giovedì, 29 maggio 2008

Forse, il paradiso si trova a Positano o dovunque ci sia tu con me.

Comincia tutto a bordo di un taxi, all'ingresso del suo parco.
La vedo, appena il temibile tassinaro svolta l'ultima curva, lei è lì che mi aspetta, occhiali da sole inforcati e trolley stretto tra le ginocchia. Sorrido, lei mi vede sorridere nonostante il riflesso del sole nei vetri, ricambia con un saluto pieno d'entusiasmo e s'avvicina per salire in macchina. La stringo come se fosse la prima volta che la riveda dopo mesi. Ha caldo, ma la sua pelle è fresca e profumata, non una goccia di sudore sulla fronte, nonostante gli oltre trenta gradi di quel magico mezzogiorno del suo compleanno.
"Auguri, amore mio..." inevitabile un bacio, tutto sommato contenuto davanti al tassista. Appoggia la testa sulla mia spalla e mi sussurra che è felice. Le apro la portiera, la faccio salire in macchina e non mi sfugge un bel passaggio di gambe, che sbucano fuori dal tessuto svolazzante del suo vestitino fantasia. Giro attorno al "deretano" del taxi, visibilmente compiaciuto per quest'inizio compito e caldo, ed entro in macchina anch'io.
"Molo Beverello, per favore". Il tassista mugugna un sì, s'asciuga il sudore e partiamo. Il traffico di Napoli ci permette di chiacchierare sottovoce tra un clacson e l'altro, senza che il tassista ci senta. Ci vede ridere dallo specchietto, tenta di carpire qualcosa, si vede dal suo sguardo attento, ma più fa così e io più abbasso la voce, chinandomi accanto all'orecchio di Lu, che profuma di Dior.
Arriviamo al porto, trasciniamo i nostri bagagli leggeri con le ruotine che quasi s'appiccicano all'asfalto bollente e ci avviciniamo al botteghino per comprare i biglietti del metrò del mare.
"Due per Positano, grazie"
"No, dotto', nun v'e pozz' fa' mo', è ampress'..." risponde un uomo sulla sessantina, che ha tutta l'aria di un vecchio lupo di mare in pensione, ora riciclato come bigliettaio sulla terraferma.
"Scusate, ma se devo prendere il metrò delle 14.15, quando lo devo comprare il biglietto?"
"Arapimm' 'e doje manc' nu quart', mo' nun v'e pozz' rà 'e bigliett', aggiat' pacienz'..." e allora guardiamo l'orologio, è solo passata da poco la mezza e decidiamo che è presto per aspettare lì, così ce ne andiamo a mangiare in una taverna nei pressi del porto, "A taverna do' Re", dove si mangia divinamente ed è tutto molto caratteristico, tanto che per un po' ci siamo sentiti due turisti in giro per Napoli, come se venissimo da chissà quale parte lontana del mondo.
Inutile dire che un cameriere voleva proprio prenderle, con quegli occhi fissi sulle gambe della MIA donna. Roba da matti, certa gente non sa manco guardare, e per tutta risposta io ho guardato lui con occhio torvo finchè non ha smesso di fare l'idiota, tanto che due sono le cose: o mi ha scambiato per un serial killer pronto a tutto oppure mi ha preso per una checca innervosita dal fatto che lui stesse guardando le cosce di lei e non le mie. Comunque, ha smesso, questo è l'importante. Mangiamo, pieni di entusiasmo per questo suo compleanno finalmente festeggiato insieme, io che per anni mi ero sempre chiesto, da ragazzo, quando fosse e non avevo mai avuto l'opportunità di chiederglielo, anche solo per regalarle un semplice sorriso, quando più di tanto non mi era concesso. Pago, la raggiungo e ce ne andiamo a piedi, sotto un sole che squaglia, al porto, sul lato opposto della strada. Il botteghino è finalmente aperto. Davanti a noi, una coppia di turisti, che parlano un inglese maccheronico, ma mai quanto lo è quello di risposta, che ricevono dal vecchio lupo di mare e dal suo giovane assistente bigliettaio, un ragazzo con la faccia da scugnizzello, che per partito preso non conosce neanche mezza parola di inglese.
"Positano, luggages, telephon... dove?"
"Che stat' dicenn', signo'? You Positan?" dice lo scugnizzello bigliettaio, che togliendo la "o" alla fine di "Positano" crede d'aver risolto il problema della lingua.
La signora ha la erre moscia e comincio a pensare che sia francese, dato che non sfoggia un inglese dei migliori. Lucrezia mi guarda e mi esorta ad intervenire, allorchè il dialogo tra i tre si fa sempre più contorto e il marito della francese gronda di sudore come un pachiderma in una sauna.
"Can I help you, madame?" e guardo il lupo di mare, dicendogli con il labiale "m'o veg' je, nun t' preoccupa'...", che non è francese, ma napoletano, e vuol dire "me la vedo io, non ti preoccupare".
La signora francese s'illumina in volto, appena si ricorda di essere ancora in Europa, trovando qualcuno che parla un minimo di "english koiné", la cosiddetta lingua comune che già molto saggiamente volevano imporre gli antichi greci al mondo di allora.
Mi spiega ciò che le occorre, incartandosi con le parole, al che le chiedo se sia francese. Mi risponde "oui!" e da allora parliamo nella sua lingua. Per fortuna, non mi sono incartato e così Lu mi ha guardato con gli occhi a cuoricino durante tutta la conversazione turistica, finchè dopo...
"Bravo, chi se l'aspettava che parlassi francese... sei pericoloso, tu, all'estero, guai a te se parti senza di me, capito? Chissà che combini..."
"Chi? Io?!? Ma scherzi? Mai fatto conquiste all'estero..." e scoppiamo a ridere tutti e due, un po' per le facce che facciamo, la mia di un finto serio davvero poco credibile e la sua di uno stupito allibito che fa sbattere a terra dalla simpatia, lei che fa smorfie tipo i fumetti e potrebbe anche non parlare, certe volte, tanto è chiaro ciò che i suoi occhi e le pieghette del volto vogliono esprimere.
C'imbarchiamo e il metrò del mare è quasi vuoto, si sta una meraviglia.
"Andiamo su, all'esterno, il mare è calmo, sarà bellissimo..." e portiamo i nostri trolley al piano superiore interno, pensando che l'uscita per il ponte esterno sia da lì. E, infatti, ci sono delle porte.
Mi avvicino ad una di loro, dopo aver sistemato i bagagli, e tiro con forza. TUNF!! TU TUNF!!
"Non si apre, ma che è?" TUNF!!!! E dò una strattone ancora più forte. Poi, guardo la porta e in alto leggo "Porta a chiusura stagna. Apertuta bloccata". Risate. Praticamente stavo staccando la maniglia e probabilmente a furia di strattoni mi sarei ritrovato in mano tutto il traghetto, ma la porta sarebbe rimasta lì, immobile!
"Credo proprio che si salga da giù..." dico con aria imbarazzata, mentre Lu ride come una scema.
Scendiamo, lasciando i bagagli al piano di sopra, che è praticamente tutto per noi.
Finalmente arriviamo all'esterno e ci accomodiamo al sole. Con noi, solo una coppia di tedeschi, ognuno per i cazzi loro (molto innamorati!), una ragazza spagnola con le cuffie nelle orecchie, che ha canticchiato pezzi di Ricky Martin tutto il tempo e un signore sulla trentina tutto vestito da lavoro. Il sole picchia in testa, ma appena il metrò si allontana dal porticciolo, un vento bellissimo ci rinfresca, tutto profumato di salsedine. Accanto a noi il Vesuvio, dall'altro lato Capo Posillipo, Procida e Ischia, di fronte a noi, seduti contro marcia, il golfo di Napoli che si allontana, e alle nostre spalle la Penisola Sorrentina e Capri, che si avvicinano sempre di più.
La traversata è stata meravigliosa, ci siamo detti cose che forse erano ovvie tra noi, ma che dette in quel modo e in quel luogo hanno lasciato il segno nel cuore; e dopo la seconda fermata in quel di Sorrento, sono saliti un bel po' di turisti, tra cui una famigliola tedesca con tre bambini, uno di questi letteralmente stupendo, un bambolotto... ma di uno scassacazzi pauroso!!!
Aveva un cappellino in testa, un capoccione tondo tondo e migliaia di biondissimi capelli ad incorniciare quel volto di poco più di un anno di vita, illuminato da due occhioni azzurri da accecamento. Piangeva, insofferente per il cappellino, e lo lanciava a terra di continuo per fare dispetto alla mamma. Gliel'ho raccolto io, ad un certo punto; gliel'ho messo tra le manine e lui zitto, mi guardava con aria tipo "machiseituuomonerocheccazzovuoi"; ha preso il cappellino e dopo un attimo FIUM!! l'ha buttato di nuovo per terra. La mamma, disperatissima, "I'm sorry".
Le sorrido, riprendo il cappellino sotto l'occhio vigile del biondissimo marrano, e glielo rioffro, ma... mentre lui sta per prenderlo con l'aria di chi pensa "tanto ora te lo butto per terra di nuovo, cretino", io tiro indietro di scatto il cappello e me lo piazzo in testa, facendogli una linguaccia.
Il bimbetto sgrana gli occhi e dice "Uhhhh!!!", come a dire "mamma, guarda 'sto mariuolo, s'è preso il mio cappello che volevo lanciare in aria altre trecentomila volte!". E tende le manine verso la mia testa, perchè lo vuole indietro. La mamma ride, divertita, Lu mi dice di non farlo troppo indispettire, se no piangerà di nuovo, mentre io le dico "lascia fare, conosco il tipetto, se lo accontenti, uno così, è la fine". Chiedo alla mamma se posso continuare a giocare e lei, che si stava esaurendo, pur di liberarsi un po' del bimbo diavoletto, acconsente molto soddisfatta e con aria di sfida mi dice "let's see what you're going to do..." e mi guarda con attesa.
Il piccino, tale Andreas, si lancia per terra, camminando tutto storto per cinque o sei passettini, sfidando le onde del mare, e mi si aggrappa forte alle ginocchia, protendendo le mani verso il cappello e dicendo "Ahhhh!! uhhhh!! MHMHMHM!!" che nella sua lingua voleva forse dire "Stronzo di merda, dammi il cappello mio!". Linguacce di risposta e un po' di solletico da parte mia. Finalmente il piccolo ariano ride. Mi si arrampica in braccio, mi stacca pure un bottone dalla camicia per appendersi e per un niente non se l'è mangiato, gliel'ho levato di mano al volo.
"E' kakken, qvesto non si pappen!" gli dico in tedesco maccheronico, ma il dito alzato che dice "NO" è internazionale per fortuna, molto meglio del mio "kakken", e il piccolo Andreas mi ridà il bottone. Poi, comincia a darmi i pizzicotti sulla faccia e a tirarmi i peli del pizzetto, a torcermi il naso, a graffiarmi le orecchie con quelle manine paffute dalle unghiacce affilate.
