mercoledì, 04 giugno 2008

Ricordi di Procida

L'aliscafo che ballonzola in mezzo al mare e la tua paura, quando c'è stata un'onda più forte. T'è sembrato di essere non su un alijet Snav, ma su un sommergibile, pronto ad andare sotto. E noi con lui.
La prossima volta, però, non staccarmi il braccio per lo spavento, anche perchè potrebbe tornarmi utile; non vuol dire niente che io ne abbia due, tesoro, mi servono entrambi.

Le delizie mangiate al ristorantino sul porto, con quella giornata grigia che prometteva pioggia, ma che tentava di resistere, per riservarci un'accoglienza sull'isola non troppo burrascosa, dopo aver già dato con il mare. Il vento ti scompigliava i capelli, mi rubavi i calamari fritti dal piatto e le cameriere, tutte con il pantalone a fil di chiappa, forse una moda locale, che andavano lente come lumache, come se sull'isola ci fosse una diversa concezione del tempo.
E noi, che avevamo una certa fretta, le abbiamo santificate in tutti i modi possibili. E la cicciona che s'è strafogata tutto il ristorante? E quando hai creduto davvero che mi piacesse, perchè ho detto per gioco che la trovavo affascinante, e tu mi hai dato un pizzico fortissimo, dicendomi che ti faccio preoccupare, se mi piacciono pure le ciccione?

L'albergo, tutto dipinto di bianco e celeste, dove abbiamo passato parte del pomeriggio a coccolarci, aspettando che finisse la pioggia. I tuoi capelli che urlavano vendetta contro l'umidità, il mio corpo che urlava alla pioggia di non smettere di cadere, per non uscire più da quella cameretta vista mare.

La passeggiata alla marina di Chiaiolella, lo splendido isolotto di Vivara, la spiaggia deserta e schiaffeggiata dalla spuma del mare, le persone con le porte delle case aperte su quelle stradine tortuose e silenziose. Una vita tranquilla, senza aver paura dell'altro, è quella che si vive in un'isola così. Le casette tutte colorate che si specchiavano nel porticciolo turistico, dove il mare era inquietantemente calmo, mentre al di là della scogliera imperversava qualche onda. La gara di bellezza dei nomi delle barche: sembravamo due bambini, quando dovevamo decidere se fosse più bello "Nautilù" o "Capaperian". Secondo me, facevano schifo tutti e due, ma tu hai detto che sono sempre il solito incontentabile e allora ho fatto finta di buttarti a mare, prendendoti in braccio, e tu hai lanciato un urletto, così che ti sei beccata lo sguardo feroce di un vecchio, seduto fuori dalla sua casa con una pipa in bocca. "Scusate, Don Miche'..." ho detto io, inventandomi che quello si chiamasse Michele. "Nun ve preoccupat'..." risponde lui, e mi viene il dubbio che si chiami veramente Michele. Gli chiedo "Don Miche', sapete se si vendono case qui?" per vedere come reagisca di fronte a quel secondo "Michele" e quello "Nun 'o sacc', ma vuje che ne sapit' ca ie me chiamm' Michele...?" dice, alzando un attimo gli occhi dall'asfalto, per curiosare. E io scoppio a ridere, il vecchio veramente si chiamava Michele! Ho i superpoteri, sì sì. Gli rispondo che mi hanno detto al bar in piazza di chiedere a lui quest'informazione, lui si tranquillizza, gli stringo la mano rugosa e me ne vado con la mia compagna di avventure, che intanto mi sussurra "sei il solito fortunello, quanto ti odio, ti va sempre liscia!".

Cenetta con vista su Vivara, semiubriacatura di ottimo Turà, e canticchiata notturna in riva al mare, seduti su una panchina di pietra e legno, abbracciati, con le teste che si reggono a vicenda. Tutto lo scibile musicale viene rievocato in quei momenti, tanto che la gente passa, ci guarda e sorride a sentirci cantare perfino Gianni Morandi, pensando che siamo proprio ubriachi fradici. Un gattone bianco si piazza davanti a noi, come se fosse un abbonato in prima fila. Sembra voler partecipare al coro, ad un certo punto, allorchè comincia a miagolare. E attacchiamo, molto idiotamente, con "c'era una volta una gatta..." e il gatto inclina la testa di lato e ci guarda allibito, con il suo secondo "miao" in direzione dei nostri occhi. Mi alzo, vado al ristorante dietro di noi, che sta per chiudere, e chiedo se abbiano qualche avanzo per il gattino. Mi danno un sacchetto di roba rimasta in cucina, li ringrazio e torno dal micione, che tutto soddisfatto si acquatta davanti a questo sacchetto aperto sull'asfalto e ne ingurgita il contenuto.

Il cane lupo fuori al ristorante con il timone di legno, che mi piaceva tantissimo (il timone, dico, non la belva); sembrava dormire ad occhi aperti (la belva, dico, non il timone), accucciato a mo' di Sfinge. Per poco non gli pestavi una zampa con un tacco... t'avrebbe sbranata seduta stante e probabilmente io avrei perso l'uso di una gamba, nel tentativo di dargli un calcio, era enorme!

Le stradine buie per tornare in albergo, la ragazza semiaddormentata alla reception, che appena siamo entrati si è data un tono e ha fatto finta di essere perfettamente vigile. Siamo saliti sul solarium, memori di Positano, ci siamo baciati sotto il cielo di Procida e stretti fortissimo, per non lasciarci più. Mandi un sms alla tua amica che ti aveva cercata e a cui io molto galantemente avevo chiuso il telefono in faccia perchè non ci disturbasse; ti siedi nel buio e la luce blu del cellulare ti accarezza i lineamenti del viso. Penso che sei bella, mentre ti guardo, seduto di fronte a te. Ti lascio scrivere in pace e mi affaccio giù. La stradina è intitolata a Giovanni da Procida, uno dei fidi collaboratori di Federico II. Mi chiedi chi sia, questo Giovanni, e te lo spiego. "Me lo ricordo che in storia eri il più bravo della classe, in latino e greco, però, non eri mica così perfetto?" mi dici con quel tono da prof. che non perderai mai; ma ti rispondo per le rime e ti dico che non avrei potuto essere perfetto, perchè ogni volta che incrociavo i tuoi occhi durante un'interrogazione, andavo in tilt e perdevo il filo del discorso. Mi mandi un bacio stringendo le labbra e riprendi a scrivere il tuo sms. Passa un motorino in strada e tale è il silenzio, che penso che l'abbiano sentito pure dall'altro capo dell'isola. Due ragazzi cantano con delle birre in mano, mentre un altro svolta l'angolo di un vicolo, calciando un tappo che rotola per terra e fa eco fin su da me il suo rumore. Lo sciabordio del mare arriva alle mie orecchie come una cantilena dolce e malinconica, proveniente da lontano. Fa fresco, ti avvicini a me e ti siedi in braccio, dopo aver spento il cellulare. Mi dici l'unica cosa che mi emoziona fino in fondo a questo mondo. Chiudo gli occhi e assaporo quelle cinque lettere, respirando la tua pelle così vicina.

La colazione vorace che manco due lupi, il giretto dell'isola sul pullmino e la simpatia dei microtaxi, piccoli apecar che sfrecciano, decorati da tendine e cuscini per accogliere i passeggeri sul retro. La passeggiata massacrante fino all'abbazia di San Michele e al belvedere, da dove si vede tutta Procida. La discesa sotto il sole fino alla piazzetta dei Martiri, seduti fuori a quel piccolo bar, dove c'erano il nonno con la bimba amorevole, il papà con la bimbetta maschiaccio e l'altro nonno con il nipotino superpestifero, che ci ha fatto morire dal ridere con la sue corsette e le sue smorfie. La spiaggia e il borgo di pescatori della Marina di Corricella, dove sono state girate le scene de "Il Postino", uno dei nostri film preferiti in assoluto. Che emozione pensare che lì sia passato il grande Massimo Troisi e che bello ricordare insieme le scene più intense di quel film, che è poesia pura.

Il panino mangiato al porto, come due adolescenti, tra una birra fredda e una risata con alcuni del luogo, mentre aspettavamo il traghetto da Ischia, che poi ci avrebbe riportati a Napoli. C'imbarchiamo, prendiamo posto fuori ed è sempre triste salutare un'isola, quando la nave si allontana sempre di più al largo. Ascolto cosa dice nel walkie talkie l'ufficiale che presiede le manovre, ho sempre sognato di essere il capitano di una nave, fin da piccolo, e queste cose mi piacciono ancora. Vedo come fa un nodo, come si sistema il cappello bianco e sogno di me, capitano di una fantastica nave da crociera... Tu mi vedi distratto e mi dai un bacio per riportarmi alla realtà, ma quando ti racconto cosa stessi pensando, sei tenerissima: mi chiedi scusa per aver interrotto quella corsa di pensieri da bambino e cominciamo a giocare... mi fai fare il capitano della nave e tu fai la turista che, OVVIAMENTE, si innamora del capitano!

Le due bimbe milanesi che giocano a fare le amiche e parlano di Vanity Fair, loro che all'età di poco più di sei anni, forse manco sanno cosa sia Vanity Fair. Parlano di lavoro, di meteo, di trucchi, di colf maleducate, come se fossero due donne oltre i quaranta. Tutte cose sentite in casa dalle loro madri, presumo. Dicono, poi, in uno slancio di infanzia "Siamo amichette, siamo amichette, siamo amichette del cuore..." e lo fanno saltellando felici, quando ad un tratto... il panico: una delle due, all'improvviso, si gira e sputa in faccia all'amichetta. Putiferio! Io scoppio a ridere e penso "alla faccia delle amichette!". L'altra, indignata e schifatissima, le urla "Non siamo più amichette!!!!! Non mi devi sputare, hai capito, terrona!" e a quel punto odio con tutto il cuore quelle due bambine: terrona. Come cazzarola li educano, certe persone su al nord, i loro bambini, se l'offesa peggiore che quella bambina ha pensato è stata "terrona"? Mi allontano disgustato e mi vado a stendere su una panca al sole, la testa sulle tue cosce, che ascolti il mio racconto sulle bimbe vecchiacce. E ad un tratto, tre delfini!
Tutto il traghetto è in piedi e i bambini delirano di gioia, uno di loro, in piena fase mistica, asserisce di aver visto pure cinque balene! E secondo me, nella sua fantasia le ha viste davvero, mi ha fatto una gran tenerezza, lui che voleva coinvolgere la mamma e le sorelle più grandi in questo suo gioco di illusioni ottiche e loro nemmeno gli rispondevano o al massimo gli dicevano "ma che sei scemo!".

