E' da un po' che ad intermittenza lampeggiano luci blu dalla finestra dell'ultimo piano del palazzo di fronte e i miei occhi ne sono inesorabilmente catturati senza che io possa far niente per impedire loro di far roteare le pupille fin lì. C'è qualcosa in quei lampi che non mi convince del tutto e che rende la mia attenzione morbosa, come se la curiosità che mi sta nascendo dentro sia una specie di malattia che a poco a poco dilanierà il mio corpo, se non scoprirò l'antidoto, la provenienza di quelle luci. Luci di un vecchio televisore, ho creduto dapprima; ma le avevo solo guardate. Poi, le ho osservate fino ad un istante fa. Rifletto. Riflettono schegge di luce. Deve esserci qualcosa di più intenso di un semplice bagliore di uno schermo, racchiuso in una scatola magica dal design un po' fuori moda, a generare quei flash intensi, che si stagliano sulla fetta di parete bianca visibile da quassù.
Prendo il binocolo, residuo bellico di mio nonno, quando stava su in collina a dirigere la batteria della contraerea.
L'impugnatura è di pelle consumata, al tatto mi fa quasi schifo: è come se, stringendo quest'arnese tra le mani, il sudore di chi lo ha stretto con paura, in quelle ore passate a scrutare il cielo alla ricerca di sagome volanti, americane prima e tedesche poi, scivolasse per osmosi al di sotto della mia pelle, ostruendone i pori con la sua consistenza mortifera e appiccicosa.
E ora che sto sbirciando in una casa a me sconosciuta con questo ageggio antidiluviano mi chiedo che senso abbia la mia curiosità, se questa debba farmi star male; ho la nausea.
Continuerà?
[Edit: Sì, sì, ora continuo]
E' una nausea nera, puzza nel mio corpo e attanaglia le viscere fino a renderle poltiglia simile a petrolio, catrame, bitume. L'intestino è d'asfalto e su questa strada irta e piena di curve strettissime risalgono al mio stomaco e poi alla mia bocca, corrodendomi l'esofago, gli umori di una digestione inoltrata, che come un salmone testardo in un fiume in piena, rifà al rovescio il suo percorso gastrico e vuole tornare su questo mondo uscendo dalla parte sbagliata del mio corpo. Si caga dall'ano, non dalle labbra, eppure ci sono spesso parole che sanno di merda e forse escono fuori in momenti come questo che sto vivendo io adesso, quando ci si sente la bocca impastata di sterco nauseabondo e si ha solo voglia di sputare per salvare almeno la lingua da quel tanfo schifoso.
Schiudo le labbra, io non sputo mai, forse non so nemmeno sputare come si deve; i muscoli della mascella si tendono appena, la lingua si contrae come un piccolo pistone e tutta la mia cavità orale spinge giù dalla finestra un gocciolone di saliva biancastra, che si posa con poca grazia su una foglia delle disordinate piantine della vecchia signora del piano di sotto; il pollice verde non ce l'ha, la vecchia, ma si ostina a riempire il suo balcone di poveri fiori, che dopo un paio di giorni muoiono di secchezza e al loro posto cresce un'erbaccia maligna e rigogliosa, che se ne frega dell'acqua che non le viene data da quelle mani rugose e inanellate: cresce lo stesso, lei, nonostante io la maledica ogni giorno, perchè m'infastidisce solo a guardarla; e mentre gliene dico quattro, un filetto di bava, come uno yo-yo, risale di scatto alla mia bocca, da che era penzoloni, residuo dello sputo: l'ho detto, io, che non so sputare. M'asciugo con il polso, i peli scuri del braccio si piegano e si scompongono sotto lo strusciare della pelle sulle labbra umidicce, mentre in tutto questo non ho staccato un attimo gli occhi dalla finestra con le luci blu.
Una folata di vento improvvisa ne apre un'anta e una mano dalla pelle bianchissima si affretta a richiuderla; una mano di donna.
"Aspetta, non chiudere!!" grido senza nemmeno rendermi conto di quel che dico e l'eco della mia voce si diffonde lungo le rampe buie del parco, ingigantendosi ed espandendosi a dismisura attraverso il silenzio della notte inoltrata. La mano che poco prima ha chiuso la finestra ritorna ad aprirla e indugia nell'aria, tendendo il palmo verso l'alto, come se volesse vedere se stia piovendo; eppure la serata è limpida, mi dico. E' forse un messaggio in codice? Un tentativo di comunicarmi qualcosa? La mano, infatti, resta lì, ferma a mezz'aria: riesco a vedere da quassù soltanto lei, il polso, l'avambraccio fino al gomito, poi niente più, quasi come se quel braccio di donna abbia vita propria, staccata da ogni residuo di corpo umano, e fluttui nell'atmosfera con una tale facilità che, se non sto attento, me lo trovo a breve qui davanti agli occhi, pronto a darmi un pugno in pieno viso.
La mano, poi, rientra dentro all'improvviso, ma dopo un attimo fa di nuovo capolino dalla finestra socchiusa e di scatto alza il dito medio in mia direzione con una mossa stanca e sciatta. Per un momento resto immobile e sbarro gli occhi, così che la mano si agita con quel dito che sembra quasi raggiungere la piena erezione, ingigantendosi a dismisura davanti al mio sguardo allucinato. Mi ritraggo, indispettito, imbarazzato e stupito, mentre il tintinnio di una ventina di braccialetti metallici attorno a quel polso impertinente di donna risuona nello spazio d'aria tra i nostri due palazzi dirimpettai. La ragazza, poi, s'affaccia, alza su gli occhi per vedermi meglio, lei che evidentemente doveva già avermi notato prima a curiosare in casa sua con tanto di binocolo; ora, però, mi scorge a malapena; sono al buio e più in alto di lei e se resto immobile, così nell'oscurità, non può vedermi, la mia posizione è di vantaggio. E' inutile che ti sporgi, baby, e quel dito medio sai anche dove puoi ficcartelo, se ci riprovi a tirarlo fuori. Stavo solo guardando le tue luci blu, non te, non illuderti, che tra l'altro potresti anche metterti un po' a dieta, ora che ti guardo meglio. Cicciona presuntuosa che non sei altro, di bello hai solo quella splendida luce blu, per il resto sei da buttare; e vorrei capire cosa ci faccia in casa con te, quella meraviglia di luminosità e colore.
