lunedì, 05 maggio 2008

Lo riapro 'sto blog? Ma sì... ho una cosetta da raccontare...

Tsk. Sto ancora a casa, impossibilitato a sedermi. Scrivo al pc come una sottospecie di giraffa, che prova a chinare il collo per mangiare le foglioline più in basso, quelle buone e dolci dell'albero delle giornate felici, solo che non ci riesce, perchè le sembra che le tiri la pelle del culo! Troppo corta, non si può piegare in avanti, dolore! E, così, la povera giraffa si rialza e si rassegna a mangiare lo schifo di foglie secche, che crescono in cima all'albero delle giornate di merda.
Morale della favola in stile "Esopo incazzato": mai cadere per le scale come un provolone affumicato, perchè urtare sui gradini con l'osso sacro non è un'esperienza che consiglio a chi legge.
"Ma come hai fatto a cadere???".
Sento già le voci ridanciane che chiedono. Che ve ridete?!? Io soffro e loro ridono!
Comunque, narriamo la vicenda.
Lunedì 28 aprile, un calmo pomeriggio di primavera, finisco di lavorare e mi trattengo un po' allo studio, per sistemare scartoffie varie e fare un po' di ordine. Come si fa ordine? Buttando via cose vecchie. E dove si buttano via le cose vecchie? Negli scatoloni. E dove si mettono gli scatoloni pieni di roba vecchia? Nel cassonetto dell'immondizia appena fuori al portone del palazzo. E per arrivarci che si fa? Tadààà!! Si scendono le scale!
Mi avvio, bel bello, all'ingresso; apro la porta con il ginocchio (sì, sono una scimmia del circo, lo so), mi giro verso la mia segretaria, che mi guarda un po' perplessa.
"Dottore, vuole una mano?"
"La ringrazio, signorina, ma ce la faccio. Lascio la porta aperta, salgo subito..."
"Va bene, certo..."

Antefatto!
Poco prima di sistemare le carte e la robaccia nello scatolone, diventato, poi, pesantissimo, avevo congedato una paziente davvero stramba (non che sia l'unica con il mestiere che faccio!), ma questa aveva una particolarità: era (ed è, povera lei) una TALEBANA CATTOLICA.
Ora, che s'intenda per "talebana cattolica" credo sia molto facile da intuire: una donna dalle rigorosissime, almeno in apparenza, credenze religiose, ispirate al cattolicesimo, e particolarmente intransigente nei confronti di chi la fede non ce l'ha, vedi me.
Il discorso, infatti, durante la sua visita è finito sulla religione e lei, con tono alquanto schifato, mi dice:
"Dottttttttttore!!!!" sputando al di là della dentiera le cascate del Niagara "ma non mi dica, lei non crede Innostrosignore!" tutta una parola.
"No, signora, ma non s'arrabbi, lei può continuare a crederci anche se io non lo faccio, eh?" mentre lei mi guarda con l'aria famelica di un testimone di Geova, che vuole a tutti costi entrare nelle case dei senza fede.
"Ma io sto male, se vedo persone che non hanno fede in DIO BUONO!"
"Che sia buono, signora mia, lo dice lei... io non ne sono tanto convinto, volendo ammettere che esista..."
"Allora, vede?? Lei ammette che esiste! Ci crede!"
"Signora, ho detto VOLENDO AMMETTERE CHE ESISTA, non ho detto che credo esista, stavamo ipotizzando per ragionare insieme..." e comincio a spazientirmi.
"La fede non ammette ragione, dottore!"
"E la ragione non ammette la fede, signora"
"Non faccia il sofista, dottore" e io stavo per dirle "non faccia la scassacazzi, signora, anche se so che le è molto difficile", ma mi sono trattenuto.
"Non faccio il sofista, ma come il cristianesimo insegna, perchè non sono del tutto estraneo alla dottrina, anzi, ci vorrebbe quanto meno TOLLERANZA verso chi ha diverse fedi o proprio non ne ha e lei non ha esattamente l'atteggiamento di una persona tollerante, se mi permette quest'osservazione..." al che la talebana perde il contatto con la realtà e comincia a delirare in piena fase mistica.
"Dottore, io glielo dico, se lei non crede Innostrosignoregesùcristo, le capiteranno tante di quelle disgrazie, che poi un giorno si pentirà di non essersi affidato a lui!" e io metto una mano in tasca e faccio il più napoletano degli SGRAT!
"Signora, alla faccia della brava cattolica, che fa, manda le maledizioni agli infedeli? I tempi delle crociate sono passati, io glielo ricordo giusto per cronaca... "
"Scherzi, lei, scherzi... se ha questo studio così bello lo deve a LUI!"
"Ma perchè, la sta visitando LUI, adesso?"
"Dottore, non sia blasfemo!"
"Signora, allora mi faccia la cortesia, lei non sia invasata e rispetti chi la pensa diversamente da lei, non sarà certo a quarant'anni suonati che cambierò idea sulle convinzioni di una vita, tra l'altro sofferte..."
"Ma che deve soffrire, lei... con tutti i soldi che ha..." e in mente mia penso "ma che brava cristiana, i soldi sono la felicità, proprio come diceva quel povero cristo vestito di bianco in giro per Gerusalemme!".
"Eh, signora, la pensi come vuole, ma non sono i presunti soldi che fanno la felicità, ci vuole ben altro, e lei che ha di certo più esperienza di me - quasi a dirle che era vecchia e bacucca! - dovrebbe saperlo... comunque, rispetto le sue idee, ora però devo salutarla, perchè ho i tempi strettissimi, mi perdoni."
"Ne riparleremo, dottore"
"Come no! Cioè, certo, certo... ora, la saluto, alla prossima" e l'accompagno alla porta.
"Vada a messa, domenica, dottore, perchè se non ci andrà, le succederanno cose brutte"
"AZZ!!" penso tra me e me "M'ha mandato di nuovo una seccia!" dicesi "seccia" la sfiga più nera. E mi gratto di nuovo, non si può mai sapere.
"Signora, le farò sapere se la luce divina mi avrà folgorato in settimana, vada tranquilla, vada..." e che palle!
La signora se ne va e io inizio a fare ordine nella stanza.

Torniamo alla porta d'ingresso, con la segretaria che mi chiede se io voglia una mano e io che dico di no.

