mercoledì, 02 luglio 2008
NEWS PER GLI AMICI & I BLOGGER NAPOLETANI CHE PASSERANNO DI QUI
Una mia carissima amica (l'infamona dagli occhi dolci!) mi ha chiesto di diffondere la notizia di questa serata di presentazione del nuovo libro di una brava scrittrice di horror, napoletana, di cui ho avuto il piacere di leggere uno splendido racconto, prestatomi dalla mia stessa amica di cui sopra, che ogni tanto qualcosa di buono per me la fa...
Il racconto si chiama "Quel giorno sul Vesuvio" edito da "Cento Autori"; ve lo consiglio vivamente, lascia con il fiato sospeso.
Tornando al programma della serata, scorrete giù e leggete: sembra molto interessante.
Io ci andrò e voi?
Ci vediamo lì!
 
Venerdì 4 Luglio, ore 19.30 – Penguin Café, Via S. Lucia, 88
 
Mondo Cult & Penguin Café presentano
 
AL CALARE DELLE TENEBRE...
Serata Horror con Simonetta Santamaria e il suo nuovo romanzo
"Dove il silenzio muore"
(Cento Autori) 
PRESENTAZIONE DEL VOLUME
"La Silenziosa" è una villa su cui incombe una terribile maledizione risalente agli antichi misteri egizi. Quando Sara decide di riaprire quella casa, che era appartenuta ai suoi genitori, si ritrova a piombare in un incubo senza via d'uscita. La maledizione torna a colpire attraverso il suo terribile emissario, l'Ouroboros, il serpente del diavolo.
Il mese dei morti. Non c'è mese peggiore per morire. Tutto effonde morte, I giorni, le notti, l'aria stessa, il tempo. La gente si abbandona mesta ai ricordi; non pensa, commemora nel silenzio delle proprie angosce. Tutto è terribilmente triste. Il tempo non sempre è terapeutico. A volte incarognisce le sensazioni.
 
Simonetta Santamaria, giornalista e scrittrice, ha vinto l'XI edizione del Premio Lovecraft con Quel giorno sul Vesuvio (Cento Autori 2007 – collana Leggere Veloce). Ha pubblicato numerosi racconti in libri e riviste, l’e-Book Black Millennium e l’inquietante raccolta al femminile Donne in Noir (Il Foglio 2005).
 
Intervengono:
Fabio Maiello, autore del recentissimo "Dario Argento - Confessioni di un maestro dell'Horror" (Alacran Edizioni).
Aldo Putignano, scrittore, direttore Cento Autori e coordinatore Homoscrivens
Giuseppe Cozzolino, scrittore e saggista, responsabile Mondo Cult - il Network del Cinema e della Letteratura Pulp
 
Fra gli eventi previsti:
• Simonetta Santamaria leggerà brani del suo romanzo accompagnata dalle chitarre dei "Five Sided Room" (Fabrizio e Adriano Flocco)
• Proiezione del booktrailer del romanzo, realizzato da Ugo Ciaccio.
• Proiezione de "Il vicino di casa", episodio della storica serie LA
PORTA SUL BUIO (No Shame Edizioni)  realizzata dal maestro del brivido Dario Argento per la RAI negli Anni '70 e diretto da Luigi Cozzi.
 
FIVE SIDED ROOM
(Breve presentazione)
I "FIVE SIDED ROOM" sono una band emergente campana, creata dai fratelli Fabrizio e Adriano Flocco, rispettivamente chitarrista e batterista del gruppo. Al basso Fulvio Petti,alla voce Aurora Rosa Savinelli, con il suo potente timbro soprano, Adriano Aponte alle tastiere. Il genere si può identificare come Progressive Metal, con influenze Gothic e classiche che danno alla loro musica un aspetto "sinfonico".
Il plusvalore del gruppo consiste nel fatto che tutti i musicisti sono esperti studiosi di musica classica, potendo così sfruttare le loro capacità tecniche acquisite nell'esperienza nelle loro composizioni.
 
"LA PORTA SUL BUIO"
(NOSHAME EDIZIONI)
Si tratta di uno dei titoli di Dario Argento che mancavano all'appello dell'home video. La porta sul buio è una miniserie di quattro film giallo-trhiller che Argento realizzò per la RAI nel settembre 1973. Ogni episodio, della durata di circa un'ora, è diretto da un diverso regista: Luigi Cozzi, Roberto Pariante, Mario Foglietti e Sirio Bernadotte (pseudonimo di Dario Argento) Grazie alla No Shame, finalmente, è possibile usufruire dell'edizione DVD.
Titoli contenuti:
- Il vicino di casa: due giovani coniugi si trasferiscono con il figlio appena nato in una nuova abitazione sul litorale laziale. Ma il loro vicino di casa è un pazzo omicida che ha appena assassinato la moglie.
- Testimone oculare: dopo l'evasione di uno schizofrenico da un manicomio, una ragazza viene uccisa mentre un'altra giovane è pedinata da un misterioso e minaccioso individuo.
- Il tram: un commissario di polizia indaga sul misterioso assassinio di una ragazza uccisa nel vagone di un tram, durante una corsa notturna.
- La bambola: una donna racconta alla polizia di aver assistito a un omicidio. Ma nessuno le crede perché dell'accaduto non c'è alcuna prova o traccia.
 
mercoledì, 04 giugno 2008

Ricordi di Procida

L'aliscafo che ballonzola in mezzo al mare e la tua paura, quando c'è stata un'onda più forte. T'è sembrato di essere non su un alijet Snav, ma su un sommergibile, pronto ad andare sotto. E noi con lui.
La prossima volta, però, non staccarmi il braccio per lo spavento, anche perchè potrebbe tornarmi utile; non vuol dire niente che io ne abbia due, tesoro, mi servono entrambi.

Le delizie mangiate al ristorantino sul porto, con quella giornata grigia che prometteva pioggia, ma che tentava di resistere, per riservarci un'accoglienza sull'isola non troppo burrascosa, dopo aver già dato con il mare. Il vento ti scompigliava i capelli, mi rubavi i calamari fritti dal piatto e le cameriere, tutte con il pantalone a fil di chiappa, forse una moda locale, che andavano lente come lumache, come se sull'isola ci fosse una diversa concezione del tempo.
E noi, che avevamo una certa fretta, le abbiamo santificate in tutti i modi possibili. E la cicciona che s'è strafogata tutto il ristorante? E quando hai creduto davvero che mi piacesse, perchè ho detto per gioco che la trovavo affascinante, e tu mi hai dato un pizzico fortissimo, dicendomi che ti faccio preoccupare, se mi piacciono pure le ciccione?