Mi scappa uno starnuto, che trattengo a stento. Mi muovo e, cazzo, mi vede. Si agita, si sporge, i seni le si schiacciano sul davanzale, mentre tenta di guardare in alto verso di me.
"Ehi, tu? Tu! Ti ho visto, sai? Chiamo la polizia, se non la smetti con quel binocolo, è chiaro? E' chiaro?!?" ma non le rispondo, odio i toni di voce incazzati e striduli. Semplicemente tiro fuori il mio avambraccio e le alzo il dito medio, agitandolo come faceva lei poco fa e ridendo in maniera quasi isterica, giusto per ricambiarle il saluto alla sua maniera.
"Stronzo!" mi urla, e tira forte le imposte di legno a sè, chiudendomi fuori dal suo mondo e impedendomi di ammirare ancora un po' quella meravigliosa luce blu.
Accendo lo stereo e Dave Gahan mi canticchia nelle orecchie che "non riesce ad averne abbastanza" e succede pure a me, I just can't get enough.
Questo racconto è il seguito di "Valparaiso" ed è anch'esso frutto della mia fantasia, anche se in parte mi sono ispirato ad avvenimenti storici realmente accaduti nel Cile degli anni '70 e a personaggi veri, alcuni immediatamente riconoscibili, altri camuffati con nomi differenti. Il mio Victor Mendez, infatti, altro non è che Victor Jara, regista e cantautore cileno, vittima del regime di Pinochet, per il suo modo originale e profondo di contestarne le scelte.
Se qualche appassionato di Storia troverà delle ovvie incongruenze temporali e spaziali nel mio scritto, dunque, non sarà frutto di "ignoranza", ma di un giocoso tentativo da parte mia di immaginare i corsi storici diversamente da come il Destino li ha voluti.
Il mio debito, oltre che con il Destino, è anche nei confronti di Sting, che con due sue bellissime canzoni mi ha accompagnato in questi viaggi fantastici della mente.
THEY DANCE ALONE
Racconto momentaneamente rimosso per esigenze editoriali. Pardon!
Pietro, la sua chitarra e due voci ignote a fargli compagnia
Stava girando l'Italia in treno. Così rispose ad una strana signora occhialuta e un po' fuori di testa, che gli si era seduta accanto, prendendo ad osservarlo e chiedendogli con poca discrezione da dove venisse e cosa ci facesse lì tutto solo. Le diede rapide e gentili spiegazioni, continuando a strimpellare un pezzo di Bob Dylan su quella panchina di ferro battuto, davanti alla Certosa di San Martino. Erano le prime ore del pomeriggio di ferragosto e la città era come intorpidita dalla calura e dalla dolce pigrizia estiva. Pietro, così aveva detto di chiamarsi. Ventisei anni di libertà, giovinezza e sogni, era giunto fino a Napoli, dopo essere stato una settimana a ballare la taranta in Salento e a girare per le meravigliose spiagge della Puglia, dove aveva conosciuto persone, amato ragazze, ammirato paesaggi, vissuto notti senza fine tra canti e allegria di sconosciuti dal cuore caldo e dalla parlata caratteristica. Sembrava un tipo molto curioso della vita. Bevve un sorso della sua Tuborg, poggiò piano la lattina sulla panchina, quasi non volesse sciupare il breve silenzio intorno con il tintinnio della latta sul ferro, e s'asciugò delicatamente con il dorso della mano una gocciolina di birra all'angolo della bocca. Era seduto sullo schienale di quella stessa panchina, piedi ben piantati sulle doghe di metallo, e suonava guardando il panorama, talvolta trapassando con gli occhi il Vesuvio e il mare, talvolta chiudendoli, stretti, quando la voce richiedeva maggiori sforzi per uscire dalla sua smilza cassa toracica. Non era stonato, no, ma il suo timbro vocale era flebile, poco addomesticabile ai picchi di certe melodie che si ostinava a riprodurre. Sorridevo nel vedere le smorfie del suo viso contratto accompagnare la tensione della giugulare, che era lì sotto pelle, ad esplodergli nei muscoli del collo. Sporco a vedersi, chissà da quanto non si facesse una sana e bella doccia, quel ragazzo era l'emblema della trasandatezza, dell'incuria d'artista; eppure il suo aspetto, nonostante tutto così aggraziato, lo faceva sembrare un candido angelo, capitato lì per chissà quale missione di bene. Capelli biondi, non troppo lunghi, ma raccolti in un codino dai riccioli ribelli, pochi fili di barba incolta ad incorniciargli il mento, occhi di un azzurro delicato e lineamenti nordici; una magrezza che traspariva dai jeans strappati, quelli un po' a zampa d'elefante, e dalla larga maglietta bianca di lino sdrucito, decorato con motivi indiani beige ai bordi delle larghe maniche, che facevano sembrare le sue dita snelle delle piccole piume che spuntavano fuori da ali di tessuto. La pelle chiara, leggermente dorata dal sole, e una timidezza evidente, che riusciva a vincere solo con la chitarra tra le mani e la mente concentrata sui testi dei pezzi che suonava.
Un hippie dei nostri giorni, a vedersi. Sicuramente una persona in pace con il mondo, forse un po' meno con se stesso. L'ascoltavo parlare di sè a quella donna stramba, che, tra una canzone e l'altra, insisteva nel fargli domande di continuo. Da quei racconti fugaci che le regalava, avevo immaginato stesse scappando, forse dalla sua Milano, da dove diceva di provenire; una fuga dalla sua vita di tutti i giorni, probabilmente troppo stretta per uno come lui. S'era laureato da pochi mesi ed era senza lavoro. Aveva scelto di regalarsi un ultimo sprazzo di libertà totale, credo. Lei l'ascoltava affascinata e cercava di trovare appigli nella conversazione, per potergli narrare qualche suo aneddoto di poco conto, quasi non volesse sfigurare con la sua vita misera e sempre uguale, a paragone con quella del ragazzo di fronte a lei. S'aggiustava i capelli grassi con continui e nervosi tocchi delle mani, giocherellando con i sandali un po' rovinati, con un vezzo di inutile e comunque tenera vanità di donna, visto il suo aspetto davvero poco grazioso. Sembrava molto sola, lei, e affatto in grado di reggere quel suo stato di solitudine, forse cronica; cercava un po' d'umanità, lì, su quella terrazza di San Martino, e quel ragazzo biondo, nella sua distaccata, ma cortese gentilezza seppe infondergliene di certo.
