mercoledì, 04 giugno 2008

Ricordi di Procida

L'aliscafo che ballonzola in mezzo al mare e la tua paura, quando c'è stata un'onda più forte. T'è sembrato di essere non su un alijet Snav, ma su un sommergibile, pronto ad andare sotto. E noi con lui.
La prossima volta, però, non staccarmi il braccio per lo spavento, anche perchè potrebbe tornarmi utile; non vuol dire niente che io ne abbia due, tesoro, mi servono entrambi.

Le delizie mangiate al ristorantino sul porto, con quella giornata grigia che prometteva pioggia, ma che tentava di resistere, per riservarci un'accoglienza sull'isola non troppo burrascosa, dopo aver già dato con il mare. Il vento ti scompigliava i capelli, mi rubavi i calamari fritti dal piatto e le cameriere, tutte con il pantalone a fil di chiappa, forse una moda locale, che andavano lente come lumache, come se sull'isola ci fosse una diversa concezione del tempo.
E noi, che avevamo una certa fretta, le abbiamo santificate in tutti i modi possibili. E la cicciona che s'è strafogata tutto il ristorante? E quando hai creduto davvero che mi piacesse, perchè ho detto per gioco che la trovavo affascinante, e tu mi hai dato un pizzico fortissimo, dicendomi che ti faccio preoccupare, se mi piacciono pure le ciccione?

L'albergo, tutto dipinto di bianco e celeste, dove abbiamo passato parte del pomeriggio a coccolarci, aspettando che finisse la pioggia. I tuoi capelli che urlavano vendetta contro l'umidità, il mio corpo che urlava alla pioggia di non smettere di cadere, per non uscire più da quella cameretta vista mare.

La passeggiata alla marina di Chiaiolella, lo splendido isolotto di Vivara, la spiaggia deserta e schiaffeggiata dalla spuma del mare, le persone con le porte delle case aperte su quelle stradine tortuose e silenziose. Una vita tranquilla, senza aver paura dell'altro, è quella che si vive in un'isola così. Le casette tutte colorate che si specchiavano nel porticciolo turistico, dove il mare era inquietantemente calmo, mentre al di là della scogliera imperversava qualche onda. La gara di bellezza dei nomi delle barche: sembravamo due bambini, quando dovevamo decidere se fosse più bello "Nautilù" o "Capaperian". Secondo me, facevano schifo tutti e due, ma tu hai detto che sono sempre il solito incontentabile e allora ho fatto finta di buttarti a mare, prendendoti in braccio, e tu hai lanciato un urletto, così che ti sei beccata lo sguardo feroce di un vecchio, seduto fuori dalla sua casa con una pipa in bocca. "Scusate, Don Miche'..." ho detto io, inventandomi che quello si chiamasse Michele. "Nun ve preoccupat'..." risponde lui, e mi viene il dubbio che si chiami veramente Michele. Gli chiedo "Don Miche', sapete se si vendono case qui?" per vedere come reagisca di fronte a quel secondo "Michele" e quello "Nun 'o sacc', ma vuje che ne sapit' ca ie me chiamm' Michele...?" dice, alzando un attimo gli occhi dall'asfalto, per curiosare. E io scoppio a ridere, il vecchio veramente si chiamava Michele! Ho i superpoteri, sì sì. Gli rispondo che mi hanno detto al bar in piazza di chiedere a lui quest'informazione, lui si tranquillizza, gli stringo la mano rugosa e me ne vado con la mia compagna di avventure, che intanto mi sussurra "sei il solito fortunello, quanto ti odio, ti va sempre liscia!".

Cenetta con vista su Vivara, semiubriacatura di ottimo Turà, e canticchiata notturna in riva al mare, seduti su una panchina di pietra e legno, abbracciati, con le teste che si reggono a vicenda. Tutto lo scibile musicale viene rievocato in quei momenti, tanto che la gente passa, ci guarda e sorride a sentirci cantare perfino Gianni Morandi, pensando che siamo proprio ubriachi fradici. Un gattone bianco si piazza davanti a noi, come se fosse un abbonato in prima fila. Sembra voler partecipare al coro, ad un certo punto, allorchè comincia a miagolare. E attacchiamo, molto idiotamente, con "c'era una volta una gatta..." e il gatto inclina la testa di lato e ci guarda allibito, con il suo secondo "miao" in direzione dei nostri occhi. Mi alzo, vado al ristorante dietro di noi, che sta per chiudere, e chiedo se abbiano qualche avanzo per il gattino. Mi danno un sacchetto di roba rimasta in cucina, li ringrazio e torno dal micione, che tutto soddisfatto si acquatta davanti a questo sacchetto aperto sull'asfalto e ne ingurgita il contenuto.

Il cane lupo fuori al ristorante con il timone di legno, che mi piaceva tantissimo (il timone, dico, non la belva); sembrava dormire ad occhi aperti (la belva, dico, non il timone), accucciato a mo' di Sfinge. Per poco non gli pestavi una zampa con un tacco... t'avrebbe sbranata seduta stante e probabilmente io avrei perso l'uso di una gamba, nel tentativo di dargli un calcio, era enorme!

Le stradine buie per tornare in albergo, la ragazza semiaddormentata alla reception, che appena siamo entrati si è data un tono e ha fatto finta di essere perfettamente vigile. Siamo saliti sul solarium, memori di Positano, ci siamo baciati sotto il cielo di Procida e stretti fortissimo, per non lasciarci più. Mandi un sms alla tua amica che ti aveva cercata e a cui io molto galantemente avevo chiuso il telefono in faccia perchè non ci disturbasse; ti siedi nel buio e la luce blu del cellulare ti accarezza i lineamenti del viso. Penso che sei bella, mentre ti guardo, seduto di fronte a te. Ti lascio scrivere in pace e mi affaccio giù. La stradina è intitolata a Giovanni da Procida, uno dei fidi collaboratori di Federico II. Mi chiedi chi sia, questo Giovanni, e te lo spiego. "Me lo ricordo che in storia eri il più bravo della classe, in latino e greco, però, non eri mica così perfetto?" mi dici con quel tono da prof. che non perderai mai; ma ti rispondo per le rime e ti dico che non avrei potuto essere perfetto, perchè ogni volta che incrociavo i tuoi occhi durante un'interrogazione, andavo in tilt e perdevo il filo del discorso. Mi mandi un bacio stringendo le labbra e riprendi a scrivere il tuo sms. Passa un motorino in strada e tale è il silenzio, che penso che l'abbiano sentito pure dall'altro capo dell'isola. Due ragazzi cantano con delle birre in mano, mentre un altro svolta l'angolo di un vicolo, calciando un tappo che rotola per terra e fa eco fin su da me il suo rumore. Lo sciabordio del mare arriva alle mie orecchie come una cantilena dolce e malinconica, proveniente da lontano. Fa fresco, ti avvicini a me e ti siedi in braccio, dopo aver spento il cellulare. Mi dici l'unica cosa che mi emoziona fino in fondo a questo mondo. Chiudo gli occhi e assaporo quelle cinque lettere, respirando la tua pelle così vicina.

La colazione vorace che manco due lupi, il giretto dell'isola sul pullmino e la simpatia dei microtaxi, piccoli apecar che sfrecciano, decorati da tendine e cuscini per accogliere i passeggeri sul retro. La passeggiata massacrante fino all'abbazia di San Michele e al belvedere, da dove si vede tutta Procida. La discesa sotto il sole fino alla piazzetta dei Martiri, seduti fuori a quel piccolo bar, dove c'erano il nonno con la bimba amorevole, il papà con la bimbetta maschiaccio e l'altro nonno con il nipotino superpestifero, che ci ha fatto morire dal ridere con la sue corsette e le sue smorfie. La spiaggia e il borgo di pescatori della Marina di Corricella, dove sono state girate le scene de "Il Postino", uno dei nostri film preferiti in assoluto. Che emozione pensare che lì sia passato il grande Massimo Troisi e che bello ricordare insieme le scene più intense di quel film, che è poesia pura.