L'albergo, tutto dipinto di bianco e celeste, dove abbiamo passato parte del pomeriggio a coccolarci, aspettando che finisse la pioggia. I tuoi capelli che urlavano vendetta contro l'umidità, il mio corpo che urlava alla pioggia di non smettere di cadere, per non uscire più da quella cameretta vista mare.

La passeggiata alla marina di Chiaiolella, lo splendido isolotto di Vivara, la spiaggia deserta e schiaffeggiata dalla spuma del mare, le persone con le porte delle case aperte su quelle stradine tortuose e silenziose. Una vita tranquilla, senza aver paura dell'altro, è quella che si vive in un'isola così. Le casette tutte colorate che si specchiavano nel porticciolo turistico, dove il mare era inquietantemente calmo, mentre al di là della scogliera imperversava qualche onda. La gara di bellezza dei nomi delle barche: sembravamo due bambini, quando dovevamo decidere se fosse più bello "Nautilù" o "Capaperian". Secondo me, facevano schifo tutti e due, ma tu hai detto che sono sempre il solito incontentabile e allora ho fatto finta di buttarti a mare, prendendoti in braccio, e tu hai lanciato un urletto, così che ti sei beccata lo sguardo feroce di un vecchio, seduto fuori dalla sua casa con una pipa in bocca. "Scusate, Don Miche'..." ho detto io, inventandomi che quello si chiamasse Michele. "Nun ve preoccupat'..." risponde lui, e mi viene il dubbio che si chiami veramente Michele. Gli chiedo "Don Miche', sapete se si vendono case qui?" per vedere come reagisca di fronte a quel secondo "Michele" e quello "Nun 'o sacc', ma vuje che ne sapit' ca ie me chiamm' Michele...?" dice, alzando un attimo gli occhi dall'asfalto, per curiosare. E io scoppio a ridere, il vecchio veramente si chiamava Michele! Ho i superpoteri, sì sì. Gli rispondo che mi hanno detto al bar in piazza di chiedere a lui quest'informazione, lui si tranquillizza, gli stringo la mano rugosa e me ne vado con la mia compagna di avventure, che intanto mi sussurra "sei il solito fortunello, quanto ti odio, ti va sempre liscia!".

Cenetta con vista su Vivara, semiubriacatura di ottimo Turà, e canticchiata notturna in riva al mare, seduti su una panchina di pietra e legno, abbracciati, con le teste che si reggono a vicenda. Tutto lo scibile musicale viene rievocato in quei momenti, tanto che la gente passa, ci guarda e sorride a sentirci cantare perfino Gianni Morandi, pensando che siamo proprio ubriachi fradici. Un gattone bianco si piazza davanti a noi, come se fosse un abbonato in prima fila. Sembra voler partecipare al coro, ad un certo punto, allorchè comincia a miagolare. E attacchiamo, molto idiotamente, con "c'era una volta una gatta..." e il gatto inclina la testa di lato e ci guarda allibito, con il suo secondo "miao" in direzione dei nostri occhi. Mi alzo, vado al ristorante dietro di noi, che sta per chiudere, e chiedo se abbiano qualche avanzo per il gattino. Mi danno un sacchetto di roba rimasta in cucina, li ringrazio e torno dal micione, che tutto soddisfatto si acquatta davanti a questo sacchetto aperto sull'asfalto e ne ingurgita il contenuto.

Il cane lupo fuori al ristorante con il timone di legno, che mi piaceva tantissimo (il timone, dico, non la belva); sembrava dormire ad occhi aperti (la belva, dico, non il timone), accucciato a mo' di Sfinge. Per poco non gli pestavi una zampa con un tacco... t'avrebbe sbranata seduta stante e probabilmente io avrei perso l'uso di una gamba, nel tentativo di dargli un calcio, era enorme!

Le stradine buie per tornare in albergo, la ragazza semiaddormentata alla reception, che appena siamo entrati si è data un tono e ha fatto finta di essere perfettamente vigile. Siamo saliti sul solarium, memori di Positano, ci siamo baciati sotto il cielo di Procida e stretti fortissimo, per non lasciarci più. Mandi un sms alla tua amica che ti aveva cercata e a cui io molto galantemente avevo chiuso il telefono in faccia perchè non ci disturbasse; ti siedi nel buio e la luce blu del cellulare ti accarezza i lineamenti del viso. Penso che sei bella, mentre ti guardo, seduto di fronte a te. Ti lascio scrivere in pace e mi affaccio giù. La stradina è intitolata a Giovanni da Procida, uno dei fidi collaboratori di Federico II. Mi chiedi chi sia, questo Giovanni, e te lo spiego. "Me lo ricordo che in storia eri il più bravo della classe, in latino e greco, però, non eri mica così perfetto?" mi dici con quel tono da prof. che non perderai mai; ma ti rispondo per le rime e ti dico che non avrei potuto essere perfetto, perchè ogni volta che incrociavo i tuoi occhi durante un'interrogazione, andavo in tilt e perdevo il filo del discorso. Mi mandi un bacio stringendo le labbra e riprendi a scrivere il tuo sms. Passa un motorino in strada e tale è il silenzio, che penso che l'abbiano sentito pure dall'altro capo dell'isola. Due ragazzi cantano con delle birre in mano, mentre un altro svolta l'angolo di un vicolo, calciando un tappo che rotola per terra e fa eco fin su da me il suo rumore. Lo sciabordio del mare arriva alle mie orecchie come una cantilena dolce e malinconica, proveniente da lontano. Fa fresco, ti avvicini a me e ti siedi in braccio, dopo aver spento il cellulare. Mi dici l'unica cosa che mi emoziona fino in fondo a questo mondo. Chiudo gli occhi e assaporo quelle cinque lettere, respirando la tua pelle così vicina.