Arriviamo a Napoli. Il Maschio Angioino si fa sempre più imponente, man mano che ci avviciniamo al porto. Castel Sant'Elmo ci saluta dalla parte più alta della città e il Castel dell'Ovo ammicca alla nostra sinistra, adagiato sul mare, pigro, sornione e imponente.
E' triste doverci salutare, quando ti riaccompagno a casa, ma oggi... sì, oggi... voglio stare di nuovo con te. Aspettami.

giovedì, 29 maggio 2008

Forse, il paradiso si trova a Positano o dovunque ci sia tu con me.

Comincia tutto a bordo di un taxi, all'ingresso del suo parco.
La vedo, appena il temibile tassinaro svolta l'ultima curva, lei è lì che mi aspetta, occhiali da sole inforcati e trolley stretto tra le ginocchia. Sorrido, lei mi vede sorridere nonostante il riflesso del sole nei vetri, ricambia con un saluto pieno d'entusiasmo e s'avvicina per salire in macchina. La stringo come se fosse la prima volta che la riveda dopo mesi. Ha caldo, ma la sua pelle è fresca e profumata, non una goccia di sudore sulla fronte, nonostante gli oltre trenta gradi di quel magico mezzogiorno del suo compleanno.
"Auguri, amore mio..." inevitabile un bacio, tutto sommato contenuto davanti al tassista. Appoggia la testa sulla mia spalla e mi sussurra che è felice. Le apro la portiera, la faccio salire in macchina e non mi sfugge un bel passaggio di gambe, che sbucano fuori dal tessuto svolazzante del suo vestitino fantasia. Giro attorno al "deretano" del taxi, visibilmente compiaciuto per quest'inizio compito e caldo, ed entro in macchina anch'io.
"Molo Beverello, per favore". Il tassista mugugna un sì, s'asciuga il sudore e partiamo. Il traffico di Napoli ci permette di chiacchierare sottovoce tra un clacson e l'altro, senza che il tassista ci senta. Ci vede ridere dallo specchietto, tenta di carpire qualcosa, si vede dal suo sguardo attento, ma più fa così e io più abbasso la voce, chinandomi accanto all'orecchio di Lu, che profuma di Dior.
Arriviamo al porto, trasciniamo i nostri bagagli leggeri con le ruotine che quasi s'appiccicano all'asfalto bollente e ci avviciniamo al botteghino per comprare i biglietti del metrò del mare.
"Due per Positano, grazie"
"No, dotto', nun v'e pozz' fa' mo', è ampress'..." risponde un uomo sulla sessantina, che ha tutta l'aria di un vecchio lupo di mare in pensione, ora riciclato come bigliettaio sulla terraferma.
"Scusate, ma se devo prendere il metrò delle 14.15, quando lo devo comprare il biglietto?"
"Arapimm' 'e doje manc' nu quart', mo' nun v'e pozz' rà 'e bigliett', aggiat' pacienz'..." e allora guardiamo l'orologio, è solo passata da poco la mezza e decidiamo che è presto per aspettare lì, così ce ne andiamo a mangiare in una taverna nei pressi del porto, "A taverna do' Re", dove si mangia divinamente ed è tutto molto caratteristico, tanto che per un po' ci siamo sentiti due turisti in giro per Napoli, come se venissimo da chissà quale parte lontana del mondo.
Inutile dire che un cameriere voleva proprio prenderle, con quegli occhi fissi sulle gambe della MIA donna. Roba da matti, certa gente non sa manco guardare, e per tutta risposta io ho guardato lui con occhio torvo finchè non ha smesso di fare l'idiota, tanto che due sono le cose: o mi ha scambiato per un serial killer pronto a tutto oppure mi ha preso per una checca innervosita dal fatto che lui stesse guardando le cosce di lei e non le mie. Comunque, ha smesso, questo è l'importante. Mangiamo, pieni di entusiasmo per questo suo compleanno finalmente festeggiato insieme, io che per anni mi ero sempre chiesto, da ragazzo, quando fosse e non avevo mai avuto l'opportunità di chiederglielo, anche solo per regalarle un semplice sorriso, quando più di tanto non mi era concesso. Pago, la raggiungo e ce ne andiamo a piedi, sotto un sole che squaglia, al porto, sul lato opposto della strada. Il botteghino è finalmente aperto. Davanti a noi, una coppia di turisti, che parlano un inglese maccheronico, ma mai quanto lo è quello di risposta, che ricevono dal vecchio lupo di mare e dal suo giovane assistente bigliettaio, un ragazzo con la faccia da scugnizzello, che per partito preso non conosce neanche mezza parola di inglese.
"Positano, luggages, telephon... dove?"
"Che stat' dicenn', signo'? You Positan?" dice lo scugnizzello bigliettaio, che togliendo la "o" alla fine di "Positano" crede d'aver risolto il problema della lingua.
La signora ha la erre moscia e comincio a pensare che sia francese, dato che non sfoggia un inglese dei migliori. Lucrezia mi guarda e mi esorta ad intervenire, allorchè il dialogo tra i tre si fa sempre più contorto e il marito della francese gronda di sudore come un pachiderma in una sauna.
"Can I help you, madame?" e guardo il lupo di mare, dicendogli con il labiale "m'o veg' je, nun t' preoccupa'...", che non è francese, ma napoletano, e vuol dire "me la vedo io, non ti preoccupare".
La signora francese s'illumina in volto, appena si ricorda di essere ancora in Europa, trovando qualcuno che parla un minimo di "english koiné", la cosiddetta lingua comune che già molto saggiamente volevano imporre gli antichi greci al mondo di allora.
Mi spiega ciò che le occorre, incartandosi con le parole, al che le chiedo se sia francese. Mi risponde "oui!" e da allora parliamo nella sua lingua. Per fortuna, non mi sono incartato e così Lu mi ha guardato con gli occhi a cuoricino durante tutta la conversazione turistica, finchè dopo...
"Bravo, chi se l'aspettava che parlassi francese... sei pericoloso, tu, all'estero, guai a te se parti senza di me, capito? Chissà che combini..."
"Chi? Io?!? Ma scherzi? Mai fatto conquiste all'estero..." e scoppiamo a ridere tutti e due, un po' per le facce che facciamo, la mia di un finto serio davvero poco credibile e la sua di uno stupito allibito che fa sbattere a terra dalla simpatia, lei che fa smorfie tipo i fumetti e potrebbe anche non parlare, certe volte, tanto è chiaro ciò che i suoi occhi e le pieghette del volto vogliono esprimere.
C'imbarchiamo e il metrò del mare è quasi vuoto, si sta una meraviglia.
"Andiamo su, all'esterno, il mare è calmo, sarà bellissimo..." e portiamo i nostri trolley al piano superiore interno, pensando che l'uscita per il ponte esterno sia da lì. E, infatti, ci sono delle porte.
Mi avvicino ad una di loro, dopo aver sistemato i bagagli, e tiro con forza. TUNF!! TU TUNF!!
"Non si apre, ma che è?" TUNF!!!! E dò una strattone ancora più forte. Poi, guardo la porta e in alto leggo "Porta a chiusura stagna. Apertuta bloccata". Risate. Praticamente stavo staccando la maniglia e probabilmente a furia di strattoni mi sarei ritrovato in mano tutto il traghetto, ma la porta sarebbe rimasta lì, immobile!
"Credo proprio che si salga da giù..." dico con aria imbarazzata, mentre Lu ride come una scema.
Scendiamo, lasciando i bagagli al piano di sopra, che è praticamente tutto per noi.
Finalmente arriviamo all'esterno e ci accomodiamo al sole. Con noi, solo una coppia di tedeschi, ognuno per i cazzi loro (molto innamorati!), una ragazza spagnola con le cuffie nelle orecchie, che ha canticchiato pezzi di Ricky Martin tutto il tempo e un signore sulla trentina tutto vestito da lavoro. Il sole picchia in testa, ma appena il metrò si allontana dal porticciolo, un vento bellissimo ci rinfresca, tutto profumato di salsedine. Accanto a noi il Vesuvio, dall'altro lato Capo Posillipo, Procida e Ischia, di fronte a noi, seduti contro marcia, il golfo di Napoli che si allontana, e alle nostre spalle la Penisola Sorrentina e Capri, che si avvicinano sempre di più.
La traversata è stata meravigliosa, ci siamo detti cose che forse erano ovvie tra noi, ma che dette in quel modo e in quel luogo hanno lasciato il segno nel cuore; e dopo la seconda fermata in quel di Sorrento, sono saliti un bel po' di turisti, tra cui una famigliola tedesca con tre bambini, uno di questi letteralmente stupendo, un bambolotto... ma di uno scassacazzi pauroso!!!
Aveva un cappellino in testa, un capoccione tondo tondo e migliaia di biondissimi capelli ad incorniciare quel volto di poco più di un anno di vita, illuminato da due occhioni azzurri da accecamento. Piangeva, insofferente per il cappellino, e lo lanciava a terra di continuo per fare dispetto alla mamma. Gliel'ho raccolto io, ad un certo punto; gliel'ho messo tra le manine e lui zitto, mi guardava con aria tipo "machiseituuomonerocheccazzovuoi"; ha preso il cappellino e dopo un attimo FIUM!! l'ha buttato di nuovo per terra. La mamma, disperatissima, "I'm sorry".
Le sorrido, riprendo il cappellino sotto l'occhio vigile del biondissimo marrano, e glielo rioffro, ma... mentre lui sta per prenderlo con l'aria di chi pensa "tanto ora te lo butto per terra di nuovo, cretino", io tiro indietro di scatto il cappello e me lo piazzo in testa, facendogli una linguaccia.
Il bimbetto sgrana gli occhi e dice "Uhhhh!!!", come a dire "mamma, guarda 'sto mariuolo, s'è preso il mio cappello che volevo lanciare in aria altre trecentomila volte!". E tende le manine verso la mia testa, perchè lo vuole indietro. La mamma ride, divertita, Lu mi dice di non farlo troppo indispettire, se no piangerà di nuovo, mentre io le dico "lascia fare, conosco il tipetto, se lo accontenti, uno così, è la fine". Chiedo alla mamma se posso continuare a giocare e lei, che si stava esaurendo, pur di liberarsi un po' del bimbo diavoletto, acconsente molto soddisfatta e con aria di sfida mi dice "let's see what you're going to do..." e mi guarda con attesa.
Il piccino, tale Andreas, si lancia per terra, camminando tutto storto per cinque o sei passettini, sfidando le onde del mare, e mi si aggrappa forte alle ginocchia, protendendo le mani verso il cappello e dicendo "Ahhhh!! uhhhh!! MHMHMHM!!" che nella sua lingua voleva forse dire "Stronzo di merda, dammi il cappello mio!". Linguacce di risposta e un po' di solletico da parte mia. Finalmente il piccolo ariano ride. Mi si arrampica in braccio, mi stacca pure un bottone dalla camicia per appendersi e per un niente non se l'è mangiato, gliel'ho levato di mano al volo.