Il panino mangiato al porto, come due adolescenti, tra una birra fredda e una risata con alcuni del luogo, mentre aspettavamo il traghetto da Ischia, che poi ci avrebbe riportati a Napoli. C'imbarchiamo, prendiamo posto fuori ed è sempre triste salutare un'isola, quando la nave si allontana sempre di più al largo. Ascolto cosa dice nel walkie talkie l'ufficiale che presiede le manovre, ho sempre sognato di essere il capitano di una nave, fin da piccolo, e queste cose mi piacciono ancora. Vedo come fa un nodo, come si sistema il cappello bianco e sogno di me, capitano di una fantastica nave da crociera... Tu mi vedi distratto e mi dai un bacio per riportarmi alla realtà, ma quando ti racconto cosa stessi pensando, sei tenerissima: mi chiedi scusa per aver interrotto quella corsa di pensieri da bambino e cominciamo a giocare... mi fai fare il capitano della nave e tu fai la turista che, OVVIAMENTE, si innamora del capitano!

Le due bimbe milanesi che giocano a fare le amiche e parlano di Vanity Fair, loro che all'età di poco più di sei anni, forse manco sanno cosa sia Vanity Fair. Parlano di lavoro, di meteo, di trucchi, di colf maleducate, come se fossero due donne oltre i quaranta. Tutte cose sentite in casa dalle loro madri, presumo. Dicono, poi, in uno slancio di infanzia "Siamo amichette, siamo amichette, siamo amichette del cuore..." e lo fanno saltellando felici, quando ad un tratto... il panico: una delle due, all'improvviso, si gira e sputa in faccia all'amichetta. Putiferio! Io scoppio a ridere e penso "alla faccia delle amichette!". L'altra, indignata e schifatissima, le urla "Non siamo più amichette!!!!! Non mi devi sputare, hai capito, terrona!" e a quel punto odio con tutto il cuore quelle due bambine: terrona. Come cazzarola li educano, certe persone su al nord, i loro bambini, se l'offesa peggiore che quella bambina ha pensato è stata "terrona"? Mi allontano disgustato e mi vado a stendere su una panca al sole, la testa sulle tue cosce, che ascolti il mio racconto sulle bimbe vecchiacce. E ad un tratto, tre delfini!
Tutto il traghetto è in piedi e i bambini delirano di gioia, uno di loro, in piena fase mistica, asserisce di aver visto pure cinque balene! E secondo me, nella sua fantasia le ha viste davvero, mi ha fatto una gran tenerezza, lui che voleva coinvolgere la mamma e le sorelle più grandi in questo suo gioco di illusioni ottiche e loro nemmeno gli rispondevano o al massimo gli dicevano "ma che sei scemo!".

Arriviamo a Napoli. Il Maschio Angioino si fa sempre più imponente, man mano che ci avviciniamo al porto. Castel Sant'Elmo ci saluta dalla parte più alta della città e il Castel dell'Ovo ammicca alla nostra sinistra, adagiato sul mare, pigro, sornione e imponente.
E' triste doverci salutare, quando ti riaccompagno a casa, ma oggi... sì, oggi... voglio stare di nuovo con te. Aspettami.

giovedì, 29 maggio 2008

Forse, il paradiso si trova a Positano o dovunque ci sia tu con me.