"Ouch!!" mi fa una frittata di palle con il piedino. Le ha prese per uno scaletto della Foppapedretti e ci sale su per raggiungere il cappello. Mi butto indietro con la testa per non farglielo prendere e che succede? SBONG!!! Capocciata sulla testa di una vecchia signora a metà tra il panzer e il frou frou, anche lei tedesca. "Ops, I'm sorry! Excuse me!" e lei "Ja, ja, no problema, carino omo latino" e Lucrezia "Madonna mia, devo stare attenta pure alle vecchie SS!!" e mentre io faccio il cretino vanesio per farla ingelosire riguardo al mio fascino interplanetario (!!!), Andreas si frega il cappello e se lo mette in testa, urlando per attirare la mia attenzione.
Ride, il caciuttiello perfido.
"Che te ridi?? Che te ridi????" e più gli dico così, più si spanza dalla risate. La mamma applaude, dice che sono un perfetto babysitter e mi chiede se io intenda trasferirmi a Colonia come ragazzo alla pari. Arriva il padre, poi, uno spilungone di due metri, che con aria seriosissima mi prende il bambino di dosso e se lo porta, con il risultato che Andreas scoppia a piangere e non la smette più. Dopo una mezz'ora, però, lo vedo dall'altro lato delle panche correre a quattro zampe in mezzo ai passeggeri, finchè trova un varco e torna da me, dando un urletto allegro e soddisfatto "TAAAAAHHHH!!!!!" del tipo "Sono tornato, ce l'ho fatta!". Mi molla un paio di schiaffetti sulle cosce, giochiamo al ragnetto che gli fa il solletico e poi lo riporto alla mamma, prima che lui si faccia un altro giretto esplorativo e finisca a mare.
Il saluto, stavolta, è senza traumi, perchè da lontano ci facciamo le pernacchie. Insomma, mi sono fatto un piccolo amichetto a Colonia.
Arriviamo finalmente a Positano, salutando da lontano i Faraglioni di Capri e l'arcipelago de Li Galli.
Positano è meravigliosa. Piena di turisti, acqua cristallina, profumo di fiori dappertutto e colori sgargianti di vestiti fatti a mano, sandali e borse. Una decina di porter ci offrono di salire sui loro carretti elettrici per evitare le salite e le scale tipiche del luogo, ma Lu ha voglia di camminare per gli angoli nascosti del paesino e così rifiutiamo e ci incamminiamo per le viuzze piene di negozi.
Assetati come due cammelli, alla fine della camminata, ci rifocilliamo in piazzetta con due megacedrate con fettona d'arancia e ghiaccio in abbondanza.
Scorgo un taxi, un enorme jaguar, e penso "Cazzo, uno ha un Jaguar e lo fa diventare un taxi???" e mi avvicino al tassista per chiedergli quanto disti la strada dell'albergo dalla piazzetta.
"Quale albergo?" mi chiede.
"Il Posa Posa" rispondo.
"Ah, certo, guardi lassù, lo vede?" e mi indica la struttura dell'albergo in cima ad una collina che scende a picco sul mare. Capisco che di certo non ci si possa arrivare a piedi.
"C'è la navetta che passa ogni mezz'ora, ferma proprio là sotto" dice il tassista e questa frase m'è sembrata così corretta da parte sua, che a quel punto ho deciso di volermi fare accompagnare da lui. E bene abbiamo fatto a far così, perchè c'era un bel pezzo di strada da fare e in navetta ci saremmo squagliati di caldo.
Arriviamo al Posa Posa intorno alle 16.30. L'albergo è un incanto, l'accoglienza è esemplare.
Un simpatico cameriere somigliantissimo a Giancarlo Magalli ci porta in giro per l'albergo, per farcelo vedere, cosa che non m'è mai capitata in tanti anni di viaggi. Ci mostra la terrazza del ristorante, il solarium, i saloncini e poi ci porta nella nostra suite. Ci chiude la porta alle spalle con un sorriso estremamente sornione e se ne va.
Lu mi abbraccia fortissimo, quasi non mi fa respirare.
"Ce l'abbiamo fatta, siamo lontani da tutti, mi sembra di essere fuori dal tempo qui... sarà il compleanno più bello di tutta la mia vita...". Ci stringiamo. Sono così felice di stare dove sono proprio con lei, che quasi non mi sembra vero. Tiro fuori dalla valigia tutti i miei regali per lei. Li spacchetta con mani tremanti e ad ogni regalo mi dice "tu sei pazzo... come facevi a sapere che volessi questo?". Eh, come facevo... è una vita che ti scruto, bella mia! Non so quante volte ho desiderato farle un regalo, farle vivere un sogno in cui ci fossi io al suo fianco; e ora credo proprio di poter dire che ce l'ho fatta.
La stanza è splendida e ha una vista sul mare che toglie il fiato. E poi il fiato me lo toglie lei, con i suoi baci, le sue mani, il suo corpo.
Un po' di censura non guasta, andiamo avanti!
Decidiamo di fare una passeggiata prima di cena, ma ormai i negozi sono chiusi; diciamo che abbiamo perso la cognizione del tempo? Ed è proprio il tempo che abbiamo beffato, quella sera. In genere abbiamo sempre le ore contate, io per via di mio figlio, lei per altro, ma stavolta il tempo se n'è andato al diavolo, giorno e notte tutti per noi.
Per le vie di Positano c'è un allegro e romantico silenzio, fatto di turisti discreti, che passeggiano mano nella mano o coccolando le loro macchine fotografiche, per catturare gli scorci migliori da portare in giro per il mondo, di ritorno verso i loro paesi. Perchè Positano resta nel cuore, ha una magia d'altri tempi, è come se si tornasse a vivere in quelle atmosfere da film anni '60, un po' stile "scandalo al sole", dove tutto è colorato di tonalità eleganti, vere, profonde e naturali.
La strada, poi, è inondata dal profumo dei gelsomini, che s'arrampicano sui muri di tante villette e danno sfoggio di sè nell'aria fresca della sera, mentre da una chiesetta vengono fuori le note praticamente perfette per intonazione di un gruppo di coristi che si esercita.
Mi sono sentito, in quel momento, l'uomo più felice della Terra, stringendo a me la mia donna, l'unica che davvero sa io chi sia, l'unica che l'abbia capito fino in fondo e che di me sa tutto.
Ed eravamo in tre, risalendo verso l'albergo per la cena: Lu, Amore ed io. La felicità.
Abbiamo cenato sulla terrazza a mare dell'albergo, tavolo riservato nell'angolino più panoramico e appartato, luci tenui e una candela ad illuminare il tavolo, sistemata in un piccolo bouquet di fiori freschi. Giancarlo Magalli de noantri ci accoglie con la sua semplice eleganza e ci consiglia i piatti più gustosi del giorno, nonchè il vino da abbinare, lui che decanta le sue doti da sommelier con una genuina simpatia. Linguine agli scampi e frutti di mare al cartoccio, grigliata mista di pesce, insalatina mista alla julienne con fiocchetti di patate, fragoline all'arancia e torta (buonissimissima!) ai frutti di bosco con spuma di cioccolato fondente. Un ottimo e fresco Greco di Tufo (inutile dire che la bottiglia l'abbiamo fatta fuori tutta!) e la cena è stata veramente perfetta, quando all'improvviso si sono liberati gli ultimi due tavoli occupati e abbiamo avuto la terrazza tutta per noi. Giancarlo Magalli ogni tanto veniva a versarci il vino e ad accertarsi che fosse tutto a posto, intrattenendosi per veloci chiacchiere con noi, raccontandoci delle sue molteplici doti di musicista, sommelier, pittore, nonchè sub. Insomma, una personalità interessante, che per rimanere a Positano a lavorare, nella sua terra e vicino ai suoi cari, si è messo a fare il maitre al Posa Posa, mettendoci tutta la passione che avrebbe messo in altro, così diceva.
Ci chiede se gradiamo la musica in sottofondo, un piacevole cd di jazz, che sebbene non sia esattamente il mio genere, va benissimo per l'occasione. Spegne un paio di luci, poi.
"Se non gradite altro, vi lascio soli, buona serata..." e va via, lasciando a nostra completa disposizione il terrazzo dell'albergo.
In cielo un'infinità di stelle, il profumo del mare sotto di noi e tante piccole lucette nelle case intorno, in un silenzio surreale d'altri tempi. Balliamo, stretti e felici, senza dire una parola, ma entrambi con il sorriso che si staglia sui volti appagati, che nascondono corpi ancora desiderosi di giocare per tutta la notte. Beviamo gli ultimi sorsi di vino appoggiati alla ringhiera, poi il suo décolleté... mi distrae.
"Che guardi, marpione?" mi provoca, sorridendo.
"Le... colline di Positano..." e mi giro da un'altra parte, per darmi un finto tono serio. La sua mano nella mia camicia.
"Ti sta bene questa giacca beige... ma stai meglio senza..." ARGH. In un attimo ho visto tutta Positano in fiamme al pensiero di quello che avrei voluto farle in quell'istante.
"Anche tu stai benone con quel vestito color pelle..."
"Dici quello aderentissimo e quasi invisibile?"
"Sì, proprio quello, è all'ultima moda, complimenti..."
"Sì, sai... l'ho comprato in una boutique milan..." e prima che finisca di fare la scema, le stampo un bacio pazzo per zittirla.
"Andiamo in camera..." mi risponde con un bacio sul collo.
L'aspetto fuori al terrazzino, mentre lei si prepara per la notte, e mi viene un'idea. Corro giù alla reception, mi faccio dare un materasso piccolino aggiuntivo, quello per bambini; dò una bella mancia al povero cristo del fattorino, che ho fatto svegliare all'una di notte, e metto il materasso sul lettino prendisole che sta fuori al terrazzino. Strappo quasi il copriletto dal letto e lo metto sul materasso all'esterno. Mi chiudo fuori, serrando le imposte.
Lu esce dal bagno, la vedo dalle fessure. Accende una lucetta, io che avevo spento tutto, e rimane ferma, immobile, con aria spaventata.
"Amore? Dove sei? Ti sei nascosto? Dai, tesoro, per piacere, esci, lo sai che non mi piacciono questi scherzi, non mi far spaventare..." ma io nulla, zitto.
"Amore! Lo so che sei dietro al letto, esci fuori, ti ho visto!" e io penso "Come no, m'hai visto, tant'è vero che sto fuori, non dietro al letto, pollastra!".
"Ok, resta pure nascosto, tanto finchè non esci io non mi muovo da qui" e assume un'espressione spaventatissima, allorchè comincio a muovere le imposte da fuori, che tra l'altro s'erano pure incastrate.