"E' kakken, qvesto non si pappen!" gli dico in tedesco maccheronico, ma il dito alzato che dice "NO" è internazionale per fortuna, molto meglio del mio "kakken", e il piccolo Andreas mi ridà il bottone. Poi, comincia a darmi i pizzicotti sulla faccia e a tirarmi i peli del pizzetto, a torcermi il naso, a graffiarmi le orecchie con quelle manine paffute dalle unghiacce affilate.
"Ouch!!" mi fa una frittata di palle con il piedino. Le ha prese per uno scaletto della Foppapedretti e ci sale su per raggiungere il cappello. Mi butto indietro con la testa per non farglielo prendere e che succede? SBONG!!! Capocciata sulla testa di una vecchia signora a metà tra il panzer e il frou frou, anche lei tedesca. "Ops, I'm sorry! Excuse me!" e lei "Ja, ja, no problema, carino omo latino" e Lucrezia "Madonna mia, devo stare attenta pure alle vecchie SS!!" e mentre io faccio il cretino vanesio per farla ingelosire riguardo al mio fascino interplanetario (!!!), Andreas si frega il cappello e se lo mette in testa, urlando per attirare la mia attenzione.
Ride, il caciuttiello perfido.
"Che te ridi?? Che te ridi????" e più gli dico così, più si spanza dalla risate. La mamma applaude, dice che sono un perfetto babysitter e mi chiede se io intenda trasferirmi a Colonia come ragazzo alla pari. Arriva il padre, poi, uno spilungone di due metri, che con aria seriosissima mi prende il bambino di dosso e se lo porta, con il risultato che Andreas scoppia a piangere e non la smette più. Dopo una mezz'ora, però, lo vedo dall'altro lato delle panche correre a quattro zampe in mezzo ai passeggeri, finchè trova un varco e torna da me, dando un urletto allegro e soddisfatto "TAAAAAHHHH!!!!!" del tipo "Sono tornato, ce l'ho fatta!". Mi molla un paio di schiaffetti sulle cosce, giochiamo al ragnetto che gli fa il solletico e poi lo riporto alla mamma, prima che lui si faccia un altro giretto esplorativo e finisca a mare.
Il saluto, stavolta, è senza traumi, perchè da lontano ci facciamo le pernacchie. Insomma, mi sono fatto un piccolo amichetto a Colonia.
Arriviamo finalmente a Positano, salutando da lontano i Faraglioni di Capri e l'arcipelago de Li Galli.
Positano è meravigliosa. Piena di turisti, acqua cristallina, profumo di fiori dappertutto e colori sgargianti di vestiti fatti a mano, sandali e borse. Una decina di porter ci offrono di salire sui loro carretti elettrici per evitare le salite e le scale tipiche del luogo, ma Lu ha voglia di camminare per gli angoli nascosti del paesino e così rifiutiamo e ci incamminiamo per le viuzze piene di negozi.
Assetati come due cammelli, alla fine della camminata, ci rifocilliamo in piazzetta con due megacedrate con fettona d'arancia e ghiaccio in abbondanza.
Scorgo un taxi, un enorme jaguar, e penso "Cazzo, uno ha un Jaguar e lo fa diventare un taxi???" e mi avvicino al tassista per chiedergli quanto disti la strada dell'albergo dalla piazzetta.
"Quale albergo?" mi chiede.
"Il Posa Posa" rispondo.
"Ah, certo, guardi lassù, lo vede?" e mi indica la struttura dell'albergo in cima ad una collina che scende a picco sul mare. Capisco che di certo non ci si possa arrivare a piedi.
"C'è la navetta che passa ogni mezz'ora, ferma proprio là sotto" dice il tassista e questa frase m'è sembrata così corretta da parte sua, che a quel punto ho deciso di volermi fare accompagnare da lui. E bene abbiamo fatto a far così, perchè c'era un bel pezzo di strada da fare e in navetta ci saremmo squagliati di caldo.
Arriviamo al Posa Posa intorno alle 16.30. L'albergo è un incanto, l'accoglienza è esemplare.
Un simpatico cameriere somigliantissimo a Giancarlo Magalli ci porta in giro per l'albergo, per farcelo vedere, cosa che non m'è mai capitata in tanti anni di viaggi. Ci mostra la terrazza del ristorante, il solarium, i saloncini e poi ci porta nella nostra suite. Ci chiude la porta alle spalle con un sorriso estremamente sornione e se ne va.
Lu mi abbraccia fortissimo, quasi non mi fa respirare.
"Ce l'abbiamo fatta, siamo lontani da tutti, mi sembra di essere fuori dal tempo qui... sarà il compleanno più bello di tutta la mia vita...". Ci stringiamo. Sono così felice di stare dove sono proprio con lei, che quasi non mi sembra vero. Tiro fuori dalla valigia tutti i miei regali per lei. Li spacchetta con mani tremanti e ad ogni regalo mi dice "tu sei pazzo... come facevi a sapere che volessi questo?". Eh, come facevo... è una vita che ti scruto, bella mia! Non so quante volte ho desiderato farle un regalo, farle vivere un sogno in cui ci fossi io al suo fianco; e ora credo proprio di poter dire che ce l'ho fatta.
La stanza è splendida e ha una vista sul mare che toglie il fiato. E poi il fiato me lo toglie lei, con i suoi baci, le sue mani, il suo corpo.
Un po' di censura non guasta, andiamo avanti!
Decidiamo di fare una passeggiata prima di cena, ma ormai i negozi sono chiusi; diciamo che abbiamo perso la cognizione del tempo? Ed è proprio il tempo che abbiamo beffato, quella sera. In genere abbiamo sempre le ore contate, io per via di mio figlio, lei per altro, ma stavolta il tempo se n'è andato al diavolo, giorno e notte tutti per noi.
Per le vie di Positano c'è un allegro e romantico silenzio, fatto di turisti discreti, che passeggiano mano nella mano o coccolando le loro macchine fotografiche, per catturare gli scorci migliori da portare in giro per il mondo, di ritorno verso i loro paesi. Perchè Positano resta nel cuore, ha una magia d'altri tempi, è come se si tornasse a vivere in quelle atmosfere da film anni '60, un po' stile "scandalo al sole", dove tutto è colorato di tonalità eleganti, vere, profonde e naturali.
La strada, poi, è inondata dal profumo dei gelsomini, che s'arrampicano sui muri di tante villette e danno sfoggio di sè nell'aria fresca della sera, mentre da una chiesetta vengono fuori le note praticamente perfette per intonazione di un gruppo di coristi che si esercita.
Mi sono sentito, in quel momento, l'uomo più felice della Terra, stringendo a me la mia donna, l'unica che davvero sa io chi sia, l'unica che l'abbia capito fino in fondo e che di me sa tutto.
Ed eravamo in tre, risalendo verso l'albergo per la cena: Lu, Amore ed io. La felicità.
Abbiamo cenato sulla terrazza a mare dell'albergo, tavolo riservato nell'angolino più panoramico e appartato, luci tenui e una candela ad illuminare il tavolo, sistemata in un piccolo bouquet di fiori freschi. Giancarlo Magalli de noantri ci accoglie con la sua semplice eleganza e ci consiglia i piatti più gustosi del giorno, nonchè il vino da abbinare, lui che decanta le sue doti da sommelier con una genuina simpatia. Linguine agli scampi e frutti di mare al cartoccio, grigliata mista di pesce, insalatina mista alla julienne con fiocchetti di patate, fragoline all'arancia e torta (buonissimissima!) ai frutti di bosco con spuma di cioccolato fondente. Un ottimo e fresco Greco di Tufo (inutile dire che la bottiglia l'abbiamo fatta fuori tutta!) e la cena è stata veramente perfetta, quando all'improvviso si sono liberati gli ultimi due tavoli occupati e abbiamo avuto la terrazza tutta per noi. Giancarlo Magalli ogni tanto veniva a versarci il vino e ad accertarsi che fosse tutto a posto, intrattenendosi per veloci chiacchiere con noi, raccontandoci delle sue molteplici doti di musicista, sommelier, pittore, nonchè sub. Insomma, una personalità interessante, che per rimanere a Positano a lavorare, nella sua terra e vicino ai suoi cari, si è messo a fare il maitre al Posa Posa, mettendoci tutta la passione che avrebbe messo in altro, così diceva.
Ci chiede se gradiamo la musica in sottofondo, un piacevole cd di jazz, che sebbene non sia esattamente il mio genere, va benissimo per l'occasione. Spegne un paio di luci, poi.
"Se non gradite altro, vi lascio soli, buona serata..." e va via, lasciando a nostra completa disposizione il terrazzo dell'albergo.
In cielo un'infinità di stelle, il profumo del mare sotto di noi e tante piccole lucette nelle case intorno, in un silenzio surreale d'altri tempi. Balliamo, stretti e felici, senza dire una parola, ma entrambi con il sorriso che si staglia sui volti appagati, che nascondono corpi ancora desiderosi di giocare per tutta la notte. Beviamo gli ultimi sorsi di vino appoggiati alla ringhiera, poi il suo décolleté... mi distrae.
"Che guardi, marpione?" mi provoca, sorridendo.
"Le... colline di Positano..." e mi giro da un'altra parte, per darmi un finto tono serio. La sua mano nella mia camicia.
"Ti sta bene questa giacca beige... ma stai meglio senza..." ARGH. In un attimo ho visto tutta Positano in fiamme al pensiero di quello che avrei voluto farle in quell'istante.
"Anche tu stai benone con quel vestito color pelle..."
"Dici quello aderentissimo e quasi invisibile?"
"Sì, proprio quello, è all'ultima moda, complimenti..."
"Sì, sai... l'ho comprato in una boutique milan..." e prima che finisca di fare la scema, le stampo un bacio pazzo per zittirla.
"Andiamo in camera..." mi risponde con un bacio sul collo.
L'aspetto fuori al terrazzino, mentre lei si prepara per la notte, e mi viene un'idea. Corro giù alla reception, mi faccio dare un materasso piccolino aggiuntivo, quello per bambini; dò una bella mancia al povero cristo del fattorino, che ho fatto svegliare all'una di notte, e metto il materasso sul lettino prendisole che sta fuori al terrazzino. Strappo quasi il copriletto dal letto e lo metto sul materasso all'esterno. Mi chiudo fuori, serrando le imposte.
Lu esce dal bagno, la vedo dalle fessure. Accende una lucetta, io che avevo spento tutto, e rimane ferma, immobile, con aria spaventata.
"Amore? Dove sei? Ti sei nascosto? Dai, tesoro, per piacere, esci, lo sai che non mi piacciono questi scherzi, non mi far spaventare..." ma io nulla, zitto.
"Amore! Lo so che sei dietro al letto, esci fuori, ti ho visto!" e io penso "Come no, m'hai visto, tant'è vero che sto fuori, non dietro al letto, pollastra!".
