venerdì, 20 giugno 2008
Written by: JackPummarolino alle ore 14:00 | Permalink | commenti (4)
categoria:jack e la musica, i memorandum di jack, fonte di ispirazione per jack
mercoledì, 04 giugno 2008

Ricordi di Procida

L'aliscafo che ballonzola in mezzo al mare e la tua paura, quando c'è stata un'onda più forte. T'è sembrato di essere non su un alijet Snav, ma su un sommergibile, pronto ad andare sotto. E noi con lui.
La prossima volta, però, non staccarmi il braccio per lo spavento, anche perchè potrebbe tornarmi utile; non vuol dire niente che io ne abbia due, tesoro, mi servono entrambi.

Le delizie mangiate al ristorantino sul porto, con quella giornata grigia che prometteva pioggia, ma che tentava di resistere, per riservarci un'accoglienza sull'isola non troppo burrascosa, dopo aver già dato con il mare. Il vento ti scompigliava i capelli, mi rubavi i calamari fritti dal piatto e le cameriere, tutte con il pantalone a fil di chiappa, forse una moda locale, che andavano lente come lumache, come se sull'isola ci fosse una diversa concezione del tempo.
E noi, che avevamo una certa fretta, le abbiamo santificate in tutti i modi possibili. E la cicciona che s'è strafogata tutto il ristorante? E quando hai creduto davvero che mi piacesse, perchè ho detto per gioco che la trovavo affascinante, e tu mi hai dato un pizzico fortissimo, dicendomi che ti faccio preoccupare, se mi piacciono pure le ciccione?

L'albergo, tutto dipinto di bianco e celeste, dove abbiamo passato parte del pomeriggio a coccolarci, aspettando che finisse la pioggia. I tuoi capelli che urlavano vendetta contro l'umidità, il mio corpo che urlava alla pioggia di non smettere di cadere, per non uscire più da quella cameretta vista mare.

La passeggiata alla marina di Chiaiolella, lo splendido isolotto di Vivara, la spiaggia deserta e schiaffeggiata dalla spuma del mare, le persone con le porte delle case aperte su quelle stradine tortuose e silenziose. Una vita tranquilla, senza aver paura dell'altro, è quella che si vive in un'isola così. Le casette tutte colorate che si specchiavano nel porticciolo turistico, dove il mare era inquietantemente calmo, mentre al di là della scogliera imperversava qualche onda. La gara di bellezza dei nomi delle barche: sembravamo due bambini, quando dovevamo decidere se fosse più bello "Nautilù" o "Capaperian". Secondo me, facevano schifo tutti e due, ma tu hai detto che sono sempre il solito incontentabile e allora ho fatto finta di buttarti a mare, prendendoti in braccio, e tu hai lanciato un urletto, così che ti sei beccata lo sguardo feroce di un vecchio, seduto fuori dalla sua casa con una pipa in bocca. "Scusate, Don Miche'..." ho detto io, inventandomi che quello si chiamasse Michele. "Nun ve preoccupat'..." risponde lui, e mi viene il dubbio che si chiami veramente Michele. Gli chiedo "Don Miche', sapete se si vendono case qui?" per vedere come reagisca di fronte a quel secondo "Michele" e quello "Nun 'o sacc', ma vuje che ne sapit' ca ie me chiamm' Michele...?" dice, alzando un attimo gli occhi dall'asfalto, per curiosare. E io scoppio a ridere, il vecchio veramente si chiamava Michele! Ho i superpoteri, sì sì. Gli rispondo che mi hanno detto al bar in piazza di chiedere a lui quest'informazione, lui si tranquillizza, gli stringo la mano rugosa e me ne vado con la mia compagna di avventure, che intanto mi sussurra "sei il solito fortunello, quanto ti odio, ti va sempre liscia!".

Cenetta con vista su Vivara, semiubriacatura di ottimo Turà, e canticchiata notturna in riva al mare, seduti su una panchina di pietra e legno, abbracciati, con le teste che si reggono a vicenda. Tutto lo scibile musicale viene rievocato in quei momenti, tanto che la gente passa, ci guarda e sorride a sentirci cantare perfino Gianni Morandi, pensando che siamo proprio ubriachi fradici. Un gattone bianco si piazza davanti a noi, come se fosse un abbonato in prima fila. Sembra voler partecipare al coro, ad un certo punto, allorchè comincia a miagolare. E attacchiamo, molto idiotamente, con "c'era una volta una gatta..." e il gatto inclina la testa di lato e ci guarda allibito, con il suo secondo "miao" in direzione dei nostri occhi. Mi alzo, vado al ristorante dietro di noi, che sta per chiudere, e chiedo se abbiano qualche avanzo per il gattino. Mi danno un sacchetto di roba rimasta in cucina, li ringrazio e torno dal micione, che tutto soddisfatto si acquatta davanti a questo sacchetto aperto sull'asfalto e ne ingurgita il contenuto.

Il cane lupo fuori al ristorante con il timone di legno, che mi piaceva tantissimo (il timone, dico, non la belva); sembrava dormire ad occhi aperti (la belva, dico, non il timone), accucciato a mo' di Sfinge. Per poco non gli pestavi una zampa con un tacco... t'avrebbe sbranata seduta stante e probabilmente io avrei perso l'uso di una gamba, nel tentativo di dargli un calcio, era enorme!

Le stradine buie per tornare in albergo, la ragazza semiaddormentata alla reception, che appena siamo entrati si è data un tono e ha fatto finta di essere perfettamente vigile. Siamo saliti sul solarium, memori di Positano, ci siamo baciati sotto il cielo di Procida e stretti fortissimo, per non lasciarci più. Mandi un sms alla tua amica che ti aveva cercata e a cui io molto galantemente avevo chiuso il telefono in faccia perchè non ci disturbasse; ti siedi nel buio e la luce blu del cellulare ti accarezza i lineamenti del viso. Penso che sei bella, mentre ti guardo, seduto di fronte a te. Ti lascio scrivere in pace e mi affaccio giù. La stradina è intitolata a Giovanni da Procida, uno dei fidi collaboratori di Federico II. Mi chiedi chi sia, questo Giovanni, e te lo spiego. "Me lo ricordo che in storia eri il più bravo della classe, in latino e greco, però, non eri mica così perfetto?" mi dici con quel tono da prof. che non perderai mai; ma ti rispondo per le rime e ti dico che non avrei potuto essere perfetto, perchè ogni volta che incrociavo i tuoi occhi durante un'interrogazione, andavo in tilt e perdevo il filo del discorso. Mi mandi un bacio stringendo le labbra e riprendi a scrivere il tuo sms. Passa un motorino in strada e tale è il silenzio, che penso che l'abbiano sentito pure dall'altro capo dell'isola. Due ragazzi cantano con delle birre in mano, mentre un altro svolta l'angolo di un vicolo, calciando un tappo che rotola per terra e fa eco fin su da me il suo rumore. Lo sciabordio del mare arriva alle mie orecchie come una cantilena dolce e malinconica, proveniente da lontano. Fa fresco, ti avvicini a me e ti siedi in braccio, dopo aver spento il cellulare. Mi dici l'unica cosa che mi emoziona fino in fondo a questo mondo. Chiudo gli occhi e assaporo quelle cinque lettere, respirando la tua pelle così vicina.

La colazione vorace che manco due lupi, il giretto dell'isola sul pullmino e la simpatia dei microtaxi, piccoli apecar che sfrecciano, decorati da tendine e cuscini per accogliere i passeggeri sul retro. La passeggiata massacrante fino all'abbazia di San Michele e al belvedere, da dove si vede tutta Procida. La discesa sotto il sole fino alla piazzetta dei Martiri, seduti fuori a quel piccolo bar, dove c'erano il nonno con la bimba amorevole, il papà con la bimbetta maschiaccio e l'altro nonno con il nipotino superpestifero, che ci ha fatto morire dal ridere con la sue corsette e le sue smorfie. La spiaggia e il borgo di pescatori della Marina di Corricella, dove sono state girate le scene de "Il Postino", uno dei nostri film preferiti in assoluto. Che emozione pensare che lì sia passato il grande Massimo Troisi e che bello ricordare insieme le scene più intense di quel film, che è poesia pura.