"Amore! Fuori c'è qualcuno, esci!! Non fare lo stupido, sta entrando qualcuno da fuori!" e a quel punto riesco ad aprire le imposte e lei "AHHHHHHHHHHHHHHHH!!!! AIUTOOOOOO!!" e non sto a dire quanto io abbia riso, quando lei ha detto dopo l'urlo "Ma scusa, tu che ci facevi fuori?!?!? Non eri sotto al letto?!? E chi c'è sotto al letto?!?!". Dopo averla presa in giro a dovere e tranquillizzata, me la sono presa in braccio e via, fuori, sul nostro letto improvvisato sotto le stelle.
Ci siamo avvolti in un lenzuolo, illuminati solo dalle lucine delle case sulla collinetta e dal bagliore di Venere, e siamo stati lì per ore, coperti solo da un sottile strato di cotone bianco. Il paradiso.
Prima dell'alba siamo entrati di nuovo in camera, stretti sul nostro letto, come fosse la nostra prima notte di nozze. E ce lo siamo detti, un po' per gioco, un po' davvero, che avremmo tanto voluto che fosse davvero così, lei mia moglie, io suo marito; ma nessuno ci ha impedito di giocare ad esserlo. Abbiamo visto l'alba, dormendo solo mezz'ora in tutto, e la mattina, tra il mini Pinot che era nel minibar e una lattina di Fanta, abbiamo brindato al nostro primo risveglio insieme.
Qualche lacrima di emozione le ha bagnato le guance, i miei baci gliele hanno terse, mentre cercavo di non crollare emotivamente anch'io, per quel senso di nostalgia di una notte da sogno appena finita.
Ci siamo coccolati fino all'ora di colazione e poi siamo andati di nuovo nella terrazza ristorante, tavolino all'ombra poco distante dal tavolo dei sogni della sera prima, e abbiamo divorato la colazione con una fame da lupi, dopo aver passato la notte sempre svegli, tra baci, discorsi scemi e seri, giochi e amore.
E andiamo a mare, dopo aver lasciato i bagagli alla reception, dove ho abbondantemente provolato una signorina per far sì che ci riservasse la camera anche per il pomeriggio, giusto per cambiarci dopo il mare (e infatti, dopo qualche piccola storiella del tipo "non credo si possa, non saprei, le dirò..." la stanza ci è stata data! Ecco a cosa serve fare dei complimenti galanti buttati al momento giusto!). Usciamo e prendiamo la navetta per andare in piazzetta.
Vedo un negozio bellissimo di vestiti tipici positanesi e decido a tutti i costi che Lu ne deve scegliere uno che le piaccia. La trascino nel negozio e la gentilissima commessa si mette a sua completa disposizione. Le fa provare un paio di vestiti e al terzo... BOOM! Colpo al cuore. Esce dal camerino con un vestito nero tutto traforato, che scivola sui fianchi a perfezione, che è la fine del mondo. "Questo! Questo!" dico io con il labiale, annuendo come un cretino con il rivolo di bava alla bocca. Adocchio una borsa del mare bellissima e sapendo che lei l'aveva dimenticata, chiedo alla signorina di mettermela in una busta a parte e la pago prima di nascosto.
Pago, poi, il vestito e usciamo dal negozio, dopo che io avevo attaccato bottone con la commessa, che si era dimostrata molto complice nell'aiutarmi a camuffare la borsa del mare e che per questo mi ha salutato con tanta simpatia.
"La vuoi finire?"
"Di far che?"
"Di far lo scemo con le donne"
"Ma quando mai, tesoro, non ho fatto mica lo scemo..."
"Ma se t'ho sentito dal camerino che le hai detto che era in splendida forma?"
"Vabbe', ma si dice per carineria, no?"
"Per carineria sai che potrei fare?"
"Cosa, cara?"
"Spaccarti la faccina, gioia"
"Ah, che tesoro..." e SBAM! Mi arriva una pacca dietro alla schiena bella forte.
"Uh! Non ho comprato la borsa del mare, come faccio a mettere le mie cose in spiaggia?"
"Sei sempre la solita sbadata..."
"Torniamo indietro, c'erano in quel negozio, erano carine..."
"No, no, dai, ormai siamo già quasi arrivati, chi ce la fa, è tutto in salita a tornare..."
"E dai, amore, non fare il pigro odioso, che ti costa..."
"No, la prossima volta impari, mi annoio di risalire, andiamo"
"Ehi, ma che ti prende?"
"Niente, andiamo" faccio io con aria insolitamente burbera e seccata, anche perchè non mi rivolgerei mai così a lei.
"Sei proprio insopportabile"
"Sì sì..." e allungo il passo.
"Almeno aspettami, no??? Ma che hai???" e corro sempre di più, fino a sparire dietro un angolo. Tiro fuori dalla busta la borsa del mare di stoffa colorata e me la ficco in testa, a mo' di cappello da jolly. Esco fuori dal vicoletto e le blocco il passaggio, saltellandole incontro, mentre due bambine sedute su dei gradini mi guardano e si sganasciano dalle risate "guarda quello con la borsa in testa!! Puahahahuhahuah!".
Lu comincia a ridere e me ne dice di tutti i colori, aggiungendo che c'aveva pure creduto a quel mio modo di fare così brutto e antipatico. Per punizione, ovvio, me la bacio per tutto il tragitto fino alla spiaggia, travolgendo pure un povero cagnolino, che per un pelo non mi ha azzannato la caviglia con cui gli ho fatto lo sgambetto.
Finalmente in spiaggia... il mare è grosso, ci sono dei cavalloni fortissimi e l'acqua è fredda, ma è limpidissima e invoglia. Entriamo in acqua e alla terza onda forte, Lu mi finisce addosso e la reggo, ma alla quarta onda finiamo in acqua tutti e due e la forza del mare ci spinge prima a riva e poi ci risucchia indietro al largo. Riprendo il controllo della situazione e l'acchiappo in vita.
"Guarda che se mi molli, il mare ti porta via, patata che non sei altro..."
"E' arrivato Massimiliano Rosolino dai 100 metri a stile libero... tsk..."
"Senti, bella, vuoi vedere che t'affogo?"
"Vediamo, scemo!" e comincia una lotta impari, perchè l'infame mi molla i calci sott'acqua a rischio frittata di palle! Così mi arrendo per un attimo, ma poi con la mia infallibile mossa piovra la distruggo, di baci, ovvio, me l'avvinghio addosso e me la porto a riva così, tipo mamma canguro con cangurino al collo. Ci stendiamo lì a prendere il sole e la faccio arrabbiare di continuo con qualche commentino idiota sulle signorine straniere in costume, ma lei ricambia ogni volta che passa qualche gnocco americano con la tavola da surf, manco fossimo in California o in Florida. Esaltati, tsk. Sì, ok, ok, sono geloso!
Verso il primo pomeriggio, decidiamo di mangiare un boccone leggero prima della partenza e ce ne andiamo in un ristorante carinissimo, che sorge sopra ad una specie di fonta d'acqua, dove in antichità c'era un mulino. Unica pecca, i camerieri completamente lobotomizzati e rattusoni. Li avrei uccisi.
Torniamo in albergo, ci cambiamo nella stanza che ci era stata lasciata a disposizione dalla simpatica receptionista e ci avviamo lentamente all'imbarco del metrò del mare. Siamo un po' in anticipo e ci mettiamo a chiacchierare accanto ad un pittore, che stava dipingendo la baia, a cui ovviamente diamo confidenza, essendo, lei ed io uno più chiacchierone dell'altra.
Con tutta calma, poi, andiamo al molo per fare il biglietto, quando un donnone sui 100 kg ci dice che il metrò non parte con il mare grosso. Azz!
Per un attimo esultiamo entrambi, che ci sentiamo come bloccati nel paradiso terrestre, poi lei si ricorda che il giorno dopo deve per forza stare a scuola, perchè ha le ultime interrogazioni da fare prima che le classi si ritirino. In quel momento ho odiato i suoi alunni, ma a quel punto serviva trovare subito una soluzione alternativa. Andiamo all'ente turismo. Spiego la situazione alla zizzonissima signorina, tutta scollata e provocante. Lu la guarda con odio, io non proprio con odio!
La zizzacchiona ci aiuta a trovare una soluzione. Ci indica un percorso lungo ed economico, fatto di pullman e circumvesuviana da Sorrento, e poi ci dice "e se, invece, volete fare una pazzia, vi chiamo un transfert e vi faccio portare a Napoli in un'ora e mezza" e facciamo 'sta pazzia, tanto ormai il clima da salasso continuo di Positano mi era entrato dentro e niente più avrebbe spaventato il mio bancomat intrepido. Per addolcire la delusione di non aver potuto fare di nuovo il tragitto in mare, urge un gelato al gusto di... hmmmm... anguria, mandorla e pistacchio! GO-DU-RIA!
Il ritorno in taxi va liscio, sebbene con un pizzico di malinconia per l'avvicinarsi del distacco. Lu si addormenta sulla mia spalla, come fosse una bambina, e in quel momento ho creduto che il mondo fosse l'abitacolo di quel pullmino Mercedes, escluso l'odiosissimo autista signorsotuttoiodellestradedinapolianchesesonodipositano.
La lascio sotto casa e lei mi chiede di non accompagnarla fin su, altrimenti non riuscirà a farmi andar via. Non insisto, perchè so anch'io che se salgo, è la fine, non torno più a casa e invece ho la mia peste che m'aspetta.
Ho mandato via il taxi e me la sono fatta a piedi, trolley al seguito, perchè avevo bisogno di star da solo e di riflettere un po' su tutto quel che era successo. So che sono innamorato, so che sono destinato a soffrire per quest'impossibilità di costruire qualcosa di solido con lei, ma so anche che non potrei mai rinunciare a tutto questo, perchè per la prima volta nella mia vita credo d'aver trovato una donna capace di entrarmi dentro senza invadermi. E questo è il massimo che si possa desiderare dall'amore: condivisione totale e rispetto totale, conditi da una passione che non ha confini.
Arrivo a casa, busso alla porta e mi apre un mostro verde e fucsia con in testa delle palline bianche.
"Papi, arrrrrrrrrggghhhhh!! Ti mischio il pruritooooo!!!"
"Ciao, pazzo! Che prurito? Che hai?"
"Ma no, papi, guardami! Ti piace la mia maschera da mostro dei pidocchi? Te li posso mischiare? Dopo ti gratto io la testa, giuro..." come se quei pidocchi di carta davvero facessero effetto...
"Ok, se mi gratti tu, si può fare... "
"Evvai!!! PSSSSSSSSSS!!!! Attaccatelo!!!!" e mi lancia addosso una manciata di palline di carta, che mi si infilano dappertutto, tra i capelli, nella camicia, nelle scarpe... insomma, è sempre il mio solito, piccolo folle...