"Ok, resta pure nascosto, tanto finchè non esci io non mi muovo da qui" e assume un'espressione spaventatissima, allorchè comincio a muovere le imposte da fuori, che tra l'altro s'erano pure incastrate.
"Amore! Fuori c'è qualcuno, esci!! Non fare lo stupido, sta entrando qualcuno da fuori!" e a quel punto riesco ad aprire le imposte e lei "AHHHHHHHHHHHHHHHH!!!! AIUTOOOOOO!!" e non sto a dire quanto io abbia riso, quando lei ha detto dopo l'urlo "Ma scusa, tu che ci facevi fuori?!?!? Non eri sotto al letto?!? E chi c'è sotto al letto?!?!". Dopo averla presa in giro a dovere e tranquillizzata, me la sono presa in braccio e via, fuori, sul nostro letto improvvisato sotto le stelle.
Ci siamo avvolti in un lenzuolo, illuminati solo dalle lucine delle case sulla collinetta e dal bagliore di Venere, e siamo stati lì per ore, coperti solo da un sottile strato di cotone bianco. Il paradiso.
Prima dell'alba siamo entrati di nuovo in camera, stretti sul nostro letto, come fosse la nostra prima notte di nozze. E ce lo siamo detti, un po' per gioco, un po' davvero, che avremmo tanto voluto che fosse davvero così, lei mia moglie, io suo marito; ma nessuno ci ha impedito di giocare ad esserlo. Abbiamo visto l'alba, dormendo solo mezz'ora in tutto, e la mattina, tra il mini Pinot che era nel minibar e una lattina di Fanta, abbiamo brindato al nostro primo risveglio insieme.
Qualche lacrima di emozione le ha bagnato le guance, i miei baci gliele hanno terse, mentre cercavo di non crollare emotivamente anch'io, per quel senso di nostalgia di una notte da sogno appena finita.
Ci siamo coccolati fino all'ora di colazione e poi siamo andati di nuovo nella terrazza ristorante, tavolino all'ombra poco distante dal tavolo dei sogni della sera prima, e abbiamo divorato la colazione con una fame da lupi, dopo aver passato la notte sempre svegli, tra baci, discorsi scemi e seri, giochi e amore.
E andiamo a mare, dopo aver lasciato i bagagli alla reception, dove ho abbondantemente provolato una signorina per far sì che ci riservasse la camera anche per il pomeriggio, giusto per cambiarci dopo il mare (e infatti, dopo qualche piccola storiella del tipo "non credo si possa, non saprei, le dirò..." la stanza ci è stata data! Ecco a cosa serve fare dei complimenti galanti buttati al momento giusto!). Usciamo e prendiamo la navetta per andare in piazzetta.
Vedo un negozio bellissimo di vestiti tipici positanesi e decido a tutti i costi che Lu ne deve scegliere uno che le piaccia. La trascino nel negozio e la gentilissima commessa si mette a sua completa disposizione. Le fa provare un paio di vestiti e al terzo... BOOM! Colpo al cuore. Esce dal camerino con un vestito nero tutto traforato, che scivola sui fianchi a perfezione, che è la fine del mondo. "Questo! Questo!" dico io con il labiale, annuendo come un cretino con il rivolo di bava alla bocca. Adocchio una borsa del mare bellissima e sapendo che lei l'aveva dimenticata, chiedo alla signorina di mettermela in una busta a parte e la pago prima di nascosto.
Pago, poi, il vestito e usciamo dal negozio, dopo che io avevo attaccato bottone con la commessa, che si era dimostrata molto complice nell'aiutarmi a camuffare la borsa del mare e che per questo mi ha salutato con tanta simpatia.
"La vuoi finire?"
"Di far che?"
"Di far lo scemo con le donne"
"Ma quando mai, tesoro, non ho fatto mica lo scemo..."
"Ma se t'ho sentito dal camerino che le hai detto che era in splendida forma?"
"Vabbe', ma si dice per carineria, no?"
"Per carineria sai che potrei fare?"
"Cosa, cara?"
"Spaccarti la faccina, gioia"
"Ah, che tesoro..." e SBAM! Mi arriva una pacca dietro alla schiena bella forte.
"Uh! Non ho comprato la borsa del mare, come faccio a mettere le mie cose in spiaggia?"
"Sei sempre la solita sbadata..."
"Torniamo indietro, c'erano in quel negozio, erano carine..."
"No, no, dai, ormai siamo già quasi arrivati, chi ce la fa, è tutto in salita a tornare..."
"E dai, amore, non fare il pigro odioso, che ti costa..."
"No, la prossima volta impari, mi annoio di risalire, andiamo"
"Ehi, ma che ti prende?"
"Niente, andiamo" faccio io con aria insolitamente burbera e seccata, anche perchè non mi rivolgerei mai così a lei.
"Sei proprio insopportabile"
"Sì sì..." e allungo il passo.
"Almeno aspettami, no??? Ma che hai???" e corro sempre di più, fino a sparire dietro un angolo. Tiro fuori dalla busta la borsa del mare di stoffa colorata e me la ficco in testa, a mo' di cappello da jolly. Esco fuori dal vicoletto e le blocco il passaggio, saltellandole incontro, mentre due bambine sedute su dei gradini mi guardano e si sganasciano dalle risate "guarda quello con la borsa in testa!! Puahahahuhahuah!".
Lu comincia a ridere e me ne dice di tutti i colori, aggiungendo che c'aveva pure creduto a quel mio modo di fare così brutto e antipatico. Per punizione, ovvio, me la bacio per tutto il tragitto fino alla spiaggia, travolgendo pure un povero cagnolino, che per un pelo non mi ha azzannato la caviglia con cui gli ho fatto lo sgambetto.
Finalmente in spiaggia... il mare è grosso, ci sono dei cavalloni fortissimi e l'acqua è fredda, ma è limpidissima e invoglia. Entriamo in acqua e alla terza onda forte, Lu mi finisce addosso e la reggo, ma alla quarta onda finiamo in acqua tutti e due e la forza del mare ci spinge prima a riva e poi ci risucchia indietro al largo. Riprendo il controllo della situazione e l'acchiappo in vita.
"Guarda che se mi molli, il mare ti porta via, patata che non sei altro..."
"E' arrivato Massimiliano Rosolino dai 100 metri a stile libero... tsk..."
"Senti, bella, vuoi vedere che t'affogo?"
"Vediamo, scemo!" e comincia una lotta impari, perchè l'infame mi molla i calci sott'acqua a rischio frittata di palle! Così mi arrendo per un attimo, ma poi con la mia infallibile mossa piovra la distruggo, di baci, ovvio, me l'avvinghio addosso e me la porto a riva così, tipo mamma canguro con cangurino al collo. Ci stendiamo lì a prendere il sole e la faccio arrabbiare di continuo con qualche commentino idiota sulle signorine straniere in costume, ma lei ricambia ogni volta che passa qualche gnocco americano con la tavola da surf, manco fossimo in California o in Florida. Esaltati, tsk. Sì, ok, ok, sono geloso!
Verso il primo pomeriggio, decidiamo di mangiare un boccone leggero prima della partenza e ce ne andiamo in un ristorante carinissimo, che sorge sopra ad una specie di fonta d'acqua, dove in antichità c'era un mulino. Unica pecca, i camerieri completamente lobotomizzati e rattusoni. Li avrei uccisi.
Torniamo in albergo, ci cambiamo nella stanza che ci era stata lasciata a disposizione dalla simpatica receptionista e ci avviamo lentamente all'imbarco del metrò del mare. Siamo un po' in anticipo e ci mettiamo a chiacchierare accanto ad un pittore, che stava dipingendo la baia, a cui ovviamente diamo confidenza, essendo, lei ed io uno più chiacchierone dell'altra.
Con tutta calma, poi, andiamo al molo per fare il biglietto, quando un donnone sui 100 kg ci dice che il metrò non parte con il mare grosso. Azz!
Per un attimo esultiamo entrambi, che ci sentiamo come bloccati nel paradiso terrestre, poi lei si ricorda che il giorno dopo deve per forza stare a scuola, perchè ha le ultime interrogazioni da fare prima che le classi si ritirino. In quel momento ho odiato i suoi alunni, ma a quel punto serviva trovare subito una soluzione alternativa. Andiamo all'ente turismo. Spiego la situazione alla zizzonissima signorina, tutta scollata e provocante. Lu la guarda con odio, io non proprio con odio!
La zizzacchiona ci aiuta a trovare una soluzione. Ci indica un percorso lungo ed economico, fatto di pullman e circumvesuviana da Sorrento, e poi ci dice "e se, invece, volete fare una pazzia, vi chiamo un transfert e vi faccio portare a Napoli in un'ora e mezza" e facciamo 'sta pazzia, tanto ormai il clima da salasso continuo di Positano mi era entrato dentro e niente più avrebbe spaventato il mio bancomat intrepido. Per addolcire la delusione di non aver potuto fare di nuovo il tragitto in mare, urge un gelato al gusto di... hmmmm... anguria, mandorla e pistacchio! GO-DU-RIA!
Il ritorno in taxi va liscio, sebbene con un pizzico di malinconia per l'avvicinarsi del distacco. Lu si addormenta sulla mia spalla, come fosse una bambina, e in quel momento ho creduto che il mondo fosse l'abitacolo di quel pullmino Mercedes, escluso l'odiosissimo autista signorsotuttoiodellestradedinapolianchesesonodipositano.
La lascio sotto casa e lei mi chiede di non accompagnarla fin su, altrimenti non riuscirà a farmi andar via. Non insisto, perchè so anch'io che se salgo, è la fine, non torno più a casa e invece ho la mia peste che m'aspetta.
Ho mandato via il taxi e me la sono fatta a piedi, trolley al seguito, perchè avevo bisogno di star da solo e di riflettere un po' su tutto quel che era successo. So che sono innamorato, so che sono destinato a soffrire per quest'impossibilità di costruire qualcosa di solido con lei, ma so anche che non potrei mai rinunciare a tutto questo, perchè per la prima volta nella mia vita credo d'aver trovato una donna capace di entrarmi dentro senza invadermi. E questo è il massimo che si possa desiderare dall'amore: condivisione totale e rispetto totale, conditi da una passione che non ha confini.
Arrivo a casa, busso alla porta e mi apre un mostro verde e fucsia con in testa delle palline bianche.
"Papi, arrrrrrrrrggghhhhh!! Ti mischio il pruritooooo!!!"
"Ciao, pazzo! Che prurito? Che hai?"
"Ma no, papi, guardami! Ti piace la mia maschera da mostro dei pidocchi? Te li posso mischiare? Dopo ti gratto io la testa, giuro..." come se quei pidocchi di carta davvero facessero effetto...
"Ok, se mi gratti tu, si può fare... "
"Evvai!!! PSSSSSSSSSS!!!! Attaccatelo!!!!" e mi lancia addosso una manciata di palline di carta, che mi si infilano dappertutto, tra i capelli, nella camicia, nelle scarpe... insomma, è sempre il mio solito, piccolo folle...