Steso sulla mia panchina con gli occhi al cielo, a meno di un paio di metri di distanza da quella dove c'erano lui e la donna, ascoltavo all'ombra di un pino marittimo i loro insoliti discorsi, intervallandoli con i miei pensieri, ogni tanto compatendo il giovane musicista, che stava sopportando quella specie di interrogatorio con tanta, rassegnata pazienza.
"Don't you know they're talkin' 'bout a revolution... it sounds like a whisper...", tirai su la testa di scatto dal mio giaciglio metallico. Mi guardai le mani, che avevo usato come cuscino di carne, e avevano i segni rossi delle doghe di ferro sui dorsi; mi facevano un po' male, ma smisi subito di pensarci, catturato da quel giro di Sol. Mi è sempre piaciuta quella canzone di Tracy Chapman, ero curioso di ascoltare come l'avrebbe fatta. Un sinistro dolorino alla schiena nel mettermi in posizione eretta. "Certe posture scomposte non fanno più per me", pensai, eppure mi succede che ogni volta dimentico di non essere più una specie di fachiro e se ho voglia di relax, m'appollaio dovunque, nelle posizioni più impensabili, così come facevo quand'ero piccolo, che andavo a rintanarmi nei posti più strani per star da solo a giocare o ad immaginare fantastici scenari in cui proiettarmi.
Pietro mi vide tirarmi su con la coda dell'occhio e si girò verso di me, gli sorrisi, tenendo il tempo con un piede e osservando le sue mani sulle corde della malandata chitarra classica, che teneva in grembo.
Mi fece cenno con la testa di aiutarlo con la voce, di cantare con lui, mentre nel frattempo due turisti francesi s'erano fermati ad ascoltarlo, affacciati alla ringhiera del belvedere, commentando tra loro la scena... riuscivo a cogliere qualche frase. Così come un'altra signora sulla sessantina, insieme al suo cane, un claudicante pastore tedesco con degli occhi dolcissimi e, nonostante l'aspetto vecchiotto, molto fieri. Mi feci coraggio e mi sedetti anch'io sullo schienale della mia panchina, pronto a dare man forte a quel Pietro; picchiai le mani a tempo sulle mie cosce e iniziai a cantare con lui. Sensazione di libertà, dapprima soffocata da un impeto di inattesa timidezza, poi esplosa in tutta la sua potenza, trasportata dalla mia voce, che se ne andava in giro, spensierata. La cantammo tutta, venne bene. Mi fece il gesto di battergli il cinque.
"Ti va di continuare a cantare con me? In due viene meglio" e mi offrì una stretta di mano amichevole e informale, con la sinistra, presentandosi. Strinsi anch'io con la mano sinistra la sua, sporgendomi verso di lui, in precario equilibrio sulle assi di ferro ricurve, e gli dissi il mio nome.
Mi chiese, poi, se conoscessi "Wish you were here" dei Pink Floyd. "Domanda retorica, vero?", gli risposi, sorridendo, e lui calò gli occhi sullo strumento; iniziò ad arpeggiare.
"So... so you think you can tell heaven from hell, blue skyes from pain..." si fermarono due ragazze sulla trentina ad ascoltarci, una di loro iniziò a cantare con noi, carina. L'altra amica, più riservata, s'appoggiò all'albero e restò ad ascoltarci, divertita. Intorno non si sentiva altro che la nostra musica riecheggiare nel piazzale, mentre l'autista di un pullman di turisti accostava al marciapiede, per far scendere una ventina di biondissimi tedeschi. C'ascoltarono anche loro, qualcuno ci fotografò, forse pensando fossimo artisti di strada che facessero sempre questo, magari per racimolare qualche soldo. La cosa carina fu che non mi dispiacque affatto esser preso per un vagabondo o chissà che... è la terza volta che mi succede di fermarmi a cantare con degli sconosciuti in strada, evidentemente prima ero davvero una specie di menestrello, tipo il mio adorato Cantagallo di Robin Hood, e così facendo dò sfogo alla mia vera natura... chi lo sa?
Qualcuno ci sorrise amichevolmente, qualcuno canticchiò sottovoce insieme a noi tre, ormai affiatati, altri ci guardarono semplicemente incuriositi, ammirando nel frattempo i dedali di Spaccanapoli dipanarsi sotto al costone di roccia dov'eravamo tutti. Una leggerissima brezza trasportava la nostra musica nell'aria e c'era pace intorno, un'armonia tra uomini e terra, che faceva venir voglia di ringraziare chissà chi o cosa per quel momento di calma universale.
E tu, chissà chi o cosa, concedicene di più, di questi momenti, se davvero esisti, lassù o dovunque tu abbia deciso di nasconderti. Che ti costa, dico io...?
Questo racconto, comunque, è storia vera e non so perchè mi sia tornato in mente proprio stanotte il ricordo di quel pomeriggio, ma ne sono felice, così rimarrà indelebile sottoforma di parole, scritto qui, e potrò sorriderne chissà quante altre volte, rileggendolo... queste sono le emozioni intense che solo la mia città sa darmi e da nessun'altra parte andrei a cercarle.
How I wish
How I wish you were here
We're just two lost souls swimming in a fish bowl
Year after year
Running over the same old ground.
What have you found?
The same old fears
Wish you were here...