martedì, 20 maggio 2008

Se telefonando...

Prima giornata di rientro al lavoro, praticamente il caos, ma mi sono divertito.
Sfottò a tutta forza sul mio povero sederino distrutto, pazienti che me ne hanno dette quattro per essermi assentato per tutto questo tempo, e poi varie telefonate: alcune di bentornato, altre di vaffanculo, altre di, come dire, "controllo".
E dai toni di voce si possono capire tante cose in una telefonatina di controllo.
Squilla. Guardo il cordless con aria seccata, quando non conosco il numero o è privato.
Rispondo gentile, ma secco.
"Pronto?"
Silenzio, ma un silenzio imbarazzato. Poi, un lungo respiro.
"Jack?"
"Sì, sono io, chi è?"
"Annamaria..."
"Ah... scusami, non t'avevo riconosciuta"
"Come stai? Ho chiamato a casa, ma non c'era nessuno e ho provato qui, ma non credevo di trovarti..." e l'imbarazzo nella sua voce cresce, non s'aspettava le rispondessi io direttamente.
"Sto meglio, grazie, e poi a casa non ce la facevo più, avevo bisogno di uscire, di fare qualcosa"
"Non trascurarti, non sforzarti..."
"Da quando ti preoccupi per me?"
Tace per qualche istante, poi prende fiato.
"Da un po'..." sorride in modo fintamente sommesso; immagino il suo volto ammiccante.
"Volevi dirmi qualcosa?"
"No, no, niente..."
"Allora, torno a lavorare?"
"Va bene, torna a lavorare, ci sentiamo..."
"Sì, ci sentiamo... baci"
"Sì, tanti..."
"Baci"
CLICK.

Non so perchè, ma dopo questa brevissima telefonata mi sono guardato nel riflesso della porta a vetri e ho sorriso, compiaciuto. Sì, lo so, è da vanesio, ma il fatto che io l'ammetta e lo scriva va un pochino a mia discolpa, no?

venerdì, 16 maggio 2008

Le pubblicità scatenano veri e propri drammi familiari...

Avete mai visto un bambino che gioca con gli assorbenti?
Io sì, qualche giorno fa.
Dove? In casa mia.
Chi è? Ovvio, mio figlio.