Esco dall'uscio, barcollo un attimo: lo scatolo sarà stato pesante una trentina di kg, poco più, poco meno, tra fotocopie, vecchi regali inutili, qualche oggetto rotto, che chissà perchè avevo conservato, e robaccia simile.
Metto il piede sul primo scalino e scendo tranquillo.
Arrivato all'ultimo scalino della prima rampa, scivolo con il piede destro, ma immediatamente ritrovo l'equilibrio.
"Cazzo, l'ho scampata bella!" dico, camminando piano sul ballatoio tra una rampa e l'altra, maledicendo la signora talebana, che mi aveva mandato tutte le sfighe del mondo cattolico, ma... appena metto il piede sul primo gradino della seconda rampa, FIUUUUUUUMMMMM!!!!!
Scivolo di nuovo con il piede destro, in un crescendo di pathos, a metà tra Willy il coyote, Benny Hill e Mr. Bean, quando sta per succedere loro qualcosa di altamente drammatico e insieme palesemente comico; il piede sinistro, unico tutore del mio equilibrio, fa un salto sul gradino successivo, mentre il destro, non so perchè, non riprende posizione, e quindi io sto su un piede solo, tutto nella frazione di pochi secondi ovviamente, che mi fa da pseudostampella; e sembra che io stia giocando al gioco della campana!
Il punto, però, è che al terzo gradino il piede sinistro non regge, il destro continua a stare per aria per cazzi dei suoi (bastardo!) e FIUMMMMMMMMMMM!!!! Scivola pure il sinistro, considerato che il pacco in mano non era dei più leggeri. Ora, mettiamo la funzione rallenty.
La gamba destra era già per aria, fatto ancora scientificamente inspiegabile; la sinistra, con un notevole gesto atletico, dicesi anche ZOMPO PER ARIA, la raggiunge nell'aere delicato, così che io, per qualche frazione di secondo, ho fluttuato nell'atmosfera a cosce all'aria e sedere pronto per spaccarsi in due!
E, infatti, il sedere è finito proprio netto sul bordo di uno scalino. AHIA.
CHE CAZZO DI DOLORE ATROCE!!!!!!!!!!!!
E non è finita qui! Perchè mica dopo la botta colossale, che per un pelo non mi finiva il coccige in gola, si è fermato lì giochino? Eh, no! Ho cominciato a trasformarmi in una specie di slittino umano e, con l'osso sacro in fiamme, sono sbattuto su altri quattro gradini con il sedere e con la schiena. Per fortuna, ho irrigidito il collo e non mi sono spaccato la testa.
Comunque, sono rimasto per terra, inerme e senza la forza di muovere nemmeno un dito, per cinque minuti. In tutto questo, avevo pure lo scatolone di trenta kg addosso, che nel volo non si è scomposto affatto, ma ha avuto il gentile pensiero di cadermi in piene palle.
Quando si dice un uomo fortunato... lo so, lo so.
Arriva, in preda al panico, la mia segretaria, che ha assistito, urlacchiando alle mie spalle, a tutto il volo.
"Dottore! Oh dio, oh dio!!"
"Basta con 'sto dio!" penso, dolorante all'ennesima potenza, ripensando all'anatema che mi aveva lanciato quella vecchiaccia ultracattolica della mia paziente.
"Dottore, ce la fa a muovere le gambe?" sentivo la poverina che mi chiedeva di muovere le gambe, con un tono di voce spaventatissimo, ma io non riuscivo nemmeno a respirare, figuriamoci a muovere le gambe.
Dopo i primi cinque minuti di immobilità assoluta, anche un po' spaventato dal fatto che non mi sentissi più la forza nelle gambe, mi viene un vomito tremendo, che trattengo a stento.
"Ho bisogno di... vomitare..."
"Oh, oh! Provi ad alzarsi, dottore, la prego, non lo faccia in mezzo alle scale, per favore!" e mi offre una mano per alzarmi, ma 'sti cazzi, io non ce la faccio e intanto il vomito gioca ad "onda su onda" nel mio stomaco. Nel frattempo, sale una vicina di pianerottolo e mi vede steso in mezzo alle scale.
"Dottore, sta prendendo la tintarella?" ah ah ah, 'sta stronza. Quanto la odio!
"Sì, signora, come ci si abbronza in mezzo alle scale..." dico con una faccia che trasuda istinto omicida, cercando di darmi un tono dignitoso e di ricompormi.
"Vuole una mano?"
"No, grazie, ce la faccio..." abbozzo un sorriso falsissimo di cortesia, che sta a significare "se non te ne vai, ti sparo un calcio in bocca e la dentiera nemmeno te la compro".
"Sa, ieri, una mia amica si è fatta tutta la scalinata del cinema Filangieri... con il sedere, naturalmente..."
"Come la capisco... e ringrazio lei, invece, che sa proprio come rincuorarmi" e la tizia, tra l'altro anche abbastanza bonazza, ma insopportabile, mi saluta e se ne va, consigliandomi del ghiaccio sulla parte lesa, come se non ci fossi già arrivato da solo, considerato che sono pure un medico!
Provo ad alzarmi, vedendo le stelle, e camminando a passettini di formica, con un dolore atroce diffuso un po' ovunque, tranne ai capelli, mi dirigo verso il bagno dello studio e... STOP! Ho pietà dei vostri stomaci, lascio alla vostra immaginazione.
Dopo questo sfogo grastrointestinale, la mia segretaria mi accompagna al pronto soccorso per una radiografia; il timore di una microfrattura, vista la camminata, c'era tutto e bisognava accertarsi che non ci fosse, come poi è stato.
Inutile dire che il tragitto in macchina è stato micidiale. Ogni fosso del manto stradale era una tortura! Solo che ripensavo alla caduta e mi veniva da ridere in un modo pazzesco, come pure alla mia segretaria, che si asciugava le lacrime per le troppe risate e i miei mugolii di dolore.
Arrivo al pronto soccorso e per fortuna mi attende un collega, che avevo chiamato. Mi accompagna in radiologia e trovo una dottoressa che più bona e antipatica proprio non si può. Mi rifaccio gli occhi, ma la odio fin da subito.
"Salga qui su", mi dice, con tono molto perentorio.
"Non posso prima abbassarmi i pantaloni? Mi sa che dopo avrò difficoltà da steso, faccio peso proprio lì..."
"Salga qui su, li abbasserà dopo"
"Sissignora...".
Salgo sullo scalino del lettino della macchina per i raggi e questo si comincia a stendere in orizzontale, mentre io avevo la sensazione che l'osso sacro mi si schiacciasse, più assumevo la postura orizzontale.
"Ora, si abbassi il pantalone"
"E' una parola, da steso non ci riesco!" ed entra un'infermiera all'improvviso, senza manco bussare; una donna grassoccia sotto la sessantina. Viva la privacy degli ospedali napoletani.
"Che ci siamo fatti qui? Vuole un aiuto?"
"Grazie, magari..." e la guardo, pietoso.
"Allora, vediamo un po'... eh eh eh..."
"Cazzo ridi?!?!" penso io.
"Bisogna stare attenti, quando si hanno parti del corpo così preziose... è un peccato rovinare 'sto capolavoro di dio!" e ride, dandomi uno schiaffetto sulla parte alta della coscia, quasi sul culo, insomma, strizzandomi l'occhiolino e facendo un sorrisino malizioso alla dottoressa, che prima ricambia e poi quando la guardo, allibito, fa subito la faccia seria e odiosa.
"Stia fermo, non si muova" mi intima la bonazza.
"Sì, sì, pur volendo, come diavolo mi potrei muovere...?"
E inizia la radiografia.
ZAC!
ZAC!
Le prime due fotine del mio sederino.
Entra nella stanzetta dove sto io la bona.
"Che fa?"
"Si deve girare su un fianco, la sto aiutando"
"Mi fa un po' di solletico così..." e me la rido.
"Senta, non sia spiritoso, si giri su un fianco"
"Potessi... se mi dà un minuto, magari mi giro senza distruggermi di dolore"
"Faccia pure..." e si mette con le braccia serrate ad aspettare, dandomi una fretta tremenda. Così, il mio orgoglio maschile ferito m'impone di girarmi con una mossa secca e rapida, che, però, mi fa uscire dalla gola uno strozzatissimo "AHI!!!". Chiudo un attimo gli occhi per il dolore e quell'assassina della dottoressa che fa?!? Mi prende per le cosce e mi gira meglio a tradimento! Vedo di nuovo le stelle e poi mi dice:"
"FERMISSIMO COSI'".
"Agli ordini... dottoressa dalle mani delicatissime..."
"La voglia di scherzare non le passa nemmeno con il dolore, vedo"
"Meglio metterla a scherzo, lei mi fa paura..."
"Ah ah ah... zitto, su, collega, ora ti faccio la foto di profilo"
"Ah, ora ci diamo del tu?"
"Ti dà fastidio?"
"No, per carità, è che pensavo che Kappler non desse del tu ai poveri pazienti..." e le lancio, almeno tento, un sorrisetto marpione, giusto per vedere se da acciaccato riesco a sedurre una donna così algida.
Mi risponde con uno sguardo truce. L'avrò sedotta? Sì, eh? Come no...
Altre foto di profilo, poi torna e mi dice che posso alzarmi.
"Mi occorrerebbe un piccolo appoggio..."
"E' una scusa per abbracciarmi, lo so, li conosco quelli come te..." e mi offre la sua spalla, ma a quel punto inizia il gioco più bello.
"Io? Abbracciare te? Ma scherziamo... mi sei antipaticissima, piuttosto mi butto di peso dal letto..." e me la rido, vedendo la sua faccia sorpresa.
"Ah sì? E poi sarei io l'antipatica... vediamo come te la cavi, presuntuoso!"
Intanto, la mia segretaria entra e vede questo duetto comico, ma anche leggermente, come dire, invitante!
Mi butto dal lettino in maniera abbastanza maldestra, ma davvero non l'abbraccio. La guardo con aria di sfida, mascherando il dolore.
"Visto?" e lei tace, ridendo sotto i baffi.
Andiamo nella stanza a vedere la radiografia al pc e la fetentissima dottoressa mi tira uno scherzo bestiale, ma la cosa più grave è che io ci casco pure!
Sul monitor appare una radiografia di un femore con un chiodo dentro all'altezza dell'attaccatura del bacino.
"E che è questa?" chiedo io, incuriosito.
"Ma come che è? E' la tua, quando te lo togli questo chiodo? Si vede che ce l'hai da almeno una trentina d'anni. Quando ti operi?"
"Ma che stai dicendo?"
"Oh dio, non ti hanno mai detto che hai un chiodo nella gamba?"e a quel punto mi sono squagliato un attimo di terrore e in una frazione di secondo ho cercato di ricordare qualche possibile caduta infantile delle mie, a dire il vero non poche, per via della quale fossi andato in ospedale e avessi subito un'operazione. Nessuna, ovviamente. Al che, socchiudo gli occhi in una smorfia infastidita, realizzo la presa per i fondelli e "sei insopportabile, fattelo dire..." le sussurro, odiandola, ma divertito e imbarazzato per la figura da idiota.
"E tu sei proprio un fifone, fattelo dire..."
"Touchè..." e ridiamo tutti e due.
Dalla radiografia, viene fuori una lussazione dell'osso sacro e la prognosi è di 15 gg di assoluto riposo.
Du palle esagerate.
Torno a casa e da allora non sono più uscito, una noia veramente inenarrabile. Non posso star seduto, non posso stare troppo tempo in piedi e steso nemmeno, se non rannicchiato sul fianco destro, con l'orecchio che dopo un po' diventa una cotoletta alla milanese per la pressione sul cuscino.
In tutto questo, però, ho fatto una conquista!
Chi mi chiama, dopo un paio di giorni di convalescenza domestica?
"Pronto?" vedo un numero sconosciuto sul display di casa.
"Parlo con il fifone presuntuoso?" e la riconosco, sorpresissimo di sentirla.
"Toh, ma guarda chi c'è! La simpaticissima Kappler... a che devo l'onore?"
"Un bravo medico si accerta sempre delle condizioni dei suoi pazienti più problematici..."
"Ah, io sarei problematico, dunque?"
"In effetti, è stato un po' un problema non ripensare a quello scambio di battute, mica mi era mai capitato, sai?"
A quel punto,  la telefonata diventa un crescendo di provocazioni velatamente seducenti e sfottò maliziosi, tali che il mio ego si gonfia a dismisura, mentre penso che ho fatto colpo su quella gran gnocca della dottoressa infame pure con il sedere da fuori e zoppicante (sì, un uomo si accontenta di piccole cose in certe fasi della vita!); ma l'osso sacro gli impone di sgonfiarsi, dico all'EGO, non siate malpensanti (!), perchè non regge il peso di una tale pienezza di me ; e così mi ridimensiono, soprattutto ricordandomi che ora sono un uomo serio ed impegnato, diamine!
Il punto è che lo sono diventato sul serio, un uomo serio e monogamo, giurin giurello, ma... ehm... nel dna devo ancora convincermene, credo... :D