Comincia tutto a bordo di un taxi, all'ingresso del suo parco.
La vedo, appena il temibile tassinaro svolta l'ultima curva, lei è lì che mi aspetta, occhiali da sole inforcati e trolley stretto tra le ginocchia. Sorrido, lei mi vede sorridere nonostante il riflesso del sole nei vetri, ricambia con un saluto pieno d'entusiasmo e s'avvicina per salire in macchina. La stringo come se fosse la prima volta che la riveda dopo mesi. Ha caldo, ma la sua pelle è fresca e profumata, non una goccia di sudore sulla fronte, nonostante gli oltre trenta gradi di quel magico mezzogiorno del suo compleanno.
"Auguri, amore mio..." inevitabile un bacio, tutto sommato contenuto davanti al tassista. Appoggia la testa sulla mia spalla e mi sussurra che è felice. Le apro la portiera, la faccio salire in macchina e non mi sfugge un bel passaggio di gambe, che sbucano fuori dal tessuto svolazzante del suo vestitino fantasia. Giro attorno al "deretano" del taxi, visibilmente compiaciuto per quest'inizio compito e caldo, ed entro in macchina anch'io.
"Molo Beverello, per favore". Il tassista mugugna un sì, s'asciuga il sudore e partiamo. Il traffico di Napoli ci permette di chiacchierare sottovoce tra un clacson e l'altro, senza che il tassista ci senta. Ci vede ridere dallo specchietto, tenta di carpire qualcosa, si vede dal suo sguardo attento, ma più fa così e io più abbasso la voce, chinandomi accanto all'orecchio di Lu, che profuma di Dior.
Arriviamo al porto, trasciniamo i nostri bagagli leggeri con le ruotine che quasi s'appiccicano all'asfalto bollente e ci avviciniamo al botteghino per comprare i biglietti del metrò del mare.
"Due per Positano, grazie"
"No, dotto', nun v'e pozz' fa' mo', è ampress'..." risponde un uomo sulla sessantina, che ha tutta l'aria di un vecchio lupo di mare in pensione, ora riciclato come bigliettaio sulla terraferma.
"Scusate, ma se devo prendere il metrò delle 14.15, quando lo devo comprare il biglietto?"
"Arapimm' 'e doje manc' nu quart', mo' nun v'e pozz' rà 'e bigliett', aggiat' pacienz'..." e allora guardiamo l'orologio, è solo passata da poco la mezza e decidiamo che è presto per aspettare lì, così ce ne andiamo a mangiare in una taverna nei pressi del porto, "A taverna do' Re", dove si mangia divinamente ed è tutto molto caratteristico, tanto che per un po' ci siamo sentiti due turisti in giro per Napoli, come se venissimo da chissà quale parte lontana del mondo.
Inutile dire che un cameriere voleva proprio prenderle, con quegli occhi fissi sulle gambe della MIA donna. Roba da matti, certa gente non sa manco guardare, e per tutta risposta io ho guardato lui con occhio torvo finchè non ha smesso di fare l'idiota, tanto che due sono le cose: o mi ha scambiato per un serial killer pronto a tutto oppure mi ha preso per una checca innervosita dal fatto che lui stesse guardando le cosce di lei e non le mie. Comunque, ha smesso, questo è l'importante. Mangiamo, pieni di entusiasmo per questo suo compleanno finalmente festeggiato insieme, io che per anni mi ero sempre chiesto, da ragazzo, quando fosse e non avevo mai avuto l'opportunità di chiederglielo, anche solo per regalarle un semplice sorriso, quando più di tanto non mi era concesso. Pago, la raggiungo e ce ne andiamo a piedi, sotto un sole che squaglia, al porto, sul lato opposto della strada. Il botteghino è finalmente aperto. Davanti a noi, una coppia di turisti, che parlano un inglese maccheronico, ma mai quanto lo è quello di risposta, che ricevono dal vecchio lupo di mare e dal suo giovane assistente bigliettaio, un ragazzo con la faccia da scugnizzello, che per partito preso non conosce neanche mezza parola di inglese.
"Positano, luggages, telephon... dove?"
"Che stat' dicenn', signo'? You Positan?" dice lo scugnizzello bigliettaio, che togliendo la "o" alla fine di "Positano" crede d'aver risolto il problema della lingua.
La signora ha la erre moscia e comincio a pensare che sia francese, dato che non sfoggia un inglese dei migliori. Lucrezia mi guarda e mi esorta ad intervenire, allorchè il dialogo tra i tre si fa sempre più contorto e il marito della francese gronda di sudore come un pachiderma in una sauna.
"Can I help you, madame?" e guardo il lupo di mare, dicendogli con il labiale "m'o veg' je, nun t' preoccupa'...", che non è francese, ma napoletano, e vuol dire "me la vedo io, non ti preoccupare".
La signora francese s'illumina in volto, appena si ricorda di essere ancora in Europa, trovando qualcuno che parla un minimo di "english koiné", la cosiddetta lingua comune che già molto saggiamente volevano imporre gli antichi greci al mondo di allora.
Mi spiega ciò che le occorre, incartandosi con le parole, al che le chiedo se sia francese. Mi risponde "oui!" e da allora parliamo nella sua lingua. Per fortuna, non mi sono incartato e così Lu mi ha guardato con gli occhi a cuoricino durante tutta la conversazione turistica, finchè dopo...
"Bravo, chi se l'aspettava che parlassi francese... sei pericoloso, tu, all'estero, guai a te se parti senza di me, capito? Chissà che combini..."
"Chi? Io?!? Ma scherzi? Mai fatto conquiste all'estero..." e scoppiamo a ridere tutti e due, un po' per le facce che facciamo, la mia di un finto serio davvero poco credibile e la sua di uno stupito allibito che fa sbattere a terra dalla simpatia, lei che fa smorfie tipo i fumetti e potrebbe anche non parlare, certe volte, tanto è chiaro ciò che i suoi occhi e le pieghette del volto vogliono esprimere.
C'imbarchiamo e il metrò del mare è quasi vuoto, si sta una meraviglia.
"Andiamo su, all'esterno, il mare è calmo, sarà bellissimo..." e portiamo i nostri trolley al piano superiore interno, pensando che l'uscita per il ponte esterno sia da lì. E, infatti, ci sono delle porte.
Mi avvicino ad una di loro, dopo aver sistemato i bagagli, e tiro con forza. TUNF!! TU TUNF!!
"Non si apre, ma che è?" TUNF!!!! E dò una strattone ancora più forte. Poi, guardo la porta e in alto leggo "Porta a chiusura stagna. Apertuta bloccata". Risate. Praticamente stavo staccando la maniglia e probabilmente a furia di strattoni mi sarei ritrovato in mano tutto il traghetto, ma la porta sarebbe rimasta lì, immobile!
"Credo proprio che si salga da giù..." dico con aria imbarazzata, mentre Lu ride come una scema.
Scendiamo, lasciando i bagagli al piano di sopra, che è praticamente tutto per noi.
Finalmente arriviamo all'esterno e ci accomodiamo al sole. Con noi, solo una coppia di tedeschi, ognuno per i cazzi loro (molto innamorati!), una ragazza spagnola con le cuffie nelle orecchie, che ha canticchiato pezzi di Ricky Martin tutto il tempo e un signore sulla trentina tutto vestito da lavoro. Il sole picchia in testa, ma appena il metrò si allontana dal porticciolo, un vento bellissimo ci rinfresca, tutto profumato di salsedine. Accanto a noi il Vesuvio, dall'altro lato Capo Posillipo, Procida e Ischia, di fronte a noi, seduti contro marcia, il golfo di Napoli che si allontana, e alle nostre spalle la Penisola Sorrentina e Capri, che si avvicinano sempre di più.
La traversata è stata meravigliosa, ci siamo detti cose che forse erano ovvie tra noi, ma che dette in quel modo e in quel luogo hanno lasciato il segno nel cuore; e dopo la seconda fermata in quel di Sorrento, sono saliti un bel po' di turisti, tra cui una famigliola tedesca con tre bambini, uno di questi letteralmente stupendo, un bambolotto... ma di uno scassacazzi pauroso!!!
Aveva un cappellino in testa, un capoccione tondo tondo e migliaia di biondissimi capelli ad incorniciare quel volto di poco più di un anno di vita, illuminato da due occhioni azzurri da accecamento. Piangeva, insofferente per il cappellino, e lo lanciava a terra di continuo per fare dispetto alla mamma. Gliel'ho raccolto io, ad un certo punto; gliel'ho messo tra le manine e lui zitto, mi guardava con aria tipo "machiseituuomonerocheccazzovuoi"; ha preso il cappellino e dopo un attimo FIUM!! l'ha buttato di nuovo per terra. La mamma, disperatissima, "I'm sorry".
Le sorrido, riprendo il cappellino sotto l'occhio vigile del biondissimo marrano, e glielo rioffro, ma... mentre lui sta per prenderlo con l'aria di chi pensa "tanto ora te lo butto per terra di nuovo, cretino", io tiro indietro di scatto il cappello e me lo piazzo in testa, facendogli una linguaccia.
Il bimbetto sgrana gli occhi e dice "Uhhhh!!!", come a dire "mamma, guarda 'sto mariuolo, s'è preso il mio cappello che volevo lanciare in aria altre trecentomila volte!". E tende le manine verso la mia testa, perchè lo vuole indietro. La mamma ride, divertita, Lu mi dice di non farlo troppo indispettire, se no piangerà di nuovo, mentre io le dico "lascia fare, conosco il tipetto, se lo accontenti, uno così, è la fine". Chiedo alla mamma se posso continuare a giocare e lei, che si stava esaurendo, pur di liberarsi un po' del bimbo diavoletto, acconsente molto soddisfatta e con aria di sfida mi dice "let's see what you're going to do..." e mi guarda con attesa.
Il piccino, tale Andreas, si lancia per terra, camminando tutto storto per cinque o sei passettini, sfidando le onde del mare, e mi si aggrappa forte alle ginocchia, protendendo le mani verso il cappello e dicendo "Ahhhh!! uhhhh!! MHMHMHM!!" che nella sua lingua voleva forse dire "Stronzo di merda, dammi il cappello mio!". Linguacce di risposta e un po' di solletico da parte mia. Finalmente il piccolo ariano ride. Mi si arrampica in braccio, mi stacca pure un bottone dalla camicia per appendersi e per un niente non se l'è mangiato, gliel'ho levato di mano al volo.
"E' kakken, qvesto non si pappen!" gli dico in tedesco maccheronico, ma il dito alzato che dice "NO" è internazionale per fortuna, molto meglio del mio "kakken", e il piccolo Andreas mi ridà il bottone. Poi, comincia a darmi i pizzicotti sulla faccia e a tirarmi i peli del pizzetto, a torcermi il naso, a graffiarmi le orecchie con quelle manine paffute dalle unghiacce affilate.