La colazione vorace che manco due lupi, il giretto dell'isola sul pullmino e la simpatia dei microtaxi, piccoli apecar che sfrecciano, decorati da tendine e cuscini per accogliere i passeggeri sul retro. La passeggiata massacrante fino all'abbazia di San Michele e al belvedere, da dove si vede tutta Procida. La discesa sotto il sole fino alla piazzetta dei Martiri, seduti fuori a quel piccolo bar, dove c'erano il nonno con la bimba amorevole, il papà con la bimbetta maschiaccio e l'altro nonno con il nipotino superpestifero, che ci ha fatto morire dal ridere con la sue corsette e le sue smorfie. La spiaggia e il borgo di pescatori della Marina di Corricella, dove sono state girate le scene de "Il Postino", uno dei nostri film preferiti in assoluto. Che emozione pensare che lì sia passato il grande Massimo Troisi e che bello ricordare insieme le scene più intense di quel film, che è poesia pura.

Il panino mangiato al porto, come due adolescenti, tra una birra fredda e una risata con alcuni del luogo, mentre aspettavamo il traghetto da Ischia, che poi ci avrebbe riportati a Napoli. C'imbarchiamo, prendiamo posto fuori ed è sempre triste salutare un'isola, quando la nave si allontana sempre di più al largo. Ascolto cosa dice nel walkie talkie l'ufficiale che presiede le manovre, ho sempre sognato di essere il capitano di una nave, fin da piccolo, e queste cose mi piacciono ancora. Vedo come fa un nodo, come si sistema il cappello bianco e sogno di me, capitano di una fantastica nave da crociera... Tu mi vedi distratto e mi dai un bacio per riportarmi alla realtà, ma quando ti racconto cosa stessi pensando, sei tenerissima: mi chiedi scusa per aver interrotto quella corsa di pensieri da bambino e cominciamo a giocare... mi fai fare il capitano della nave e tu fai la turista che, OVVIAMENTE, si innamora del capitano!

Le due bimbe milanesi che giocano a fare le amiche e parlano di Vanity Fair, loro che all'età di poco più di sei anni, forse manco sanno cosa sia Vanity Fair. Parlano di lavoro, di meteo, di trucchi, di colf maleducate, come se fossero due donne oltre i quaranta. Tutte cose sentite in casa dalle loro madri, presumo. Dicono, poi, in uno slancio di infanzia "Siamo amichette, siamo amichette, siamo amichette del cuore..." e lo fanno saltellando felici, quando ad un tratto... il panico: una delle due, all'improvviso, si gira e sputa in faccia all'amichetta. Putiferio! Io scoppio a ridere e penso "alla faccia delle amichette!". L'altra, indignata e schifatissima, le urla "Non siamo più amichette!!!!! Non mi devi sputare, hai capito, terrona!" e a quel punto odio con tutto il cuore quelle due bambine: terrona. Come cazzarola li educano, certe persone su al nord, i loro bambini, se l'offesa peggiore che quella bambina ha pensato è stata "terrona"? Mi allontano disgustato e mi vado a stendere su una panca al sole, la testa sulle tue cosce, che ascolti il mio racconto sulle bimbe vecchiacce. E ad un tratto, tre delfini!
Tutto il traghetto è in piedi e i bambini delirano di gioia, uno di loro, in piena fase mistica, asserisce di aver visto pure cinque balene! E secondo me, nella sua fantasia le ha viste davvero, mi ha fatto una gran tenerezza, lui che voleva coinvolgere la mamma e le sorelle più grandi in questo suo gioco di illusioni ottiche e loro nemmeno gli rispondevano o al massimo gli dicevano "ma che sei scemo!".

Arriviamo a Napoli. Il Maschio Angioino si fa sempre più imponente, man mano che ci avviciniamo al porto. Castel Sant'Elmo ci saluta dalla parte più alta della città e il Castel dell'Ovo ammicca alla nostra sinistra, adagiato sul mare, pigro, sornione e imponente.
E' triste doverci salutare, quando ti riaccompagno a casa, ma oggi... sì, oggi... voglio stare di nuovo con te. Aspettami.

domenica, 02 marzo 2008
Si sa da anni che ormai Sanremo è una pagliacciata e da che mi piaceva tantissimo seguirlo, prima, ora lo faccio sempre meno; ma da musicista non riesco a fare completamente a meno di giocare a "scoprire" la canzone dell'anno tra tutte quelle che vengono presentate in gara; e una l'ho scovata, ci scommetto che le radio la passeranno ad oltranza, perchè è bellissima, per musica e parole; almeno nella banalità totale, ovviamente secondo i miei personalissimi gusti, sia chiaro, si sono salvate solo due canzoni, quella che ha vinto, "Colpo di fulmine", non a caso scritta dalla bravissima Gianna Nannini e interpretata alla grande dal duo innovativo Ponce/Di Tonno, e questa di Max Gazzè, "Il solito sesso", che è quella di cui parlo poche righe più su, la mia "scoperta", e che, se fosse stato per me, avrei fatto schizzare al primo posto senza nemmeno ascoltare le altre.
E' dolcissima, delicata, appassionata, timida, decisa, di una galanteria vecchio stile, una canzone d'amore che non è intinta nel miele, ma che tocca comunque il cuore.
Avrei voluto scriverlo io, un piccolo capolavoro così... e la versione in collaborazione con le bravissime Paola Turci alla chitarra e Marina Rei alla batteria è veramente magica. Queste due sì che sono musiciste, non come quella mezza sgallettata della Tatangelo, che squallore... ma come si fa solo a nominarla... che tristezza per la musica italiana, avere gente così; e la tristezza comincia dai critici pseudoesperti, che fanno tanto gli schizzinosi e poi premiano gente completamente rincoglionita, invece di valorizzare chi davvero è bravo. Max Gazzè nemmeno tra i primi dieci, ho visto. Si vergognassero, non capiscono una mazza, con rispetto parlando. Rispetto per la mazza, ovviamente.