lunedì, 03 marzo 2008

"Forse dio è malato" è un bellissimo documentario che vale la pena di vedere.
Ho voglia di vedere anche "Persepolis".
Mi piacerebbe riprendere a scrivere racconti, anzi, voglio provare con un romanzo, ce l'ho tutto in testa.
Sono un po' stanco e sta per arrivare la resa dei conti, poi, finalmente sarò di nuovo libero da ansie.
Credo che dovrei organizzare un bel viaggio.
La destinazione?
Non la so ancora, ma è meglio così.
"Posso rivederti già stasera? Ma tu non pensare male adesso" mi fa compagnia.
Associare le idee è un gioco che mi è sempre piaciuto.
Perchè alcuni fanno i vip su messenger, stando sempre su occupato per certi e poi per altri si sprosciuttano? Bloccatele, le persone con cui non vi va o non potete parlare, no?
Non è reato bloccare le persone su messenger.
Io ne blocco tante e spesso, perchè sono un po' stronzo.
No, non è perchè sono stronzo, ma è perchè non mi piace arronzare le persone, se non ho voglia di fare convenevoli e ho voglia di parlare solo con pochissimi amici stretti.
Voglio il cielo in una stanza.
Adesso, uccido gli operai dei vicini.
Disperatamente un respiro prova a salire dai polmoni alla mia bocca, non ce la fa ad uscire.
Questo cazzo di tempo di grigio mi ha veramente scocciato.
Se fossi in vendita, oggi costerei un sacco di soldi. Falsi.
Ma chi cazzo legge il mio blog? Non ci sono commenti eppure ho roba tipo 800 visite al mese. Comincio a pensare che lo shiny stat sia infestato da presenze ectoplasmatiche.
Non so se faccia figo avere uno strappo sui jeans, ma oggi sono caduto dalla moto e me li sono strappati.
Sì, sto bene, mi hanno solo investito di striscio.
La mia segretaria è particolarmente carina, quando si preoccupa per me.
Stai fermo, sei un uomo impegnato.
Allora, state zitte, non giratemi intorno, non voglio sesso, voglio solo amore.
Chi è capace di amare? Chi osa amare davvero?
Voglio che si fermi tutto per un istante, per vedere che faccia faranno certe persone nel momento in cui premerò "pause" sul lettore dvd del mondo. Sarà da ridere, cercherò le espressioni di paura e di desiderio, le più intense.
Maledetto il vento debole. Il vento è per definizione dirompente e coraggioso.
Un tuffo in un cratere in cambio di un tuo bacio al sapore di magma caldo.
Mi manchi e devo averti.
E' sempre tutto difficilissimo, perchè se no non c'è sfizio, mi pare di capire.
Mai niente è stato semplice per me, sarà che ho firmato un contratto di "vita incasinata" prima di nascere e non me lo ricordo.
"Se in quello che hai detto ci credevi davvero, vorrei tanto che lo ripetessi di nuovo", nel bene e nel male.
Ho deciso che mi farò crescere i baffi senza barba incolta intorno, anzi no, ho già cambiato idea.
Sto per dare un pugno nel pc, ho fatto una cosa che non avrei dovuto fare.
E, ora, lancio a mare il cellulare, perchè mi sta decisamente sui coglioni.
I soldi non mi servono, mi serve un prato e una mostra di Hackert.
Credo che casa mia sia nel Lago d'Averno, discenderò all'Inferno, se si entra da lì.
Il mio posto è quello, fiero peccatore.
"Papi, mi accompagni a comprare i pastelli nuovi?"
Un giorno, sì, ti accompagnerò, ma dammi la mano, non mi fido di quello che c'è fuori.
Sono stato un bambino sognatore, di quelli che parlano della natura con i mostri e scappano dagli angeli, perchè pensano siano fantasmi.

domenica, 02 marzo 2008

Minchia!!!!!!!!!!! Che incazzatura!!!!!
Fanculo alla gente stronza che non si fa mai i cazzi propri.
Invadenti di merda.
Credo che scriverò più parolacce in questo post che in tutto il mio blog, ma fa niente.
Quando ci vuole, ci vuole, porca puttana. Ahè, ne ho scritta un'altra, accidenti.
Concludiamo in bellezza?
Caro signore, cagati in mano e prenditi a schiaffi, segui il mio saggio consiglio in stile Shpalman, che shpalma la merda in faccia.
Questa è certamente la ricetta giusta per imparare a farsi gli affaracci propri e ad avere rispetto per gli altri.
Non ho proprio più parole, non c'è limite alla facciadiculaggine.

lunedì, 25 febbraio 2008
"G" di Goljadkin...