"Ouch!!" mi fa una frittata di palle con il piedino. Le ha prese per uno scaletto della Foppapedretti e ci sale su per raggiungere il cappello. Mi butto indietro con la testa per non farglielo prendere e che succede? SBONG!!! Capocciata sulla testa di una vecchia signora a metà tra il panzer e il frou frou, anche lei tedesca. "Ops, I'm sorry! Excuse me!" e lei "Ja, ja, no problema, carino omo latino" e Lucrezia "Madonna mia, devo stare attenta pure alle vecchie SS!!" e mentre io faccio il cretino vanesio per farla ingelosire riguardo al mio fascino interplanetario (!!!), Andreas si frega il cappello e se lo mette in testa, urlando per attirare la mia attenzione.
Ride, il caciuttiello perfido.
"Che te ridi?? Che te ridi????" e più gli dico così, più si spanza dalla risate. La mamma applaude, dice che sono un perfetto babysitter e mi chiede se io intenda trasferirmi a Colonia come ragazzo alla pari. Arriva il padre, poi, uno spilungone di due metri, che con aria seriosissima mi prende il bambino di dosso e se lo porta, con il risultato che Andreas scoppia a piangere e non la smette più. Dopo una mezz'ora, però, lo vedo dall'altro lato delle panche correre a quattro zampe in mezzo ai passeggeri, finchè trova un varco e torna da me, dando un urletto allegro e soddisfatto "TAAAAAHHHH!!!!!" del tipo "Sono tornato, ce l'ho fatta!". Mi molla un paio di schiaffetti sulle cosce, giochiamo al ragnetto che gli fa il solletico e poi lo riporto alla mamma, prima che lui si faccia un altro giretto esplorativo e finisca a mare.
Il saluto, stavolta, è senza traumi, perchè da lontano ci facciamo le pernacchie. Insomma, mi sono fatto un piccolo amichetto a Colonia.
Arriviamo finalmente a Positano, salutando da lontano i Faraglioni di Capri e l'arcipelago de Li Galli.
Positano è meravigliosa. Piena di turisti, acqua cristallina, profumo di fiori dappertutto e colori sgargianti di vestiti fatti a mano, sandali e borse. Una decina di porter ci offrono di salire sui loro carretti elettrici per evitare le salite e le scale tipiche del luogo, ma Lu ha voglia di camminare per gli angoli nascosti del paesino e così rifiutiamo e ci incamminiamo per le viuzze piene di negozi.
Assetati come due cammelli, alla fine della camminata, ci rifocilliamo in piazzetta con due megacedrate con fettona d'arancia e ghiaccio in abbondanza.
Scorgo un taxi, un enorme jaguar, e penso "Cazzo, uno ha un Jaguar e lo fa diventare un taxi???" e mi avvicino al tassista per chiedergli quanto disti la strada dell'albergo dalla piazzetta.
"Quale albergo?" mi chiede.
"Il Posa Posa" rispondo.
"Ah, certo, guardi lassù, lo vede?" e mi indica la struttura dell'albergo in cima ad una collina che scende a picco sul mare. Capisco che di certo non ci si possa arrivare a piedi.
"C'è la navetta che passa ogni mezz'ora, ferma proprio là sotto" dice il tassista e questa frase m'è sembrata così corretta da parte sua, che a quel punto ho deciso di volermi fare accompagnare da lui. E bene abbiamo fatto a far così, perchè c'era un bel pezzo di strada da fare e in navetta ci saremmo squagliati di caldo.
Arriviamo al Posa Posa intorno alle 16.30. L'albergo è un incanto, l'accoglienza è esemplare.
Un simpatico cameriere somigliantissimo a Giancarlo Magalli ci porta in giro per l'albergo, per farcelo vedere, cosa che non m'è mai capitata in tanti anni di viaggi. Ci mostra la terrazza del ristorante, il solarium, i saloncini e poi ci porta nella nostra suite. Ci chiude la porta alle spalle con un sorriso estremamente sornione e se ne va.
Lu mi abbraccia fortissimo, quasi non mi fa respirare.
"Ce l'abbiamo fatta, siamo lontani da tutti, mi sembra di essere fuori dal tempo qui... sarà il compleanno più bello di tutta la mia vita...". Ci stringiamo. Sono così felice di stare dove sono proprio con lei, che quasi non mi sembra vero. Tiro fuori dalla valigia tutti i miei regali per lei. Li spacchetta con mani tremanti e ad ogni regalo mi dice "tu sei pazzo... come facevi a sapere che volessi questo?". Eh, come facevo... è una vita che ti scruto, bella mia! Non so quante volte ho desiderato farle un regalo, farle vivere un sogno in cui ci fossi io al suo fianco; e ora credo proprio di poter dire che ce l'ho fatta.
La stanza è splendida e ha una vista sul mare che toglie il fiato. E poi il fiato me lo toglie lei, con i suoi baci, le sue mani, il suo corpo.
Un po' di censura non guasta, andiamo avanti!
Decidiamo di fare una passeggiata prima di cena, ma ormai i negozi sono chiusi; diciamo che abbiamo perso la cognizione del tempo? Ed è proprio il tempo che abbiamo beffato, quella sera. In genere abbiamo sempre le ore contate, io per via di mio figlio, lei per altro, ma stavolta il tempo se n'è andato al diavolo, giorno e notte tutti per noi.
Per le vie di Positano c'è un allegro e romantico silenzio, fatto di turisti discreti, che passeggiano mano nella mano o coccolando le loro macchine fotografiche, per catturare gli scorci migliori da portare in giro per il mondo, di ritorno verso i loro paesi. Perchè Positano resta nel cuore, ha una magia d'altri tempi, è come se si tornasse a vivere in quelle atmosfere da film anni '60, un po' stile "scandalo al sole", dove tutto è colorato di tonalità eleganti, vere, profonde e naturali.
La strada, poi, è inondata dal profumo dei gelsomini, che s'arrampicano sui muri di tante villette e danno sfoggio di sè nell'aria fresca della sera, mentre da una chiesetta vengono fuori le note praticamente perfette per intonazione di un gruppo di coristi che si esercita.
Mi sono sentito, in quel momento, l'uomo più felice della Terra, stringendo a me la mia donna, l'unica che davvero sa io chi sia, l'unica che l'abbia capito fino in fondo e che di me sa tutto.
Ed eravamo in tre, risalendo verso l'albergo per la cena: Lu, Amore ed io. La felicità.
Abbiamo cenato sulla terrazza a mare dell'albergo, tavolo riservato nell'angolino più panoramico e appartato, luci tenui e una candela ad illuminare il tavolo, sistemata in un piccolo bouquet di fiori freschi. Giancarlo Magalli de noantri ci accoglie con la sua semplice eleganza e ci consiglia i piatti più gustosi del giorno, nonchè il vino da abbinare, lui che decanta le sue doti da sommelier con una genuina simpatia. Linguine agli scampi e frutti di mare al cartoccio, grigliata mista di pesce, insalatina mista alla julienne con fiocchetti di patate, fragoline all'arancia e torta (buonissimissima!) ai frutti di bosco con spuma di cioccolato fondente. Un ottimo e fresco Greco di Tufo (inutile dire che la bottiglia l'abbiamo fatta fuori tutta!) e la cena è stata veramente perfetta, quando all'improvviso si sono liberati gli ultimi due tavoli occupati e abbiamo avuto la terrazza tutta per noi. Giancarlo Magalli ogni tanto veniva a versarci il vino e ad accertarsi che fosse tutto a posto, intrattenendosi per veloci chiacchiere con noi, raccontandoci delle sue molteplici doti di musicista, sommelier, pittore, nonchè sub. Insomma, una personalità interessante, che per rimanere a Positano a lavorare, nella sua terra e vicino ai suoi cari, si è messo a fare il maitre al Posa Posa, mettendoci tutta la passione che avrebbe messo in altro, così diceva.
Ci chiede se gradiamo la musica in sottofondo, un piacevole cd di jazz, che sebbene non sia esattamente il mio genere, va benissimo per l'occasione. Spegne un paio di luci, poi.
"Se non gradite altro, vi lascio soli, buona serata..." e va via, lasciando a nostra completa disposizione il terrazzo dell'albergo.
In cielo un'infinità di stelle, il profumo del mare sotto di noi e tante piccole lucette nelle case intorno, in un silenzio surreale d'altri tempi. Balliamo, stretti e felici, senza dire una parola, ma entrambi con il sorriso che si staglia sui volti appagati, che nascondono corpi ancora desiderosi di giocare per tutta la notte. Beviamo gli ultimi sorsi di vino appoggiati alla ringhiera, poi il suo décolleté... mi distrae.
"Che guardi, marpione?" mi provoca, sorridendo.
"Le... colline di Positano..." e mi giro da un'altra parte, per darmi un finto tono serio. La sua mano nella mia camicia.
"Ti sta bene questa giacca beige... ma stai meglio senza..." ARGH. In un attimo ho visto tutta Positano in fiamme al pensiero di quello che avrei voluto farle in quell'istante.
"Anche tu stai benone con quel vestito color pelle..."
"Dici quello aderentissimo e quasi invisibile?"
"Sì, proprio quello, è all'ultima moda, complimenti..."
"Sì, sai... l'ho comprato in una boutique milan..." e prima che finisca di fare la scema, le stampo un bacio pazzo per zittirla.
"Andiamo in camera..." mi risponde con un bacio sul collo.
L'aspetto fuori al terrazzino, mentre lei si prepara per la notte, e mi viene un'idea. Corro giù alla reception, mi faccio dare un materasso piccolino aggiuntivo, quello per bambini; dò una bella mancia al povero cristo del fattorino, che ho fatto svegliare all'una di notte, e metto il materasso sul lettino prendisole che sta fuori al terrazzino. Strappo quasi il copriletto dal letto e lo metto sul materasso all'esterno. Mi chiudo fuori, serrando le imposte.
Lu esce dal bagno, la vedo dalle fessure. Accende una lucetta, io che avevo spento tutto, e rimane ferma, immobile, con aria spaventata.
"Amore? Dove sei? Ti sei nascosto? Dai, tesoro, per piacere, esci, lo sai che non mi piacciono questi scherzi, non mi far spaventare..." ma io nulla, zitto.
"Amore! Lo so che sei dietro al letto, esci fuori, ti ho visto!" e io penso "Come no, m'hai visto, tant'è vero che sto fuori, non dietro al letto, pollastra!".
"Ok, resta pure nascosto, tanto finchè non esci io non mi muovo da qui" e assume un'espressione spaventatissima, allorchè comincio a muovere le imposte da fuori, che tra l'altro s'erano pure incastrate.