Il Solito Sesso (Max Gazzè)

 

 

Ciao, sono quello che hai incontrato alla festa,
ti ho chiamata solo per sentirti e basta…
sì, lo so, è passata appena un’ora, ma ascolta:
c’è che la tua voce, chissà come, mi manca.
Se in quello che hai detto ci credevi davvero,
vorrei tanto che lo ripetessi di nuovo…
dicono che gli occhi fanno un uomo sincero,
allora stai zitta, non parlarmi nemmeno.
Posso rivederti già stasera?
Ma tu non pensare male adesso:
ancora il solito sesso!
Perché, sai, non capita poi tanto spesso
che il cuore mi rimbalzi così forte addosso,
ed ho l’età che tutto sembra meno importante,
ma tu mi piaci troppo e il resto conta niente.
Dillo al tuo compagno che ci ha visti stanotte:
se vuole può venire qui a riempirmi di botte!
Però sono sicuro che saranno carezze,
se per avere te un pochino almeno servisse.
Posso rivederti già stasera?
Ma tu non pensare male adesso:
ancora il solito sesso!
Chiuderò la curva dell’arcobaleno
per immaginarla come la tua corona,
e con la riga dell’orizzonte in cielo
ci farò un bracciale di regina…
ma se solo potessi un giorno
vendere il mondo intero
in cambio del tuo amore vero!
Sai, qualcosa tipo “cielo in una stanza”
è quello che ho provato prima in tua presenza…
Dicono che gli angeli amano in silenzio
ed io nel tuo mi sono disperatamente perso.
Sento che respiri forte in questa cornetta…
maledetta, mi separa dalla tua bocca!
Posso rivederti già stasera?
Ma tu non pensare male adesso:
ancora il solito sesso!
Correrò veloce contro le valanghe
per poi regalarti la fiamma del vulcano,
respirerò dove l’abisso discende
e avrai tutte le piogge nella tua mano…
ma se solo potessi un giorno
vendere il mondo intero
in cambio del tuo amore vero!
Posso rivederti già stasera?
Ma tu non pensare male adesso:
ancora il solito sesso!
Ora ti saluto, è tardi, vado a letto…
Quello che dovevo dirti, io te l’ho detto.

lunedì, 25 febbraio 2008
"G" di Goljadkin...

Niente di più sensuale di voler baciare la propria donna in un luogo pubblico e sapere di non poterlo fare.
Venerdì, si è consumato questo dolce supplizio nella sala conferenze del megastore della Feltrinelli; lì per ascoltare un intervento del bravo Domenico Losurdo sul concetto di "rivoluzione". Interessante ascoltarlo, bellissimi spunti storici sugli avvenimenti rivoluzionari dell'ultimo secolo, ma non è stato facilissimo mantenere l'attenzione, no, no.
"G. ..." nell'orecchio.
"Sì, dimmi..."
"Volevo dirti una cosa importante, avvicinati..."
"Certo..." m'avvicino con l'orecchio alla sua bocca e tremo dentro.
"Stasera, sei bellissimo, stai attento, perchè tra un po' ti rubo un bacio..." e GUUUUUULPPPPPPPP!!!!!!!
Io, come un pollo, davvero avevo creduto che volesse dirmi qualcosa di serio, riguardante la conferenza, e, invece...
E' stato meraviglioso guardarsi di sbieco con la coda dell'occhio, convinti che l'altro non ci vedesse, e invece ieri, tra le risate e i baci, ci siamo confessati che c'eravamo entrambi accorti di tutto.
E, poi, un episodio che sa a dir poco di "infernale".
Venerdì, dopo la conferenza, decidiamo di fare una passeggiata sul lungomare, fino al borgo di S.Lucia.
Arrivati lì, proprio sotto il monte Echia, il luogo del primissimo insediamento greco della vecchia Partenope, ci fermiamo a chiacchierare delle nostre origini "classiche". E' un piacere ascoltarla, sta nel suo, la Grecia è la sua passione. Mentre lei parla, però, noto un uomo stranissimo, che parla al cellulare in maniera confusa e ci fissa, ci fissa senza sosta, e lo fa in maniera molto imbarazzante.
Lo guardo meglio e vedo che mi somiglia in un modo pazzesco. Se avessi bevuto, avrei pensato a qualche scherzo della mia vista, ma ero lucidissimo.
Lo guardo, stupito; lui guarda me, ha negli occhi una strana luce, che inizialmente mi sembra di ansia.
Non dico niente a lei, per non turbarla, e proseguiamo. Dopo un paio di metri, mi volto alle mie spalle, per guardare di nuovo quell'uomo, e lo vedo che ci cammina dietro, sempre guardandoci fisso.
Ci supera e ci sorpassa, guardandoci. Ancora. Stavolta, però, nello sguardo leggo qualcosa di non proprio buonissimo, una specie di sfida. M'inquieto. Con una scusa, faccio rallentare il passo a Lu, così che io possa tenerlo d'occhio; ma lui si ferma. Si gira e ci cammina incontro.
"Che cazzo vuole, questo?? Magari è un suo ex alunno che non sa come attaccare bottone??" e poi, mentre io pensavo tutte queste cose, lei mi guarda e mi chiede "G., ma l'hai notato questo signore che ci gironzola intorno da qualche minuto?" e io annuisco, colpito dal fatto che non l'avesse visto solo lei.
"Tra l'altro ti somiglia tantissimo, è un tuo parente?"
"No, che mio parente, non lo conosco, ma l'ho notato anch'io da un pezzo... non è un tuo ex alunno?"
"No, affatto, non lo conosco proprio... "
"Lo tengo d'occhio io, stai tranquilla" lei sorride un po' ansiosa, poi riprendiamo a parlare.