Sto steso sul divano a leggere, quando ad un certo punto, dopo l'ennesimo "GNEUUUUUUUUUNNNN" ad alta voce, vedendolo sgattaiolare avanti e indietro per il corridoio, mi alzo un po' e sto a guardare.
Noto mio figlio che corre con qualcosa di strano in mano, che ha le sembianze di una navicella.
"GNEEEEEUUUUUUUUUNNNNNN!!! FOUUUUUUUUUUUU!!!"
M'incuriosisco.
"R., che stai facendo?"
"Sto giocando, papi!"
"E a che giochi?"
"Alle navicelle!"
"Che navicelle? Fammi vedere un po'..." chiedo, incuriosito dal tono di voce non proprio innocentissimo.
R. saltella come al solito e mi lancia una delle sue "navicelle" addosso, ad ALI SPIEGATE.

"Assorbenti?!?!? Ma che sei scemo?"
"Papi, ma in tv hanno detto che hanno le ali e allora io e Gigio abbiamo pensato che volano meglio degli aeroplanini di carta!!!"
"Voi non siete normali..." e dire che dovrei saperlo già da un po', ma sorvoliamo.
"Guarda come vola bene!" e lo lancia fuori alla finestra.
"NOOO!!!" troppo tardi.
"Uh, papi, è caduto giù!" e giù abitano 5, dico CINQUE, ragazze, che non sto a dire che faccia abbiano fatto quando hanno trovato nel loro giardino un assorbente con sopra disegnati la bandiera degli USA e gli stemmi dei marines.
"Papi, e ora chi mi prende la mia navicella?"
"E te la prendi tu, bello mio, io 'ste figuracce non le faccio, chiama le ragazze e fattela lanciare su".
Non l'avessi mai detto.
"Ragazzeeeeeeeeeeeeeee!!!" urla il criminale da sopra.
Esce una di loro, che inizia a ridere come una pazza, dopo aver capito la richiesta. Mi chiama. Mi sfotte. Divento viola.
Volevo sprofondare.
Vado in camera di R. e trovo altri quattro assorbenti tutti dipinti con colori sgargianti, sistemati sotto al letto, che era diventato nel frattempo un hangar.
Lo guardo come a dirgli "tu sei da ricovero". Mi risponde con un faccino angelico da strozzarlo, poi scappa e va a saccheggiare la credenza in cucina, che manco un topastro.
Ora, ditemi: dovrei rassegnarmi o c'è ancora qualche possibilità di recupero con mio figlio?!?

lunedì, 05 maggio 2008

Lo riapro 'sto blog? Ma sì... ho una cosetta da raccontare...

Tsk. Sto ancora a casa, impossibilitato a sedermi. Scrivo al pc come una sottospecie di giraffa, che prova a chinare il collo per mangiare le foglioline più in basso, quelle buone e dolci dell'albero delle giornate felici, solo che non ci riesce, perchè le sembra che le tiri la pelle del culo! Troppo corta, non si può piegare in avanti, dolore! E, così, la povera giraffa si rialza e si rassegna a mangiare lo schifo di foglie secche, che crescono in cima all'albero delle giornate di merda.
Morale della favola in stile "Esopo incazzato": mai cadere per le scale come un provolone affumicato, perchè urtare sui gradini con l'osso sacro non è un'esperienza che consiglio a chi legge.
"Ma come hai fatto a cadere???".
Sento già le voci ridanciane che chiedono. Che ve ridete?!? Io soffro e loro ridono!
Comunque, narriamo la vicenda.
Lunedì 28 aprile, un calmo pomeriggio di primavera, finisco di lavorare e mi trattengo un po' allo studio, per sistemare scartoffie varie e fare un po' di ordine. Come si fa ordine? Buttando via cose vecchie. E dove si buttano via le cose vecchie? Negli scatoloni. E dove si mettono gli scatoloni pieni di roba vecchia? Nel cassonetto dell'immondizia appena fuori al portone del palazzo. E per arrivarci che si fa? Tadààà!! Si scendono le scale!
Mi avvio, bel bello, all'ingresso; apro la porta con il ginocchio (sì, sono una scimmia del circo, lo so), mi giro verso la mia segretaria, che mi guarda un po' perplessa.
"Dottore, vuole una mano?"
"La ringrazio, signorina, ma ce la faccio. Lascio la porta aperta, salgo subito..."
"Va bene, certo..."

Antefatto!
Poco prima di sistemare le carte e la robaccia nello scatolone, diventato, poi, pesantissimo, avevo congedato una paziente davvero stramba (non che sia l'unica con il mestiere che faccio!), ma questa aveva una particolarità: era (ed è, povera lei) una TALEBANA CATTOLICA.
Ora, che s'intenda per "talebana cattolica" credo sia molto facile da intuire: una donna dalle rigorosissime, almeno in apparenza, credenze religiose, ispirate al cattolicesimo, e particolarmente intransigente nei confronti di chi la fede non ce l'ha, vedi me.
Il discorso, infatti, durante la sua visita è finito sulla religione e lei, con tono alquanto schifato, mi dice:
"Dottttttttttore!!!!" sputando al di là della dentiera le cascate del Niagara "ma non mi dica, lei non crede Innostrosignore!" tutta una parola.
"No, signora, ma non s'arrabbi, lei può continuare a crederci anche se io non lo faccio, eh?" mentre lei mi guarda con l'aria famelica di un testimone di Geova, che vuole a tutti costi entrare nelle case dei senza fede.
"Ma io sto male, se vedo persone che non hanno fede in DIO BUONO!"
"Che sia buono, signora mia, lo dice lei... io non ne sono tanto convinto, volendo ammettere che esista..."
"Allora, vede?? Lei ammette che esiste! Ci crede!"
"Signora, ho detto VOLENDO AMMETTERE CHE ESISTA, non ho detto che credo esista, stavamo ipotizzando per ragionare insieme..." e comincio a spazientirmi.
"La fede non ammette ragione, dottore!"
"E la ragione non ammette la fede, signora"
"Non faccia il sofista, dottore" e io stavo per dirle "non faccia la scassacazzi, signora, anche se so che le è molto difficile", ma mi sono trattenuto.
"Non faccio il sofista, ma come il cristianesimo insegna, perchè non sono del tutto estraneo alla dottrina, anzi, ci vorrebbe quanto meno TOLLERANZA verso chi ha diverse fedi o proprio non ne ha e lei non ha esattamente l'atteggiamento di una persona tollerante, se mi permette quest'osservazione..." al che la talebana perde il contatto con la realtà e comincia a delirare in piena fase mistica.
"Dottore, io glielo dico, se lei non crede Innostrosignoregesùcristo, le capiteranno tante di quelle disgrazie, che poi un giorno si pentirà di non essersi affidato a lui!" e io metto una mano in tasca e faccio il più napoletano degli SGRAT!
"Signora, alla faccia della brava cattolica, che fa, manda le maledizioni agli infedeli? I tempi delle crociate sono passati, io glielo ricordo giusto per cronaca... "
"Scherzi, lei, scherzi... se ha questo studio così bello lo deve a LUI!"
"Ma perchè, la sta visitando LUI, adesso?"
"Dottore, non sia blasfemo!"
"Signora, allora mi faccia la cortesia, lei non sia invasata e rispetti chi la pensa diversamente da lei, non sarà certo a quarant'anni suonati che cambierò idea sulle convinzioni di una vita, tra l'altro sofferte..."
"Ma che deve soffrire, lei... con tutti i soldi che ha..." e in mente mia penso "ma che brava cristiana, i soldi sono la felicità, proprio come diceva quel povero cristo vestito di bianco in giro per Gerusalemme!".
"Eh, signora, la pensi come vuole, ma non sono i presunti soldi che fanno la felicità, ci vuole ben altro, e lei che ha di certo più esperienza di me - quasi a dirle che era vecchia e bacucca! - dovrebbe saperlo... comunque, rispetto le sue idee, ora però devo salutarla, perchè ho i tempi strettissimi, mi perdoni."
"Ne riparleremo, dottore"
"Come no! Cioè, certo, certo... ora, la saluto, alla prossima" e l'accompagno alla porta.
"Vada a messa, domenica, dottore, perchè se non ci andrà, le succederanno cose brutte"
"AZZ!!" penso tra me e me "M'ha mandato di nuovo una seccia!" dicesi "seccia" la sfiga più nera. E mi gratto di nuovo, non si può mai sapere.
"Signora, le farò sapere se la luce divina mi avrà folgorato in settimana, vada tranquilla, vada..." e che palle!
La signora se ne va e io inizio a fare ordine nella stanza.

Torniamo alla porta d'ingresso, con la segretaria che mi chiede se io voglia una mano e io che dico di no.