martedì, 11 dicembre 2007

A grande richiesta (Baccarat-Ornella e Pokerina-Fabiana, ora finitela di rompere le palle con gli sms intimidatori), perchè io ero già psicologicamente provato dalla scrittura dei primi tre resoconti e non avrei certo scritto il quarto, ecco a voi l'ultima, lunga e succulenta puntata del nostro viaggio in quel di Vienna. Contente, fetuse?!? (Dico a loro, eh).

THE 4th DAY - VIENNA - NAPOLI - VIENNA

Cap.1: ELETTRICITA', MUTANDE FANTASIA E APPOSTAMENTI
L'ultima notte viennese va liscia come l'olio. Dormiamo come due porci allegri nel fango e la mattina dopo ci svegliamo belli riposati, ma un po' tristi: è tempo di bagagli. Marcello, con la sua solita sveltezza nel fare le cose, appapocchia tutti i suoi vestiti e li schiaffa in valigia, roba che in cinque minuti dice "Ho finito i miei bagagli". Lo guardo, come a chiedergli "Eh?!? Come cazzo hai fatto? Chi sei, Houdini?!?!?", visto che io stavo impazzendo solo per piegare i pullover e sistemare le cose in modo strategico, così da non farle rompere durante i lanci aeroportuali, a cui sono sottoposte le valigie in fase di imbarco/sbarco.
"Vuoi una mano?" mi chiede gentilmente. Poi, butto l'occhio per caso nel suo trolley ancora semiaperto e vedo il CAOS.
"No, grazie, la centrifuga la so fare pure io da solo" e lui risponde "Guarda che chiamo Karin e ti faccio centrifugare da lei!". Argh!
C'è da dire che inizialmente c'eravamo lamentati che nella stanza non ci fossero almeno due prese della corrente, cosa alquanto scomoda per ricaricare cellulari e macchine fotografiche, però... l'ultimo giorno scopriamo che la stanza è PIENA di prese elettriche! Solo che dove cazzo stavano? NEGLI ARMADI. Cioè, dico io: ma quando mai s'è vista una presa della corrente dentro ad un armadio? Per attaccare una stupida spina, che bisogna togliere prima tutto il cambio di stagione, secondo questi geniacci che hanno progettato l'hotel? E stessa cosa per il bagno! Abbiamo cercato per tre giorni una presa per la spina del phon e dei rasoi, che ci consentisse quanto meno di guardarci, pure di sbieco, allo specchio, per asciugarci i capelli e per raderci, ma niente. Quella mattina stessa, però, Marcello va in bagno per una "scagazzata d'addio", così l'ha chiamata, e mentre si concentra per evacuare, si guarda intorno e vede un simbolino sul neon posizionato sopra allo specchio. "Jack!! Jack!! Vieni! Fai presto!!" e io dall'altra parte ho fatto un salto, pensavo che si fosse sentito male o che ci fosse qualche strana bestia in bagno (ho lo schifo totale per insetti e simili). Vado fuori alla porta del bagno, chiedo se posso entrare o se stia ancora scagazzando e lui dice "Ho finito, ma c'è puzza, se hai una maschera a gas puoi entrare".
"Eh no, non ce l'ho qui, ora vedo se alla reception me ne danno una... che cazzo mi hai chiamato a fare, allora?"
"C'è una spina! C'è una spina!"
"Dove!!!" esclamo io, manco avesse detto "C'è un lingotto d'oro di 10 kg dentro al cesso!"
"E' qui, è qui!"
"Qui dove! Ti ricordo che io non riesco a trapassare le porte con lo sguardo!"
"Ah, pensavo di sì!"
A quel punto io rimango in silenzio, perchè è troppo scemo l'amico mio.
"Insomma, sta qua, sul neon, cioè, di lato al neon, cioè... non si vede manc' 'o cazz', però c'è! Senti???" e mi fa sentire il rumore del mio rasoio. "Ora lo uso per le mie ascelle" dice.
"Le tue mutande, quelle indecenti... sai che fine fanno?"
"Che fine fanno?"
"Le porto ad Alessandra con su scritto "I want you", ok?"
"Non lo faresti mai..."
"No?"
"Naaaa..."
"Ok..."
Prendo una sua mutanda (pulita!) dalla valigia. Mutanda bianca con rombi piccoli bordeaux. Oscena.
Con una penna scrivo quello che avevo detto, firmandomi "Marcello", esco dalla stanza, vado verso quella di Karin e Alessandra, stendo la mutanda per terra davanti alla loro porta, busso energicamente e poi scappo dietro un angolo, per non perdermi la scena.
Il punto è che ad aprire la porta è Karin, non Alessandra, e io come un coglione, nella fretta, non avevo specificato per chi fosse la mutanda incriminata. Così, vedo Karin che strabuzza gli occhi, chiama l'amica, senza toccare la mutanda, manco fosse contaminata da uranio impoverito, e si accovacciano per terra a ridere. In risposta, Karin entra dentro ed esce con un suo tanga e un bigliettino.
Posiziona il tutto davanti alla nostra camera e si apposta pure lei dietro ad un angolo, dopo aver bussato alla porta. Io non posso muovermi, se no mi sgama, quindi aspetto che esca Marcello ad aprire la porta. Lui esce, vede il tanga per terra, insieme alla sua mutanda scritta da me, si mette le mani nei capelli e inizia a ridere fortissimo. Raccoglie il bigliettino, legge e dice "E te pareva!".
Curioso come una scimmia, io caccio un po' la testa fuori dall'angolino dov'ero e poi sento nel corridoio la voce di Karin che urla "Eccolo!!! Il truffaldino è lì, l'ho visto, l'ho visto!!" e comincia a correre in direzione mia e a me viene il panico, tipo quando si gioca a guardie e ladri e tu sei il ladro che sta per essere acciuffato! Così scappo e mi nascondo dietro il primo pilastro disponibile, Karin mi passa davanti, correndo e senza vedermi, e io che ero accasciato per terra a quattro zampe le faccio "UAAAHHH!!!!" e lei "AAAAAAAAAHHHHH!!" un urlo disumano nel corridoio. Da una stanza esce la signora delle pulizie, una specie di Mamy di Via col vento, che ci guarda con l'aria sconvolta, come a dire "A 40 anni fate ancora 'ste stronzate?". Le chiedo scusa con un cenno della mano, acchiappo Karin e ce ne torniamo in camera, ridendo come due deficienti. Marcello, poi, una volta ognuno nelle proprie camere, mi mostra il biglietto di Karin con su scritto "Mi spiace, ma preferisco quello con i boxer neri".
"Te l'ho detto che devi usare i boxer neri, hai visto?"
"No no, mi stringono il pacco, sono per chi ce l'ha piccolo" sempre bastardo inside.