Niente di più sensuale di voler baciare la propria donna in un luogo pubblico e sapere di non poterlo fare.
Venerdì, si è consumato questo dolce supplizio nella sala conferenze del megastore della Feltrinelli; lì per ascoltare un intervento del bravo Domenico Losurdo sul concetto di "rivoluzione". Interessante ascoltarlo, bellissimi spunti storici sugli avvenimenti rivoluzionari dell'ultimo secolo, ma non è stato facilissimo mantenere l'attenzione, no, no.
"G. ..." nell'orecchio.
"Sì, dimmi..."
"Volevo dirti una cosa importante, avvicinati..."
"Certo..." m'avvicino con l'orecchio alla sua bocca e tremo dentro.
"Stasera, sei bellissimo, stai attento, perchè tra un po' ti rubo un bacio..." e GUUUUUULPPPPPPPP!!!!!!!
Io, come un pollo, davvero avevo creduto che volesse dirmi qualcosa di serio, riguardante la conferenza, e, invece...
E' stato meraviglioso guardarsi di sbieco con la coda dell'occhio, convinti che l'altro non ci vedesse, e invece ieri, tra le risate e i baci, ci siamo confessati che c'eravamo entrambi accorti di tutto.
E, poi, un episodio che sa a dir poco di "infernale".
Venerdì, dopo la conferenza, decidiamo di fare una passeggiata sul lungomare, fino al borgo di S.Lucia.
Arrivati lì, proprio sotto il monte Echia, il luogo del primissimo insediamento greco della vecchia Partenope, ci fermiamo a chiacchierare delle nostre origini "classiche". E' un piacere ascoltarla, sta nel suo, la Grecia è la sua passione. Mentre lei parla, però, noto un uomo stranissimo, che parla al cellulare in maniera confusa e ci fissa, ci fissa senza sosta, e lo fa in maniera molto imbarazzante.
Lo guardo meglio e vedo che mi somiglia in un modo pazzesco. Se avessi bevuto, avrei pensato a qualche scherzo della mia vista, ma ero lucidissimo.
Lo guardo, stupito; lui guarda me, ha negli occhi una strana luce, che inizialmente mi sembra di ansia.
Non dico niente a lei, per non turbarla, e proseguiamo. Dopo un paio di metri, mi volto alle mie spalle, per guardare di nuovo quell'uomo, e lo vedo che ci cammina dietro, sempre guardandoci fisso.
Ci supera e ci sorpassa, guardandoci. Ancora. Stavolta, però, nello sguardo leggo qualcosa di non proprio buonissimo, una specie di sfida. M'inquieto. Con una scusa, faccio rallentare il passo a Lu, così che io possa tenerlo d'occhio; ma lui si ferma. Si gira e ci cammina incontro.
"Che cazzo vuole, questo?? Magari è un suo ex alunno che non sa come attaccare bottone??" e poi, mentre io pensavo tutte queste cose, lei mi guarda e mi chiede "G., ma l'hai notato questo signore che ci gironzola intorno da qualche minuto?" e io annuisco, colpito dal fatto che non l'avesse visto solo lei.
"Tra l'altro ti somiglia tantissimo, è un tuo parente?"
"No, che mio parente, non lo conosco, ma l'ho notato anch'io da un pezzo... non è un tuo ex alunno?"
"No, affatto, non lo conosco proprio... "
"Lo tengo d'occhio io, stai tranquilla" lei sorride un po' ansiosa, poi riprendiamo a parlare.
Il tizio fa in modo di ritrovarsi alle nostre spalle.
Ho l'impressione che ci scatti un paio di foto con il cellulare, ma non ne sono certo, ho solo visto un flash e sentito un rumorino familiare, perchè aveva il mio stesso telefonino e mi è sembrato provenisse da lì.
"G., è ancora dietro di noi che ci segue?"
Mi giro piano, senza dare nell'occhio e lo vedo.
"Sì... facciamo così, entriamo in un bar, se ne andrà via" e così facciamo. Entriamo in un bar per un aperitivo; ma mentre sono alla cassa a pagare, questo tizio entra tutto trafelato e chiede un caffè, alle otto di sera. Un po' strano, il che mi fa pensare che abbia chiesto la prima cosa che gli fosse venuta in mente.
Guarda in un modo fastidiosissimo e volgare lei, mentre riserva per me sguardi quasi malvagi. E non smette un attimo, è insistente come mai mi è capitato in vita mia. Lo guardo meglio: sì, mi somiglia, ha la barba incolta, è alto più o meno come me, occhi e capelli neri, ma è un po' più in carne e ha più rughe, il naso un po' aquilino, diverso dal mio. Tutto sommato, la somiglianza è forte, mi somigliava più lui dei miei fratelli, e questo m'inquieta non poco. Voglio affrontarlo e chiedergli cos'abbia da guardare, ma Lu mi ferma e mi dice che la farei spaventare ancora di più e che non è prudente. Così, me ne sto fermo in silenzio ad osservarlo con la coda dell'occhio, dissimulando la tensione con due chiacchiere. Comincio a pensare tra me e me alle scene iniziali de "Il Sosia" di Dostoevskij, quando Goljadkin incontra di notte il suo sosia, appunto, tra le strade di una Mosca bagnata dalla pioggia, e si spaventa, perchè non capisce se questi esista davvero o se sia solo una proiezione del suo inconscio. Per un attimo, il dubbio l'ho avuto anch'io, lo ammetto, poi il fatto che lo vedesse anche lei, mi ha dato la certezza che non fossi pazzo... o quanto meno che non fossi pazzo solo io.
C'è, infatti, qualcosa di strano che mi tormenta dentro in questo periodo, come se provassi sensi di colpa per qualcosa, come se ci fosse qualcosa di sbagliato in quest'amore che sto vivendo.
Sempre in un delirio di letteratura russa, penso "Questo è Woland", il diavolo che si manifesta ne "Il maestro e Margherita" di Bulgakov. "Basta, smettila", mi sono detto, questo non è normale, occhi ben aperti.
Comunque, Lu si spaventa di brutto per questo ingresso del tizio nel bar, perchè è ormai evidente che c'abbia puntati e non si capisce cosa voglia, perchè dall'aspetto distinto non sembra affatto un ladro, un drogato o un maniaco.
"Facciamolo uscire prima di noi" le dico "così vediamo dove va e noi andremo dalla parte opposta".
E così accade. Lui esce, sempre fissandoci, perfino da fuori alla vetrina del bar, e sale verso destra. Va via, agitatissimo, sempre con questo dannato cellulare in mano, in cui ripete ossessivamente (e forse parlando con il nulla) "che hai detto????", il che mi fa pensare che sia una telefonata fasulla. Faccio passare giusto un minutino e usciamo dopo di lui, per non perderlo comunque di vista.
Mi giro verso destra e lo vedo, qualche metro più su, immobile, che ci aspetta e ci fissa.
"Andiamo, sta lì, dannazione... scendiamo a sinistra e affrettiamo il passo" dico a Lu, abbracciandola.
Mi giro e vedo che 'sto pazzo ci sta inseguendo, ma di corsa.
Attraversiamo e andiamo sull'altro lato della strada.
Lui attraversa poco dopo di noi.
Cazzo.
Indico in modo plateale un negozio sul lato della strada dove eravamo prima e faccio capire a Lu che dobbiamo attraversare di nuovo. Attraversiamo e lui ci segue pure stavolta. Ormai è ovvio che voglia farci qualcosa o quanto meno spaventarci. E ci sta riuscendo.
Al che mi scoccio, mi giro di scatto e mi fermo. Lo guardo fisso con aria minacciosa. Lui si ferma a una decina di metri da me e riprende quel cazzo di cellulare, fingendo di parlare. A quel punto, penso che sia proprio pazzo e che questo implica pure un certo grado di imprevedibilità nelle sue mosse e, dunque, di pericolosità.
"Ci sono dei taxi più avanti, prendiamone uno e seminiamolo, andiamo" e Lu mi si aggrappa al braccio, atterrita, allorchè dopo il nostro primo passo pure lui comincia di nuovo a camminare a passo spedito dietro di noi.
Entriamo nel taxi, ci chiudiamo subito dentro e quello che fa? Dà un cazzotto sul cofano della macchina, suscitando l'ira del tassista, che esce come un ippopotamo imbufalito dall'auto e gliene dice di tutti i colori.
Il tizio non si scompone proprio e continua a fissarci. Dico al tassista di non badarci, perchè è un fuori di testa e gli spiego l'accaduto, mentre ci porta nel luogo che gli avevo chiesto.
Mai successo niente del genere, ancora ci penso e non so che spiegazione dare. E quella somiglianza è la cosa che più di tutte m'ha scosso.
Fortuna che ieri, a casa di lei, nessuno ci ha inseguiti... si sono inseguite solo le nostre labbra, dappertutto...