Esco dall'uscio, barcollo un attimo: lo scatolo sarà stato pesante una trentina di kg, poco più, poco meno, tra fotocopie, vecchi regali inutili, qualche oggetto rotto, che chissà perchè avevo conservato, e robaccia simile.
Metto il piede sul primo scalino e scendo tranquillo.
Arrivato all'ultimo scalino della prima rampa, scivolo con il piede destro, ma immediatamente ritrovo l'equilibrio.
"Cazzo, l'ho scampata bella!" dico, camminando piano sul ballatoio tra una rampa e l'altra, maledicendo la signora talebana, che mi aveva mandato tutte le sfighe del mondo cattolico, ma... appena metto il piede sul primo gradino della seconda rampa, FIUUUUUUUMMMMM!!!!!
Scivolo di nuovo con il piede destro, in un crescendo di pathos, a metà tra Willy il coyote, Benny Hill e Mr. Bean, quando sta per succedere loro qualcosa di altamente drammatico e insieme palesemente comico; il piede sinistro, unico tutore del mio equilibrio, fa un salto sul gradino successivo, mentre il destro, non so perchè, non riprende posizione, e quindi io sto su un piede solo, tutto nella frazione di pochi secondi ovviamente, che mi fa da pseudostampella; e sembra che io stia giocando al gioco della campana!
Il punto, però, è che al terzo gradino il piede sinistro non regge, il destro continua a stare per aria per cazzi dei suoi (bastardo!) e FIUMMMMMMMMMMM!!!! Scivola pure il sinistro, considerato che il pacco in mano non era dei più leggeri. Ora, mettiamo la funzione rallenty.
La gamba destra era già per aria, fatto ancora scientificamente inspiegabile; la sinistra, con un notevole gesto atletico, dicesi anche ZOMPO PER ARIA, la raggiunge nell'aere delicato, così che io, per qualche frazione di secondo, ho fluttuato nell'atmosfera a cosce all'aria e sedere pronto per spaccarsi in due!
E, infatti, il sedere è finito proprio netto sul bordo di uno scalino. AHIA.
CHE CAZZO DI DOLORE ATROCE!!!!!!!!!!!!
E non è finita qui! Perchè mica dopo la botta colossale, che per un pelo non mi finiva il coccige in gola, si è fermato lì giochino? Eh, no! Ho cominciato a trasformarmi in una specie di slittino umano e, con l'osso sacro in fiamme, sono sbattuto su altri quattro gradini con il sedere e con la schiena. Per fortuna, ho irrigidito il collo e non mi sono spaccato la testa.
Comunque, sono rimasto per terra, inerme e senza la forza di muovere nemmeno un dito, per cinque minuti. In tutto questo, avevo pure lo scatolone di trenta kg addosso, che nel volo non si è scomposto affatto, ma ha avuto il gentile pensiero di cadermi in piene palle.
Quando si dice un uomo fortunato... lo so, lo so.
Arriva, in preda al panico, la mia segretaria, che ha assistito, urlacchiando alle mie spalle, a tutto il volo.
"Dottore! Oh dio, oh dio!!"
"Basta con 'sto dio!" penso, dolorante all'ennesima potenza, ripensando all'anatema che mi aveva lanciato quella vecchiaccia ultracattolica della mia paziente.
"Dottore, ce la fa a muovere le gambe?" sentivo la poverina che mi chiedeva di muovere le gambe, con un tono di voce spaventatissimo, ma io non riuscivo nemmeno a respirare, figuriamoci a muovere le gambe.
Dopo i primi cinque minuti di immobilità assoluta, anche un po' spaventato dal fatto che non mi sentissi più la forza nelle gambe, mi viene un vomito tremendo, che trattengo a stento.
"Ho bisogno di... vomitare..."
"Oh, oh! Provi ad alzarsi, dottore, la prego, non lo faccia in mezzo alle scale, per favore!" e mi offre una mano per alzarmi, ma 'sti cazzi, io non ce la faccio e intanto il vomito gioca ad "onda su onda" nel mio stomaco. Nel frattempo, sale una vicina di pianerottolo e mi vede steso in mezzo alle scale.
"Dottore, sta prendendo la tintarella?" ah ah ah, 'sta stronza. Quanto la odio!
"Sì, signora, come ci si abbronza in mezzo alle scale..." dico con una faccia che trasuda istinto omicida, cercando di darmi un tono dignitoso e di ricompormi.
"Vuole una mano?"
"No, grazie, ce la faccio..." abbozzo un sorriso falsissimo di cortesia, che sta a significare "se non te ne vai, ti sparo un calcio in bocca e la dentiera nemmeno te la compro".
"Sa, ieri, una mia amica si è fatta tutta la scalinata del cinema Filangieri... con il sedere, naturalmente..."
"Come la capisco... e ringrazio lei, invece, che sa proprio come rincuorarmi" e la tizia, tra l'altro anche abbastanza bonazza, ma insopportabile, mi saluta e se ne va, consigliandomi del ghiaccio sulla parte lesa, come se non ci fossi già arrivato da solo, considerato che sono pure un medico!
Provo ad alzarmi, vedendo le stelle, e camminando a passettini di formica, con un dolore atroce diffuso un po' ovunque, tranne ai capelli, mi dirigo verso il bagno dello studio e... STOP! Ho pietà dei vostri stomaci, lascio alla vostra immaginazione.
Dopo questo sfogo grastrointestinale, la mia segretaria mi accompagna al pronto soccorso per una radiografia; il timore di una microfrattura, vista la camminata, c'era tutto e bisognava accertarsi che non ci fosse, come poi è stato.
Inutile dire che il tragitto in macchina è stato micidiale. Ogni fosso del manto stradale era una tortura! Solo che ripensavo alla caduta e mi veniva da ridere in un modo pazzesco, come pure alla mia segretaria, che si asciugava le lacrime per le troppe risate e i miei mugolii di dolore.
Arrivo al pronto soccorso e per fortuna mi attende un collega, che avevo chiamato. Mi accompagna in radiologia e trovo una dottoressa che più bona e antipatica proprio non si può. Mi rifaccio gli occhi, ma la odio fin da subito.
"Salga qui su", mi dice, con tono molto perentorio.
"Non posso prima abbassarmi i pantaloni? Mi sa che dopo avrò difficoltà da steso, faccio peso proprio lì..."
"Salga qui su, li abbasserà dopo"
"Sissignora...".
Salgo sullo scalino del lettino della macchina per i raggi e questo si comincia a stendere in orizzontale, mentre io avevo la sensazione che l'osso sacro mi si schiacciasse, più assumevo la postura orizzontale.
"Ora, si abbassi il pantalone"
"E' una parola, da steso non ci riesco!" ed entra un'infermiera all'improvviso, senza manco bussare; una donna grassoccia sotto la sessantina. Viva la privacy degli ospedali napoletani.
"Che ci siamo fatti qui? Vuole un aiuto?"
"Grazie, magari..." e la guardo, pietoso.
"Allora, vediamo un po'... eh eh eh..."
"Cazzo ridi?!?!" penso io.
"Bisogna stare attenti, quando si hanno parti del corpo così preziose... è un peccato rovinare 'sto capolavoro di dio!" e ride, dandomi uno schiaffetto sulla parte alta della coscia, quasi sul culo, insomma, strizzandomi l'occhiolino e facendo un sorrisino malizioso alla dottoressa, che prima ricambia e poi quando la guardo, allibito, fa subito la faccia seria e odiosa.
"Stia fermo, non si muova" mi intima la bonazza.
"Sì, sì, pur volendo, come diavolo mi potrei muovere...?"
E inizia la radiografia.
ZAC!
ZAC!
Le prime due fotine del mio sederino.
Entra nella stanzetta dove sto io la bona.
"Che fa?"
"Si deve girare su un fianco, la sto aiutando"
"Mi fa un po' di solletico così..." e me la rido.
"Senta, non sia spiritoso, si giri su un fianco"
"Potessi... se mi dà un minuto, magari mi giro senza distruggermi di dolore"
"Faccia pure..." e si mette con le braccia serrate ad aspettare, dandomi una fretta tremenda. Così, il mio orgoglio maschile ferito m'impone di girarmi con una mossa secca e rapida, che, però, mi fa uscire dalla gola uno strozzatissimo "AHI!!!". Chiudo un attimo gli occhi per il dolore e quell'assassina della dottoressa che fa?!? Mi prende per le cosce e mi gira meglio a tradimento! Vedo di nuovo le stelle e poi mi dice:"
"FERMISSIMO COSI'".
"Agli ordini... dottoressa dalle mani delicatissime..."
"La voglia di scherzare non le passa nemmeno con il dolore, vedo"
"Meglio metterla a scherzo, lei mi fa paura..."
"Ah ah ah... zitto, su, collega, ora ti faccio la foto di profilo"
"Ah, ora ci diamo del tu?"
"Ti dà fastidio?"
"No, per carità, è che pensavo che Kappler non desse del tu ai poveri pazienti..." e le lancio, almeno tento, un sorrisetto marpione, giusto per vedere se da acciaccato riesco a sedurre una donna così algida.
Mi risponde con uno sguardo truce. L'avrò sedotta? Sì, eh? Come no...
Altre foto di profilo, poi torna e mi dice che posso alzarmi.
"Mi occorrerebbe un piccolo appoggio..."
"E' una scusa per abbracciarmi, lo so, li conosco quelli come te..." e mi offre la sua spalla, ma a quel punto inizia il gioco più bello.
"Io? Abbracciare te? Ma scherziamo... mi sei antipaticissima, piuttosto mi butto di peso dal letto..." e me la rido, vedendo la sua faccia sorpresa.
"Ah sì? E poi sarei io l'antipatica... vediamo come te la cavi, presuntuoso!"
Intanto, la mia segretaria entra e vede questo duetto comico, ma anche leggermente, come dire, invitante!
Mi butto dal lettino in maniera abbastanza maldestra, ma davvero non l'abbraccio. La guardo con aria di sfida, mascherando il dolore.
"Visto?" e lei tace, ridendo sotto i baffi.
Andiamo nella stanza a vedere la radiografia al pc e la fetentissima dottoressa mi tira uno scherzo bestiale, ma la cosa più grave è che io ci casco pure!
Sul monitor appare una radiografia di un femore con un chiodo dentro all'altezza dell'attaccatura del bacino.
"E che è questa?" chiedo io, incuriosito.
"Ma come che è? E' la tua, quando te lo togli questo chiodo? Si vede che ce l'hai da almeno una trentina d'anni. Quando ti operi?"
"Ma che stai dicendo?"
"Oh dio, non ti hanno mai detto che hai un chiodo nella gamba?"e a quel punto mi sono squagliato un attimo di terrore e in una frazione di secondo ho cercato di ricordare qualche possibile caduta infantile delle mie, a dire il vero non poche, per via della quale fossi andato in ospedale e avessi subito un'operazione. Nessuna, ovviamente. Al che, socchiudo gli occhi in una smorfia infastidita, realizzo la presa per i fondelli e "sei insopportabile, fattelo dire..." le sussurro, odiandola, ma divertito e imbarazzato per la figura da idiota.
"E tu sei proprio un fifone, fattelo dire..."
"Touchè..." e ridiamo tutti e due.
Dalla radiografia, viene fuori una lussazione dell'osso sacro e la prognosi è di 15 gg di assoluto riposo.
Du palle esagerate.
Torno a casa e da allora non sono più uscito, una noia veramente inenarrabile. Non posso star seduto, non posso stare troppo tempo in piedi e steso nemmeno, se non rannicchiato sul fianco destro, con l'orecchio che dopo un po' diventa una cotoletta alla milanese per la pressione sul cuscino.
In tutto questo, però, ho fatto una conquista!
Chi mi chiama, dopo un paio di giorni di convalescenza domestica?
"Pronto?" vedo un numero sconosciuto sul display di casa.
"Parlo con il fifone presuntuoso?" e la riconosco, sorpresissimo di sentirla.
"Toh, ma guarda chi c'è! La simpaticissima Kappler... a che devo l'onore?"
"Un bravo medico si accerta sempre delle condizioni dei suoi pazienti più problematici..."
"Ah, io sarei problematico, dunque?"
"In effetti, è stato un po' un problema non ripensare a quello scambio di battute, mica mi era mai capitato, sai?"
A quel punto,  la telefonata diventa un crescendo di provocazioni velatamente seducenti e sfottò maliziosi, tali che il mio ego si gonfia a dismisura, mentre penso che ho fatto colpo su quella gran gnocca della dottoressa infame pure con il sedere da fuori e zoppicante (sì, un uomo si accontenta di piccole cose in certe fasi della vita!); ma l'osso sacro gli impone di sgonfiarsi, dico all'EGO, non siate malpensanti (!), perchè non regge il peso di una tale pienezza di me ; e così mi ridimensiono, soprattutto ricordandomi che ora sono un uomo serio ed impegnato, diamine!
Il punto è che lo sono diventato sul serio, un uomo serio e monogamo, giurin giurello, ma... ehm... nel dna devo ancora convincermene, credo... :D