Il panino mangiato al porto, come due adolescenti, tra una birra fredda e una risata con alcuni del luogo, mentre aspettavamo il traghetto da Ischia, che poi ci avrebbe riportati a Napoli. C'imbarchiamo, prendiamo posto fuori ed è sempre triste salutare un'isola, quando la nave si allontana sempre di più al largo. Ascolto cosa dice nel walkie talkie l'ufficiale che presiede le manovre, ho sempre sognato di essere il capitano di una nave, fin da piccolo, e queste cose mi piacciono ancora. Vedo come fa un nodo, come si sistema il cappello bianco e sogno di me, capitano di una fantastica nave da crociera... Tu mi vedi distratto e mi dai un bacio per riportarmi alla realtà, ma quando ti racconto cosa stessi pensando, sei tenerissima: mi chiedi scusa per aver interrotto quella corsa di pensieri da bambino e cominciamo a giocare... mi fai fare il capitano della nave e tu fai la turista che, OVVIAMENTE, si innamora del capitano!

Le due bimbe milanesi che giocano a fare le amiche e parlano di Vanity Fair, loro che all'età di poco più di sei anni, forse manco sanno cosa sia Vanity Fair. Parlano di lavoro, di meteo, di trucchi, di colf maleducate, come se fossero due donne oltre i quaranta. Tutte cose sentite in casa dalle loro madri, presumo. Dicono, poi, in uno slancio di infanzia "Siamo amichette, siamo amichette, siamo amichette del cuore..." e lo fanno saltellando felici, quando ad un tratto... il panico: una delle due, all'improvviso, si gira e sputa in faccia all'amichetta. Putiferio! Io scoppio a ridere e penso "alla faccia delle amichette!". L'altra, indignata e schifatissima, le urla "Non siamo più amichette!!!!! Non mi devi sputare, hai capito, terrona!" e a quel punto odio con tutto il cuore quelle due bambine: terrona. Come cazzarola li educano, certe persone su al nord, i loro bambini, se l'offesa peggiore che quella bambina ha pensato è stata "terrona"? Mi allontano disgustato e mi vado a stendere su una panca al sole, la testa sulle tue cosce, che ascolti il mio racconto sulle bimbe vecchiacce. E ad un tratto, tre delfini!
Tutto il traghetto è in piedi e i bambini delirano di gioia, uno di loro, in piena fase mistica, asserisce di aver visto pure cinque balene! E secondo me, nella sua fantasia le ha viste davvero, mi ha fatto una gran tenerezza, lui che voleva coinvolgere la mamma e le sorelle più grandi in questo suo gioco di illusioni ottiche e loro nemmeno gli rispondevano o al massimo gli dicevano "ma che sei scemo!".

Arriviamo a Napoli. Il Maschio Angioino si fa sempre più imponente, man mano che ci avviciniamo al porto. Castel Sant'Elmo ci saluta dalla parte più alta della città e il Castel dell'Ovo ammicca alla nostra sinistra, adagiato sul mare, pigro, sornione e imponente.
E' triste doverci salutare, quando ti riaccompagno a casa, ma oggi... sì, oggi... voglio stare di nuovo con te. Aspettami.

venerdì, 29 febbraio 2008

60 giorni da QUEL giorno... quello che preparava l'inizio dei miei momenti più pazzi mai vissuti.

Le vibrazioni del corpo di una donna sono incontrollabili, quando è il piacere che lo devasta.
I profumi che questo emana hanno qualcosa di ancestrale e magico, l'indescrivibile appare sotto ai miei occhi e io non so dargli nome, se non quello di lei, la mia donna.
Oggi, 29 febbraio 2008, giorno fatato dell'anno bisestile, sono due mesi da quando ti ho rivista dopo anni di silenzio.
Che mattinata!!!!!!! Avevi detto che bisognava festeggiare e direi che... sì, abbiamo festeggiato proprio per bene, vero?
Non si dice cosa abbiamo fatto a colazione con la marmellata di arance amare, si può dire solo che mi è piaciuto da impazzire il contrasto dolce/aspro della tua pelle mista a quella densa gelatina arancione...
Il caffè, lasciato gocciolare dal cucchiaino piano piano sui seni, poi, goccia a goccia, era delizioso, lo vorrei bere tutte le mattine così. Ridevi, mi stringevi e "ma le pensi tutte, tu..." dicevi.
Ehilà, ma che leggete voi altri?? Guardoni, vi ho beccato...!
Vabbe', io continuo, tanto qua nessuno si scandalizza, e pure se... piacere di scandalizzarvi!
Nuda su di me, nudo su di te, la fame mai sazia di ogni piega del tuo corpo. Non smetterei mai di giocare ad esplorarlo. Lingua e dita a gara per entrare... quanto tempo abbiamo giocato prima di esplodere con tutti i sensi... quanto tempo... ed è volato via in un soffio, incredibile.
Il pizzo bordeaux mi piace da sempre, ma mica tu lo sapevi... eppure... wow... sei apparsa come una Venere voluttuosa davanti ai miei occhi increduli, nella penombra del salone, giocavi tra le tende. E' bastato prenderti in braccio con passione, per farti smettere di fuggire e di nasconderti, e portarti su quelle lenzuola color pesco, per poi perderci di nuovo l'uno dentro l'altra, pazzi ogni giorno di più.
Sì, io sono pazzo, non riesco a pensare ad altro che a te, ho in testa solo te, scrivo solo di te, voglio solo te, amo solo te. Erano anni che non mi sentivo più così, non riesco a capacitarmi di tutta questa forza quasi animalesca che ho dentro, che mi fa fare i salti mortali anche per stare soltanto un istante con te.
La musica nella tua stanza... un sogno averti tra le braccia.
I biglietti per Roma sul tavolo della cucina, verrai con me, sarà splendido averti accanto in un momento così importante; gli esami insieme alla tua università, la settimana prossima (i tuoi alunni mi odieranno, diranno "ma questo qui che spoglia la prof. con gli occhi, ora, chi è???"); Shakespeare che ci aspetta al Delle Palme... chissà come sarai bella, tra qualche giorno, a teatro, vicino a me.
Hai la classe di una diva d'altri tempi, metti ko folle di ragazzine truccate a festa... il fascino sta nella semplicità, e tu lo sai; la seduzione sta nella consapevolezza di essere affascinanti, nello stile di chi sa essere se stesso, perchè sa di essere un tutto meraviglioso nella propria unicità.
La nostra storia non può restare così, nascosta agli occhi del mondo; tu hai paura di svelarci, temi commenti inopportuni, chiacchiere sgradevoli, ma io lo vorrei urlare che ti amo, e non posso; perciò lo devo scrivere qui, se no mi scoppia dentro e non è giusto soffocare un sentimento così potente.
Che ti frega, amore mio, di chi ci guarderà storto, solo perchè non abbiamo la stessa età? Solo perchè un tempo eravamo tu dalla parte di un muro e io dalla parte opposta? Che t'importa... noi bastiamo a noi stessi, ma io t'aspetto, non forzerò mai le tue scelte, però sappi che il giorno che mi permetterai di presentarti a qualcuno, dicendo con orgoglio "lei è Lu, la mia splendida compagna", io farò un salto di felicità talmente alto, ma talmente alto, che se il cielo ha un soffitto, quel giorno lo scopriremo, perchè mi ci incastrerò con la testa dentro e dovrai riportarmi giù per i piedi. Lo sai che io sono un po' scemo, mi devi tirare tu fuori dai guai, se no ne combino a ruota libera. Che ridi a fare, me l'hai detto già quattro volte che sono un casinista, ho capito!
Magari, un giorno di questi, te le faccio leggere davvero, tutte queste cose che ti scrivo come se tu fossi qui, tanto sono tue, sono solo per te.
Guarda che lo so che ora sei tutta bellona e sexy alla festa di laurea di tua nipote, eh, che credi... guai a te, se fai la provolona con gli invitati maschi, sto morendo di gelosia, ti spezzo le gambine e pure le braccine.
Anzi, quasi quasi ti chiamo a tradimento e ti dico delle cosette nell'orecchio per distrarti, chissà che faccia fai...

"You consider me the young apprentice..." ora, non più...




venerdì, 08 febbraio 2008
Il cielo in una stanza...