Il tizio fa in modo di ritrovarsi alle nostre spalle.
Ho l'impressione che ci scatti un paio di foto con il cellulare, ma non ne sono certo, ho solo visto un flash e sentito un rumorino familiare, perchè aveva il mio stesso telefonino e mi è sembrato provenisse da lì.
"G., è ancora dietro di noi che ci segue?"
Mi giro piano, senza dare nell'occhio e lo vedo.
"Sì... facciamo così, entriamo in un bar, se ne andrà via" e così facciamo. Entriamo in un bar per un aperitivo; ma mentre sono alla cassa a pagare, questo tizio entra tutto trafelato e chiede un caffè, alle otto di sera. Un po' strano, il che mi fa pensare che abbia chiesto la prima cosa che gli fosse venuta in mente.
Guarda in un modo fastidiosissimo e volgare lei, mentre riserva per me sguardi quasi malvagi. E non smette un attimo, è insistente come mai mi è capitato in vita mia. Lo guardo meglio: sì, mi somiglia, ha la barba incolta, è alto più o meno come me, occhi e capelli neri, ma è un po' più in carne e ha più rughe, il naso un po' aquilino, diverso dal mio. Tutto sommato, la somiglianza è forte, mi somigliava più lui dei miei fratelli, e questo m'inquieta non poco. Voglio affrontarlo e chiedergli cos'abbia da guardare, ma Lu mi ferma e mi dice che la farei spaventare ancora di più e che non è prudente. Così, me ne sto fermo in silenzio ad osservarlo con la coda dell'occhio, dissimulando la tensione con due chiacchiere. Comincio a pensare tra me e me alle scene iniziali de "Il Sosia" di Dostoevskij, quando Goljadkin incontra di notte il suo sosia, appunto, tra le strade di una Mosca bagnata dalla pioggia, e si spaventa, perchè non capisce se questi esista davvero o se sia solo una proiezione del suo inconscio. Per un attimo, il dubbio l'ho avuto anch'io, lo ammetto, poi il fatto che lo vedesse anche lei, mi ha dato la certezza che non fossi pazzo... o quanto meno che non fossi pazzo solo io.
C'è, infatti, qualcosa di strano che mi tormenta dentro in questo periodo, come se provassi sensi di colpa per qualcosa, come se ci fosse qualcosa di sbagliato in quest'amore che sto vivendo.
Sempre in un delirio di letteratura russa, penso "Questo è Woland", il diavolo che si manifesta ne "Il maestro e Margherita" di Bulgakov. "Basta, smettila", mi sono detto, questo non è normale, occhi ben aperti.
Comunque, Lu si spaventa di brutto per questo ingresso del tizio nel bar, perchè è ormai evidente che c'abbia puntati e non si capisce cosa voglia, perchè dall'aspetto distinto non sembra affatto un ladro, un drogato o un maniaco.
"Facciamolo uscire prima di noi" le dico "così vediamo dove va e noi andremo dalla parte opposta".
E così accade. Lui esce, sempre fissandoci, perfino da fuori alla vetrina del bar, e sale verso destra. Va via, agitatissimo, sempre con questo dannato cellulare in mano, in cui ripete ossessivamente (e forse parlando con il nulla) "che hai detto????", il che mi fa pensare che sia una telefonata fasulla. Faccio passare giusto un minutino e usciamo dopo di lui, per non perderlo comunque di vista.
Mi giro verso destra e lo vedo, qualche metro più su, immobile, che ci aspetta e ci fissa.
"Andiamo, sta lì, dannazione... scendiamo a sinistra e affrettiamo il passo" dico a Lu, abbracciandola.
Mi giro e vedo che 'sto pazzo ci sta inseguendo, ma di corsa.
Attraversiamo e andiamo sull'altro lato della strada.
Lui attraversa poco dopo di noi.
Cazzo.
Indico in modo plateale un negozio sul lato della strada dove eravamo prima e faccio capire a Lu che dobbiamo attraversare di nuovo. Attraversiamo e lui ci segue pure stavolta. Ormai è ovvio che voglia farci qualcosa o quanto meno spaventarci. E ci sta riuscendo.
Al che mi scoccio, mi giro di scatto e mi fermo. Lo guardo fisso con aria minacciosa. Lui si ferma a una decina di metri da me e riprende quel cazzo di cellulare, fingendo di parlare. A quel punto, penso che sia proprio pazzo e che questo implica pure un certo grado di imprevedibilità nelle sue mosse e, dunque, di pericolosità.
"Ci sono dei taxi più avanti, prendiamone uno e seminiamolo, andiamo" e Lu mi si aggrappa al braccio, atterrita, allorchè dopo il nostro primo passo pure lui comincia di nuovo a camminare a passo spedito dietro di noi.
Entriamo nel taxi, ci chiudiamo subito dentro e quello che fa? Dà un cazzotto sul cofano della macchina, suscitando l'ira del tassista, che esce come un ippopotamo imbufalito dall'auto e gliene dice di tutti i colori.
Il tizio non si scompone proprio e continua a fissarci. Dico al tassista di non badarci, perchè è un fuori di testa e gli spiego l'accaduto, mentre ci porta nel luogo che gli avevo chiesto.
Mai successo niente del genere, ancora ci penso e non so che spiegazione dare. E quella somiglianza è la cosa che più di tutte m'ha scosso.
Fortuna che ieri, a casa di lei, nessuno ci ha inseguiti... si sono inseguite solo le nostre labbra, dappertutto...