sabato, 15 marzo 2008
E alla fine ce l'abbiamo fatta... ho cucinato per te, per noi.
Sempre a dubitare delle mie, fino a te, indiscusse doti culinarie, dicevi "sì sì, dici sempre che cucinerai per me e poi non lo fai mai, ti distrai..." e mi baciavi con passione, fino a farmi perdere il controllo in quel salone di casa tua e ogni mia buona intenzione di farti assaggiare qualcosa fatto da me svaniva in un lampo; diciamo che ero preso da tutt'altro. Poi, m'hai lanciato la sfida: "secondo me, tu non sai cucinare".
Eh no, bella mia, ti faccio vedere io! E così è stato.
Ieri mattina, ho annullato tutti i miei appuntamenti e mi sono dedicato a te.
Ufficialmente, la "scusa" per vedersi era di darti una mano con un progetto di ristrutturazione di casa tua. L'abbiamo fatto? Ehm... più o meno, va'!
Sono uscito di casa con la ferma intenzione che t'avrei fatto un pranzetto coi fiocchi.
Sono andato al GS e ho fatto la spesa, maledicendomi. Sì, perchè la sera prima m'ero scritto tutta la lista dell'occorrente da comprare, ma poi, e manco mi meraviglio, la beneamata lista l'ho dimenticata a casa, ovvio, no?
E così, mi sono arrabattato all'interno di quell'immenso supermercato, cercando di ricordarmi tutto quel che mi servisse per il pranzo. Un'impresa, considerata la fretta di arrivare a casa tua e la voglia di darti un bacio.
Comunque, entro.
E mi dimentico di prendere il carrello all'ingresso, ma mica me ne accorgo subito? No, ovvio che no. Me ne accorgo dopo cinque minuti, quando le mie mani già sono stracolme di roba, che ho la tentazione di mettere in tasca, ma non perchè io fossi un ladro, ma perchè mi cascava di mano! Così, con aria semidisperata, mi guardo intorno per cercare un carrello o un cestello vuoto, ma niente. Vado da una cassiera, che ha l'aria di una persona gentile e con tutta questa roba in mano le chiedo:
"Mi scusi, signorina, ma ci sono carrelli all'interno o devo per forza riuscire fuori?"
Lei mi guarda con aria un po' perplessa e poi sorride, divertita.
"Dovrebbe riuscire fuori, ma non può passare con tutta quella roba..."
"Lo so, lo so... insomma, devo posarla tutta e poi riesco... "
"Eh sì, signore... non mi guardi con quell'aria avvilita..."
"No, no, ha ragione, ora poso tutto ed esco, ma... ehi, guardi, lì c'è una signora ad una cassa che sta per andar via, posso passare da qui e chiederle se mi lascia il carrello?"
"Signore, veramente non si potrebbe varcare le casse con la roba in mano, ma se sta attento a non avvicinarsi all'antitaccheggio, posso fare uno strappo alla regola... passi da qui..." e mi fa passare dietro alla sua sedia per non far suonare tutto. La ringrazio tantissimo e volo a placcare la signora del carrello.
"Signora, mi scusi, le occorre il carrello?" e con aria odiosissima, la signora mi risponde...
"Veramente dentro c'è la mia moneta da un euro" e io...
"E ma ovviamente gliela restituisco, si figuri... allora, posso?"
"Va bene..." sempre più scocciata, manco le avessi chiesto di prestarmi l'auto.
Per prendere il portafogli dalla tasca è una vera impresa: le mani sono piene di pacchi, bustine e cose varie prese prima, così non riesco proprio a muovermi senza che mi caschi tutto per terra.
Con sguardo implorante, le chiedo...
"E' vietato poggiare le mie cose nel carrello prima che le abbia restituito l'euro?"
"No, no... prego, ma non faccia lo spiritoso"
"Per carità... " e SBABABABAMMMM!!! Mi casca tutta la roba nel carrello, mentre la signora dice "Oh, madonna mia, che impiastro..." e io "Signora, lei mi sta mettendo un'agitazione incredibile, non mi guardi così, eh, mamma mia! Ecco il suo euro, è stata GENTILISSIMA..." dico, marcando ironicamente il tono di voce sull'aggettivo. La saluto e tutto fiero del mio carrello conquistato a fatica, mi riavvio tra gli scaffali. E vaffanculazzo, certa gente è proprio insopportabile.
Settore frutta e verdura. La frutta non mi serve, lei ne mangia tanta e a casa sua c'è sicuramente, mi dico.
La verdura, sì. Compro rucola, carote, limoni, funghi e finocchi. Vedo delle noci già spellate e le compro.
Poi, settore salumeria: mi servono la bresaola, lo speck, la provola, la ricotta di cestino, il parmiggiano, le olive verdi.
Infine, uova, pancetta a cubetti, bucatini, farina, lievito e latte. E una piantina di basilico.
Vedo dei grissini al gusto di olive e li prendo. Faccio una fila colossale alla cassa, bestemmiando contro tutto l'Olimpo per il tremendo ritardo in cui fossi, e finalmente mi ritrovo faccia a faccia con la cassiera che mi aveva aiutato prima. Penso che dovrei ringraziarla in qualche modo per la gentilezza, solo che non ho troppo tempo, così faccio la prima stronzata che mi viene in mente: afferro un pacchetto di "mon cheri" da un espositore e le chiedo...
"Le piacciono?" 
"Eh sì, sono buonissimi, certo!"
Pago il conto, metto tutto in busta e faccio largo alla cliente dopo di me; ma senza allontanarmi dal banco cassa, mi avvicino alla signorina, le offro un ciuffo di basilico a mo' di fiore, con un mon cheri accanto.
"So che andrebbe detto con i fiori, ma del basilico profumato può andar bene comunque? Grazie per prima..."
"E' la prima volta che ricevo un omaggio floreale del genere, ma devo dire che è davvero carino, grazie a lei!" e ride di gusto, arrossendo.
"E' il minimo... buona giornata, signora, a presto"
"Buona giornata a lei, signore... e si ricordi del carrello, la prossima volta, altrimenti sarò pronta a ricevere un ciuffo di rosmarino per farla passare di nuovo oltre le casse da clandestino..." e io scoppio a ridere, salutandola.
Correndo come un pazzo per il ritardo, salto in moto, carico di buste e corro a casa di Lu, ma, correndo, faccio una frenata quasi di scatto davanti alla vetrina di una gelateria buonissima del Vomero, che ha esposti dei gelati  forma di bacio perugina versione maxi. Li compro, sono bellissimi, sembrano due seni, slurp!
Arrivo a casa della mia dolce tortura.
Fortunatamente, quello stronzo odioso del portiere, che ancora non ho capito se si chiami Martino di nome o di cognome, perchè poi qualcuno lo chiama Giovanni, non c'è e io sgattaiolo nel palazzo con fare furtivo, evitandomi la sua consueta radiografia impicciona.
Busso alla porta.
Un tuffo al cuore, quando apre.
E' bellissima, più del solito. Un po' abbronzata, perchè stava leggendo fuori al terrazzino al sole, stretta in un vestitino di maglina di un arancione tenue, con un cinturone marrone in vita e gli stivali di cuoio... una collana di quegli stessi colori che le dava una luce al viso spaventosamente bella e un profumo da schianto. Il tutto incorniciato da quei suoi capelli ondulati e ribelli, intorno a quegli occhi di fuoco.
"Finalmente, caro il mio ritardatario pieno di buste..." e non mi fa nemmeno entrare, che mi bacia da farmi sbattere per terra.
"Fammi posare almeno tutta questa roba, amore mio, non ti posso nemmeno abbracciare..."
"E che m'importa..." mi sussurra lei, con quel fare intrigante che certe donne hanno proprio nel dna.
Poi, solo quando l'ha deciso lei, posso posare le buste e travolgerla di baci, ma ancora con il giubbotto addosso, perchè non me l'ha fatto togliere! Si toglie quando lo decide lei, dice. E va bene, tanto io mi diverto un mondo a vedere come gioca con me.
Non mi fa mettere le cose in frigo e mi trascina sul divano a parlare di tutto e di più. Mi sta addosso con la sua sensualità da brividi, mi guarda come se volesse mangiarmi e io faccio lo stesso con lei e la prendo in giro, le dico "ma come siamo fredde, oggi... già non ti piaccio più, ammettilo... " e lei mi lancia un sorriso di sfida stupendo, alzandosi leggermente il vestito e sedendosi a cavallo su di me... wow... censura, censura, censura.
E dopo un paio d'ore passate stretti sul divano, la OBBLIGO a star buona, perchè io DEVO cucinare.
"Posso venire con te in cucina, almeno?"
"No"
"Ma come no?!? Non sai nemmeno dove siano le pentole e gli arnesi vari!"
"Li troverò."
"Dai, fammi stare con te, sto buonissima, giuro..."
"E va beeeeeneee... ma guai se mi baci" e mi bacia. Le ultime parole famose.
Comunque, dopo tarantelle varie, riesco ad avviare le prime operazioni culinarie.
Questo il menù consigliato dallo chef:

Antipasto

Rotolo di pasta al latte con funghi, provola e speck

Primo piatto

Bucatini alla carbonara

Secondo piatto

Involtini di bresaola farciti di crema di olive, ricotta e rucola, con grissini decorativi (se magnano pure!)

Contorno

Insalatina julienne di finocchi, carote, noci, rucola e scorzette di limone

Frutta

Macedonia di kiwi, mele verdi e spicchi d'arancia caramellati

Dolce

Gelati artigianali a forma di bacioni Perugina

Il tutto annaffiato da un ottimo Nero d'Avola e un sorso di Passito finale.
La fetentona malpensante alla fine s'è leccata i baffi e ha rimangiato la PESSIMA affermazione che io non sappia cucinare. Tsk!!! Pure i piatti decorati le ho servito, pure decorati!
E il giusto premio per un sì grande chef qual è?
Eh.
Vabbe'!
Peccato solo che io abbia lasciato una cucina che era un vero terremoto, ma tanto lei ha la sua tizia carina delle pulizie e mi ha obbligato a non muovere un dito, perchè avrei pure pulito, eh, se fosse stato necessario, giuro... (mi state credendo? MI STATE CREDENDO?!?!? NO?????? BRAVI!!!).
Che giornata meravigliosa... e ora mi tocca studiare e non vederla per qualche giorno, ma il ricordo di ieri mi terrà compagnia, perchè tanto ormai lei mi è dentro, dentro, dentro.

venerdì, 22 febbraio 2008
Dovrei andare a letto, ma non ci riesco.
Una strana inquietudine mi scoccia, stanotte, non so che voglia da me.
Ho perso l'eclissi, ieri. Ho perso anche la Luna, forse.
Chissà se la Luna sa leggermi ancora.
Succedono tante cose tutte insieme, in certi periodi, e in altri, invece, vorresti una novità, una briciola di novità, e non arriva nemmeno a pagarla. Perchè cazzo deve andare così, non l'ho mai capito. Sarà sempre per il principio "o tutto o niente", ma in fin dei conti va bene così, io ragiono da sempre in questi termini.
O tutto o niente. Da un lato ho tutto, ora, e dall'altro ho niente, m'è rimasto niente.
Sta andando avanti un bel progetto in cui mi sono tuffato. Da qualche giorno, io e mio fratello siamo ufficialmente soci in affari. Speriamo bene, ci crediamo in questa cosa, ed è motivo di unione dopo tanti screzi. E, oggi, mi arriva una mail davvero inattesa, da parte di una donna che per me è stata molto importante, un pilastro di fascino e simpatia. Se mi leggi, lo sai che ce l'ho con te, non ho avuto nemmeno la prontezza di risponderti, poco fa, mi sono appisolato per un po' sul divano e ora eccomi qui, provo a risponderti con un abbraccio nella notte.
Veltroni caccia De Mita. E fa bene. E anch'io caccerò la gentaccia che mi sta intorno, serve aria nuova.
Domani... anzi, tra un po'... conferenza alla Feltrinelli, ci sarà anche lei. Ci rivedremo, finalmente.
Ho quasi paura di tutta quest'emozione che provo nell'attesa, mi sa che sarò insolitamente imbranatissimo.
Pare che mi stia cominciando a venire sonno, me ne vado a dormire, prima che mi passi, sorridendo per un paio di frasette di R., stasera, a tavola.
"Papi, voglio un altro po' di pasta con le zOcchine..."
"Si dice zUcchine"
"Con la ZU?"
"R., ma non esiste mica la lettera ZU, parla bene"
"Come zucculoni?"
"R.!!! Ma dove le senti 'ste parolacce!"
"L'ha detto Ciro"
"E chi è Ciro?"
"Il bidello"
"E a chi l'ha detto?"
"Alle maestre, ha detto che sono tutti zucculoni che se la tirano"
ARGH.

Ma che personcina amabile deve essere, questo Ciro, eh...
martedì, 12 febbraio 2008

Aggiornamento dell'ultimo minuto, prima che lo porti a letto, per non dimenticare:

"Papi, a chi scrivi?"
"Eh? Che hai detto?"
"Papi, ho detto: a chi scrivi i messaggini?"
"A una mia amica"
"Del cuore?"
"Sì, abbastanza..."
"Hai la cottona per lei?"