Terremoto di passione, travolgentissimo,  vivo nel delirio da due ore.
Come l'avevo sempre sognato e immaginato, oggi realtà, nel buio della tua stanza, dove ho lasciato l'anima... e ancora non ci credo.
Lo ricorderò per sempre, il cielo in una stanza.
Sconvolto, pieno, felice, in fiamme, ti voglio ancora.
Innamorato più di ieri e meno di domani, aspetto soltanto di rivederti tra poche ore.
Questo blog ormai parla solo di te, contenta?
Ricordati tutto, Jack, mio caro alterego letterario, tutto, perchè difficilmente ti farò essere protagonista di simili emozioni al mio posto...
mercoledì, 06 febbraio 2008

Indietro nel tempo, solo una settimana fa...

Sono arrivato con qualche minuto d'anticipo sotto casa sua. Lei era ancora al suo corso, quello dove l'andai a seguire due mercoledì fa. Chiedo al portiere se sia rincasata.
"La professoressa non c'è, può aspettarla qui, ha detto che sarebbe rientrata per quest'ora e di far aspettare, se qualcuno la cercasse".
"Perfetto, grazie, l'aspetterò fuori" sorrido con gentilezza, ma m'infastidisce lo sguardo insistente di quell'uomo pettegolo.
Vado fuori, la strada è particolarmente illuminata, il palazzo davanti a me ha tutte le finestre accese e le luci gialle si specchiano nell'asfalto scuro.
Mi guardo intorno, fremo dentro, e poi la vedo sbucare dietro l'angolo, che imbocca il vialetto verso il suo portone, a cui ero appoggiato. Scatto dritto, le sorrido, mi fa cenno da lontano che le dispiace per il ritardo, ma sorride deliziosamente anche lei e mi si riempie il cuore. Ci abbracciamo con una passione immensa, ma tenuta a freno, visto il luogo. Uno sguardo, però, ci basta per dire tutto.
"Vieni, saliamo subito, non vedo l'ora da giorni di stare di nuovo un po' con te..." le cedo il passo, passiamo di nuovo davanti al portiere. Lei lo saluta con la sua solita, simpatica eleganza, lui le fa una specie di inchino e poi guarda me, di nuovo storto. Mi sa che 'sto portiere le vuole prendere, gli piacesse la mia prof.? Io lo ammazzo.
Durante le due brevi rampe di scale fatte a piedi, lei inizia a sbottonarsi il cappotto, chiacchierando quasi a fatica per l'emozione. Sbottono anch'io il mio. Sì, diciamolo, ero stragnocco! Ci ho pensato giorni e giorni a cosa avrei dovuto indossare per piacerle, peggio di una donna, poi alla fine è stata lei, in una mail, a farmi capire come avrebbe voluto vedermi... in giacca e cravatta, m'aveva detto, per vedermi proprio "uomo".
E così, ovviamente, l'ho accontentata. Giacca blu, pantalone grigio, camicia celeste, cravatta classica blu con minuscoli quadratini celesti anch'essi, scarpe e cintura nera, non di karate.
Si sfila il cappotto e la vedo vestita da dio. Una gonna beige aderente al ginocchio, con uno spacco non esageratamente profondo, ma sapiente. Pulloverino color fragola, appena scollato. Stivali da cavallerizza. Uno schianto, i vestiti ne esaltavano il fisico eccezionale.
Mi guarda, ha l'aria compiaciuta.
"Che eleganza, G. ... sei da capogiro"
"Mai quanto lei, prof., mi scuserà, se la guarderò con quest'aria un po' stralunata, ma... è splendida, stasera, più del solito"
"Niente è lasciato al caso, diciamo così..." sorride con malizia, mi si avvicina e ci abbracciamo in silenzio, a lungo, solo i nostri respiri nell'aria. Le accarezzo la schiena morbidamente, lei mi lascia fare e mi stringe di più. La sua guancia si appoggia alla mia, sempre più stretti.
"Se questa serata inizia così, mio caro principe... dove saremo tra un po', se non ci stacchiamo...?". Che brivido.
Le lascio scivolare le mie mani sulla vita, la guardo dritto negli occhi, le stringo le sue e ci sorridiamo con emozione. Le dico di portarmi il suo cellulare, per sistemarglielo, visto che fa casini da due giorni con gli sms.
Lei mi stringe ancora più forte le mani e dice "aspettami".
Va a prendere il suo cellulare e me lo porge con aria di sfida.
"Accomodati... vediamo se saprai far funzionare questo maledetto aggeggio!" mi indica una poltrona, poi però lei non si siede, ma resta in piedi accanto a me, a guardare cosa io stia facendo per sistemarle quell'arnese da lei così odiato.
"Ecco fatto, ora dovrebbe andar bene..." e alzo gli occhi verso di lei, passandoli prima sui suoi fianchi... mi sovrastava in piedi.
"Grazie, G. mio, finalmente potrò scriverti a dovere, non sai che rabbia!" ride, di una risata nervosa e tesa, poi mi prende la guancia con una mano e appoggia la mia testa sul suo ventre, mi tiene lì per qualche istante. Mi alzo in piedi, le sto davanti, la sovrasto io con gentilezza, non fosse altro che per l'essere più alto: la guardo.
Mi scappa da sotto con una mossa agile e va verso lo stereo.
"Ecco... guarda oggi chi ascoltiamo?" e si diffonde nell'atmosfera un suono di sax meraviglioso. E' l'inizio di una canzone di Mina, che lei ama molto.
La invito silenziosamente a ballarla con me. Le cingo la vita, mi appoggia la testa sul petto e la percorro ovunque con le mie carezze, faccio piano, mi sembra impossibile... restiamo così per tutto il tempo della canzone... e poi, quando questa finisce, ne parte un'altra... "io e te da soli". Ci guardiamo, sappiamo che è nostra. Ballando, la porto accanto all'interruttore della luce.
"Balleremo meglio così..." e spengo. La stanza resta illuminata dalla luce fioca nel suo studio e dal led blu dello stereo, che si riflette nei suoi occhi sgranati. Riprendiamo a ballare, più stretti, in silenzio. Le bacio le guance, le sue mani nei miei capelli... il mio cuore è una scheggia impazzita che vaga nel mio petto, non riesce a star fermo, lei lo sente, ci poggia la mano su e poi mi bacia dalla camicia.
Il suo dannato telefono di casa squilla. Lei non vuole rispondere, ma le dico di andare. Ci stacchiamo a malincuore, con Mina che urla con passione "io e te da soli...". La guardo rispondere con l'aria distratta, confusa. Esco fuori al suo terrazzo pieno di piante, per lasciarle privacy al telefono. Dopo un paio di minuti, lei mi raggiunge, mi abbraccia alle spalle e mi dice di seguirla in giro per il terrazzo fiorito, vuole mostrarmi le ultime cose che ha piantato, è bravissima con il giardinaggio.
Restiamo fuori al freddo per un po', ma ci scaldiamo con i nostri sorrisi complici e con quella bella paura di ricreare l'atmosfera rovente di prima. Camminiamo verso il lato del terrazzo che porta alla sua camera da letto.
"Quella non te l'ho fatta vedere, l'altra volta... vuoi vedere dove dormo e ti sogno?" sorride con immensa malizia.
"Non avrei osato chiederglielo, ma certo che voglio..." mi stringe un attimo una mano nella sua, mi prende per la cravatta e mi porta in camera sua. Letto ad una piazza e mezza. Mi dice che l'ha cambiato da quando è rimasta sola, quello matrimoniale non aveva più senso. Mi guarda in un modo strano, quasi assorto, tace. Poi, mi abbraccia e mi sussurra "stavolta, non mi farai dimenticare di offrirti lo champagne che avevo messo in frigo, mercoledì scorso... vieni con me, devi stapparlo tu..." e mi porta nel tinello, dove ha apparecchiato un piccolo tavolino di legno basso, con su la bottiglia di champagne immersa nel ghiaccio, due calici tutti per noi e una scatola di nudi fondenti al gusto di cedro e ciliegia, i nomi con cui scherzosamente ci siamo presi in giro nelle ultime mail.