mercoledì, 20 febbraio 2008

"Dans ma maison tu viendras
Je pense à autre chose mais je ne pense qu'à ça
Et quand tu seras entrée dans ma maison
Tu enlèveras tous tes vêtements
Et tu resteras immobile nue debout avec ta bouche rouge
Comme les piments rouges pendus sur le mur blanc
Et puis tu te coucheras et je me coucherai près de toi
Voilà
Dans ma maison qui n'est pas ma maison tu viendras."

(Dans ma maison - Jacques Prévert)

Racconto e mi racconto tanto, in questi giorni. Lo faccio scrivendo, anche se qui ci finisce solo una minima parte di quel che scrivo nelle mie notti insonni e inquietantemente felici.
Avrei bisogno di parlare, me ne accorgo; ma non è facile. Temo, a volte, di risultare troppo pressante, di dire troppo, di dire troppo poco, ho perso un po' la fiducia nelle persone che si dichiarano "schierate" al mio fianco e, poi, nel bel mezzo della battaglia, quando sto per vincere, mi lasciano solo. Mica è capitato una sola volta, tutto questo; dovrei essere vaccinato, eppure non è così, ogni volta è uno strappo. Forse, ho nel dna il destino del condottiero solitario? Le guerre, belle o brutte che siano, le devo affrontare da solo, godendo i frutti della vittoria in gloriosa solitudine o leccandomi le ferite sanguinanti per la sconfitta in un silenzioso e malinconico vuoto? Non lo so, eppure so che mi piacerebbe tanto poter condividere con qualcuno che davvero mi voglia bene questo mio periodo pieno di emozioni, emozioni fuori dal comune.
Il punto è che, probabilmente, ma di questo non ne sono, poi, così certo, sono stato io stesso ad allontanare le poche persone che avrebbero potuto starmi accanto, anche solo per ascoltarmi dieci minuti, per farmi dare sfogo ai miei deliri di felicità, di frustrazione, di paura, di armonia. Li abbiamo tutti, credo, e li ho anch'io, non vedo perchè non dovrei. Se l'allontanamento è stato causato da me, l'esame di coscienza è sempre in corso, non nego mai le mie responsabilità; ma se l'allontanamento è dovuto all'incapacità di relazionarsi con questo "diverso" me, allora sinceramente non so proprio che farci, sta alle persone che hanno scelto di camminarmi lontano capire cosa vogliano davvero.
C'è chi è andato via, sbraitando e facendomi sbraitare per la rabbia e l'incredulità; c'è chi, invece, formalmente c'è, ma di fatto non c'è più come prima, perchè un muro di sottile ghiaccio ci divide; c'è chi c'è, anche se poco gradito, e non fa troppa differenza per me che sia presente o meno; c'è chi, invece, a sorpresa si è mostrato presente con allegria, condividendo pensieri intimi, giochi, prese in giro, come se si fosse amici da sempre, eppure non è così... ma le probabilità che un rapporto che nasce bene si evolva ancora meglio sono tante e io ci spero; e poi c'è chi è troppo preso dai fatti propri per ricordarsi che esisto, ma queste persone hanno tutta la mia comprensione, perchè sono fatto anch'io così: prima io e poi gli altri; vale, dunque, il viceversa.
Chi mi resta? Mi resterebbe la mia SpiritoLunare, incredibile nipotina dalle mille facce, ma ha tanti di quei casini pure lei, in questo periodo, che ci manco solo io con i miei racconti; ha già il suo bel da fare e ce la sta mettendo tutta, io posso aspettare; e, poi, c'è R., il mio tesoro di bambino pestifero.
Quanto parliamo, lui ed io... di tutto, velatamente gli confido anche i miei segreti e lui, che capisce che gli stia dicendo qualcosa di molto serio, fa il faccino concentrato e dopo magari mi lancia pure qualche perla di saggezza. Ci coccoliamo un po', la sera, quando sono a casa e non ho ancora voglia di aprire i libri per studiare, per preparare questo benedetto congresso scozzese, che mi sta facendo dannare, ma che spero mi darà soddisfazioni; ci teniamo stretti stretti, mentre parliamo della nostra doppia vita su Marte, giocando con la navicella che gli ho regalato a Natale... naturalmente, quella nera dei cattivi la sto usando sempre io, come avevo pronosticato.
Quando si diverte molto, all'improvviso mi urla, per scacciare l'emozione, "Papi, ti voglio bene benissimo!!" e mi abbraccia, ridendo forte, di una risata impacciata e timida, perchè quasi si vergogna dello slancio affettuoso che non è riuscito a contenere. Qualche volta, mi dà pure delle sonore capocciate, perchè mi si butta addosso con una tale foga, che lo trattengo a stento. Ridiamo un bel po', poi scatta la mia vendetta a colpi di morsicini, pernacchie in pancia e solletico a tradimento.
Entra la mamma in salone "Non lo sfrenare, poi non dorme più..." - "Tranquilla, ci penso io" le rispondo, pensando "Ma perchè non ti fai i cazzi tuoi, visto che non lo porti tu a letto? Facci giocare." e continuo a strapazzarlo. Mi piace sentire le sue manine che mi danno gli schiaffetti sulla faccia, mentre mi dice "Papi, smettila, papi!!! Pungi, smettila!!" ridendo come un pazzo.
Penso che vorrei avere anche lei con noi due e allora il mondo sarebbe tutto su quel divano e il resto non m'importerebbe. Un giorno, chissà, forse le farò conoscere mio figlio, ora è presto. E magari ce ne andremo insieme da qualche parte, in qualche bel posto; forse, ce ne andremo al mare; ma andrà bene anche in montagna, in pianura, in collina, sott'acqua, tra le nuvole, nelle viscere della terra, dove loro due vorranno, io li porterò.
E sarò felice, come adesso, seppur fondamentalmente solo.
Bisogna saper stare da soli, bisogna aver fiducia nelle proprie forze, perchè, alla lunga, sono l'unica cosa su cui davvero possiamo contare.

"A casa mia, che non è casa mia, tu verrai"

giovedì, 13 dicembre 2007

GLI SPOT NASCONDONO ATROCI VERITA'...

Analisi socio-tele-psico-comunicativa di un ormai storico spot tormentone dei mitici anni '80.
Chi di voi ricorda la pubblicità molto tropical, molto relax, molto mabeati'stistronzi, insomma molto da bava alla bocca del Caldobagno De Longhi?? Impossibile che non ve la ricordiate, a meno che non foste ancora nati nel 1988, ma si suppone di sì, cari anziani visitatori del mio blog (e dopo questa, non passò più nessuno di qui...).
Eccovi il testo dello spot, sbobbinato come una lezione universitaria, con tanto di acuti commenti d'accompagnamento.
Entriamo nei dettagli e cerchiamo di scoprire i messaggi subliminali che il signor De Longhi e la sua furba équipe di pubblicitari vollero lanciare, all'epoca, ai nostri cervelli.
In rosso troverete il testo originale dello spot, tutto il resto è farina (sicuro che quella polvere bianca sia farina???) del mio sacco (sacco pieno o sacco vuoto?).
Guardate, guardate...



"Caldobagno De Longhi è programmabile"
(eh, i progressi della tecnologia digitale, quando allora per sentire 20 volte di seguito una canzone sul walkman, dovevi consumare il tasto Rewind, spesso anche tosto da premere, e naturalmente anche il nastro della cassetta, che dopo riusciva ad emettere solo suoni del tipo "sgluuushhhblluuuoooaagguu").

"Si sveglia qualche minuto prima di te"
(poi ti prepara il caffè, ti aiuta a fare il bidet, ti sceglie la cravatta, c'è perfino il modello che ti sceglie la mutanda abbinata ai calzini, ti chiede cosa vuoi per pranzo/cena e se gli lasci le bollette sul tavolo, va pure a pagartele all'ufficio postale).

"E... scalda... "
(detto con voce suadente, con un sapiente attimo di silenzio tra la congiunzione "e" e il verbo "scalda", roba che in quello "scalda" c'è tutto un retrogusto sexy puccello, tale che l'incauto cliente, davanti al teleschermo, già potesse immaginarsi immerso nella sua vasca di casa 100x40, comodissima tra l'altro, attorniato da disinibite fanciulle ucraine, cinesi e colombiane, per la serie viva la multirazialità, basta che si tromba).