"Amore! Fuori c'è qualcuno, esci!! Non fare lo stupido, sta entrando qualcuno da fuori!" e a quel punto riesco ad aprire le imposte e lei "AHHHHHHHHHHHHHHHH!!!! AIUTOOOOOO!!" e non sto a dire quanto io abbia riso, quando lei ha detto dopo l'urlo "Ma scusa, tu che ci facevi fuori?!?!? Non eri sotto al letto?!? E chi c'è sotto al letto?!?!". Dopo averla presa in giro a dovere e tranquillizzata, me la sono presa in braccio e via, fuori, sul nostro letto improvvisato sotto le stelle.
Ci siamo avvolti in un lenzuolo, illuminati solo dalle lucine delle case sulla collinetta e dal bagliore di Venere, e siamo stati lì per ore, coperti solo da un sottile strato di cotone bianco. Il paradiso.
Prima dell'alba siamo entrati di nuovo in camera, stretti sul nostro letto, come fosse la nostra prima notte di nozze. E ce lo siamo detti, un po' per gioco, un po' davvero, che avremmo tanto voluto che fosse davvero così, lei mia moglie, io suo marito; ma nessuno ci ha impedito di giocare ad esserlo. Abbiamo visto l'alba, dormendo solo mezz'ora in tutto, e la mattina, tra il mini Pinot che era nel minibar e una lattina di Fanta, abbiamo brindato al nostro primo risveglio insieme.
Qualche lacrima di emozione le ha bagnato le guance, i miei baci gliele hanno terse, mentre cercavo di non crollare emotivamente anch'io, per quel senso di nostalgia di una notte da sogno appena finita.
Ci siamo coccolati fino all'ora di colazione e poi siamo andati di nuovo nella terrazza ristorante, tavolino all'ombra poco distante dal tavolo dei sogni della sera prima, e abbiamo divorato la colazione con una fame da lupi, dopo aver passato la notte sempre svegli, tra baci, discorsi scemi e seri, giochi e amore.
E andiamo a mare, dopo aver lasciato i bagagli alla reception, dove ho abbondantemente provolato una signorina per far sì che ci riservasse la camera anche per il pomeriggio, giusto per cambiarci dopo il mare (e infatti, dopo qualche piccola storiella del tipo "non credo si possa, non saprei, le dirò..." la stanza ci è stata data! Ecco a cosa serve fare dei complimenti galanti buttati al momento giusto!). Usciamo e prendiamo la navetta per andare in piazzetta.
Vedo un negozio bellissimo di vestiti tipici positanesi e decido a tutti i costi che Lu ne deve scegliere uno che le piaccia. La trascino nel negozio e la gentilissima commessa si mette a sua completa disposizione. Le fa provare un paio di vestiti e al terzo... BOOM! Colpo al cuore. Esce dal camerino con un vestito nero tutto traforato, che scivola sui fianchi a perfezione, che è la fine del mondo. "Questo! Questo!" dico io con il labiale, annuendo come un cretino con il rivolo di bava alla bocca. Adocchio una borsa del mare bellissima e sapendo che lei l'aveva dimenticata, chiedo alla signorina di mettermela in una busta a parte e la pago prima di nascosto.
Pago, poi, il vestito e usciamo dal negozio, dopo che io avevo attaccato bottone con la commessa, che si era dimostrata molto complice nell'aiutarmi a camuffare la borsa del mare e che per questo mi ha salutato con tanta simpatia.
"La vuoi finire?"
"Di far che?"
"Di far lo scemo con le donne"
"Ma quando mai, tesoro, non ho fatto mica lo scemo..."
"Ma se t'ho sentito dal camerino che le hai detto che era in splendida forma?"
"Vabbe', ma si dice per carineria, no?"
"Per carineria sai che potrei fare?"
"Cosa, cara?"
"Spaccarti la faccina, gioia"
"Ah, che tesoro..." e SBAM! Mi arriva una pacca dietro alla schiena bella forte.
"Uh! Non ho comprato la borsa del mare, come faccio a mettere le mie cose in spiaggia?"
"Sei sempre la solita sbadata..."
"Torniamo indietro, c'erano in quel negozio, erano carine..."
"No, no, dai, ormai siamo già quasi arrivati, chi ce la fa, è tutto in salita a tornare..."
"E dai, amore, non fare il pigro odioso, che ti costa..."
"No, la prossima volta impari, mi annoio di risalire, andiamo"
"Ehi, ma che ti prende?"
"Niente, andiamo" faccio io con aria insolitamente burbera e seccata, anche perchè non mi rivolgerei mai così a lei.
"Sei proprio insopportabile"
"Sì sì..." e allungo il passo.
"Almeno aspettami, no??? Ma che hai???" e corro sempre di più, fino a sparire dietro un angolo. Tiro fuori dalla busta la borsa del mare di stoffa colorata e me la ficco in testa, a mo' di cappello da jolly. Esco fuori dal vicoletto e le blocco il passaggio, saltellandole incontro, mentre due bambine sedute su dei gradini mi guardano e si sganasciano dalle risate "guarda quello con la borsa in testa!! Puahahahuhahuah!".
Lu comincia a ridere e me ne dice di tutti i colori, aggiungendo che c'aveva pure creduto a quel mio modo di fare così brutto e antipatico. Per punizione, ovvio, me la bacio per tutto il tragitto fino alla spiaggia, travolgendo pure un povero cagnolino, che per un pelo non mi ha azzannato la caviglia con cui gli ho fatto lo sgambetto.
Finalmente in spiaggia... il mare è grosso, ci sono dei cavalloni fortissimi e l'acqua è fredda, ma è limpidissima e invoglia. Entriamo in acqua e alla terza onda forte, Lu mi finisce addosso e la reggo, ma alla quarta onda finiamo in acqua tutti e due e la forza del mare ci spinge prima a riva e poi ci risucchia indietro al largo. Riprendo il controllo della situazione e l'acchiappo in vita.
"Guarda che se mi molli, il mare ti porta via, patata che non sei altro..."
"E' arrivato Massimiliano Rosolino dai 100 metri a stile libero... tsk..."
"Senti, bella, vuoi vedere che t'affogo?"
"Vediamo, scemo!" e comincia una lotta impari, perchè l'infame mi molla i calci sott'acqua a rischio frittata di palle! Così mi arrendo per un attimo, ma poi con la mia infallibile mossa piovra la distruggo, di baci, ovvio, me l'avvinghio addosso e me la porto a riva così, tipo mamma canguro con cangurino al collo. Ci stendiamo lì a prendere il sole e la faccio arrabbiare di continuo con qualche commentino idiota sulle signorine straniere in costume, ma lei ricambia ogni volta che passa qualche gnocco americano con la tavola da surf, manco fossimo in California o in Florida. Esaltati, tsk. Sì, ok, ok, sono geloso!
Verso il primo pomeriggio, decidiamo di mangiare un boccone leggero prima della partenza e ce ne andiamo in un ristorante carinissimo, che sorge sopra ad una specie di fonta d'acqua, dove in antichità c'era un mulino. Unica pecca, i camerieri completamente lobotomizzati e rattusoni. Li avrei uccisi.
Torniamo in albergo, ci cambiamo nella stanza che ci era stata lasciata a disposizione dalla simpatica receptionista e ci avviamo lentamente all'imbarco del metrò del mare. Siamo un po' in anticipo e ci mettiamo a chiacchierare accanto ad un pittore, che stava dipingendo la baia, a cui ovviamente diamo confidenza, essendo, lei ed io uno più chiacchierone dell'altra.
Con tutta calma, poi, andiamo al molo per fare il biglietto, quando un donnone sui 100 kg ci dice che il metrò non parte con il mare grosso. Azz!
Per un attimo esultiamo entrambi, che ci sentiamo come bloccati nel paradiso terrestre, poi lei si ricorda che il giorno dopo deve per forza stare a scuola, perchè ha le ultime interrogazioni da fare prima che le classi si ritirino. In quel momento ho odiato i suoi alunni, ma a quel punto serviva trovare subito una soluzione alternativa. Andiamo all'ente turismo. Spiego la situazione alla zizzonissima signorina, tutta scollata e provocante. Lu la guarda con odio, io non proprio con odio!
La zizzacchiona ci aiuta a trovare una soluzione. Ci indica un percorso lungo ed economico, fatto di pullman e circumvesuviana da Sorrento, e poi ci dice "e se, invece, volete fare una pazzia, vi chiamo un transfert e vi faccio portare a Napoli in un'ora e mezza" e facciamo 'sta pazzia, tanto ormai il clima da salasso continuo di Positano mi era entrato dentro e niente più avrebbe spaventato il mio bancomat intrepido. Per addolcire la delusione di non aver potuto fare di nuovo il tragitto in mare, urge un gelato al gusto di... hmmmm... anguria, mandorla e pistacchio! GO-DU-RIA!
Il ritorno in taxi va liscio, sebbene con un pizzico di malinconia per l'avvicinarsi del distacco. Lu si addormenta sulla mia spalla, come fosse una bambina, e in quel momento ho creduto che il mondo fosse l'abitacolo di quel pullmino Mercedes, escluso l'odiosissimo autista signorsotuttoiodellestradedinapolianchesesonodipositano.
La lascio sotto casa e lei mi chiede di non accompagnarla fin su, altrimenti non riuscirà a farmi andar via. Non insisto, perchè so anch'io che se salgo, è la fine, non torno più a casa e invece ho la mia peste che m'aspetta.
Ho mandato via il taxi e me la sono fatta a piedi, trolley al seguito, perchè avevo bisogno di star da solo e di riflettere un po' su tutto quel che era successo. So che sono innamorato, so che sono destinato a soffrire per quest'impossibilità di costruire qualcosa di solido con lei, ma so anche che non potrei mai rinunciare a tutto questo, perchè per la prima volta nella mia vita credo d'aver trovato una donna capace di entrarmi dentro senza invadermi. E questo è il massimo che si possa desiderare dall'amore: condivisione totale e rispetto totale, conditi da una passione che non ha confini.
Arrivo a casa, busso alla porta e mi apre un mostro verde e fucsia con in testa delle palline bianche.
"Papi, arrrrrrrrrggghhhhh!! Ti mischio il pruritooooo!!!"
"Ciao, pazzo! Che prurito? Che hai?"
"Ma no, papi, guardami! Ti piace la mia maschera da mostro dei pidocchi? Te li posso mischiare? Dopo ti gratto io la testa, giuro..." come se quei pidocchi di carta davvero facessero effetto...
"Ok, se mi gratti tu, si può fare... "
"Evvai!!! PSSSSSSSSSS!!!! Attaccatelo!!!!" e mi lancia addosso una manciata di palline di carta, che mi si infilano dappertutto, tra i capelli, nella camicia, nelle scarpe... insomma, è sempre il mio solito, piccolo folle...