Stappo.
"A che brindiamo?"
"A noi" mi dice, senza esitazione. Ci guardiamo intensamente, bevendo. Poi, prende un nudo a ciliegia, ne prendo uno anch'io.
"Dammi il tuo... "
"E allora scambiamoceli, lei mi offra il suo..." le dico, giocando. Ci sfioriamo le dita, elettricità a mille nell'aria. E insieme ci porgiamo alle labbra i rispettivi cioccolattini. Mi morde appena il dito per prendere il suo dalle mie mani. Prendo il mio dalle sue, lei mi passa il pollice sulla bocca.
"Che mi stai facendo fare, G. ... sei tremendo..." provo a sfoderare il mio sorriso migliore, quello che mi serve per dirle "possiamo fare molto di più, se solo lo vorrai...". Le prendo la mano, iniziando a chiacchierare di tutt'altro, da un lato accendendo l'atmosfera con le carezze, dall'altro spegnendola, parlando di tutto, tranne che dei miei sentimenti.
Mi chiede, all'improvviso, se io stia con qualcuna e se la sua presenza sia di turbamento nella mia vita. Le rispondo che sì, qualcuna ogni tanto c'è, ma che non ho storie serie da anni ormai, vista la mia situazione familiare. La rassicuro, le dico che il turbamento che lei mi causa è solo un magnifico turbamento a cui non potrei più rinunciare. Mi guarda e mi dice "Devi essere un uomo forte, immagino che tu abbia avuto un bel po' di delusioni dalla vita, te lo si legge negli occhi...". "Abbastanza, prof., ma... non sono forte, sono fortissimo..." e le faccio lo sguardo scherzoso da supereroe. Lei ride. Mi parla di tante cose del suo passato, di come fosse consapevole di quanti alunni le morissero dietro e che proprio per questo tendeva ad essere gelida e scostante, proprio per non alimentare quelle passioncelle adolescenziali nei suoi confronti.
"Quanti occhi innamorati ho incrociato... ma tu nascondevi meravigliosamente bene, G., se non fosse stato per qualche piccolo passo falso, io non l'avrei mai capito solo dai tuoi occhi... eri già allora un vero gentiluomo, non t'ho mai visto che mi guardavi in un "certo" modo, puoi capirmi, spero...". A quel punto, sorrido un po' imbarazzato e le dico che più volte l'ho guardata in un "certo" modo, ma che mai e poi mai mi sarei fatto scoprire in quel ruolo da "spasimante guardone". Ride di gusto.
"Però, come mi stai guardando adesso è... "
"E'...?" incalzo, sorridendo.
"Invitante... "
"Ah, invitante... e poi?"
"E poi... è seducente..."
"Potrei metterle un bel 9, professoressa... ha risposto benissimo all'interrogazione..."
Sorseggiamo dell'altro champagne, le sue labbra umide di quel nettare, un ottimo Veuve Cliquot Ponsardin, mi fanno impazzire.
"Sai che mi ricordo di quella volta che ti misi la mano sulla testa, per pararti dallo spigolo della finestra?"
"Davvero?"
"Sì, certo... quando ho letto quest'episodio nella tua mail di ieri, mi è tornato il flash alla memoria... ricordo benissimo che io volessi proteggerti, ti saresti fatto malissimo... ma di certo non avrei mai immaginato di suscitarti una tale emozione, chinandomi accanto a te per dirti di star attento..."
"Avessi avuto il coraggio, quel giorno l'avrei baciata, prof. ... fu bellissimo averla così addosso, così vicina..." lei mi guarda le labbra in silenzio. Me le mordo un attimo e sento la barba del mento che quasi mi grattuggia il labbro superiore.
"Non voglio dimenticare niente di tutto quello che ho da dirti, nelle mail sono venute fuori tantissime cose di cui parlare, non credi?"
"Già, è proprio così... quasi quasi dovremmo tenerle qui davanti e trovare ogni singolo spunto per poterne parlare a voce" aggiungo, scherzando, ma lei mi prende sul serio.
"Allora, andiamo al pc, le ho tutte salvate lì le mie, così mi dirai cosa non ti è chiaro di tutto quello che finora ti ho scritto... vuoi?"
"Certo, andiamo..." e sfiorandoci nel corridoio di casa sua, ci ritroviamo dopo qualche passo nello studietto, seduti vicinissimi, praticamente attaccati, davanti al suo pc, su due sedie.
Mi fa vedere che sul desktop ha messo una mia foto che ho scattato per lei... dolcissima.
Apre la posta inviata, escono tutti i titoli delle mail che mi ha mandato, titoli il cui contenuto io conosco a memoria. Tra tutte, spicca quella in cui praticamente s'era quasi dichiarata nei suoi sentimenti per me, tra una contraddizione e l'altra, buttate tra le righe, forse per confondermi.
Le dico "Ecco, questa è la mail che mi ha fatto più perdere la testa. Prima parte in quarta, appassionata, poi chiude con gelo... mi spieghi perchè, io non capisco...".
"Cos'è che devo spiegarti, che non hai già capito da solo?" e mi stronca così.
Guardo per un attimo nel vuoto, poi la guardo. Lei insiste a chiedermi "cosa vuoi che ti spieghi..." e a quel punto l'abbraccio forte, da seduti, fortissimo, le faccio poggiare la testa sulla mia spalla, ma lei inizia a baciarmi con ardore una guancia. Me la inumidisce con la sua bocca, pian piano allarga il cerchio e mi bacia sugli zigomi, sulle orecchie, lasciandomi immobile. Poi, mi volto verso di lei, che mi offre un angolo della sua bocca e io poso lì il mio primo, piccolo bacio... ne seguono infiniti altri, tra guance, collo e a fior di labbra, stuzzicandoci piano, lentamente... fino a che non le chiedo di alzarci subito da quelle sedie.
"Non ce la faccio, alziamoci, non così..." le dico e lei crede che io voglia chiudere quella storia prima ancora di cominciarla.
"Va bene..." sussurra con la voce quasi spezzata, mentre all'improvviso, una volta tiratasi su, l'abbraccio, mi ci avvinghio addosso come una piovra e le dico nell'orecchio "La volevo in piedi solo per abbracciarla meglio e farle sentire quanto io la desideri...". La stritolo, parliamo a labbra serrate e carichi d'affanno emotivo, ci baciamo con tutta la passione di questo mondo, con il fuoco nelle vene e la testa senza controllo, persi in un amore senza fine.
"Da quanto sapevi che sarebbe successo... da quanti giorni ci pensi..." le chiedo, tra un bacio e milioni di ricordi.
"Oggi è 30? 28 giorni...? Ci penso da allora..."
"Ti amo... sei tremenda..."
"Amore mio, baciami, il mondo è tutto qui..." le labbra si saldano, le lingue si incatenano, le mie mani l'accarezzano con l'audacia della gentilezza, senza esagerare, ma facendole capire quanto io la desideri. E' lei stessa a spingere sempre più il suo corpo contro il mio.
"Non voglio correre con te... tu mi fai perdere la testa, questi abbracci e i tuoi baci sono da infarto, G. ... tu mi fai venire un infarto, stasera..." mi dice, sorridente e abbandonata tra le mie braccia.
"Ferma qui, che infarto... tu sei mia, non inventarti niente per scappare, non adesso... dammi ancora quella bocca, ti prego, la voglio..." e di nuovo, di nuovo, ancora baci, senza smettere mai, in quella penombra sensuale dello studio di casa sua, con la ventola del pc in fibrillazione, proprio come le pulsazioni del mio cuore.
Sono innamorato. Innamoratissimo. Il resto non conta.