Le immagini intanto mostrano una coppia tipica italiana, composta da marito abbastanza orribile e moglie abbastanza carina, felicemente addormentati e pronti al risveglio. A risvegliarli, infatti, ci pensa il caldobagno, che suona anche la tromba all'alba. Il marito, però, e si suppone dai movimenti rapidi con sui si alza dal letto, sembra svegliarsi a causa di piccole colichette intestinali con tanto di peto "liquido" incluso, che lo obbliga a correre alla toilette. La tesi è confermata anche dai saltelli un po' effeminati, che potete vedere non appena lui entra in bagno, saltelli che lo aiutano a tenere ben serrato l'orifizio anale, pena il Vajont.
Ma eccoci all'analisi vera e propria di questo losco soggetto, metà essere umano, metà ippopotamo a dieta, che fu scelto per fare la parte del "caldobagnato".

Faccia: di kiulo, indiscutibilmente.
Fisico: non ne parliamo proprio, asciutto come una foca.
Voce: devo infierire? L'orso Yogi è più sexy.
Fascino comunicativo: lo stesso che ha avuto l'ippopotamo blu della Pampers. A suo modo, devastante.

Ascoltiamo e commentiamo cosa dice, il signor Caldobagno.

 

"Hmmmeheh...caldo bagno... hmmm..."
(mugugna e saltella tutto gaio, con la voce da Yogi, appunto, che tutti si saranno chiesti perchè la moglie non gli avesse mai tranciato le corde vocali con una cesoia da giardiniere).
Il tipo si adagia nella vasca e prende un giornale con espressione soddisfatta.

Musichetta in sottofondo: Caldo bagno AHHHH!!! Caldo bagno AHHHH!!!
(Dove quegli impercettibili AHHHH!! in sottofondo, sono un chiaro e netto suono orgasmico, teso ad eccitare la fantasia dello spettatore italiano medio, all'epoca stordito dai mugolii di Serena Grandi in Rimini Rimini e della Fenech con Lino Banfi, che le sbavava sulle zizze).
Ma ecco che si sveglia la moglie, forse dopo un sonoro ed intestinale concertino in Mi (Fa mal' 'a panz') del marito.
Giustamente, si preoccupa per i sordidi rumori e, temendo delle fughe di gas, si sincera della situazione.

"Caro? Sei in bagno?"
(E tu che dici, deficiente? Come si chiama quella stanza con un lavandino, una vasca, un bidet, qualche sapone, si spera, una tazza, uno specchio e la puzza di piedi e fogna che lascia tuo marito, quando si spoglia al ritorno dal lavoro?).
Ma il marito è ancora più furrrrrrbo di lei, sentite come risponde...

"In bagno?!?!?! In caaaaldoooo bagnoooo!"
(Come a dire "In bagno?!?! Ma che cazzo dici! Sto sfondando il contatore della corrente con il nostro splendido oggetto di cess-technology, il Caldobagno, e ora sono sull'atollo di Mururoa! Rassegnati, cara, i nostri ultimi risparmi li useremo per pagare la prossima bolletta dell'Enel, ma per ora sto godendo come un porco, quindi, non rompere li cojoni e famme fa'!).
E si vede il marito ippopotamo godereccio, che si ritrova nel bel mezzo di una spiaggia tropicale, roba che secondo me tutta Italia gli avrà mandato le migliori bestemmie per l'invidia o avrà sperato che spuntasse uno squalo bianco alle spalle, divorandolo. Si getta all'indietro, lanciando il giornale, satollo di felicità.
A questo punto, però, lo spot raggiunge l'apoteosi della comicità.
Sentite la moglie.

"In caldo bagno??? Arriiiiivooooooooo!!!" e splash! Si tuffa con tutto il pigiama nella vasca, sparendo magicamente nell'acqua.

Ora, la Protezione Civile ha ipotizzato varie conclusioni della triste vicenda, poichè mai nessuno ha creduto al finale idilliaco dello spot, in cui la moglie, dopo il tuffo nella vasca alta 20 cm, spunti dalle profondità dei mari tropicali accanto al marito sull'isoletta di Mururoa (perchè proprio Mururoa? Sempre per il solito discorso delle bestemmie/invidia, l'acqua è radioattiva, crepassero!).

Ecco i possibili VERI finali della vicenda:

1) La moglie, dopo il tuffo, si è incastrata con la faccia nel tappo metallico di chiusura della vasca, sfrantumandosi tutta l'arcata dentale, con triplo trauma cranico e rinculo delle orbite oculari nelle tube di falloppio. Si dice che ora sia in un istituto psichiatrico per cerebrolesi schizofrenici borderline, il trauma è stato davvero pesante. Il marito? Divorato da uno squalo bianco, sì.

2) La moglie, dopo il tuffo, si è ustionata nell'acqua bollente della vasca, a dimostrazione che il Caldobagno è efficientissimo, anche troppo. Si suppone che sia pure spuntata davvero ai tropici dal marito, ma che costui, dopo averla vista sfigurata dalle numerose ustioni di terzo grado, l'abbia affogata e data in pasto a delle pericolosissime meduse polinesiane, accorse per farsi il bidet nell'acqua del caldobagno, dopo secoli di gelidi lavaggi oceanici delle loro parti intime. E non è piacevole, vi assicuro.

3) La moglie, dopo il tuffo, è rimasta fisicamente illesa, perchè ha urtato sulla panza del marito, che in realtà era lì, altro che tropici, quel rincoglionito... ma con la forza d'urto, la tizia ha fracassato la vasca da bagno, sfondando il pavimento sottostante e finendo al piano di sotto, tutta infracicata d'acqua, in braccio ad un condomino di 74 anni, placidamente seduto sul cesso di casa sua, ad espletare i suoi quotidiani (più o meno, dicono fosse un po' stitico) e naturali bisogni fisiologici. Voci di corridoio dicono che il vecchio abbia prima tentato di approfittare di lei sessualmente, ma che poi siano caduti dal tetto i resti della vasca e il marito, che s'era tenuto appeso ad una trave che non resse, colpendo mortalmente il vecchiazzo e permettendo alla moglie la fuga al piano di sopra, in casa sua.

La scena finale dello spot, infatti, mostra la moglie che, tutta tranquilla, si asciuga i capelli, dopo la strana avventura. Perchè Caldobagno è anche phon, non scherziamo proprio, eh. E secondo voi, visto che lei è viva e vegeta, l'ipotesi numero 3 non è la più plausibile per ora, dato che non inquadrano più nemmeno la vasca, che è sprofondata fino al pian terreno dal portinaio del palazzo, con tutto il marito nudo dentro, che s'era allegramente flashato di essere ai tropici, per via delle allucinazioni da lassativi???