domenica, 27 aprile 2008

Una notte limpida e fresca di primavera è quello che ci vuole per riconciliarsi con il mondo: la natura esplode ed io resto a guardarla. L'arancione della Luna fa capolino al di là del monte Faito e si tuffa nel mare. Lo immagino tiepido, stasera è placido.
Guardo le mie mani scrivere sulla tastiera e sono già scure, i raggi solari le hanno accarezzate in questi giorni, mentre giocavo a fare il giardiniere e mi sono spaccato in due la schiena, per sistemare a dovere il terrazzo in vista delle prossime cenette estive.
Credo di star bene come mai prima d'ora e il merito è soprattutto mio, che ho imparato a godere delle piccole cose e a partire da queste per raggiungere le grandi. "Tutto e subito" è sempre stato il mio motto e, invece, forse sarà la "vecchiaia" incipiente, mi sto accorgendo di quanto sia bello diluire il piacere dell'attesa di qualcosa che si desidera moltissimo. E più si aspetta, più il desiderio, una volta realizzato, è ricco d'emozioni. Ne sto vivendo tante, il Destino gioca con me e sorride della mia sfacciataggine ad accoglierlo così come viene. Del resto, anch'io non m'agghindo per lui, semplicemente lo aspetto.
I ragazzi del vicinato urlano come dannati, le canne sono complici di questo divertito inquinamento acustico notturno, mentre io quasi m'addormento sul pc, ripensando a tutti i sorrisi che sto collezionando da quelle tue labbra delicate e inaspettatamente piene di passione.
Buonanotte, che sonno micidiale...

giovedì, 28 febbraio 2008
"For all my days remaining..."