Quella mattina lo svegliò il profumo del caffè appena macinato. Scese a piedi nudi dal letto, infilò velocemente un paio di jeans, lasciati la sera prima sgualciti a terra, e uscì dalla camera di lei, sbadigliando, sornione. Nel corridoio c'era la scia di quei chicchi ridotti in polvere dal macinacaffè, un vecchio arnese del dopoguerra, che nella sua cucina rustica "Sta benissimo!", come disse Ginevra, quando lei e Alberto lo avevano ritrovato, avvolto tra vecchi fogli di giornale in uno scatolone in soffitta, a casa dei genitori di lui. Alberto, sorpreso dall'entusiasmo di lei di fronte a quell'oggetto vecchio, glielo aveva regalato, scherzando su quanto fosse prezioso quel cimelio di famiglia tutto pieno di polvere.
"Guarda cosa c'è scritto qui...", gli disse, poi, Ginevra, quel pomeriggio, sistemando un foglio di giornale spiegazzato.
"Cosa...? Fa' vedere...". Alberto prese quella pagina ingiallita dalle mani di lei, tutte eccitate, e lesse ad alta voce "Only you dei Platters invade il mercato discografico italiano ed è subito uno strepitoso successo", l'articolo continuava con la descrizione della scalata della hit parade della romantica ballata americana.
Alberto si tirò su dal pavimento, dov'era inginocchiato a scartare vecchi oggetti; l'abbracciò forte e iniziarono a ballarla in soffitta, quella canzone, attenti a non urtare con la testa sotto al basso solaio, con un delicato raggio di sole a scaldare per loro l'ambiente angusto, che sapeva di umido.
Il mondo intorno era sparito, mentre lui le sussurrava nell'orecchio, sorridendo, cantandole piano le parole del vecchio brano dei Platters, parole che in quel momento erano solo per lei... "only you".
Erano passati pochi giorni da allora e, quella mattina, l'odore del caffè risvegliò in Alberto il recente e dolce ricordo. Sentì il desiderio di lasciarsi incantare da uno di quei sorrisi che solo lei sapeva regalargli.
S'affacciò silenziosamente nella cucina di casa di Ginevra. E la vide.
Ginevra, infatti, era lì, nel suo pigiama di cotone celeste e pizzo, intenta a riempire la moka con la miscela di caffè. L'annusava e lo rimestava con il cucchiaino, come fosse preziosa polvere d'ebano. Pochi passi e Alberto le fu vicinissimo. L'abbracciò da dietro, quasi spaventandola, con un "buongiorno" sottovoce, poggiandole il mento su una spalla; canticchiando per lei, la respirò, premendo il naso contro il suo collo. La pelle sapeva di mandorle, il suo bagnoschiuma le lasciava addosso quell'odore di purezza quasi infantile, che la rendeva adorabile, da mangiare, potendo. La strinse di più, carezzandole il ventre e facendola ondeggiare al ritmo di quella canzone...
"Only you and you alone can thrill me like you do... and fill my heart with love for only you..." la baciò con un piccolo, spiritoso caschè. Era bellissima.
"Mi farai cadere tutto il caffè per terra, scemo..." gli sorrise, goffa e intimidita, ma con il cuore a mille, mentre con il cucchiaino ricominciava a riempire la moka con una lentezza quasi stordita. Non riusciva a concentrarsi nemmeno per fare le cose più insignificanti, quando lui le stava così addosso. Il suo corpo e la sua mente erano tesi in uno spasmo di sensi, per cercare di cogliere ogni minima sfumatura di quello scambio di intese, come se tra loro scorresse un misterioso fluido, di cui non doveva andar persa nemmeno una goccia.
"T'aiuto, vuoi?" e senza che Ginevra potesse rispondere, e gli avrebbe risposto di certo di andarsi a sedere a tavola o niente caffè, Alberto le prese la mano destra e con la sua l'accompagnò nel riempire la macchinetta dell'ultima cucchiaiata di caffè, per poi chiuderla con forza e adagiarla sul fuoco ancora spento.
"Sarà una schifezza, dopo lo berrai solo tu, t'avverto..." disse lei, con finto tono stizzito; doveva far sempre la dura, e stava facendo la sua parte anche in quel momento, mentre puliva il piano da lavoro della cucina; gli diede, poi, un colpetto sul basso ventre con le sue natiche, coperte solo da un pantaloncino di leggerissimo cotone. Amava stuzzicarlo con quei piccoli gesti intrisi di sensualità.
Il contatto fu breve, fugace, provocante. Alberto non aspettava altro. La trattenne per il bacino e strusciò il suo corpo sul suo fondoschiena. Giocò con l'elastico dei pantaloncini di Ginevra, infilando al di sotto di questi le sue mani. I suoi fianchi e il suo ventre erano lisci come seta d'oriente. Erano vibrazioni di muscoli morbidi al suo tatto e per questo Alberto non smetteva di carezzare la pelle di quella donna, che pian piano si stava abbandonando a lui, di nuovo, come era accaduto durante la notte che era appena trascorsa e che li aveva spiati per ore a far l'amore in penombra.
"Non combineremo più niente di questo passo, lo sai, vero..." gli mormorò lei, straziata dal piacere di quelle mani che la stavano percorrendo ovunque, senza alcun pudore.
"Vorrà dire che rimanderemo i nostri impegni a tempi migliori... io non posso aspettare... e credo nemmeno tu, sai...". Le chiuse le mani con forza sui seni, la sentì gemere a labbra serrate. Abbandonò per un istante la presa, amava creare piccoli vuoti d'attesa nella pienezza della passione; le morse il collo, e poi ricominciò a stringere le sue forme delicate. La pelle le si arrossava per quelle carezze così decise, implacabili, e il sangue affluiva nelle zone attaccate da quelle incursioni roventi delle dita di Alberto, rendendole le fibre ipersensibili al suo tocco. Ginevra non aveva voglia di resistergli nemmeno stavolta. Si lasciò voltare verso di lui, che la prese in braccio e l'adagiò sul mobile del lavello. Era seduta in bilico, a gambe strette, su quel gelido piano di granito e mattonelle di cotto. Alberto la guardò, come un pittore che guarda la sua tela bianca e deve decidere da dove iniziare nella posa del colore. I suoi occhi fissarono le bretelline della canotta di lei.