venerdì, 22 febbraio 2008
Dovrei andare a letto, ma non ci riesco.
Una strana inquietudine mi scoccia, stanotte, non so che voglia da me.
Ho perso l'eclissi, ieri. Ho perso anche la Luna, forse.
Chissà se la Luna sa leggermi ancora.
Succedono tante cose tutte insieme, in certi periodi, e in altri, invece, vorresti una novità, una briciola di novità, e non arriva nemmeno a pagarla. Perchè cazzo deve andare così, non l'ho mai capito. Sarà sempre per il principio "o tutto o niente", ma in fin dei conti va bene così, io ragiono da sempre in questi termini.
O tutto o niente. Da un lato ho tutto, ora, e dall'altro ho niente, m'è rimasto niente.
Sta andando avanti un bel progetto in cui mi sono tuffato. Da qualche giorno, io e mio fratello siamo ufficialmente soci in affari. Speriamo bene, ci crediamo in questa cosa, ed è motivo di unione dopo tanti screzi. E, oggi, mi arriva una mail davvero inattesa, da parte di una donna che per me è stata molto importante, un pilastro di fascino e simpatia. Se mi leggi, lo sai che ce l'ho con te, non ho avuto nemmeno la prontezza di risponderti, poco fa, mi sono appisolato per un po' sul divano e ora eccomi qui, provo a risponderti con un abbraccio nella notte.
Veltroni caccia De Mita. E fa bene. E anch'io caccerò la gentaccia che mi sta intorno, serve aria nuova.
Domani... anzi, tra un po'... conferenza alla Feltrinelli, ci sarà anche lei. Ci rivedremo, finalmente.
Ho quasi paura di tutta quest'emozione che provo nell'attesa, mi sa che sarò insolitamente imbranatissimo.
Pare che mi stia cominciando a venire sonno, me ne vado a dormire, prima che mi passi, sorridendo per un paio di frasette di R., stasera, a tavola.
"Papi, voglio un altro po' di pasta con le zOcchine..."
"Si dice zUcchine"
"Con la ZU?"
"R., ma non esiste mica la lettera ZU, parla bene"
"Come zucculoni?"
"R.!!! Ma dove le senti 'ste parolacce!"
"L'ha detto Ciro"
"E chi è Ciro?"
"Il bidello"
"E a chi l'ha detto?"
"Alle maestre, ha detto che sono tutti zucculoni che se la tirano"
ARGH.

Ma che personcina amabile deve essere, questo Ciro, eh...
martedì, 12 febbraio 2008

Aggiornamento dell'ultimo minuto, prima che lo porti a letto, per non dimenticare:

"Papi, a chi scrivi?"
"Eh? Che hai detto?"
"Papi, ho detto: a chi scrivi i messaggini?"
"A una mia amica"
"Del cuore?"
"Sì, abbastanza..."
"Hai la cottona per lei?"

Silenzio. Infame!

"Ma no, ma che cottona per lei... che dici..."
"Stai ridendo, papi, ti ho beccato, ti ho beccato!"
"Non ho alcuna cottona, R., punto e basta."
"E posso vedere che hai scritto nel messaggio, allora?"

Attimo di panico, il mio messaggio non era esattamente casto.

"Ehm... sì, solo un momento, finisco di scriverlo, così lo leggi tutto intero, ok...?"
"Ok!" e aspetta, tutto sorridente e curioso. Mi scruta.
"Quanto ci metti, papi!!!"
"E un attimo, ho detto!"

Scrivo di fretta e furia, invio, senza nemmeno badare bene al destinatario, sicuro che fosse tutto giustissimo. Scrivo, poi, un nuovo sms fasullo da fargli vedere.

"Tieni, leggi, impiccione."
"Allora, c'è scritto... " e legge l'insignificante sms che avevo inventato al volo.

Dopo nemmeno due minuti, mi arriva una risposta...

"Dai qua, per favore, lascia..."
"No, papi, io leggo, io!"
"Ma te lo faccio leggere dopo, promesso, dammi qui, che tu per sbaglio lo cancelli!"
"Ufff... va beeeeene!"

Molla il cellulare, mi guarda con aria circospetta, io leggo il messaggio.
E' lei.
Uh... wow... acc... gulp! Sudo freddo per ciò che leggo, tento a malapena di darmi un contegno, sposto subito il messaggio nella cartella archivio e ne pesco uno a casaccio da fargli leggere, uno di Marcello, un sms possibilmente innocuo... almeno speravo...

"Quando usciamo di nuovo con quelle due sorche da paura delle gemelle Rindaldi? La rossa te la darebbe con contorno di patatine novelle, capisc' a me!" legge R. ... io mi metto le mani nei capelli.

"Papi, che vuol dire sorche?"
"Ehm... ah... no, ci ha mancato una "p", voleva dire "sporche", capisci..."
"Sporche? Non si lavano le gemelle?"
"Eh no, non molto..."
"Puzzano di patate novelle?"
"Più o meno, tesoro, più o meno... e dai, per piacere, molla il cellulare di papà, vai a giocare... per piacere!"

ARGH!!!! Mai la tecnologia in mano ai bambini. Mai.

lunedì, 11 febbraio 2008

3. 4. 6.