Le notti di un uomo innamorato sono lunghe, pensierose, qualche volta distratte, altre volte sognanti. Qualche volta bagnate di lacrime silenziose, ma queste non sono per forza lacrime tristi. Spesso queste lacrime sono di emozione profonda, di paura adrenalinica che tutto il bello possa finire da un momento all'altro; è il bambino felice che si nasconde in ogni uomo che fa agire così; quando i bambini sanno che il gioco sta per finire, supplicano in lacrime gli adulti di poter restare a giocare ancora per i classici "5 minutini"... anch'io voglio i miei 5 minutini e quando sarà il momento di andar via, anch'io supplicherò qualcuno con gli occhi lucidi di far continuare il mio gioco, ma a quel punto vorrò che siano infiniti i miei 5 minuti, come le notti passate a pensarti.
Mi sento come se fossi un corpo a me estraneo, mi vedo seduto a questo tavolo, mentre scrivo queste parole con aria assorta, le cuffie nelle orecchie, che mi regalano delle note dense e avvolgenti come sottofondo... "under the arctic fire, over the seas of silence...". Sting è sempre tra i miei migliori amici della notte, con la sua voce pacata e al tempo stesso potente, proprio come l'amore che ho dentro, pacato e potente: sa stare al posto suo, quando non può brillare della luce divina che sprigiona, ma diventa incontenibile, quando il mondo chiude gli occhi e ci lascia soli, me e il mio amore, con lei.
Mi sto guardando: non sono malaccio, anche se ho una macchia di caffè sulla mia camicia a righine celesti. Da qualche giorno, ho il frullino minuscolo che fa la schiumetta nel caffè e stasera m'è scappato di mano; di lì, la mia medaglia di caffeina sul petto, riconoscimento al valore in-civile in cucina.
I bottoni dei miei jeans beige sono in ferie, i piedi scalzi completano l'opera, insieme ai capelli stranamente non in disordine, forse perchè ancora bagnati dopo la doccia. Che ridere, oggi, dover dissimulare i sentimenti e simulare indifferenza davanti a Raffaele, compagno di classe, incontrato per caso, e tuo ex alunno, naturalmente. Tanti caffè in tutta Napoli e pure lui al Gambrinus dove eravamo seduti noi? Sempre fortunati, noi due, amore mio. Non devo più farti improvvisate? Scordatelo.
"E che ci fate insieme, tu e la prof.?" è stata la prima cosa che m'ha chiesto, dopo averti salutata con un bacio che mi ha infastidito fino a volergli spaccare la faccia con la tazza da thé. Ottimo il thé al mandarino, a proposito, ancora più buono se assaggiato dalle tue labbra a piccole gocce.
Non gli abbiamo risposto, lui è rimasto perplesso e non ha insistito. Quanti sguardi complici subito dopo, ti avrei divorata seduta stante. Condividiamo un segreto enorme, bellissimo.
I baci davanti al Maschio Angioino, dove quella coppietta ci ha applauditi timidamente e noi li abbiamo guardati stralunati.
"A che dobbiamo l'applauso?" ho chiesto, ridendo e imbarazzato, tenendoti ancora aderente a me, dopo il bacio strappalabbra che t'avevo appena dato..
"Alla vostra passione incredibile, siete innamorati da poco, vero?" dice la ragazza, una peperina dagli occhi chiari e i capelli rossicci. Io non sono innamorato da poco, ma taccio.
Ridiamo entrambi, io alzo il pollice in segno affermativo e la ragazza incrocia le dita, per augurarci buona fortuna. Tu le rispondi con lo stesso gesto; e sei bellissima.
E che dolce scoprirti così poco pratica delle due ruote... quanto ho riso, vedendoti con quel casco che ti ballava in testa, perchè troppo grande... e tu che non te lo sistemavi, per paura di cascare dalla moto, se avessi smesso di stringermi in vita... "G., dove siamo, non ci vedo!". Sghignazzando, divertitissimo, mi sono fermato, te l'ho sistemato, contorcendomi sulla moto ancora accesa, con le macchine che sfrecciavano accanto a noi e qualche deficiente che ha lanciato apprezzamenti sulle tue gambe leggermente scoperte, tanto che ho risposto chiedendo loro di salutarmi molto affettuosamente mamme e sorelle. Oggi, ho salutato parecchie signore napoletane, mi sa, eh? Il guaio è che tu sei troppo sexy, ti guardano tutti e dovrei fare un omicidio di massa, ma forse non mi conviene, quindi è meglio salutare genitrici e sorelline.
Quanto mi stringevi... proprio come nel sogno che mi raccontasti, quello di noi due in moto, quando ancora non c'era nulla di concreto tra di noi... si è avverato anche questo, hai visto? E la cosa stupenda è che non hai più paura delle due ruote, anzi, quel tuo ultimo sms è stato simpaticissimo. Certo che ti ci riporto sulla "giostra"! Ce ne andremo dappertutto insieme, niente più ci ferma.
Seguiremo le stelle, così come fa il mio sguardo, stanotte, che al di là dei vetri della finestra scruta il cielo e vi si perde dentro, e sapremo dove andare.
Per tutti i giorni che mi restano vedrò il tuo volto, cascate di desiderio mi terranno incollato a te e anche se tu non vorrai esserci più all'improvviso, io saprò che ho amato davvero in questa vita e tutto quel che di bello ora è, mai verrà cancellato, perchè niente è così forte da poter cancellare il sentimento per me più devastante di questa Terra, l'amore che ti porto.



lunedì, 18 febbraio 2008

Sprazzi di ricordi ad alta temperatura, eppure fuori si gela da giorni...

Ogni volta che stiamo insieme, su quel letto tanto immaginato e ora anche mio, ogni volta che camminiamo vicini, senza stringerci, ma lanciandoci sguardi di fuoco ad ogni passo, perchè così ci ameremo senza che chiacchiereranno a sproposito di noi, ogni volta che sento la tua voce di notte, che mi sussurra al telefono le parole d'amore che aspetto da una vita... ogni volta che succede tutto questo e tanto altro ancora, mi chiedo se io esista davvero o se sia solo l'ologramma di me.
Ce lo chiediamo, ridendo, giocando... "ma è vero?". Sì, è vero, è dannatamente vero.
Positano è sempre stata un incanto, ma da quando ci abbiamo passeggiato insieme, giovedì, è diventata il paradiso. Seduta a quel tavolo in riva al mare, eri la dea della notte, pronta ad illuminarmi lo sguardo.
Le candele nei tuoi occhi giocavano a prendere in giro i miei, che si perdevano nel riflesso della fiammella e mi facevano pensare che quel fuoco fosse quello della passione, che bruciava in te, così come in me.
E abbiamo provato a spegnerlo, quel fuoco, invano, con quei baci al sapore di frutti di bosco, in quella stanza profumata, ricavata nella roccia a picco sul mare. Le fragoline sulle lenzuola... "che stiamo combinando..." dicevi, sorridente e bellissima. Non ti rispondevo, se non a morsi, a baci, a carezze mai fatte con così tanto desiderio di far impazzire. E tu sei bella, perchè ti lasci andare, sai cogliere il piacere fin nella sua più piccola goccia, me le lasci bere tutte, invogliandomi ad ubriacarmi con ogni sussulto che fai.
Un mirtillo sulla tua lingua. Me lo fai vedere, i capelli sparpagliati sul cuscino, una perla di sudore sul tuo collo, alla luce della lanterna che era accesa sul terrazzino. Mi chino sulle tue labbra e quel frutto rosso scuro, quasi nero, si scioglie tra la mia bocca e la tua, lasciandoci gustare il suo sapore agrodolce insieme a quello dei baci che ci hanno fusi vicini, addosso.
Non ho mai amato San Valentino, mai. Quello di quest'anno, però, pretesto per portarti via con me, è stato il più bello della mia vita, il più intenso, il più voluto, dove le convenzioni delle feste comandate sono sparite, lasciando posto soltanto al desiderio pazzo di una donna e un uomo che non vogliono altro che recuperare tutto il tempo perduto, per amarsi con tutta l'anima.
E venerdì da te, nemmeno il tempo di riaccompagnarti al mattino, che il pomeriggio ero di nuovo da te. Quasi non mi stai facendo più lavorare, camperò della tua pelle di questo passo. E se così sarà, sarò ricco, ricchissimo, l'uomo più ricco del mondo.
Sul tuo divano. Parlavi, ti raccontavi, cose di te che mai avrei immaginato; mentre ti stringevo con la musica in sottofondo, il cd che ti ho regalato io, sussurravi del tuo passato, in cui io c'ero solo come giovane comparsa. Ti ho ascoltata senza fiatare, solo accarezzandoti la schiena, quando mi accorgevo che tremavi per l'emozione di certi ricordi... mi hai stretto forte all'improvviso e m'hai baciato. M'hai tolto l'anima, gettandoti sul mio corpo, incastrato nell'angolino del divano, e in un attimo mi sei stata addosso, adorabile, sensuale, dolce come nessuna, eppure sconfinatamente maliziosa.
Ci siamo presi così, senza capire cosa stesse succedendo, le lingue intrecciate e le menti annebbiate.
Ti ho presa in braccio, seminuda, ti volevo al buio della tua camera. Entriamo e mi indichi uno stereo nuovo... l'hai comprato per noi, perchè vuoi far l'amore con me con le nostre canzoni anche lì. Lasci partire la musica... "voglio il tuo profumo"... sei di nuovo tra le mie braccia, le cosce intorno al mio bacino, la carica erotica che ti devasta e travolge me.
T'inarchi fino al soffitto, quando scivolo con le labbra dove vuoi. Sai di buono, sai di fuoco. Mi riscopro piromane e ti amo sempre più, mi piaci in fiamme.
E mai sazi, facciamo giocare a nascondino i nostri corpi, fino a che si scoprono, complici le mani, amanti senza fiato.
Mi prendi in giro chiamandomi con mille nomi diversi, tutti quelli dei miei ex compagni di classe. Ridi, sei bellissima, ma io sono geloso, geloso pazzo, potrei ammazzarli tutti, uno per uno.
E, poi, a ripetizione, pronunci il mio nome... lo fai piano... sulla cartilagine delle mie orecchie tese, per ascoltarti i battiti frenetici, sul collo sudato e pulsante, sul petto caldo, a ventosa sull'ombelico, chiuso tra le tue labbra... fino a distruggermi di piacere, per poi regalarmi tutti i tuoi baci.
Sabato, un bacio di nascosto, fingendo di esserci incontrati per caso, eri con le tue colleghe... ti ho trascinata dietro ad una colonna, ti ho chiesto quasi il permesso, con l'aria di chi avrebbe agito comunque, anche davanti ad un "NO", e ti ho mangiato la bocca.
Ne passeranno di giorni, fino a che ti rivedrò... ma venerdì sarai mia. MIA.
Mi fanno quasi male le dita, ho scritto a mitraglietta, ma che è???? Calma e sangue freddo,  su... sto SOLO morendo di voglia di TE e anche tu di ME.
E pensami, se no faccio il pazzo.

venerdì, 08 febbraio 2008
Il cielo in una stanza...