"Queste non servono, vero...?", la domanda le parve decisamente retorica e annuì, senza parlare, solo incuriosita da quei suoi modi così sicuri. Lo guardava e aspettava, fremendo, una sua mossa. Lui le si avvicinò, insinuandosi con il torace tra le sue ginocchia, dilatandole con gentili carezze le cosce, che gli riempirono le mani, allorchè se le portò attorno al bacino. Ginevrà gli si avvinghiò addosso con un bacio a labbra schiuse, sinuosa. E mentre le lingue s'intrecciavano senza scoprirsi troppo, Alberto rincorse un brivido con le dita sulle braccia di Ginevra, ridisegnò con le mani aperte la sua spina dorsale e poi le fece risalire verso l'alto, con i lembi della canotta stretti tra le dita, fino a lanciarla a terra, restando a guardare i capelli di lei, arruffati dalla veemenza della svestizione.
La donna sollevò le braccia e toccò con la punta dei polpastrelli i pomelli del pensile sopra la sua testa. Ci si aggrappò, poi, chiudendo gli occhi e riaprendoli di scatto in quelli di lui, neri e attenti, mentre i suoi erano chiari e brillanti come due lampi a ciel sereno. Inarcò la schiena, offrendo il suo seno alle labbra di Alberto, che lo assaggiarono avidamente, baciandone le curve, succhiandone le calde escrescenze tumefatte dal desiderio, mordicchiando la pelle tesa dalla voglia di eccedere ancora una volta in giochi invitanti senza fine. Erano bravi, insieme, a lasciarsi andare alla ricerca di qualsiasi piccolo dettaglio che potesse acuire la loro voglia di scoprirsi e di darsi quelle scariche elettriche, che si sentivano scorrere dentro, ogni volta che i loro corpi si sfioravano, anche solo per caso.
"Show me how you do that trick..." sussurrò lei, con malizia, alludendo a quel loro gioco di parole di qualche sera prima. Alberto si scostò appena dalla sua presa, le scivolò con la testa tra le gambe e prese tra le mani una manciata di caffè, che sparse sull'inguine della donna, velato da un sottile slip grigio, di tessuto semitrasparente.
Soffiò sui granelli di caffè e li disperse sulla pelle delle cosce di lei, che scottavano all'idea di quella barba così vicina, così pericolosamente vicina... aprì la bocca in un piccolo morso e i suoi denti affondarono tra il velo e la carne, mentre l'odore dolce di lei gli penetrava il naso.
"The one that makes me scream..." continuò lei, incitandolo con quel loro codice segreto a continuare il gioco. E Alberto non si lasciò pregare, assaporandola con impeto. La voleva stravolgere ancora una volta, gli piaceva da impazzire quell'espressione di impetuosa follia che le tirava gli angoli della bocca, che le faceva mancare il fiato fino a che un urlo non le scoppiasse in gola.
Ginevra gli tirò i capelli, affondò le mani tra quei ricci neri, stringendogliele intorno al viso, graffiandolo quasi, per tenere quel respiro di uomo dentro di lei. La riempiva e la inondava di frizzante anidride carbonica, che le volava fin su al cervello, intossicandoglielo di sensualità.
Lo supplicò di smettere, all'improvviso, di baciarla; voleva sentire sulla sua quella bocca che la stava annientando, niente di più in quel momento, solo un bacio, uno di quelli che non si dimenticano.
E lui la baciò, pretendendola addosso, tenendola tra le braccia nell'unicità di quei momenti rubati alla realtà, trascinandola sul pavimento di quella cucina, a far l'amore tra piccole briciole di pane e un complice raggio di sole mattutino a scaldargli i corpi, già fusi all'unisono...
You
Soft and only
You
Lost and lonely
You
Just like heaven...
Forse scappi. Sì, perchè no, è intrigante da pensare che sia così, potrebbe voler dire che hai paura di quel che ti direi, se tu ora fossi qui. O forse più semplicemente hai altro a cui pensare, il che è la meno bella di certo tra tutte le mie congetture, ma sa più di realtà. Sapore amaro, ma che digerisco bene, e non per abitudine; è che i sapori forti non li disdegno. Chissà tu che sapore hai.
Difficile pensarti, complicata come sei, così come ancora più difficile è smettere di farlo. Ogni tanto ci provo, lo sai. Queste cose, del resto, non posso nemmeno dirtele personalmente, il che è abbastanza frustrante, puoi capirlo... è che scapperesti ancora più lontano, se solo io ci provassi... tuttavia... si può più lontano di così? Di persona, però, forse faremmo altro, ora che ci penso, no? Quindi, tempo per parlare nemmeno ne avrei. Anzi, togliamoci quel "forse". Faremmo sicuramente altro di persona, perchè so che vorresti che accadesse almeno quanto me, quello che qui chiamo "altro", ma a cui darei un altro nome, se lo potessi pronunciare sulla tua pelle. Abuserei del verbo volere, avendoti davanti. Abuserei delle tue labbra, ne farei incetta, fino a consumarle, per poi sorriderci su, soddisfatto di quanto esse siano gustose... e finalmente mie. Sogni. Stupidi, vuoti, insensati ed inutili sogni.
Se scrivo, però, se invento storie, versi e racconti, o anche se solo mi racconto nelle mie quotidiane idiozie, ti lascio fuori, sei lontana, non mi tocchi... e ho quasi una paterna compassione per la mia stupidità, adesso che ho avuto questa "brillante" pensata di tenerti lontana da me con la catarsi da scrittura. Sorrido, dandomi del povero ingenuo, di questa mia poco salda convinzione d'invincibilità, quella che mi pervade interiormente, quando credo d'esser forte e d'aver chiuso definitivamente la partita... e invece è proprio allora che sono più debole di sempre. Proprio allora, come ora.
E tu sei uno schianto, me lo ripeto ormai da un po'... un vero, dannatissimo schianto.
Sparisci, per favore, mia persecuzione senza fine, o dimmi che mi vuoi. Dimmelo solo una volta, e dimmelo addosso...
Racconto momentaneamente rimosso per esigenze editoriali. Pardon!