Tre giorni, tre di seguito, per morire dentro di lei. Ho dovuto inventarmele tutte per strapparle confessioni, pensieri, baci, vestiti di dosso, tutte. E ce l'ho fatta. Avevamo dubbi? No, io no, non più, ora che ho lei.
La paura di perderla è sparita, la paura che il sogno potesse finire da un momento all'altro è andata via insieme alle sofferenze del passato; l'equilibrio è ristabilito, io mi sento vivo più che mai e la saldatura è avvenuta. Siamo UNO.
Dentro di me c'è solo il fuoco, il sangue ribolle come lava, la saliva si secca, se ripenso al sapore che la mia bocca ha avuto tra le labbra in questi giorni... un sapore dolciastro, a tratti acre, denso, caldo, profumatissimo, scioglievole sulle mie papille gustative, tutte tese a gustare ogni goccia di quel nettare incandescente... e ne voglio ancora, voglio affondare labbra, naso, denti e lingua nel paradiso in terra.
Non leggete questo post, se siete suscettibili davanti a certe esternazioni intime; e non leggete gli altri, se siete di quelli che credono che la tenerezza sia una vergogna da adolescenti e che svanisce con l'età, perchè, se la pensate così, vuol dire che non avete mai saputo amare davvero, che non vi è ancora capitato il sentimento TOTALE, diciamo meglio, e quindi non appare immediatamente comprensibile ai vostri occhi sprezzanti il vedermi così preso per una sola donna. Questa è casa mia, del resto, voglio parlare di lei, punto. Basta girare al largo, me ne faccio poco dei commenti, positivi o negativi che siano, scrivo per ricordare, perchè, quando un domani tornerò qui e vorrò rivivere il passato, quello che ora è il mio incredibile presente, io possa vibrare ancora.
4, venerdì. Sorpresa per la tua resistenza, mi baci con passione, sfinita. Puoi fare di più, penso, ma non subito, abbiamo sabato, mi dico.
6, sabato.
Inattese, da me volute, imposte quasi, ma con l'immenso piacere di dare piacere.
Una più bella dell'altra. Il vinsanto e il dolce alle mandorle sulla sua pelle, il profumo del sesso su quel copriletto sgualcito. Quell'espressione tesa dal piacere estremo, i suoi occhi chiusi, chiusissimi, le cosce strette intorno alla mia testa, le autoreggenti zuppe di sudore e altro, gocce su gocce, che scivolavano negli angoli della sua pelle, impregnandola di odori carnali. Sussulti al buio, parole sussurrate, morsi da far male, le mie orecchie li ricordano fin troppo bene... quegli occhi scuri nella penombra, i seni impertinenti premuti sul mio petto, le mie mani dappertutto, per catturare ogni lembo del suo corpo.
"Ma dov'è che l'hai imparate, queste cosacce, mi manca l'aria..." ridevo per la sua incredulità, per il semplice fatto che mai nessun uomo l'avesse valorizzata nella sua potenza erotica nascosta, mentre davo l'anima per farla impazzire di piacere, per spezzarle il fiato, la voce, i battiti cardiaci. Più volte mi è morta sulla bocca ed è resuscitata dopo istanti per una carezza rovente, fatta a sorpresa, mentre la facevo parlare di tutto, succhiandole le labbra, con l'avidità delle belve affamate che si scagliano con gli artigli sulla preda prelibata.
Sul suo letto, aggrappata alla spalliera, è stata mia, tutta mia.
Sulla sedia della cucina, mentre è esploso lo champagne dimenticato nel freezer. Sul tavolo, con le natiche affondate nei resti del dolce, sparpagliati nei piatti di carta decorata d'oro.
Sulla scrivania, fingendo di leggere un dialogo platonico, ridendo di voglia, tra un morso e l'altro, la sfida alla lucidità che abbiamo perso dopo pochi minuti di divertito supplizio.
Sulla porta di casa, con la vicina che suonava per darti la lasagna preparata in più per te; nella doccia, con quel bagnoschiuma agli agrumi che mi fa impazzire; perfino in macchina, ieri sera, un assaggio di piacere dopo il teatro... "la sirena" con Zingaretti... la mia mano ha frugato dappertutto nascosta tra le poltroncine della platea, stuzzicando fino a rischiare il desiderio di urlare. Lei è la mia sirena, voglio che canti di passione bruciante e io le orecchie non me le tapperò, lascerò questo compito alla sua lingua. Ho l'adrenalina a mille, ho voglia di far l'amore, ho voglia di impazzire ancora, di giocare, di sedurre, di essere sfinito da quel corpo mai stanco, alla faccia di tutto il mondo e di chi mi rompe sempre i coglioni con giudizi, consigli non chiesti, pareri del cazzo e tanto altro ancora. Sì, sono scurrile, che me ne fotte, sono come mi pare e "così è, se vi pare". Questo sono io, finalmente io. E sono tanto altro ancora, ma a chi importa? Solo a me. Solo a noi, amore mio.
Cavalco fulmini e tempeste, scalo montagne a piedi nudi, mi lancio in incendi devastanti, nuoto attraverso gli oceani, scendo fin nelle viscere della terra, impazzisco nelle tue viscere, e poi risalgo verso il cielo buio alla velocità di un razzo spaziale, mentre aspetto in silenzio l'arrivo dei tempi, i nostri, quelli che ci vedranno ancora insieme, vicini, amanti. Per sempre.
La prossima volta tocca all'omelette... quella si mangia da dio, se si passa da una lingua all'altra...

Tonight I'm gonna have myself a real good time
I feel alive
And the world I'll turn it inside out yeah
I'm floating around in ecstasy
So don't stop me now
Don't stop me
'cause I'm having a good time
Having a good time

I'm a shooting star leaping through the sky
Like a tiger defying the laws of gravity
I'm a racing car passing by like Lady Godiva
I'm gonna go go go there's no stopping me
I'm burning through the sky yeah
Two hundred degrees that's why they call me Mr. Fahrenheit
I'm travelling at the speed of light
I wanna make a supersonic man out of you

Don't stop me now
I'm having such a good time
I'm having a ball
Don't stop me now
If you wanna have a good time
Just give me a call
So don't stop me now
'cause I'm having a good time
Don't stop me now
Yes I'm having a good time
I don't wanna stop at all

I'm a rocket ship on my way to Mars
On a collision course
I am a satellite
I'm out of control
I'm a sex machine ready to reload
Like an atom bomb about to oh oh oh oh oh explode!
I'm burning through the sky yeah
Two hundred degrees that's why they call me Mr. Fahrenheit
I'm travelling at the speed of light
I wanna make a supersonic woman of you

Don't stop me don't stop me, don't stop me hey hey hey!
Don't stop me don't stop me ooh ooh ooh
I like it
Don't stop me don't stop me
Have a good time good time
Don't stop me don't stop me
ohhhhhhh!

ohhhhhh
I'm burning through the sky yeah
Two hundred degrees that's why they call me Mr. Fahrenheit
I'm travelling at the speed of light
I wanna make a supersonic man out of you

Don't stop me now
ooh I'm having such a good time
I'm having a ball
Don't stop me now
If you wanna have a good time
(come on) Just give me a call
Don't stop me now
'cause I'm having a good time
Don't stop me now
Yes I'm having a good time
I don't wanna stop at all

(Don't stop me now - Queen)

martedì, 22 gennaio 2008
Nella palude

Come nel mito platonico, me ne sto seduto in un angolo della mia caverna a guardare le ombre della vita, che si riflettono sulla parete rocciosa, e credo che quelle siano la realtà, la verità. La verità, invece, sta di certo da un'altra parte, tutt'è uscire dalla caverna dei sensi e affrontare la luce della ragione per coglierla.
Il punto è che vorrei sapere dove sia finita la mia ragione. Non sempre posso far affidamento su di lei, sto notando che, paradossalmente, più passano gli anni, più questa mi tradisce, invece di rendermi saggio, come "vecchiaia" vorrebbe. Evidentemente non sono ancora così vecchio; e mi chiedo se mai lo sarò, pure quando non avrò più nemmeno un capello nero in testa.
Sto collezionando disastri uno dopo l'altro, mi ficco in situazioni assurde, folli, che so già mi porteranno solo a soffrire, ma... che posso farci, se senza emozioni forti non ci so stare? E' come se mi mancasse l'aria, sono alito vitale per me e se mi capita l'occasione di sentirmi il cuore saltare dentro, io non me la perdo, provo a vivermela fino all'ultimo respiro; poi, quel che succede è solo una stupida conseguenza di qualcosa che ho provato e di cui mai mi pento.
Adesso, vago in una palude silenziosa. Intorno il grigio dell'incoerenza, il vuoto dell'indecisione, i rami secchi per l'assenza della forza colorata della primavera mi graffiano il viso, mentre li attraverso ad occhi serrati per ritrovare il percorso che ho lasciato... e quant'è difficile riuscirci con la testa che non m'aiuta. E' tutto affidato al mio senso dell'orientamento, anche se dovrei chiamarlo del "disorientamento", ora. Credo che mi ci vorrà un bel po' di tempo per lasciarmi alle spalle quest'acquitrino melmoso. Nel frattempo, ci cammino dentro e non ho ancora una mia meta precisa.
I passi pesanti per le radici del passato, che li stritolano e impediscono loro di farmi saltare in alto per spiccare il volo e fuggire via dal pericolo. Ogni tanto una voraggine mi tira giù, come rabbiosi mulinelli. Poggio la pianta del piede e trovo solo il vuoto sotto. La testa affonda nel fango, agito le braccia per non essere risucchiato in profondità, chiudo ermeticamente le labbra per non bere la poltiglia marrone, ma quando riemergo, perchè riemergo, quel brutto sapore è comunque impastato sulle carni della mia bocca e anche se non l'ho assaggiato sulla lingua, posso comunque sentire che è cattivo.
Sono in attesa di una mano che si protenda verso di me, che mi offra il suo calore e mi salvi... o di una mano che con spietata freddezza e lucida compassione, mi affoghi una volta per tutte, premendo la mia testa sotto al fango, senza darmi più l'illusione di poter sfidare la forza degli oceani, se poi non riesco a stare a galla nemmeno nell'acqua stagnante, se da solo.
lunedì, 21 gennaio 2008
L'anima nello stomaco