Cap.2: MADAME LEFT & RIGHT COLPISCE ANCORA...
Scendiamo alla reception, dopo aver svegliato mezzo hotel con tutto il casino delle mutande.
"Hmmmm... arieccola..." dico io, dopo aver visto che dietro al bancone della reception c'è la tizia del primo giorno, quella che ci ha mandato a sperdere in giro per l'hotel, non sapendo la differenza tra destra e sinistra.
Tento di salutarla senza odio e dopo aver saldato il conto, chiedo alla signora se ci sia un deposito bagagli, così da non dover girare per Vienna carichi come muli. La tizia risponde con il suo solito entusiasmo e con il suo stranissimo inglese:"Due piani sotto e poi ON THE LEFT, usi questa chiave". Afferro la chiave e ribadisco "On the left?" e lei "Sì sì". Mah, sarà davvero on the left, stavolta. Scendiamo di due piani e non ci sta manco il sasiccio. C'è solo un garage abbandonato e una colonia di orsi polari, che ci dà il benvenuto in quel mondo gelido dei sotterranei viennesi, roba da -5° di sicuro.
Dopo esserci un attimo ibernati, saliamo di un piano. On the left ci sta solo l'ascensore. Un po' nascosta, una porticina. Provo ad infilare la chiave, ma non s'apre.
"Che dobbiamo lasciare i bagagli nell'ascensore?" chiede Fabiana, tutta divertita.
"Ma 'sta stronza di receptionista, io non la sopporto!" comincio a blaterare da solo, lanciando improperi contro la demente, mentre provo di nuovo a girare la chiave nella toppa della porticina accanto all'ascensore. Ma niente di niente.
"Andiamo on the right, va'..." e mi dirigo verso questa porta a vetri, che dà in un corridoio lunghissimo con almeno 9 porte. Provo la chiave in una per una, dato che non c'è nemmeno un cacchio di cartello con su scritto "Deposito bagagli". Alla quinta porta, riesco ad aprire e il cartello lo trovo DENTRO alla stanza. Furbi, 'sti viennesi, eh? Ma ancora più furba la tizia della destra e della sinistra... e se c'abbia preso per culo tutto il tempo?!?!? Roba da ucciderla!

Cap.3: NASCHMARKT, IL MERCATINO DELLE PULCI PIU' ACCHIAPPOSO CHE CI SIA
Vicino al nostro albergo c'è questo mercato, il Naschmarkt appunto, dove si possono trovare tutti i tipi di generi alimentari da varie parti del mondo, ma il sabato questo posto si trasforma anche in mercatino delle pulci, dove si trova davvero di tutto. La cosa più particolare, però, è che c'è un livello ormonale in questo mercatino da paura! E la cosa non ce la riusciamo a spiegare, visto che tutto sommato 'sti viennesi sono abbastanza discreti e poco rompipalle negli approcci uomo/donna/donna/uomo/uomo/donna (che contorto). Fatto sta che contiamo:
4 acchiappanze di Ornella
3 acchiappanze di Karin e Fabiana
2 acchiappanze di Alessandra e me
1 acchiappanza di Diego

Rimangono come fessi Marcello e Marco, che s'acchiappano tra di loro per disperazione.
Spulciamo un po' tra le bancarelle, compriamo spezie e sciocchezzuole varie, fino ad arrivare all'apoteosi. Marcello conquista la salumiera ungherese.
Ci fermiamo davanti a questo banco pieno di salumi e questa tizia dai capelli rossi, molto procace e dall'aria simpaticissima, si rivolge in direzione nostra.
"Italiano! Voi italiano!"
"Sì... è reato?" risponde Marcello.
"Tu... vieni aqui... tu bello, tu come mio primo ammmmore de Roma!" e la tizia esce dal bancone e stampa un bacione appiccicoso sulla faccia di Marcello, che prende un salamino dal bancone e glielo offre a mo' di fiore, in mezzo alla folla sorridente. Che scena magnifica!

Cap.4: COME PERDERSI A KARLSPLATZ E IL MIRAGGIO DEL BELVEDERE
Allora, per chi fosse interessato a vedere il Belvedere, noto complesso museale viennese, il mio consiglio è quello di armarsi della più santa di tutte le sante pazienze esistenti a questo mondo. Perchè? PERCHE'??? Perchè è collegato manco la munnezza, ecco! Insomma, sulla guida (e anche sulla guida di riserva, attrezzati noi, eh) c'è scritto che la fermata della metro giusta per raggiungere il Belvedere è Karlsplatz. Ok, andiamo a Karlsplatz, ovvio. C'è da dire, però, che questa Karlsplatz è praticamente IMMENSA. Già per attraversarla da nord a sud ci vorrebbe una linea di metropolitana a parte, figurarsi se poi, arrivati in questa piazza grande quanto... quanto una piazza grande, appunto, si scopre che il famoso Belvedere sta circa un paio di km più su?!?!? Oh, che gioia! Oh, che sollazzo! (Devo continuare la rima? No, su...). Insomma, vaghiamo come disperati in questa piazza per un po', sbagliando almeno 6 volte la traversa giusta da prendere per arrivare sulla strada che porta a quel cacchio di Belvedere, fino a che, poi, in preda allo sconforto, decidiamo che chiederemo aiuto.
"Dai, chiediamo a quella, sembra una sveglia" suggerisce Fabiana.
"Ah sì? E da cosa lo deduci, fammi capire, visto che si sta arravogliando lei e il carrello della spesa????" le rispondo, per niente convinto dalla sua analisi psicologica del soggetto scelto per chiedere aiuto.
"Vabbe', dai, l'apparenza inganna! Andiamo!" e così ci dirigiamo da questa signora appena uscita da un centro commerciale chiamato BILLA, una roba che avevo visto pure a Venezia, e che m'è parsa familiare (anche se poi ho pensato che, condividendo una catena di supermercati con l'Austria, Venezia sia veramente nel profondo NORD, quasi austroungarica, e mi è venuto dentro un orgoglio terronico di appartenere al profondo SUD italianissimo! Divagazioni folli dovute alle bassissime temperature, che il mio fisico non adora propriamente, non fateci caso).
Insomma, la tizia tenta di mantenere fermo questo carrello su una stradina in pendenza, ma fa fatica nell'operazione, perchè ha praticamente comprato mezzo supermercato.
"Exscuse me, madame, could you tell us... blablablabla?" le chiedo, e lei, in un inglese perfetto, ma roba che manco a Londra con quella pronuncia, mi risponde "Aspettate, ora chiamo mio marito, perchè lui sa parlare inglese molto meglio di me, io l'ho studiato solo a scuola" alla faccia r'o cazz'! E' il commento che mi è venuto da fare tra me e me. E meno male che l'hai studiato solo a scuola, bella mia, se ti fossi fatta una vacanza studio di un anno a Londra, ora saresti la regina Elisabetta?!?!? Comunque, aspettiamo il marito, che stava dall'altro lato della strada, pure lui carico di buste con roba da magna' dentro. Quanto cavolaccio mangiano questi austriaci?!? Ce lo chiediamo un po' tutti, mentre aspettiamo, fiduciosi, il buon marito. Il tizio, visibilmente affaticato per i pesi trasportati a mo' di mulo, con una gentilezza estrema prima ci dice che abbiamo completamente sbagliato strada, sempre sorridendo, che pare quasi che ci stia prendendo per culo, poi ci indica la retta via, mentre noi lo ribattezziamo Virgilio. Lo salutiamo, lo ringraziamo, io raccolgo circa un kg di mele, che la signora intanto aveva fatto cascare a terra dalle sue buste, e c'incamminiamo per la strada che ci aveva suggerito il nostro Virgilio, ma... forse diffidente, forse gli avevamo dato l'impressione di essere dei rincoglioniti... praticamente, dopo manco dieci metri, ce lo ritroviamo di nuovo alle spalle, sempre stracarico di buste e con l'angina pectoris che imperversava su di lui a causa della corsa, che ci dice nel suo perfect english "Avete capito dove dovete andare??" e SBAM! Stramazza per terra, perchè inciampa in un marciapiede. Tutta la pappatoria che aveva nelle buste si è sprosciuttata per terra insieme a lui: uova schiattate, una fetta di petto di pollo spiaccicata sull'asfalto, delle foglie di insalata e una bustina di ketchup completamente squartata, che insanguina il tutto, rendendo la scena veramente macabra. Le signorine del nostro gruppo tentano di trattenere le risate, mentre Marcello proprio no, s'accascia per terra, facendo finta di raccogliere la roba, e inizia a ridere come un cretino. La scena si fa ancora più esilarante, quando da lontano accorre la moglie, che incomincia a bestemmiare in ostrogoto contro il povero marito, dolorante per terra. Cose da pazzi... mai dare indicazioni ai turisti italiani, signori austriaci che leggerete, vedete poi che succede a voi e alla vostra spesa?!? La cosa bella, poi, è che, non contenti di aver ucciso il pranzo di una famigliola austriaca, sbagliamo di nuovo strada (W il senso dell'orientamento), perchè in preda alle crisi di risate, e così io fermo un'altra persona, un uomo, stavolta, dall'aspetto distinto, capelli molto scuri, pelle ancora più scura, occhio sveglio. Tutto sembra, meno che un austriaco, però a pelle mi dà fiducia.
"Excuse me, sir, could you tell us... blablablabla?". Lui mi guarda un po' sorridente, indica la mia barba, io penso che sia gaio, invece poi mi fa, tutto fiero:
"Espanol? Yo soy de Valencia!"
"No, yo soy italiano, porque?" che cazzo mi chiede a fare se io sia spagnolo?!? Che glie frega a lui?!?
"Tu pareces un hombre espanol, me entiendes si hablo espanol?"
"Sì, te entiendo, amigo! Mi padre es espanol!" cerco di essere solidale nella mediterraneità, il tizio sembra un po' desideroso di scambiare due parole con qualcuno che capisca la sua lingua.
"Ohhh!! Viva Espana!! Viva Italia!!" sì, ok, però non bere a prima mattina, amigo!
Insomma, lo spagnolo, tale Juan, ci ha spiegato perfettamente come arrivare in due minuti al Belvedere, indicandoci una scorciatoia pazzesca, che sulla cartina quasi nemmeno c'era, tanto era piccola la stradina. Un po' di conversazione per ringraziarlo, i dovuti saluti e via! Finalmente al Belvedere!