Terremoto di passione, travolgentissimo,  vivo nel delirio da due ore.
Come l'avevo sempre sognato e immaginato, oggi realtà, nel buio della tua stanza, dove ho lasciato l'anima... e ancora non ci credo.
Lo ricorderò per sempre, il cielo in una stanza.
Sconvolto, pieno, felice, in fiamme, ti voglio ancora.
Innamorato più di ieri e meno di domani, aspetto soltanto di rivederti tra poche ore.
Questo blog ormai parla solo di te, contenta?
Ricordati tutto, Jack, mio caro alterego letterario, tutto, perchè difficilmente ti farò essere protagonista di simili emozioni al mio posto...
mercoledì, 06 febbraio 2008

36 giorni non valgono una vita, ma danno linfa alla mia.

36 giorni che mi ami, hai detto. Io ti amo da sempre, invece. Da quando sei tornata nelle mie giornate, sto vivendo le emozioni più intense di tutta la mia vita.
Esisti e io respiro. Mi guardi e io muoio, ma di te. E se so che mi stai pensando, sparisce tutto il mondo intorno e restiamo solo noi.
Sei la radiazione di fondo del mio Universo, l'impercettibile rumore che mi accompagnerà per tutta la vita dopo l'esplosione del nostro primo bacio; ora, però, quel rumore è assordante: assordante come un boato atomico, che mi distrugge l'anima con la sua potenza e la rimodella secondo insolite forme intorno all'immagine di te. La mia anima ti aderisce addosso e non ti lascia.
Tra qualche ora, a sorpresa, forse ti strapperò un bacio... e tu non te l'aspetti, mentre io non faccio che pensarci.
Sono pazzo di te, mai amato così in vita mia, questi giorni non potrò mai dimenticarli, mai più.
Non farmi del male, per favore, sono nelle tue mani, nessuna m'ha avuto così.
Ti penso, ti desidero, ti voglio, ti amo.



"Tu, amor mio, chi ti ha amato a questo mondo sono io..."
(Mina)

martedì, 29 gennaio 2008
Champagne,  nudi fondenti e teatro... con te, e non è un sogno, ma...

Non m'importa di tutto lo schifo intorno, non m'importa quanto io ci sia stato male, perchè non vale la pena di perderci l'anima, se in cambio c'è solo strafottenza. Voglio solo te, perchè tu sei diversa, insieme a quel tesoro dai capelli rossi di cui non farò il nome. Le uniche donne che m'abbiano saputo capire davvero.
Ti scrivo qui, prof., perchè non posso ancora fare il fiume in piena, che ti dice tutto così senza pudore. Qui tu non mi leggi, ma forse riesci comunque a sentire quel che penso e che trasmuto in parole virtuali.
Di nuovo insieme tra poco più di 48 ore, di nuovo con te. Spero di incontrarti ovunque, quando cammino per le strade della nostra città, ti vedo in ogni luogo e non t'incrocio mai; ma non mi serve affidarmi al Caso, perchè lui il regalo me l'ha già fatto esattamente un mese fa, il 29 dicembre, quando m'ha permesso di ritrovarti. Tutto quello che sta accadendo ora è merito tuo e mio, non suo. Ci stiamo costruendo intorno questa gabbia morbida, rossa, vellutata... da cui nessuno di noi due sembra voler uscire... io mi ci farei mettere all'ergastolo, sappilo, in gabbia con te. E c'è quello champagne che c'aspetta in fresco, a casa tua, quello che l'altra volta hai dimenticato per colpa mia, m'hai detto che t'ho confusa, stordita. Anche tu hai stordito me, ma stavolta brinderemo, brinderemo a quello che sei per me, da sempre, mordendo il cioccolato fondente che hai comprato in quella pasticceria artigianale di cui mi hai parlato con gli occhi vispi.
E, stasera, mi scrivi se io voglia stare seduto accanto a te a teatro, la settimana prossima: ci attende Aristofane, con la sua "gli uccelli", la spiegasti in classe, ricordi? Mi dici pure "sempre se sei libero, se ti va". Me lo chiedi pure, prof.? Venderei l'anima al diavolo per stare soltanto un minuto con te, pensa un po' cosa sarò capace di fare per essere in quel teatro insieme, al buio, per più di due ore, vicinissimi? Farò il pazzo, il pazzo. Voglio esserci a tutti i costi. Non posso parlare con nessuno di noi, quelli che ci conoscono entrambi non capirebbero, qualcuno non vuol proprio capire... ma pazienza, a me basti tu. Perchè è una vita che non mi sentivo così, perchè sapere di provare qualcosa di devastante e avere la quasi certezza che dall'altra parte si venga ricambiati con altrettanta intensità, è una delle sensazioni più intense di questo cazzo di mondo e io me la voglio vivere tutta, la mia felicità, non mi voglio perdere neanche un attimo di questa frenesia che mi tiene in ostaggio da un mese, perchè finalmente la mia vita sta prendendo la piega che avrei sempre voluto che prendesse... quello che prima era un sogno impossibile di un ragazzino troppo con la testa tra le nuvole, ora è una realtà che s'avvicina al suo compimento con la velocità di una tempesta di fulmini... mi rendi elettrico e quando ti stringerò di nuovo, e stavolta, stai attenta, azzarderò più d'un abbraccio, prenderai la scossa... la scossa, quella che tu mi scarichi sotto pelle, quando soltanto per un istante, "per sbaglio", mi sfiori...
Chiudo gli occhi e sei qui.
Ti voglio sempre di più.
domenica, 27 gennaio 2008

Spengo la TV
e la farfalla appesa cade giù
ah, succede anche a me
è uno dei miei limiti.
Io per un niente vado giù
se ci penso mi da i brividi.
Me lo dicevi anche tu
dicevi tu ...
Ti ho mandata via.
Sento l'odore della città
non faccio niente, resto chiuso qua.
Ecco un altro dei miei limiti.
Io non sapevo dirti che
solo a pensarti mi dai i brividi
anche a uno stronzo come me
come me ...
Ma non pensarmi più,
ti ho detto di mirare
l'amore spacca il cuore.
Spara! Spara! Spara, Amore!
Tu non pensarci più,
che cosa vuoi aspettare?
l'amore spacca il cuore.
Spara! Spara! Spara, dritto qui ...
So chi sono io
anche se non ho letto Freud.
So come sono fatto io
ma non riesco a sciogliermi
ed è per questo che son qui
e tu lontana dei chilometri
che dormirai con chi sa chi
adesso lì ...
Ma non pensarmi più,
ti ho detto di mirare
l'amore spacca il cuore.
Spara! Spara! Spara, Amore!
Ma non pensarmi più,
che cosa vuoi aspettare?
l'amore spacca il cuore.
Spara! Spara! Spara, dritto qui...

(Spaccacuore - Samuele Bersani)

E contro ogni pronostico, visti i miei gusti musicali, ne consiglio la versione cantata dalla Pausini... è sorprendentemente bella e stasera mi tiene compagnia, mentre penso da solo a tante cose.

lunedì, 21 gennaio 2008