Il video che vedete su è stata la mia preziosa fonte d'ispirazione per il racconto: è l'ultimo spot della Bmw, spot che io trovo semplicemente splendido ed evocativo, per le immagini e per la musica.
A proposito, il titolo della colonna sonora è:
"Finale" - James Newton Howard
Il brano è tratto dalla colonna sonora del film "Collateral".
E stanotte vorrei anch'io ali d'angelo per volare lontano.
La lettura di questo racconto è sconsigliata alle persone particolarmente pudiche, ai minorenni, nonchè ai maniaci sessuali.
Persone e fatti sono di pura fantasia (malata, lo so), quindi, inutile che state a maligna' con gli spetteguless.
E chi vuole leggerlo, invece... faccia partire la musica, la trovo indispensabile per creare l'atmosfera giusta che ho immaginato io... ;)
Cominciava a far davvero tardi, quella sera, ma Ginevra non aveva voglia di andar via dal beauty center.
Una notte strana, la notte scorsa, passata sul divano di casa di Claudia a parlare con un uomo per lei quasi sconosciuto, uno di quei tizi divertenti e strambi che s'incontrano alle feste di amici in comune e che poi probabilmente non rivedi più per anni.
A chiacchierare per ore di tutto, con naturalezza, come mai era successo prima tra loro due, presenze note l'una all'altra solo per aspetto fisico e pochi dettagli caratteriali, che non fanno una vera conoscenza. Eppure, lo strano feeling di quella notte, passata a raccontarsi nel vociare blando di una festa ormai finita, Ginevra non l'aveva ancora lasciato andare via dalla sua memoria. S'era sorpresa della sua stessa civetteria con quell'uomo, che era stato ad ascoltarla come se lei fosse l'unica donna dotata di verbo al mondo. C'era stata bene insieme, ma non gliel'aveva certo detto; un po' per non dargli corda, un po' per non sbilanciarsi lei stessa a dire qualcosa di cui ancora non coglieva il senso. Si salutarono con una formale stretta di mano, alla fine della nottata, quando lui l'ebbe riaccompagnata sotto casa. Era quasi l'alba. Una stretta di mano per tenere le distanze... ma fu prolungata e seguita da uno scambio di sguardi e sorrisi accennati, che lasciarono intuire che quel saluto sarebbe stato più simile ad un arrivederci che a un addio.
"Dai, salutiamoci, sono le 6:30, io tra poche ore dovrei anche andare al lavoro... fortuna che in serata me ne andrò al centro benessere di Daniela, mi sa che sarò una zombie per colpa tua..."
"Sì, lo immagino, sarai certamente orribile, già adesso non ti si può guardare, tanto sei brutta...", le sorrise con malizia, osservando la sua simpatica espressione di finto stupore misto ad indignazione divertita. Lei gli diede un buffetto sulla spalla, si sistemò i capelli biondi che le cascavano sulla fronte con un soffio, gli voltò le spalle e s'allontanò verso il portone di casa con un semplice "allora, ciao...". Non si girò per salutarlo ancora, almeno con un sorriso. Chiuse la grossa porta di legno massiccio dietro di sè e sgattaiolò, veloce, su per le scale.
Infilando la chiave nella toppa, sentì, però, il desiderio di tornare indietro giù per qualche scalino e di affacciarsi ad una delle finestre del palazzo, per vedere se quell'Honda blu fosse ancora parcheggiata giù. C'era. L'uomo aveva appena indossato il casco. Ginevra osservò le sue mani scure nella fioca luce dell'alba stringere il manubrio della moto, poi si tirò rapidamente via dalla finestra, quando ebbe la sensazione che lui stesse per alzare lo sguardo proprio verso di lei. Andò a dormire con addosso una sensazione di strana euforia, che continuò a torturarla come un tintinnio insistente nella mente, mentre lei era lì, abbracciata al suo cuscino, sotto lenzuola fresche che l'avvolsero e la cullarono in un mare di pensieri insoliti...
"Ginevra? Sei ancora dentro?"
"Dany, scusami, sì... sono arrivata solo dieci minuti fa, ho fatto tardi, ti dispiace se rimandiamo il nostro aperitivo? Avrei voglia di restare ancora un po', stavo per fare una doccia e poi in sauna, sono distrutta, ho bisogno di relax..."
"Be', ok, dai... io ora stacco, c'è Max alla reception, stasera, se hai bisogno di qualcosa, chiedi pure a lui... ci vediamo domani, Gin..."
"Sì, Dany, grazie... buona serata..."
Ginevra aveva voglia di stare in pace. Strinse intorno al seno il suo telo bianco e si diresse verso la cabina docce delle donne. Era sola. A quell'ora della sera la sauna era quasi sempre poco frequentata, la gran parte delle persone era intenta a sorseggiare un cocktail nei baretti del centro, proprio per questo Ginevra vi si era rifugiata. Tolse via il telo dal suo corpo e aprì di scatto il getto d'acqua della doccia, che scrosciò, tiepido, sulla sua pelle. Chiuse gli occhi... e rivide quelle mani scure. Stupita dall'insistenza di quel pensiero, scacciò via dalla mente l'immagine di quell'uomo della sera prima, provando a concentrarsi su altro per rilassarsi. Già, il pensiero di quel tipo non la rilassava di certo.
"Sei una stupida, ma smettila di pensare a quel... a quel coso, ecco! A stento sai come si chiama... e poi non lo rivedrai più, quello è sempre in giro, chissà ora dove starà facendo il cretino e con chi!". Strinse di più le palpebre, come per non vedere sotto di esse il riflesso del viso di quell'uomo, aprì la bocca e lasciò che il getto d'acqua gliela riempisse fino all'orlo, per poi traboccare lungo il profilo della sua mandibola rilassata, fin sul collo.
Il vetro opaco della cabina doccia era ormai completamente umido di condensa. Ginevra strofinò gli occhi con i pugni chiusi per asciugarli alla meno peggio e da quel vetro stesso, nonostante fosse quasi impenetrabile alla vista, si accorse di una sagoma al di là di esso. Era entrato qualcuno nella sauna.
"Maledizione!", disse sottovoce, lei che già pregustava la tranquillità di una sauna tutta per sè.