Cap.5: ALLE AUSTRIACHE PIACCIONO I MIEI STRIP-TEASE... LO SO CHE SONO BELLO, MA INSOMMA, DONNE... CONTEGNO!
Ebbene sì. Al Belvedere "down" (eh sì, perchè c'è pure il Belvedere "up", mica bastava la camminata immensa per raggiungere il primo edificio? No! Pure un'altra per raggiungere il Belvedere up, ci voleva!) insomma, sì, dicevo... al Belvedere down mi hanno voluto nudo! Vabbe', non esageriamo, non proprio nudo, però mi hanno fatto togliere il cappotto. SOLO A ME. Ho protestato lievemente, ma hanno pure insistito, dovevo proprio toglierlo. Mah! Voglio capire che non si possa entrare con zaini e borse, ma se ho freddo, cazzo, perchè devo togliermi il cappotto per entrare in un museo?!?!? E perchè diecimila persone lo possono tenere e io no??? Comunque, nein! Non si discute, quando è nein, è nein.
La signorina addetta alla sicurezza, infatti, che un altro po' era più alta di me e quindi è meglio non contraddirla, mi dice che non è assolutamente possibile entrare con il cappotto. Ok. Le spiego, però, che sto congelando, che fuori c'è la neve, e che altre persone dentro alla prima sala del museo ce l'hanno, perchè le vedo, le vedo! Ma niente, oh, la tizia si è impuntata che io debba togliermi il cappotto e non c'è altro da fare. Nel frattempo, Diego e Marco passano ed entrano... con il cappotto addosso!!! E lei non si scompone. Glieli indico, da bravo spione, mentre tento di tenermi addosso il cappotto, ma lei niente, non fiata, se non per dire: "Put off your jacket, please!" e puttiamoci off 'sto giaccone, va bene, brutta Kappler cicciabomba che non sei altro. Me lo tolgo, abbastanza seccato, e lei sorride. 'Azzo ridi???
"Do you want a strip-tease?" le chiedo a quel punto e dato che mi viene il dubbio che mi stia prendendo per culo, la prendo per culo anch'io.
"Oh, yes, baby... let me see..." e strizza l'occhio. CAAAAAAZZOOOO!
"Ohohoh! Hai fatto colpo sulla SS!" sghignazza Karin.
"Ma che te ridi, questa è matta, stanno passando tutti con il cappotto, solo io mi devo congelare, secondo lei?!?"
"Oh, si vede che proprio non resiste, vuol vedere le tue spalle, accontentala, no?"
Alla fine, però, la Kappler richiama Marco e Diego a rapporto e dice pure a loro di spogliarsi e di andare al guardaroba.
Mi convinco sempre di più che la donna sia ubriaca, perchè non mi spiego in base a quale criterio alcuni possano entrare tutti imbacuccati e altri invece debbano ammirare i quadri in mutande, comunque, l'accontentiamo, se no non ci sbrighiamo più, e andiamo a posare i nostri cappotti e giubbotti al guardaroba. Quando le ripasso davanti per accedere alla prima sala, le sventolo il ticket d'ingresso sotto al naso e sfilo tipo Naomi versione masculo davanti a lei, digrignando un "Is it ok, now??" e lei "Oh yes... you're really ok, man!" sorride e mi guarda il culo!!! Mi guarda il culo!!! Poi le donne dicono che siamo noi uomini a fare sempre i malatoni, tsk!! Guardate che soggetti avete nella categoria!
Comunque, al Belvedere down mitica mostra temporanea su Monet e Van Gogh, nonchè altri grandi dell'ottocento. WOWOWOW!

Cap.6: DEL BACIO PIU' APPASSIONATO E DELLA FIEREZZA NAPOLEONICA
Si passa al Belvedere up. Lunga camminata all'interno del parco del complesso museale, con annesso congelamento. Entriamo, altra tiritera per gli zaini e i cappotti, ma stavolta io m'imbuco in mezzo a dei giapponesi, che erano tantissimi, e manco li hanno controllati, mi abbasso un po' sulle ginocchia, tentando di non svettare tra quei nani gialli, e sorridendo con la faccia da ebete a tutti loro, mormorando "Arigatò, arigatò!", mi infiltro senza denudarmi e quando esco dalla nuvola nera di giapponesini, trovo Ornella che mi saluta con un inchino che fa molto geisha. E' scema o no? Iniziamo a vagare per le sale... sala 1, sala 2, capolavori bellissimi, avanziamo ancora e... tadàààà! IL BACIO!
Eh sì, trovarsi davanti all'immensa tela de "Il Bacio" di Gustav Klimt, be'... WOW. Davvero non c'è altro da aggiungere, se non una menzione speciale per l'emozione fortissima provata davanti a quel dipinto, così particolare nelle sue cascate di fregi dorati. Tuttavia, ero psicologicamente preparato a questa meraviglia, perchè sapevo bene che il Belvedere la custodisse, ma... non lo ero affatto per un'altra! Davvero un colpo al cuore m'è venuto, quando ho visto il mitico quadro di Napoleone a cavallo, di Jacque Louis David! Uno dei miei quadri preferiti in assoluto, visto che per me Napoleone è sempre stato un mito di fierezza, sfacciataggine, coraggio, arguzia e spirito di rivalsa! Incredibile la maestosità, la potenza sprigionata dalla tela e dallo sguardo dell'abile stratega... di nuovo WOW. E con il Belvedere s'è chiusa la lunga e deliziosa parentesi artistica dei musei viennesi, che c'hanno sorpreso per la loro efficienza, per le opere che contengono e anche per il personale!

Cap.7: MANGIARE SEDUTI PERBENE? E' UN OPTIONAL, W LE ZINGARATE!
La fame ci attanaglia le panze, appena usciti dal Belvedere. Urge una pappatoria, ma di ristoranti in quella zona... nemmeno l'ombra, però, però, però... ci sono dei minimercatini di Natale con tanto di graziose bancarelle di legno, che distribuiscono cibo ungherese a volontà! Mi faccio guidare dal mio naso, seguendo le scie dei vari profumini che mi si presentano sotto alle narici e alla fine, tipo cartone animato, comincio quasi a svolazzare a dieci centimetri da terra in direzione di una bancarella, da dove proviene un odore di patate, peperoni, cipolla, speck... madòòòò!! Mi avvicino e vedo una padellona enorme con dentro questo misto di roba, più tanto buon pepe e della gnocchissima paprika... a vederlo, sembra davvero buono. Chiedo alla simpatica tizia, che sta dietro al bancone, di che roba si tratti.
"Bojjuhshgishfdglshdjf!"
"Ah, ho capito tutto, grazie! Ma si mangia?"
"Ja!"
"Ok, allora 8 porzioni, per favore!"
"Ja, ja!" e la tizia ci riempie 8 vassoietti stracolmi di questa specie di stufato ROVENTE. Considerando che i vassoietti erano di carta, reggerli tra le mani per i primi 2 minuti è stato molto piacevole, con tanto di effetto scioglimento dei ghiacciai sui polpastrelli, ma dopo quei 2 minuti iniziali, facevamo le gare di salto in alto del vassoietto, era diventato ustionante! Per fortuna, ci ha pensato il gelo, dopo poco, a far scendere quella buonissima poltiglia ad una temperatura più accettabile alla pelle umana... comunque, se a Vienna vi offrono del Bojjuhshgishfdglshdjf, mangiatelo, perchè pure se non si capisce come cazzo si chiami quella roba, vi assicuro che è buona. Il tutto è stato annaffiato da una sana Cocacola ghiacciata riserva 2007, per la gioia del mio mal di gola, e da un bel cartoccio di castagne e kartoffel alla brace... slurpazzzz!