venerdì, 28 dicembre 2007

Ci sono giorni in cui ci si sente invincibili, alla faccia di tutto lo schifo che ci vaga intorno e che ogni tanto ci urta con fare distratto e non ci ripaga dei danni. Questo, per me, è uno di quei giorni in cui riesco a sentirmi "immortale", nonostante io abbia da poco ricevuto una pessima notizia. Inevitabile che il pensiero corra su binari di dolore e di dispiacere per la persona a me cara, a cui è cambiata la vita in un istante, inevitabile immedesimarsi e fermarsi a pensare "e se fosse successo a me?", ma... non saranno tristezza e nostalgia a sopraffarmi l'anima, non sarà questa strana atmosfera melensa di finte feste a piegare la mia indole perennemente burrascosa. So che ho soltanto fuoco nelle vene. Stasera, quel fuoco, brucia e forgia ogni mio pensiero. Sono pensieri di rivalsa, di forza.
E se potessi trasformarmi in parole, stasera, sarei queste, tra le più belle mai scritte.
Potenti. Fulgide. Imperiose.
Come una tigre.
Come me, adesso.

Tyger! Tyger! burning bright,
In the forests of the night,
What immortal hand or eye
Could frame thy fearful symmetry?

In what distant deeps or skies
Burnt the fire in thine eyes?
On what wings dare he aspire?
What the hand dare seize the fire?

And what shoulder, and what art?
Could twist the sinews of thy heart?
And when thy heart began to beat,
What dread hand, and what dread feet?

What the hammer? What the chain?
In what furnace was thy brain?
What the anvil? What dread grasp
Dare its deadly terrors clasp?

When the stars threw down their spears,
And watered heaven with their tears,
Did he smile his work to see?
Did he who made the Lamb, make thee?

Tyger! Tyger! burning bright,
In the forests of the night,
What immortal hand or eye
Dare frame thy fearful symmetry?

(William Blake - The Tyger)

martedì, 13 novembre 2007

Pietro, la sua chitarra e due voci ignote a fargli compagnia

Stava girando l'Italia in treno. Così rispose ad una strana signora occhialuta e un po' fuori di testa, che gli si era seduta accanto, prendendo ad osservarlo e chiedendogli con poca discrezione da dove venisse e cosa ci facesse lì tutto solo. Le diede rapide e gentili spiegazioni, continuando a strimpellare un pezzo di Bob Dylan su quella panchina di ferro battuto, davanti alla Certosa di San Martino. Erano le prime ore del pomeriggio di ferragosto e la città era come intorpidita dalla calura e dalla dolce pigrizia estiva. Pietro, così aveva detto di chiamarsi. Ventisei anni di libertà, giovinezza e sogni, era giunto fino a Napoli, dopo essere stato una settimana a ballare la taranta in Salento e a girare per le meravigliose spiagge della Puglia, dove aveva conosciuto persone, amato ragazze, ammirato paesaggi, vissuto notti senza fine tra canti e allegria di sconosciuti dal cuore caldo e dalla parlata caratteristica. Sembrava un tipo molto curioso della vita. Bevve un sorso della sua Tuborg, poggiò piano la lattina sulla panchina, quasi non volesse sciupare il breve silenzio intorno con il tintinnio della latta sul ferro, e s'asciugò delicatamente con il dorso della mano una gocciolina di birra all'angolo della bocca. Era seduto sullo schienale di quella stessa panchina, piedi ben piantati sulle doghe di metallo, e suonava guardando il panorama, talvolta trapassando con gli occhi il Vesuvio e il mare, talvolta chiudendoli, stretti, quando la voce richiedeva maggiori sforzi per uscire dalla sua smilza cassa toracica. Non era stonato, no, ma il suo timbro vocale era flebile, poco addomesticabile ai picchi di certe melodie che si ostinava a riprodurre. Sorridevo nel vedere le smorfie del suo viso contratto accompagnare la tensione della giugulare, che era lì sotto pelle, ad esplodergli nei muscoli del collo. Sporco a vedersi, chissà da quanto non si facesse una sana e bella doccia, quel ragazzo era l'emblema della trasandatezza, dell'incuria d'artista; eppure il suo aspetto, nonostante tutto così aggraziato, lo faceva sembrare un candido angelo, capitato lì per chissà quale missione di bene. Capelli biondi, non troppo lunghi, ma raccolti in un codino dai riccioli ribelli, pochi fili di barba incolta ad incorniciargli il mento, occhi di un azzurro delicato e lineamenti nordici; una magrezza che traspariva dai jeans strappati, quelli un po' a zampa d'elefante, e dalla larga maglietta bianca di lino sdrucito, decorato con motivi indiani beige ai bordi delle larghe maniche, che facevano sembrare le sue dita snelle delle piccole piume che spuntavano fuori da ali di tessuto. La pelle chiara, leggermente dorata dal sole, e una timidezza evidente, che riusciva a vincere solo con la chitarra tra le mani e la mente concentrata sui testi dei pezzi che suonava.
Un hippie dei nostri giorni, a vedersi. Sicuramente una persona in pace con il mondo, forse un po' meno con se stesso. L'ascoltavo parlare di sè a quella donna stramba, che, tra una canzone e l'altra, insisteva nel fargli domande di continuo. Da quei racconti fugaci che le regalava, avevo immaginato stesse scappando, forse dalla sua Milano, da dove diceva di provenire; una fuga dalla sua vita di tutti i giorni, probabilmente troppo stretta per uno come lui. S'era laureato da pochi mesi ed era senza lavoro. Aveva scelto di regalarsi un ultimo sprazzo di libertà totale, credo. Lei l'ascoltava affascinata e cercava di trovare appigli nella conversazione, per potergli narrare qualche suo aneddoto di poco conto, quasi non volesse sfigurare con la sua vita misera e sempre uguale, a paragone con quella del ragazzo di fronte a lei. S'aggiustava i capelli grassi con continui e nervosi tocchi delle mani, giocherellando con i sandali un po' rovinati, con un vezzo di inutile e comunque tenera vanità di donna, visto il suo aspetto davvero poco grazioso. Sembrava molto sola, lei, e affatto in grado di reggere quel suo stato di solitudine, forse cronica; cercava un po' d'umanità, lì, su quella terrazza di San Martino, e quel ragazzo biondo, nella sua distaccata, ma cortese gentilezza seppe infondergliene di certo.
Steso sulla mia panchina con gli occhi al cielo, a meno di un paio di metri di distanza da quella dove c'erano lui e la donna, ascoltavo all'ombra di un pino marittimo i loro insoliti discorsi, intervallandoli con i miei pensieri, ogni tanto compatendo il giovane musicista, che stava sopportando quella specie di interrogatorio con tanta, rassegnata pazienza.
"Don't you know they're talkin' 'bout a revolution... it sounds like a whisper...", tirai su la testa di scatto dal mio giaciglio metallico. Mi guardai le mani, che avevo usato come cuscino di carne, e avevano i segni rossi delle doghe di ferro sui dorsi; mi facevano un po' male, ma smisi subito di pensarci, catturato da quel giro di Sol. Mi è sempre piaciuta quella canzone di Tracy Chapman, ero curioso di ascoltare come l'avrebbe fatta. Un sinistro dolorino alla schiena nel mettermi in posizione eretta. "Certe posture scomposte non fanno più per me", pensai, eppure mi succede che ogni volta dimentico di non essere più una specie di fachiro e se ho voglia di relax, m'appollaio dovunque, nelle posizioni più impensabili, così come facevo quand'ero piccolo, che andavo a rintanarmi nei posti più strani per star da solo a giocare o ad immaginare fantastici scenari in cui proiettarmi.
Pietro mi vide tirarmi su con la coda dell'occhio e si girò verso di me, gli sorrisi, tenendo il tempo con un piede e osservando le sue mani sulle corde della malandata chitarra classica, che teneva in grembo.
Mi fece cenno con la testa di aiutarlo con la voce, di cantare con lui, mentre nel frattempo due turisti francesi s'erano fermati ad ascoltarlo, affacciati alla ringhiera del belvedere, commentando tra loro la scena... riuscivo a cogliere qualche frase. Così come un'altra signora sulla sessantina, insieme al suo cane, un claudicante pastore tedesco con degli occhi dolcissimi e, nonostante l'aspetto vecchiotto, molto fieri. Mi feci coraggio e mi sedetti anch'io sullo schienale della mia panchina, pronto a dare man forte a quel Pietro; picchiai le mani a tempo sulle mie cosce e iniziai a cantare con lui. Sensazione di libertà, dapprima soffocata da un impeto di inattesa timidezza, poi esplosa in tutta la sua potenza, trasportata dalla mia voce, che se ne andava in giro, spensierata. La cantammo tutta, venne bene. Mi fece il gesto di battergli il cinque.
"Ti va di continuare a cantare con me? In due viene meglio" e mi offrì una stretta di mano amichevole e informale, con la sinistra, presentandosi. Strinsi anch'io con la mano sinistra la sua, sporgendomi verso di lui, in precario equilibrio sulle assi di ferro ricurve, e gli dissi il mio nome.
Mi chiese, poi, se conoscessi "Wish you were here" dei Pink Floyd. "Domanda retorica, vero?", gli risposi, sorridendo, e lui calò gli occhi sullo strumento; iniziò ad arpeggiare.
"So... so you think you can tell heaven from hell, blue skyes from pain..." si fermarono due ragazze sulla trentina ad ascoltarci, una di loro iniziò a cantare con noi, carina. L'altra amica, più riservata, s'appoggiò all'albero e restò ad ascoltarci, divertita. Intorno non si sentiva altro che la nostra musica riecheggiare nel piazzale, mentre l'autista di un pullman di turisti accostava al marciapiede, per far scendere una ventina di biondissimi tedeschi. C'ascoltarono anche loro, qualcuno ci fotografò, forse pensando fossimo artisti di strada che facessero sempre questo, magari per racimolare qualche soldo. La cosa carina fu che non mi dispiacque affatto esser preso per un vagabondo o chissà che... è la terza volta che mi succede di fermarmi a cantare con degli sconosciuti in strada, evidentemente prima ero davvero una specie di menestrello, tipo il mio adorato Cantagallo di Robin Hood, e così facendo dò sfogo alla mia vera natura... chi lo sa?
Qualcuno ci sorrise amichevolmente, qualcuno canticchiò sottovoce insieme a noi tre, ormai affiatati, altri ci guardarono semplicemente incuriositi, ammirando nel frattempo i dedali di Spaccanapoli dipanarsi sotto al costone di roccia dov'eravamo tutti. Una leggerissima brezza trasportava la nostra musica nell'aria e c'era pace intorno, un'armonia tra uomini e terra, che faceva venir voglia di ringraziare chissà chi o cosa per quel momento di calma universale.
E tu, chissà chi o cosa, concedicene di più, di questi momenti, se davvero esisti, lassù o dovunque tu abbia deciso di nasconderti. Che ti costa, dico io...?