Annodò di nuovo il telo bianco sul suo corpo, pettinò i capelli corti indietro con la sua microspazzola viola, quella che s'era portata ovunque in giro per il mondo e che aveva comprato in un negozio di cosmetici da ragazzina, attirata da quel colore che le era sempre piaciuto.
Ginevra, in fin dei conti, era di una timidezza evidente, sebbene ben mascherata dalla sua aria da donna dura e indipendente, che non chiede mai niente a nessuno. Ed era per via di questa sua timidezza che aveva sperato che nessuno la disturbasse in sauna, quella sera... in effetti, non le andava di girare seminuda davanti a degli estranei, ma, una mano sul seno e l'altra sulla maniglia della porta di vetro, si decise ad uscire dalla doccia.
Lo fece senza nemmeno guardare con attenzione chi ci fosse in quell'ambiente vaporoso oltre a lei. Vide solo un uomo che le stava dando le spalle, intento a stringersi in vita il suo telo bagnato.
Gli passò accanto, camminando svelta e a piedi nudi sul legno, con aria di noncuranza, ma...
"Ops!!! Mi scusi! Stavo cascando, accidenti!"
"Ma no, signorina, si figuri, mica si è fatta male?"
"No, no, le ho quasi staccato un bicipite, piuttosto, mi scusi lei, se mi sono aggrappata così forte, ma è stato per istin... tu???"
"Toh, visto? Guarda un po' che coincidenza, vero?"
"Proprio un caso del destino, scommetto, eh?"
"Be', certo... non avrei mai detto che fossi qui... mi credi?"
"No?"
"Brava. Sei una volpe"
"Sì, certo, una volpe... comunque... sì, ok, ok, sto bene, credo di potermi staccare da te, non mi sono fatta male, grazie..."
"Potevi anche trovare una scusa migliore per abbracciarmi, piuttosto che rischiare di romperti una caviglia, io non mi sarei mica offeso, sai?"
"Smetti di fare lo scemo... andiamo a sederci?"
"Andiamo a sederci... " le sorrise e le fece cenno di accomodarsi su una delle panche di legno d'abete, avvolte dal vapore acqueo.
La panca scricchiolò un istante, non appena i due si sedettero, nè troppo vicini, nè troppo lontani.
Ginevra aveva le gambe distese sul legno, le braccia conserte e la testa poggiata sull'asse di legno alle sue spalle. Alberto le era di fronte, anch'egli spalle alla parete, una gamba piegata sotto all'altra e un piede ben saldo a terra. Mani sul telo, nervose, ma volutamente immobili.
Un silenzio penetrante invase la stanza, solo il sibilo del vapore spezzava quella calma apparente che tendeva ogni muscolo, come accade quando ci si aspetta da un momento all'altro che succeda qualcosa...
"Mi hai sempre messo in soggezione, tu, sai...", le disse Alberto, spezzando quello strano incantesimo di imbarazzata seduzione che si stava creando nell'atmosfera.
"Ma dai, io?? E perchè mai?"
"Perchè? E me lo chiedi?", rise e s'avvicinò di più a lei. Poi, riprese a parlare, stavolta con tono più basso e complice.
"Escludendo la nostra ultima, splendida chiacchierata, se abbiamo scambiato dieci parole da quando ci hanno presentati è anche troppo, non è così?"
"E ma tu... tu stai sempre in giro a fare il cretino con tutte le donne del gruppo, quando si esce insieme, sinceramente a me i tipi un po', come dire, brillanti e così diretti mi mettono in imbarazzo... però ti ho osservato ultimamente, sai?", stavolta fu lei a spostarsi di qualche centimetro più verso di lui e pochi altri li dividevano da un fortuito contatto, che ne avrebbe innescati certamente altri.
"Ah sì? Mi hai osservato? E chissà cos'hai scoperto...", rispose Alberto, con fare scherzoso da pseudo-investigatore privato.
Si guardarono negli occhi, si scrutarono fin dentro le pupille, quasi una sfida a chi abbassasse per primo lo sguardo, ma nessuno sembrava avesse intenzione di perdere.
Fu Alberto, però, a cedere, lasciando scivolare per un attimo il suo sul seno di lei, pressato sotto il telo di spugna bianca, sempre più intriso d'acqua e goccioline di sudore.
Rialzò gli occhi e li posò, poi, sulle sue labbra. Infine, le sorrise e con un movimento improvviso, quasi a volerla spaventare per vederne la reazione, prese la piccola tinozza d'acqua per rinfrescarsi dopo quei primi minuti di sauna.
"Vuoi?", le chiese, indicandole l'acqua tiepida.
"Sì, grazie...", guardinga, gli si avvicinò per immergere le mani nella tinozza e prendere una manciata d'acqua da gettarsi in viso.
"Aspetta, fa' così..."
Alberto le prese la mano dalla tinozza e la scostò delicatamente, per poi posargliela sul suo stesso seno. Ginevra guardò in silenzio ogni movimento che quelle due mani intrecciate, la sua e quella di Alberto, avevano compiuto per arrivare fin sul suo seno e restò per qualche secondo senza parole, imbambolata. L'uomo, poi, poggiò la tinozza sul legno e s'alzò in piedi.
"Lascia che te ne versi un po' sulla schiena, niente di più piacevole..."
Ginevra gli diede le spalle senza opporsi, ormai intrigata dalla situazione; Alberto, dopo un attimo, insinuò l'indice sotto il telo di lei, all'altezza delle scapole, scostandoglielo appena con piccoli gesti.
"Che fai..."
"Così l'acqua scivolerà fin giù..."
Alberto raccolse dell'acqua tra le mani e ne accompagnò la discesa lungo la schiena della donna. Un rivolo fresco percorse tutte le vertebre di Ginevra, una per una, fino a perdersi nell'incavo delle natiche calde, evaporando in un brivido di piacere. Silenzio e stasi per infiniti istanti.
"Continua..." gli chiese lei a bassa voce, con il collo gettato indietro, gli occhi chiusi e la testa appoggiata al ventre di Alberto, che le stava accarezzando piano le spalle umide.