Lo stomaco, la mia seconda anima. E' da sempre stato l'indicatore somatico di ogni mio sentimento. Scombussolato e bruciante, se arrabbiato; chiuso, se deluso; voracissimo, se felice; strizzato e fremente, se... innamorato.
Adesso, il mio è una vera e propria centrifuga, che si autodistrugge nel vortice del suo movimento impetuoso. Giorni che ti penso, notti che ti chiamo in silenzio e ti vorrei con me. Stringo l'aria tra le braccia e so che ci sei. Bacio il ricordo di ogni tuo sguardo e me lo sento scivolare nel sangue che ribolle per te.
Ho viaggiato verso Roma con addosso il profumo delle tue ultime parole scritte... e, sai, il rosso piace da morire anche a me. Ed estraniato dal mondo e dai binari con il mio iPod nelle orecchie, monopolizzato da "Voglio il tuo profumo", t'ho pensata mia, desiderandoti come mai prima d'ora, sebbene sia una vita che ti voglia tutta per me. Quello che mi scrivi, con la tua immensa delicatezza e sorprendente passionalità, m'infiamma e chissà se tu lo sai... forse, lo immagini soltanto e non ne sei certa, ma quanto vorrei darti io tutte le certezze di questo mondo, se solo potessi. Tante confessioni, prima segretissime, ora le condividiamo a distanza... ti fa paura, lo so, ne fa tanta pure a me, e anche se sono passati tanti anni senza star vicini, guardaci: è come se tutto quel tempo l'avessimo preso a calci, adesso, e fatto sparire. "Niente ci può sciogliere", come dice la nostra Gianna. In quel gioco di piccole sfide musicali che abbiamo fatto insieme nelle nostre ultime lettere, a suon di citazioni, hai avuto pudore di scrivermi questa, ma hai fatto in modo che io la cogliessi da solo e, infatti, io l'ho colta. Scherzando, m'hai dato 10 per l'intuizione... il mio primo 10 della storia con te, m'ha fatto effetto, lo sai? Ma sì che lo sai.
Forse, ti sto spaventando con tutto quello che ti confesso, nel silenzio di lunghe notti passate a scriverti con il cuore in gola e ad aspettare la notifica di te che m'hai letto. Forse, non credevi di essere stata così amata nella tua vita, almeno non così profondamente e certo non da me. E, invece, è proprio così, ti ho amata più di ogni altra donna da quando sono su questa Terra.
La tua telefonata, mentre ero in giro per Roma, mi ha spaccato il cuore. Sei stata infida e sexy, il tuo numero non me l'avevi dato, hai giocato a sorprendermi con quel tuo tono di voce allegro e sicuro del fatto suo. Sapevi che m'avresti turbato fin sotto pelle... so che questo ti piace, e quando fai così, tu a me piaci ancora di più, ma... stai attenta, perchè se giochi a sorprendere, non sai "contro" chi ti stia mettendo, davvero non lo sai...
Che qualcuno uccida i brividi che mi scuotono l'anima, non ce la faccio più.
giovedì, 17 gennaio 2008
SULL'ORLO DEL VORTICE GRAVITAZIONALE SI GIRA ALL'INFINITO SENZA CADERCI DENTRO...

