lascio per sempre...", mi guarda e mi strizza l'occhio. Guardo l'orologio, sono già le 21:00 passate e lei mi aveva detto di dover andare a cena con dei suoi amici, solo che forse, non avendo fatto caso al tempo che passasse, non si era accorta di essere in tremendo ritardo. Così, un po' in colpa per averla trattenuta tanto, le dico che scappo subito via, provando a soffocare dentro di me la tristezza di doverla salutare per forza. Anche lei perde quella luce brillante dagli occhi e annuisce.
"Ma dove hai la moto?"
"A piazza Vanvitelli"
"Ah, ma la mia pizzeria è proprio lì, se vuoi, possiamo scendere insieme... puoi aspettare che io mi prepari?"
"Sì, certo che posso aspettare, ma non vorrei imbarazzarla con i suoi amici, che la vedono arrivare con me, non so, mi dica lei..." e nel momento stesso in cui dico questa cazzo di frase mi pento di averla fatta uscire dalla mia boccaccia. Di che cazzo si dovrebbe imbarazzare, se tra noi c'è nulla?!? Che lapsus del cazzo! Le ho fatto palesemente capire che mi sto illudendo che tra noi ci sia qualcosa! Imbecille, coglione, deficiente, stupido, cretino e cazzone che non sono altro. Ma, sorpresa, lei risponde che forse ho ragione, che magari non è il caso "farmi vedere con un così bell'uomo accanto, che penseranno?".
Sbam, colpo di grazia! Non s'è certo risparmiata con i complimenti, roba da farmi venire un infarto.
A quel punto, ci avviciniamo all'uscio di casa e mentre stavo per congedarmi, mi frega di nuovo: mi butta letteralmente le braccia intorno al collo, mi stringe maledettamente, strusciando la sua guancia sulla mia e non lasciandomi più... e allora io la stringo forte, fortissimo, dicendole che sto meravigliosamente bene con lei e che non vorrei più andar via. Glielo dico con le labbra attaccate al suo orecchio, mentre lei mi percorre tutta la schiena con le mani quasi ad artiglio. In quel momento, la tensione erotica si tagliava veramente a fette, se solo avessi avuto più faccia tosta, avrei potuto baciarla, quando a fine abbraccio, siamo stati l'una di fronte all'altro per un lunghissimo istante, con le labbra che erano distanziate solo da un paio di centimetri, non di più.
"Spero di rivederla prestissimo..."
"Io di più..."
"Arrivederci, professoressa, lei è un incanto di donna..."
"Arrivederci, G., sarai nei miei pensieri..."
Quando ho sentito il rumore del legno della porta che si chiudeva, è stato come se un enorme macigno mi fosse caduto sul cuore, scamazzandomelo sotto il suo peso.
Ho corso veloce giù per le scale fino al portone del palazzo. L'ho aperto e mi sono precipitato fuori senza nemmeno rendermi conto del diluvio universale. Me ne sono accorto dopo qualche passo, che piovesse così tanto, che rincoglionimento atroce... così, mi sono fermato sotto ad una tettoia per prendere l'ombrello, pensando tra me e me "non correrò più sotto la pioggia senza ombrello, se tu non sei con me" e a passo svelto, riparato sotto il lucido tessuto blu del mio piccolo riparo con il manico, mi sono incamminato verso la moto. E su quella sì che mi sono fatto il bagno totale per ritornare a casa, ma ogni goccia di pioggia che m'è scivolata addosso mi ricordava la dolcezza del tocco delle sue mani su di me...
"Papi, dove sei stato?"
"A salutare Cupido"
"Quello che lancia le frecce amorose, eh, papi?"
"Sì, proprio lui..."
"E tu lo conosci veramente?"
"Sì, oggi me l'hanno presentato"
"E ti ha tirato una freccia proprio dritto dritto dritto dritto qui?" e si mette le manine sul cuore, ridendo.
"Mi sa proprio di sì, mi aiuti tu a curare un po' la bua?"
"Sì, ti dò un bacio sopra, va bene?"
"Va bene, proviamo"
"Però, sto tutto sporco di sughetto di pasta, fa niente, papi?"
"Fa niente, tesoro mio, dacci dentro con i baci"
"Ok!! Facciamo la ciacionata di coccoleeee!!"
Ho un amore di bambino.
E lei mi manca già da morire.