Questo racconto, comunque, è storia vera e non so perchè mi sia tornato in mente proprio stanotte il ricordo di quel pomeriggio, ma ne sono felice, così rimarrà indelebile sottoforma di parole, scritto qui, e potrò sorriderne chissà quante altre volte, rileggendolo... queste sono le emozioni intense che solo la mia città sa darmi e da nessun'altra parte andrei a cercarle.

 

How I wish
How I wish you were here
We're just two lost souls swimming in a fish bowl
Year after year
Running over the same old ground.
What have you found?
The same old fears
Wish you were here...
lunedì, 17 settembre 2007

Al buio succedono tante cose...

Esistono gli onomastici. Dunque, si festeggiano. Ho una cognata che ama festeggiare qualsiasi cosa. E' stato il suo onomastico. Dunque, ha organizzato una cena. Alle cene delle cognate ci sono sempre le loro amiche. Le amiche delle cognate spesso e volentieri sono gnocche. A me piacciono molto le gnocche. Le gnocche, però, portano matematicamente guai. Sere fa, per colpa delle gnocche, mi sono trovato in un bel cazzo di "guaio".
Tutto fila, mi pare, procediamo.

Dlin Dlon!
"Apro ioooo!", si sente da fuori. Mio nipote, adolescente in crescita ultrarapida, che corre come un bisonte ad aprire la porta.
"Ziooo!! Ciaooo! Vieni, vieni, ci sono già degli invitati, strano che tu non sia l'ultimo come al solito!" e sbam, mi molla un cazzottone amichevole sulla parte posteriore della spalla sinistra, mandandomi quasi la clavicola in gola. 15 anni di putenza nelle braccine, 'sto ragazzo, cacchio...
Entro in salone, bottiglie di vino alla mano (un ottimo Verdicchio dei Castelli di Jesi, lo consiglio agli intenditori di vini "multiuso") e credo di assumere improvvisamente un'espressione da baccalà sotto sale.
C'è tra le invitate una gentil signora, gallerista di gran fascino, tutta chic e trendy, sposata per optional (mi perdonino le signore per quest'affermazione così maschilista), con cui in passato c'è stata, come dire, una "forte simpatia", lasciata poi morire pian piano a causa mia, nè rianimata da parte sua per orgoglio femminile, palesatosi nelle ultime telefonatine ad un ironico vetriolo che ci scambiammo. Insomma, ci si era lasciati in modo abbastanza innocuo e indolore tutto sommato. Almeno sembrava...
Faccio finta di niente, la saluto con cordialità, chiacchieriamo carinamente insieme ad altre persone, conosciute e non, quindi, la serata comincia in modo piacevole, nonostante l'iniziale imbarazzo e qualche occhiataccia da parte sua del tipo "Sei un paraculo tremendo!". Comunque, neanche il tempo di farmelo passare, però, l'imbarazzo, che dopo una mezz'oretta bussano di nuovo alla porta, quando ormai io ero convinto che non sarebbe venuto più nessuno/a. E invece no. Mia cognata apre la porta e chi entra? Eh sì. Entra LEI. Non avrebbe dovuto esserci, secondo le mie informazioni segrete, eppure zacchete... si è presentata. Naturalmente splendida, che lo dico a fare. Quasi tutti i pochi mariti presenti si sono girati a guardarla, qualcuno degli invitati si è addirittura precipitato a salutarla con fare scherzoso-galante, ma io non mi sono mosso. Un po' perchè m'è presa una mossa di viscere per la gelosia di quei provoloni tutti intorno a lei, sbavacchianti con la scusa di salutare la loro "amica", un po' perchè mi sono bloccato a guardarla, tipo radiografia. Gonna lunga nera, un po' da zingara, svolazzante, con delle specie di forellini minuscoli sulle balze, roba che in certi punti era leggermente trasparente; maglietta nera scollata con dei piccoli bordini rossi di perline o paillettes sul décolleté, sabot in tinta con quelle perline, roba che quando le ho visto le caviglie mi sarei tuffato per terra a mordergliele, così come in tinta era la piccola borsetta, che teneva tra le mani con la disinvoltura di una stramaledetta top model. Osservandola, pensavo, oltre a un sussurratissimo "sei perfetta...", che un paio di scarpe rosse addosso ad un altro tipo di donna sarebbero forse state a dir poco oscene, perchè troppo appariscenti per i miei gusti, ma ai suoi piedi non lo erano affatto, anzi, erano decisamente sexy. Sì, sexy. Sexy da svenire. Maledettamente sexy. Forse è che certe cose un po' più eccentriche bisogna saperle portare e lei è una di quelle persone che potrebbero indossare davvero di tutto. Del resto, l'eleganza è innata, scommetto che pure con delle ciabatte quella sarebbe sensuale. Ovviamente, che lo dico a fa', m'ha beccato a guardarla. E m'ha fulminato con lo sguardo, senza nemmeno salutarmi a distanza. Non certo perchè la stessi guardando, anzi, so che apprezza generalmente che io quasi la spogli con gli occhi (ehm... lo ammetto, si capisce!), ma perchè in quel preciso istante in cui lei è entrata in salone, io avevo sottobraccio miss Trendy, al secolo Simona, e chiacchieravo con lei, forse con aria un po' complice, chissà (chissà?), con aperitivi alla mano. Volevo morire. Non per chissà cosa, tanto non stiamo certo insieme, LEI ed io, quindi, chiccacchiosenefrega, però mi secca da morire, quando m'ignora, e così, invece di mollarle il braccio, ci ho dato dentro di brutto con miss Trendy, giusto per far schiattare un po' LEI. Seduti a tavola vicini, insieme fuori al terrazzo, discorsi di arte, discorsi di musica, libri di qua, libri di là, inviti al cinema, mostre e compagnia bella, tutte cose in cui miss Trendy sguazza dalla mattina alla sera, essendo una specie di radical-cultural-chic, di questo parlavamo. LEI, che pure ama questo genere di cose, ma non le ostenta per niente, ascoltava a distanza di sicurezza e con aria fintamente assorta in altre cose i discorsi, facendo piccole incursioni nei paraggi, fino a che in una di queste mi ha poggiato entrambe le mani sulla schiena e mi ha detto "Scusa, Jack, mi faresti passare?". Mi sono voltato completamente verso di lei e mi ha trapassato lo sguardo con i suoi occhi... sottovoce "Smettila di fare lo scemo con questa..." mi ha detto. Con la scusa di scansarmi un po' per farla passare tra me e la spalliera di un divano, le ho poggiato una mano sul fianco... lei è scattata. Bello vedere questa sua reazione. Ho sorriso e ho fatto finta di non aver minimamente sentito la minaccia, girandomi verso Simona per scusarmi dell'interruzione, con un facciadiccazzissimo "Perdonami, cara, dicevi?" e miss Trendy ha ricominciato a narrare le sue ultime imprese artistico-modaiole.
La cena è filata con un po' d'ansia addosso per me, quando LEI è partita all'attacco e ha giocato la carta "facciamoci simpatico il nemico": si è seduta fuori al terrazzo con noi su due lettini e ha cominciato a sfoggiare le sue, per gli altri insospettabili, doti dialettiche, mettendo spesso in simpatica difficoltà Simona, che ad un certo punto ha cominciato velatamente a spazientirsi per le continue, ma educate interruzioni o obiezioni che LEI faceva durante i discorsi. Insomma, 10 a 0 per intelligenza e fascino, e dire che miss Trendy in sè è decisamente affascinante, ma a paragone, beh... perdeva di brutto.