Piove a dirotto. Mangiavo un panino, prima, il mio solito pranzo frettoloso, osservando le goccioline d'acqua sui vetri, che giocavano a rincorrersi, sfidando il freddo.
La stessa pioggia che, ieri sera, m'ha bagnato fin dentro alle ossa, dopo che l'ho salutata.
L'ho rivista, finalmente. L'ho ascoltata parlare, bellissima come sempre, attraente come nessuna con quel suo sguardo impenetrabile. Le ho fatto da cavaliere a distanza, si può dire, mentre eravamo lì, in quell'aula conferenze del centro culturale, seduti l'uno di fronte all'altra. Io, spalle alla platea, lei, invece, la governava saldamente con gli occhi. Governando me, che non riuscivo a distoglierle il mio sguardo di dosso.
Ho avidamente bevuto ogni sua parola, l'ho guardata forse fino ad imbarazzarla, ma lei le sfide non le perde mai, non si voltava altrove per schivare il mio silenzioso interrogatorio.
E quando ha finito il suo intervento, travolta da un applauso ammirato degli astanti, le sono andati tutti incontro per salutarla, farle domande, presentarlesi. Io ho aspettato quasi in fondo all'aula, appoggiato ad una finestra, osservando dalla distanza la scena, sorridente e sempre fiero di lei, del suo incredibile carisma che con gli anni non passa.
Carino coglierla a guardarmi con l'aria di chi non ami tutte quelle cerimonie e che cercasse in me un appiglio di salvezza. E al suo terzo sguardo del genere, mi sono avvicinato, facendomi largo tra quattro persone e le ho detto con una faccia tosta tremenda, porgendole il mio cellulare:"Professoressa, ho al telefono il collega di cui le parlavo prima, può liberarsi un istante?". Lei mi guarda con espressione interdetta, dapprima, poi capisce il mio gioco e con fare da commedia brillante risponde:"Ma certo, gli parlo subito! Perdonatemi, signori, grazie a tutti, buona serata... ci vediamo alla prossima lezione..." e così m'ha preso il cellulare di mano, trattenendo le risate, e ha iniziato a fingere di parlare con questo fantomatico interlocutore, allontanandosi dagli altri verso il fondo dell'aula. L'ho guardata camminare e fare l'attrice in quel modo così insolito... grandiosa.
Quando i più se ne sono andati, lei è tornata da me, m'ha detto a bassa voce "Grazie, sei stato geniale..." e poi ad alta voce "Allora, andiamo?" e io, senza sapere nemmeno dove, ho risposto al volo "Ma certo, dopo di lei" e, cedendole il passo alla porta, ci siamo lanciati un'occhiata da brividi, porcalaevasmandruppata.
Usciti dal palazzo, lei mi si mette sottobraccio... ricordo ogni singola parola che m'ha detto.
"Sali da me?"
"Da lei? Ma non è che..."
"... che mi disturbi? Se stavi per dire questo, G., vuol dire che ancora non ti è chiaro quanto io desideri la tua compagnia... ".
Io resto come un turzo, immobile. Credo di essere diventato paonazzo in viso.
"Forse è lei che non sa quanto io desideri la sua, tale da scemunirmi, come può ben vedere... allora, andiamo?"
"Sì, andiamo...".
Piove un po'. Le dico che posso prendere il mio ombrello dalla borsa, ma lei mi ferma.
"Ci stringeremo un po' e correremo sotto la pioggia, ti va?"
"Mi va..." le sorrido, sempre più stravolto dalla sua presenza. L'abbraccio con una mano sulla spalla, lei mi mette la sua dietro alla schiena, e iniziamo a correre piano tra la folla di Via Scarlatti, ridendo ogni tanto per gli spintoni dati e beccati da altri che correvano come noi tra le luci delle vetrine.
Entriamo abbracciati e un po' bagnati nell'androne del suo palazzo, il suo portinaio ci guarda.
"Buonasera, professoressa..."
"Buonasera, Martino, c'è posta?"
"No, professoressa..." e la guarda con la tipica aria impicciona dei portinai. Poi, guarda me. Io ricambio con un'occhiata che serviva a dirgli "Ma che cazz' tien' 'a guarda', sce'???". Così, giusto per discrezione, ho smesso di abbracciare la prof. e le ho fatto cenno di farmi strada, anche se ormai la conoscessi benissimo. Apre la porta di casa, getta via sull'appendiabiti il suo cappotto bagnato e mentre sto per sfilarmi di dosso il mio, mi abbraccia in un modo così travolgente e improvviso, che non mi dà nemmeno il tempo di capire. Il mio cuore schizza a 10.000 giri in un istante, me lo sento in gola, che mi scoppia con prepotenza.
"Finalmente... finalmente ti stringo, ce lo siamo scritti tante volte nelle nostre mail, non vedevo l'ora che accadesse davvero, G. mio... "
"Finalmente, sì... non ne potevo più..." ma m'è uscito un tono di voce così basso, che dubito m'abbia sentito. Stavo soffocando d'emozione.
Poi, d'improvviso si stacca, dopo avermi accarezzato la schiena con dolcezza e va verso un angolo del salone, invitandomi a sedere sul divano.
"Aspetta, manca una cosa..." mi dice, sorridente. E in un istante si diffondono per la stanza la musica e le parole di Gianna Nannini.
"Ora sì che è tutto perfetto, vero?" e mi si siede accanto.
Emozionato più che mai, le porgo il sacchetto con i miei due regali per lei. La mia prima tesi di laurea, che m'aveva chiesto l'altra volta, e il catalogo del Museo d'Orsay di Parigi.
Lei mi accarezza il viso, mi ripete di continuo "non posso credere che tu sia qui con me dopo tanti anni..." e legge la dedica che le ho scritto, visibilmente emozionata. Prima di scoppiare anch'io, mi impongo di ritrovare un attimo la mia solita faccia tosta e inizio a travolgerla di discorsi, domande, le racconto vecchi aneddoti e nuove cose, invitandola a fare altrettanto. E il tempo comincia a scorrere sotto i nostri occhi senza che ce ne accorgiamo. Ci sediamo davanti al suo pc, mi fa vedere che ha stampato ogni singola mail che le ho scritto. Le conserva in una cartellina trasparente, con dentro la cartolina che le ho mandato da Parigi e altre cose di me, risalenti agli anni della scuola e che credevo avesse gettato via.
"Vorrei dirti tante cose, ma la tua presenza mi annebbia la memoria e ora mi sembra che mi sfugga tutto di mente", dice, divertita e sorpresa di sè. Poi, mi prende per mano, portandomi in cucina, e mi dice che ha comprato una golosità soltanto per noi due. E tira fuori un pacchetto di pasticceria con dentro un vasetto di crema al cioccolato e dei savoiardi pieni di zucchero a velo.
"Sai, io sono golosissima..."
"Non l'avrei detto dalla sua splendida forma..."
"Ma guardalo, che galante..."
"E' la verità, è sempre stata ed è tuttora una donna incantevole, professoressa..."
"Non riesci a chiamarmi Lucrezia, vero...?" mi sussurra con aria furbetta, mentre mi piazza tra le mani un cucchiaio per prendere la crema al cioccolato fondente.
"Temo proprio di no, Lucrezia... vede? Mi viene male, lei mi mette soggezione, che ci posso fare?" e ride, divertitissima forse all'idea di mettere soggezione ad un uomo grande e grosso come me.
"Sei un tesoro... ma dove sei stato nascosto tutti questi anni, eh...". Ci trapassiamo le anime con gli sguardi e restiamo in silenzio.
"Be', assaggiamo, prof.? Dia qui..." e immergo il cucchiaio nella crema, ma lei...
"No, G., lasciati guidare, non si fa così... devi tenere il cucchiaio in questo modo e girarlo di scatto su se stesso, come si fa con il miele... guarda che bel ricciolo di cioccolato viene giù..." e mentre fa questo, mi tiene la mano sulla mia, stretta, per guidarmi nei movimenti. Siamo vicinissimi, il suo profumo mi spacca il cuore, vorrei baciarla, ma non trovo il coraggio.
Ci sediamo al tavolino della sua cucina e gustiamo quell'ottima crema, parlando di noi, a volte in modo palesemente provocatorio l'una verso l'altro.
Più volte, nello spazio angusto del tavolino, le nostre mani s'incrociano, si sfiorano, e ad un certo punto si stringono.
"Quanto sei bello, sei diventato un uomo splendido, eri già meraviglioso da ragazzo con quella tua timidezza, ma ora sei uno che fa perdere la testa alle donne, scommetto".
"Non a quelle che vorrei", rispondo, un po' imbarazzato, per buttarla sullo scherzo.
"Vieni, torniamo di là, voglio mostrarti gli ultimi libri che ho comprato" e si alza di scatto dalla sua sedia, irrequieta come mai l'avevo vista prima, trascinandomi in salone senza smettere un attimo di parlare.
Abbiamo guardato alcune sue foto, i suoi libri, di cui uno era per me; e in quel libro c'ho trovato dentro una cartolina che m'aveva preso all'ultima mostra d'arte a cui era stata.
"L'ho vista e t'ho pensato, mi è piaciuta subito, un po' come te".
Io, davvero rincretinito dal vortice di emozioni, riesco solo a dirle "grazie, che pensiero delizioso..." e senza, però, nemmeno rendermene conto, le passo una mano attorno alla vita, mentre siamo in piedi accanto alla sua scrivania. Restiamo così per qualche minuto, lei che parla, io che l'abbraccio delicatamente. Poi, all'improvviso, noto tra i suoi libri uno delle edizioni "Il Filo", la casa editrice che mi propose, l'anno scorso, un contratto di pubblicazione. Le racconto l'episodio e lei, stringendomi a sua volta, mi dice con tanta grinta e fierezza:"Ti voglio vedere in tutte le librerie, mio adorato G., tu puoi farcela".
Le riesco a dire che m'è mancata da morire in tutti questi anni, che ogni pretesto era buono per ricordarmi qualcosa di lei e che è stata la prima donna che ho amato. Lei ci rimane un attimo, sembra scossa dalle "rivelazioni", che tuttavia sapeva benissimo già in cuor suo, ma mi rendo conto che sentirsele dire con certezza deve fare un effetto diverso...
Suona, all'improvviso, "sei nell'anima" dallo stereo. E lei canticchia "e lì ti lascio per sempre...", mi guarda e mi strizza l'occhio. Guardo l'orologio, sono già le 21:00 passate e lei mi aveva detto di dover andare a cena con dei suoi amici, solo che forse, non avendo fatto caso al tempo che passasse, non si era accorta di essere in tremendo ritardo. Così, un po' in colpa per averla trattenuta tanto, le dico che scappo subito via, provando a soffocare dentro di me la tristezza di doverla salutare per forza. Anche lei perde quella luce brillante dagli occhi e annuisce.
"Ma dove hai la moto?"
"A piazza Vanvitelli"
"Ah, ma la mia pizzeria è proprio lì, se vuoi, possiamo scendere insieme... puoi aspettare che io mi prepari?"
"Sì, certo che posso aspettare, ma non vorrei imbarazzarla con i suoi amici, che la vedono arrivare con me, non so, mi dica lei..." e nel momento stesso in cui dico questa cazzo di frase mi pento di averla fatta uscire dalla mia boccaccia. Di che cazzo si dovrebbe imbarazzare, se tra noi c'è nulla?!? Che lapsus del cazzo! Le ho fatto palesemente capire che mi sto illudendo che tra noi ci sia qualcosa! Imbecille, coglione, deficiente, stupido, cretino e cazzone che non sono altro. Ma, sorpresa, lei risponde che forse ho ragione, che magari non è il caso "farmi vedere con un così bell'uomo accanto, che penser