Cap.8: FABIANA:"UNA CORSA IN TRAM 2,20€???? VAI CON LO SCROCCO!"
Avevamo fatto tutti la mitica Vienna Card, appena arrivati il primo giorno, così da poter avere 3 giorni di infiniti viaggi pagati su tutti i mezzi pubblici, ma... come potete vedere dal titolo del post, io sto narrando le avventure del QUARTO giorno, quello SENZA la Vienna Card. Argh! Queste le confabulazioni, prima di salire su un tram che ci avrebbe risparmiato la camminatona fino alla famigerata ed immensa Karlsplatz.
"Come facciamo con il biglietto?" questa è Ornella, ligia al dovere.
"Lo compriamo a bordo, no?" questa è Alessandra, viva la praticità.
"Ma che vi preoccupate del biglietto? Piuttosto pensiamo quale tram prendere, che qua di sicuro ci perdiamo!" questo è Marco, sempre ottimista.
"Ma sì, ci ficchiamo in un tram qualsiasi, da qualche parte ci porterà..." questo è Diego, l'inno al menefreghismo ottimista.
"Uagliu', ma fatemi capire una cosa, ma di che state parlando?" questo è Marcello, che come al solito arriva sempre per "primo" a capire le cose.
"Di tua sorella, Marce'..." e questo sono io, che sono sempre adorabile con lui.
"Eccolo, eccolo!" questa è Karin, che si sbatte come una pazza, all'arrivo del tram D.
"E chi ce la fa ad alzarsi da qui, ho freddissimo, trascinatemi, vi prego..." e questa è Fabiana, lo sponsor ufficiale dei Po-Po-Po-Po-Polaretti.
Saliamo sul tram, io dico agli altri, quasi per convincere me stesso "Ma dai, stiamo tranquilli, in fin dei conti la Vienna Card l'abbiamo comprata alle 18:00 del primo giorno e ora sono ancora le 17:00, magari scade tra un'ora, no?" sì sì, come no, ma a me piace darmi questa parvenza di legalità nell'illegalità completa.
"Sì, mi sa che c'ha ragione Jack, dai, stiamo a posto, sediamoci..." aggiunge Ornella, che sembra quasi rassicurata.
"Oh, cacchio! Io non trovo più la mia Vienna Card!! A chi l'ho data?" dice Fabiana, con un tono bestemmiante.
"COSA???? E se non lo sai tu a chi l'hai data!" interviene maliziosamente Marcello.
"Imbecille, te la sei fregata tu?"
"E che faccio, il ladro di Vienna Card scadute?"
"E che ne so, tu sei tutto strano!"
Insomma, i due da che scherzano, quasi finiscono per dirsene quattro, al che le dico "Vabbè, compriamo un biglietto, no?" e Fabiana va vicino alla macchinetta per vedere quanto costasse.
"Ma stanno fuori!! Per fare cento metri dovrei pagare tutti 'sti soldi??? Una corsa in tram 2,20€?!?!? Vai con lo scrocco!" e zac! Si siede, tutta indignata, convinta di non voler assolutamente comprare quel biglietto e m'ha pure dato uno schiaffo sulle mani, quando mi stavo alzando per comprarlo per sicurezza! Niente da fare, ha preferito rischiare una megamulta di non so quanti euro, pur di non dare al ministero dei trasporti austriaco 2,20€... napoletana inside...

Cap.9: ALLO STUDIO DEL DR. SIGMUND FREUD...
Eh sì, proprio lì! E' stato davvero un sogno mettere piede nel primo studio psicoanalitico della storia! Poi, per uno psichiatra, poter dire di essere stato a casa di Sigmund Freud credo sia veramente il massimo...
Vedere tutte le sue foto d'epoca, la sua laurea, la targhetta che c'era fuori alla porta, con su scritto "Dr. Freud", il suo cappello, i suoi bastoni, il cappotto... e tutte le prime edizioni dei testi in lingua originale che io ho letto in italiano per i miei studi, le sue lettere, le ricette ai pazienti... e i mobili!! Insomma, veramente grandioso... unica nota stonata, ma da crepare dal ridere, Fabiana che urta una pila di cataloghi nella stanzetta adibita a bookshop, facendola spatasciare per terra con un tonfo sordo e raccapricciante, tanto che non le basta un semplice e disperato "Sorry!" per non farsi fulminare con lo sguardo dalla temibile addetta al negozio... imbranatona!!!

Cap.10: NON ANDATE AL CAFE' MUSEUM! C'E' LURCH DELLA FAMIGLIA ADDAMS CHE SERVE AI TAVOLI!
Decidiamo, dopo l'immensa camminata per tornare al centro dalla casa-studio di Freud, di rifocillarci con un'ultima fettona di torta, prima di dirigerci verso l'aeroporto, dove ci toccherà passare la notte. Del resto, l'ora di cena è alle porte e la fame si fa sentire. Meta da raggiungere: il Cafè Museum, altro localino storico del centro di Vienna. Entriamo. L'impatto è molto positivo, solito arredamento in stile, atmosfera calda e silenziosa, bella vetrinetta di dolci, profumo di thè... insomma, ci piace. Cerchiamo un tavolino appartato e ci sediamo tutti e otto, ma nemmeno il tempo di sederci per benino, che vediamo arrivare dall'altra sala un pezzo d'uomo enorme, tetro da morire, con la capoccia quadrata e le spalle ricurve, pallido più che mai.
"Ragazze, attente, quello è Lurch degli Addams..." e indico il megacameriere con un cenno della testa, cercando di farlo in maniera discreta, ma ogni mio sforzo è stavo vanificato dalla risataccia pazza di Fabiana, che aggiunge:"Madò!!! Identico!!!" e ride, ma ride di brutto, quando, ormai dimentichi della discrezione, Marcello, Diego ed io cominciamo a fare sotto al tavolo la classica musichetta con lo schiocco di dita "Taratatan! Schiok Schiok! Taratatan! Schiok Schiok!".
Arriva Lurch a prendere le ordinazioni. Partiamo tutti con fetta di torta e thé. Dopo un po', lui ce le porta, ma nel frattempo le ragazze hanno deciso di voler mangiare prima qualcosa di rustico, quindi, accantonano le fette di torta da un lato del tavolo e si tuffano con la testa nel menu, alla ricerca di qualcosa di salato e sostanzioso. Non sto a dirvi che cosa sono state capaci di ordinare! Lurch passava ogni tanto davanti al nostro tavolo e guardava tutto incuriosito le torte ammucchiate da un lato, tanto che ad un certo punto si è avvicinato e ha chiesto se ci fossero problemi, con un'aria tra il minaccioso, del tipo "ora vi azzecco le torte in faccia, se non le mangiate subito", e il preoccupato, del tipo "se non mangiate subito le torte, zio Fester mi licenzierà!!". Gli dico che è tutto a posto, gli faccio le nuove ordinazioni e lo ringrazio. Appena si gira, faccio spuntare la mia mano da sotto al tavolo e faccio, appunto, Mano, sfilando il menu dalle mani di Ornella, che fa un salto di paura! Non sto a dirvi come m'ha chiamato. Zozza.
Discutiamo sulla vita grama del povero Lurch, tanto che alla fine della magnatona, decidiamo di lasciargli una lauta mancia, visto che in un locale immenso abbiamo visto solo e sempre lui piroettare tra i tavoli, con tanto di sfasciamento di due tazze, forse proprio perchè era sfinito... ma... quando stiamo per andar via, e dopo aver messo la pattuita sonora mancia nel piattino, vediamo arrivare dal nulla un altro cameriere, uno che per le due ore che eravamo stati lì a mangiare come porci e a scrivere cartoline (i cui francobolli io ho appiccicato con dello chicchissimo thé all'arancia, le fortunate che l'hanno ricevuta sanno!) non s'era mai e dico MAI visto! Appena ha adocchiato i soldi dal suo nascondiglio segreto, però, è sgattaiolato fuori e se li è arraffati tutti come un topastro malefico, sotto gli occhi tristi e sciagurati del povero Lurch... che scena pietosa, mi è andata tutta la Truffel torte di traverso, mi sono intossicato! Mai più al Cafè Museum, sono troppo sensibile!

Cap.11: IL CAGATOIO PER I CANI, SIMBOLO DELLA CIVILTA' MITTELEUROPEA
Non so se in altre città d'Italia ci siano, ma a Napoli di sicuro NO. Parlo dei cagatoi per cani, ovvero degli spazi sterrati e recintati, dove i cani possono soavemente scagazzare in tutta libertà, senza preoccuparsi di imbrattare il suolo demaniale. E la cosa ancora più grandiosa, poi, è che, grazie a questa superinvenzione, a Vienna non bisogna fare lo slalom gigante tra le merdazze, quando si cammina sui marciapiedi, per evitare di ritrovarsi con le scarpe sporche di "mousse au chocolat"... unico inconveniente, dentro a 'sti cagatoi i cani si scannano come belve feroci! Sapete quando per strada s'incrociano due cani e i padroni danno i numeri? Ecco, immaginate una scena così, moltiplicando le abbaiate per 20 e gli strilli dei padroni pure. Una poesia per le orecchie.

Cap.12: AEROPORTO DI VIENNA. LA CIOFECA DI TUTTI GLI AEROPORTI, MA CHE INCONTRI...!
Dopo essere tornati a prendere le valigie al nostro hotel, dove fortunatamente non c'era di turno alla reception la signora Left & Right, ci siamo fatti l'ultimo viaggio a scrocco sulla metro, intorno alle dieci di sera, nella desolazione più totale, fino ad arrivare al terminal del CAT, il nostro trenino Cat Stevens, che ci avrebbe portato all'aeroporto. Treno deserto, praticamente viaggia solo per noi. Che lusso, ragazzi, oh...
Sul treno siamo un po' tutti attapirati, si respira aria da fine vacanza, ma... dopo abbiamo scoperto che ci sarebbe stato un motivo ben più grave per attapirarsi... infatti, l'aeroporto di Vienna, che, in quanto capitale europea, uno se lo aspetta gigantesco e superattrezzato, è in realtà una cofecchia di aeroporto, dove se ci sono 30 sedie in tutto è davvero troppo.
E, che lo dico a fare, tutte e 30 sono occupatissime, al momento del nostro arrivo. Considerato che si dovrà passare la notte lì, la prospettiva di stare in piedi per circa 6 ore davvero non ci alletta... ed ecco l'attapiramento!
"Noooo... io lo sapevo, e ora come facciamo???" si lagna Karin.
"Non ti preoccupare, ora vediamo cosa si può fare, vado a fare un giro" le rispondo, tentando di non farla cadere in rapida depressione per la mancanza di posti a sedere.
"Marce', la vedi la vecchia seduta laggiù con la bambina?"
"Sì... dici che sta crepando?"
"Jamm bell', scemo... vai a sederti là per terra di fronte a lei, ha una bambina, non credo che passerà la notte in aeroporto, magari tra un po' si alza e cominciamo ad accaparrarci le prime quattro sedie..."
"Sei veramente uno stratega, oh..