Ad un certo punto della serata, dolci e Moscato alla mano, s'avvicina mia cognata, forse mezza brilla, che mi dice "Allora, tutto bene?" lei sa di cosa ci sia stato in passato tra me e LEI, ma ha intuito pure di me e miss Trendy, mesi fa, quindi la domanda secondo me l'ha fatta perchè stava completamente ubriaca, altro che brilla. La guardo, le chiedo "Ti reggi in piedi o mi ti accasci davanti ai piedi tipo sacco pieno e sacco vuoto, bella mia?" e lei, come tutti gli ubriachi, inizia a ridere come una pazza per questa stupidissima battuta, manco l'avesse detta un comico con i dna di Massimo Troisi, Peppino De Filippo e Totò fusi insieme. Mentre sorseggia ancora con un certo charme da 'mbriacona, la cognatina, tra una risata e l'altra, mi dice "Allora, Jack, accompagni tu Simo e LEI a casa?". Cazzo. Cazzo. Cazzo. Lì per lì non so che dire, mi guardo intorno istintivamente alla ricerca dei rispettivi mariti delle signore, ma poi come un coglione penso in una frazione di secondo che i mariti non c'erano, essendo la festa prettamente per le AMICHE di mia cognata ed essendoci, quindi, un tasso di estrogeni elevatissimo nell'aria. E se ci fossero stati i mariti, del resto, mica m'avrebbero allietato per tutta la serata, le due signore? Eh no. Niente mariti, niente accompagnatori per il ritorno, dunque. E se niente accompagnatori per il ritorno, e se tutta la serata l'hanno passata con me, chi le doveva accompagnare naturalmente? Ma io, ovvio. La scena è stata fantastica con il senno di poi (al momento un po' meno!). Le due si guardano, come a dirsi entrambe "E io dovrei tornare con LUI e con TE che mi rompi i coglioni????". Io le guardo come a dire "Ebbene sì, non c'è trippa per gatti per nessuna, stasera!". Un po' mi mangio le mani, un po' penso che forse è meglio così, ma vista l'atmosfera leggermente tesa/camuffata di simpatia fintissima, temo continuamente che qualcuna delle due possa dire all'altra qualcosa che faccia capire dei rispettivi trascorsi con me, visto che le signore non sono a conoscenza delle loro vecchie e reciproche vicende sentimentali con il sottoscritto. Panico, panico, panico.
Finita la festa, salutiamo gli invitati, abbraccio mia cognata e nell'orecchio le sussurro "Me la paghi, mi hai fatto un pacco tremendo..." e lei, senza il minimo pudore, il che conferma la tesi dell'ubriacatura, mi dice a voce non troppo bassa "Attento a quelle due, ti spolpano vivo!" e io le piazzo la mano davanti alla bocca, girandomi verso le signore con un imbarazzatissimo "Non sapete quante volte io le dica di non alzare troppo il gomito, proprio non lo regge il vino, accidenti... eh, cognatina mia infame?" e loro ridono di gusto. Fiuuuuuuu.
Scendiamo in ascensore tutti e tre. Qualche attimo di silenzio. Io guardo tutto tranne che loro due. Ho ammirato le fattezze della pulsantiera, le splendide rifiniture in trucido pannello di legno finto ciliegio della cabina, lo specchio con le impronte digitali di tutti i condomini del palazzo, le punte delle scarpe, nonchè le cosce, di entrambe, quando in preda alla disperazione ho tenuto gli occhi bassi per un attimo, ponendomi un tragico dilemma "E ora chi cazzo accompagno per ultima?!?!?". In mente mi scatta Renato Zero con il più tipico dei "il triangolo noooo... non l'avevo consideraaaaatoooo...", ma scaccio la tetra visione del Sorcino impaillettato e sculettante dalla mia mente già traviata dalla situazione.
Per togliermi dall'imbarazzo, chiedo a loro.
"Allora, signore, chi è di strada per prima?". Incredibile, ma vero, entrambe dicono quasi insieme "Credo prima lei..." indicando la "rivale".
"Bene, così non m'aiutate, siete peggio di un navigatore satellitare, fatevelo dire..." al che decido di accompagnare prima miss Trendy. La decisione non è stata casuale, a dire il vero... è che incrociando lo sguardo di LEI mi è venuto un brivido intenso di piacere, perchè ho avuto la sensazione che volesse dirmi qualcosa, qualcosa che poi ho scoperto dopo. Lo sguardo l'avevo letto bene.
In macchina la conversazione prosegue piacevolmente. Si siede avanti miss Trendy, che tenta in tutti i modi di stabilire un rapporto iperconfidenziale con me, per tenere bastardamente fuori LEI dalla conversazione. LEI, infatti, non si sforza più di tanto di partecipare, ben sapendo di aver già vinto la partita.
Arriviamo sotto casa di miss Trendy. Anche lei abita in un parco, il cui vialetto d'entrata è decisamente buio. Così mi chiede di accompagnarla giusto fino al portone, per paura di qualche malintenzionato. "Se, se, se... " penso io, ma comunque l'accompagno, dicendo all'altra di chiudersi dentro e di attendermi appena due minuti. Il vialetto in effetti è davvero buissimo tra le fronde di un'infinità di alberi e piante, roba che forse io da solo non ci camminerei di notte, ma ho dovuto fare il macho che non teme i mostri e i nanetti malefici che vivono nelle ombre dell'oscurità!
Sotto al portone, m'avvicino per darle un innocentissimo bacio di saluto sulla guancia e miss Trendy che fa? Si trasforma in Polip Woman!!! Mi si attacca addosso, mi stampa un bacio sulla bocca che quasi non mi faceva respirare, mi schiaffa le mani dappertutto e non oso scrivere qui quello che le sia uscito di bocca, roba da far scandalizzare Rocco Siffredi e Cicciolina per l'audacia. "Cazzo, che mi perdo stanotte!", penso tra me e me, ma poi il pensiero di LEI in macchina mi fa un attimo rinsavire, dato che il mio corpo era già partito per avvinghiarsi a quello di miss Trendy e lasciarsi andare... la mente ha avuto il sopravvento, una volta tanto nella mia vita. Dopo una serie di "Non si può, dai, fammi andare... ci rivediamo, ma non adesso, promesso... dai, su, hmmm... non riesco a parlhmmm, se continuhhmmm e a baciarhmmmm...", riesco a staccarmi i suoi tentacoli di dosso e a tornare in macchina, tentando di risistemarmi rapidamente la camicia che la cara assatanata m'aveva tutta sgualcita. Wow. In quel momento mi sono sentito un grandissimo sciupafemmine da soap brasiliana (come mi ha definito la simpatica angioletta Blixxxa, argh!!) e l'ormone, così come l'autostima e il narcisismo sfrenato mi sono saliti a mille. Motivo per cui sto anche scrivendo questo memoriale per non dimenticare! (E naturalmente per farvelo sapere, che sono uno sciupafemmine, eh... sì, perchè, piccola parentesi blogghistica: non vi pare molto più genuino dirlo spudoratamente che piace essere paraculo e sciupafemmine, nonchè ammettere di andarne fieri, piuttosto che scrivere pezzi con lo stesso intento autocelebrativo, ma camuffati di tetra malinconia da bei tenebrosi schifati del mondo così volgare e materiale? Sì, io dico di sì. E farò una manifestazione dal titolo "Sciupafemmine Pride", si accettano iscrizioni).