Riprese dell'acqua tra le mani e stavolta il grosso lo fece cadere per terra, per il gusto di iniziare una piccola tortura di passioni da controllare. Con le mani ancora bagnate, percorse di nuovo le spalle della donna, salì su per il collo e per la nuca con un morbido massaggio, fino a stringerle piano i capelli biondi tra le dita, accarezzandoli, spettinandoglieli con dolcezza.
Ginevrà inarcò la schiena, quasi come per staccarla dal corpo di lui, ora più caldo e più vicino, pericolosamente vicino... ma inarcando la schiena, voltò la testa all'indietro, verso di lui, e ne vide lo sguardo carico di desiderio eppur sorridente, quasi protettivo. Sapeva di piacergli più delle altre. Lei non era la solita tipa da conquistare, portare a letto e poi mollare. Capiva che per lui c'era qualcosa di più di una semplice attrazione fisica e per certi versi ne era compiaciuta, per altri meno, perchè non sapeva se lasciarsi andare o meno a quel capriccio, che avrebbe potuto prendere pieghe inaspettate.
Rimase con la testa premuta sullo stomaco di Alberto per qualche secondo. Lui le prese il mento in una mano, si chinò con il viso verso il suo e le baciò la punta del naso, prima una sola volta, appena sfiorata, poi tutt'intorno. Piccoli baci, dati solo con un contatto di labbra, sul naso, sugli occhi, sul mento, sulle gote, ma non sulla bocca. Quella non gliela sfiorò nemmeno. Ginevra sentiva di non volergli resistere ancora per molto.
Alberto le sfiorò le braccia e percorrendole con la punta degli indici, fece in modo di fargliele tirare su, fino a che le mani di Ginevra toccarono la sua barba incolta, mentre quelle di lui erano già lì che giocavano intorno al bordo del telo, al confine con il seno della donna, ora più scoperto dalla posizione delle sue stesse braccia alzate.
Un dito di Ginevra finì tra le labbra di Alberto, che lo morse piano; ne succhiò il polpastrello. Un dito di Alberto, invece, finì su un capezzolo di Ginevra, al di sopra del tessuto di spugna. Ci giocò appena, lo pizzicò con malizia, poi una fugace carezza lungo i fianchi lasciò scivolare ancora più giù sul corpo di lei il telo bagnato.
"Fermami... fermami adesso, e io andrò via, se tu non vuoi...", le sussurò all'orecchio, leccandone il lobo con la punta della lingua.
Ginevra non fiatò. Schiuse le labbra e si lasciò andare ad un profondo respiro, stringendo le mani tra le cosce; poi, voltò piano il viso, cercando quello di lui. Sentì la sua barba ruvida sulla guancia, strofinò lo zigomo su quel tappeto di piccoli peli scuri, girò il capo di scatto e si sentì travolgere da due labbra assetate delle sue.
Piegato su di lei, Alberto la baciò con tutto il desiderio che avesse dentro, in un intreccio di lingue senza fine; quello stesso desiderio che gli aveva teso ogni singolo muscolo del suo corpo fin da quel saluto sotto al portone di lei, la sera prima, ora stava implodendo dentro ad ogni fibra, scuotendogli le ossa e i nervi.
Senza smettere di baciarla, si sedette sulla panca, incurante della possibilità che potesse entrare qualcuno nella stanza, e fece sì che il corpo di Ginevra con un abbraccio gli scivolasse sulle cosce. La voleva addosso, voleva sentire il calore di quella pelle chiara e vederla arrossire ad ogni bacio incandescente che le avrebbe dato.
Ginevra gli strinse le mani sul viso, mordendogli le labbra, e si lasciò prendere in braccio, adagiandosi su di lui, seduta a cavallo di quel telo ormai quasi slacciato dalla vita dell'uomo che la stava avvolgendo in un abbraccio prepotente. L'abbraccio di uno sconosciuto le stava dilatando i pori della pelle, da cui fuoriuscivano infinite goccioline di umido piacere e tutto questo era semplicemente folle per lei, meravigliosamente assurdo. Le mani di Alberto cominciarono a giocare con i lembi di tessuto bianco che ancora coprivano le cosce di lei. Li strizzavano, facendoli gocciolare sui polpacci lisci della donna, piegati sulla panca; poi, le mani, quei lembi, li scostavano più su, scoprendo altri centimetri di pelle, fino a che, aiutate dalle labbra, che agivano indisturbate attorno ai seni, tolsero completamente il telo dal corpo di Ginevra, ormai nudo, teso, immerso nel vapore rilasciato dalla sauna e dal calore di quell'uomo sotto di lei. Alberto stette per un attimo a contemplarne la bellezza, poi bagnò nuovamente le mani nell'acqua, ormai più calda, e le posò, aperte, bramose, sulle natiche di lei, accompagnandone i movimenti sinuosi con carezze sfacciate. La lingua finì nell'incavo dei seni, dove una miriade di gocce d'acqua s'erano annidate in attesa di labbra che le asciugassero.
Il naso di Alberto affondò nella carne sudata di Ginevra. La respirò, la divorò di piccoli baci, dandone a tradimento sui capezzoli turgidi, per poi guardarla fremere, sentirla vibrare, e morderglieli, succhiarglieli con dovizia, senza stancarsi mai, fino a farla gemere silenziosamente per paura di essere uditi all'esterno... le cosce di Ginevra, strette intorno al bacino di lui, si strusciarono con vigore sul telo per farlo scivolare via, mentre con le mani gli graffiava la schiena in un abbraccio frenetico e pulsante di desiderio. L'incastro perfetto fu immediato, trascinato da un ritmo prima lento e coinvolgente, poi profondo, insistente, invadente, incalzato da morsi sul collo, che lasciavano segni quasi indelebili sulla pelle di lei devastata dai baci...
Vapore, calore, silenzio... un muto e appassionato silenzio, dove solo gli impercettibili sussulti di un desiderio pazzo finalmente esploso riuscivano a riempire quell'atmosfera di pericoloso intrigo, da cui entrambi sarebbero di certo fuggiti dopo l'ultimo amplesso...