Comunque... rientro in macchina, ma non dopo i due minuti detti prima, bensì qualcuno in più... e LEI "Ma che fine hai fatto?!" mi chiede con fare indagatorio, mentre si era già sistemata sul sedile davanti, con la gonna sapientemente tirata su fino al ginocchio e le gambe abbronzate appena strette tra loro...
"Ma niente, sai com'è, Simona parla, parla, parla..." sudo freddo.
"Sì, immagino, certo..." non mi crede, almeno così sembra, ma io accendo lo stereo, ben sapendo di aver dentro un cd un po' "slurp" con le migliori di Cafè del Mar e metto la numero 2 della mia compilation "Aquarius" di Alejandro De Pinedo. Quanto m'ingrifa quella canzone, ma quanto m'ingrifa.
C'è quel sax sotto che crea un'atmosfera da paura... e so che LEI ha sempre colto questo genere di input... ci guardiamo, un sorriso complice, forse di ritrovata intimità, e andiamo verso casa sua. In macchina si parla poco, ci si guarda sott'occhio più che altro, ed è un continuo sfiorarsi tra la mia mano che cambia le marce e la sua, posata in punta del sedile, con quel suo anello da donna sposata quasi a farmi da monito, come un "che stai facendo...", ma in testa mia pensavo solo che LEI avesse messo la sua mano lì magari proprio perchè ci sfiorassimo, chi lo sa... e tutti i freni inibitori sparivano via in un istante.
Quando siamo arrivati sotto casa sua, ho tolto in un attimo la cintura di sicurezza, ho fatto scattare la sua e l'ho baciata senza dirle nulla con tutta la passione che avessi dentro in quel momento, convinto di doverla salutare.
"Sono sola a casa, loro sono a Malta, e potrei aver paura del buio anch'io..."

Non m'è mai piaciuto tanto il buio in vita mia...

martedì, 10 aprile 2007

Risalire

M'è capitato spesso, soprattutto da bambino, di fare gare d'apnea con gli amichetti, al mare. Si doveva stabilire il record "del mondo", come dicevamo noi, convinti di essere dei mostri di bravura subacquea.
E ricordo che, pur di vincere, ero capace di restare sott'acqua fino a diventare viola e a sentirmi i polmoni scoppiare, mentre contavo dentro di me i secondi che passavano. Superato il record stabilito dal ragazzino prima di me, a quel punto decidevo che avrei potuto risalire a galla, ma non subito, no... dovevano passare almeno altri 5 secondi, per poi spuntare con un guizzo fuori dall'acqua ed esultare, consapevole di aver non solo battuto, ma anche incrementato il record del mondo. Il campione. Mi è sempre piaciuto tantissimo essere il primo, il più bravo, quello "imbattibile" agli occhi degli amici e soprattutto delle ragazzine, che mi guardavano con aria diffidente e un po' sognante.
Una volta, però, ho rischiato di rimanerci, sott'acqua, per fare il "campione"... chiesi troppo a me stesso.
Ero a Nerano, un piccolo paese di mare poco distante da Sorrento, che mi ha visto crescere estate dopo estate. E come tutti gli anni, si riuniva su quella spiaggia fatta di rocce e ciottoli il gruppo inossidabile di amici, riprendendo storie e abitudini interrotte 12 mesi prima, come fossero state interrotte solo 12 minuti prima. Tutto era naturale e la consuetudine non portava con sè la noia, ma solo tante belle certezze, perchè a 10 anni è di quelle che si ha bisogno e non ci si lamenta dello scorrere incessante di giorni uguali tra loro.
E una mattina come tante, dopo i soliti tuffi dallo "scoglione", mitica roccia in mezzo alla baia, dalla quale tutte le generazioni di bagnanti neranesi si sono tuffati almeno una volta nella vita, si decise di fare la gara d'apnea. Naturalmente, non mi tirai indietro, inutile dirlo.
"Io per ultimo!", gridavo sempre, perchè volevo pensare alla mia "strategia", così da sapere, prima ancora di scendere sott'acqua, quanto tempo dovessi resistere senza respirare. Mi allenavo fuori dall'acqua, in disparte, mentre gli altri facevano la loro performance subacquea con il tifo attorno; e m'arrabbiavo da morire, quando per sbaglio mi scappava di respirare con il naso, se ridevo per qualcosa. Così me lo tappavo più forte e ricominciavo l'allenamento, mentre il sole mi scaldava la pelle nerissima e lucida di goccioline, profumate di salsedine e di bimbo.
Quando arrivava il mio turno, ero spesso già senza fiato per via degli "allenamenti", ma non ci badavo: mi dicevo che faceva parte dello sforzo per la vittoria. Ero un po' gasato e strasicuro di me, diciamo pure che lo sono ancora, ma mi divertivo e stavo bene così.
Venne il mio turno anche quella mattina. Il mio nemico storico di ogni estate, un certo Marco, la cui faccia dispettosa non dimenticherò mai, fece il record del giorno e mi punzecchiò con una frase che non ho certo rimosso, perchè mi punse l'orgoglio come se mi fosse cascato in mezzo ad un cespuglio di rovi "Non ce la farai mai a battermi, schiappa". Terry, la mia amica del cuore "estiva", indignatissima, gli urlò contro "Ce la farà, cretino!!" e poi mi sorrise per incoraggiarmi. Mi salì dentro una voglia di fargli pagare quella spacconata, che presi tutto il fiato che potessi e al "tre!" di tutti quei bambini urlanti, m'immersi ad occhi chiusi con un piccolo tuffo in avanti. Una mano sul naso, l'altra a muovere l'acqua intorno a me, per tenermi fermo in una posizione senza sprecare troppo fiato.
Contai i primi 60 secondi, mi dicevo che stavo andando alla grande, che ce la dovevo fare. Arrivai a 90 e il record ormai era superato, 86, ma volevo spaccarlo, quel cretino; Marco doveva pagarmela, l'avevo detto a me stesso e ormai era diventata una questione di dignità. Riuscii a contare fino a 100, poi tolsi la mano dal naso, sfinito, e aprii gli occhi. Volevo risalire a galla, ma all'improvviso vidi una marea di bolle d'aria uscirmi dal naso e dalla bocca e scorrermi all'impazzata davanti agli occhi, con quel rumore che, ovattato dall'acqua, appariva sordo alle mie orecchie otturate dalla pressione... e non capii più niente. Sembrava mi stessi sgonfiando come un palloncino bucato e avevo l'impressione di scendere sott'acqua, fin quasi a toccare il fondale, senza che io lo volessi. Persi il conto e il controllo. E quando tentai di mettere i piedi sul fondale roccioso, persi l'appoggio e mi spaventai del vuoto sotto: la corrente m'aveva portato dove l'acqua era alta e per un attimo ebbi paura di affogare, nonostante sapessi nuotare. Ricordo gli scogli opachi sotto di me, le alghe ondeggianti, quel fischio, quasi un sibilo, che si sente sempre sott'acqua e che mio padre diceva fosse il canto delle balene in mari lontani... e i mille riflessi del sole sui gusci delle conchiglie o sui pezzi di vetro consunti a regalarmi il loro riverbero negli occhi... credetti di svenire. Poi, forse il semplice istinto di conservazione mi fece sbattere forte i piedi, l'acqua si mosse e schizzai a galla con la faccia in aria e il fiato che mancava.
"121!!!! 121!!!", urlavano i bambini, che a nuoto m'avevano raggiunto, ignari del fatto che per un momento m'era parso di non riuscire a risalire più a galla. Ero risalito, però. E avevo vinto. Contro Marco e contro il Mare... folle, questo, perchè il Mare non lo si deve sfidare mai, solo rispettarlo. E per quel rispetto che nutro verso di Lui da sempre, forse, me la cavai... chissà.

Fatto sta che voglio risalire anche adesso, come allora, liberandomi da quest'apnea forzata che mi sta togliendo giorno dopo giorno il fiato, mettendo a dura prova la mia pazienza, il mio equilibrio