Eh... gli anni '80...

mercoledì, 12 dicembre 2007

PAURE E TRAUMI INFANTILI - cap. 1

Chiacchierando con la simpatica Avluela, nel primo pomeriggio, sulla mitica minichattina di Plugoo, che ho messo nella mia sidebar (Blossom ne sa qualcosa!), è uscito fuori durante il discorso un terrificante personaggio, che ha inquietato le notti di chissà quanti bambini: il FANTASMA FORMAGGINO!
Si parlava di film del terrore, di bambine morte senza occhi, che se le guardi ti uccidono (chi si ricorda che film fosse???), di porte sbattute all'improvviso, di tricicli alla Shining (da sottolineare che la signorina Avluela continuava a dirmi di essere da sola in una scuola immensa, di smetterla con questi discorsi orripilanti e che l'infarto per lei fosse dietro l'angolo, continuando così...), quando, poi, ad un tratto lei nomina il famigerato Dott. Cav. Egr. Avv. Dir. Gen. Gra. Figl. Di. Putt. Fantasma Formaggino!
L'avevo davvero rimosso, ma quando l'ha nominato, le chiedo, incuriosito e sorpreso...

"Ma allora lo conosci anche tu?!?"
"Sììì!!" mi risponde, e penso a quanto i genitori italiani siano infami a tutte le latitudini, suggerendosi tra loro comuni strategie del terrore contro le pestiferate dei loro bambini.
"E pure a te diceva..."
"Ti metto nel panino!" mi anticipa lei.
"Sono il Fantasma Formaggino, se fai il cattivo, ti spalmo nel panino!" dico la formula completa e indimenticata della fatidica minaccia del signor Formaggino.
"Sììì" Avluela conferma, è proprio lo stesso bastardo!!!

E insomma, scopriamo che le versioni combaciano e deduciamo che il Fantasma Formaggino è stato di certo il trauma di chissà quante generazioni di piccoli esseri umani.
Voi lo conoscete? Come lo immaginavate?
Io, da piccolo, l'ho sempre immaginato così:

- ETA' 4/5 ANNI: il Fantasma Formaggino è un provolone, non nel senso di marpione, ma proprio nel senso di provola gigante affumicata, con addosso un lenzuolo bianco in tipico stile da fantasma rompicoglioni, e che quando passa lascia una puzza di formaggio inconfondibile, tanto che quando entravo nelle salumerie con mia madre, avevo il terrore del banco formaggi, perchè credevo fosse la sua tana.
- ETA' 7/8 ANNI: con il passare degli anni, ho iniziato a credere che il Fantasma Formaggino avesse le sembianze di un formaggio cremoso, altrimenti non si sarebbe spiegata la sua minaccia "Ti spalmo nel panino!"... doveva aver preso di certo spunto dalla sua stessa natura, per teorizzare un simile ricatto. Quindi, ho cominciato a fantasticare sulla sua essenza e ho ipotizzato che potesse essere un formaggino Bel Paese della Galbani, quelli nella mitica scatoletta tonda trasparente. Quando aprivo il frigo e li vedevo lì, silenziosi e infidi, a guardarmi, certe volte, soprattutto se di sera, richiudevo immediatamente il portellone, per paura che mi risucchiassero al freddo della celletta e mi spalmassero da qualche parte.
- ETA' 40 ANNI: oggi, ancora un po' traumatizzato dalla losca presenza del Fantasma Formaggino nella mia vita, evito di mangiare i formaggi (vabbe', dai, non è solo per il Fantasma Formaggino, mi fanno anche schifo di loro, eh!) e quando vado al ristorante e mi portano un piatto di pasta strapieno di pecorino su, prima ancora di bestemmiare contro il cameriere e tutta l'équipe dello chef, inveisco tra me e me contro di LUI, il Fantasma Formaggino, che, dato che non è mai riuscito a spalmarmi nel panino, si vendica così, con queste apparizioni bastarde sulle mie pietanze mangiate fuori casa... un giorno me la pagherà...

Se volete saperne di più sul Fantasma Formaggino, cliccate QUI...

Seguiranno altre delucidazioni sulle mie, innumerevoli, restanti paure infantili... (e mica solo infantili, argh...)

giovedì, 29 novembre 2007

THE THIRD DAY - NAPOLI - VIENNA - NAPOLI

Cap.1: COME DICEVA LA RETTORE... "DI NOTTE SPECIALMENTE... SI CADE!"
Durante la notte, dopo l'incontro giapponese di fuoco, ovviamente dormo malissimo, un po' agitato, un po' teso, diciamolo pure, un po' ingrifato. Così, quasi all'alba, anche se fuori è ancora tutto buio, mi alzo per la pipì di rito, dopo aver bevuto drinkssss su drinkssss. Cammino un po' a memoria nella stanza buia, cercando di non svegliare Marcello, che dorme come un porco. TUNF. Piede netto nella gamba della sedia. "Cazzo che male!", sussurro. Sento Marcello che fa "Hmmmm...", ma non si sveglia. Mezzo zoppicante, vado in bagno e faccio la mia sana pipì, quasi ad occhi chiusi, che è un miracolo che io abbia centrato il bersaglio. Mi guardo allo specchio, ho tutto il petto sudato, sempre per quella cazzo di coperta, che è più calda di un altoforno, e decido di darmi una bella sciacquata. Dormo da sempre senza pigiama, porto solo i boxer per andare a letto, così, per non farmi la doccia, che avrebbe fatto troppo casino a quell'ora, metto un telo per terra, mi ci piazzo su e comincio a lanciarmi vere e proprie "coppate" d'acqua con le mani, bagnandomi tutto per togliere via il sapone.
Faccio un lago a terra e poi, per stare un po' più fresco, non mi asciugo del tutto, solo petto e schiena e pure in modo sommario.
Cosce e gambe restano bagnate e naturalmente anche i piedi. Chiudo la luce, apro la porta del bagno ed esco da lì, per tornare a letto.
Ora, i piedi bagnati su un finto parquet sono micidiali. Praticamente i talloni si trasformano in rollerblade posseduti dal demonio e si scivola che manco a Gardaland. Faccio due passi non esattamente stabili, penso "Forse avrei dovuto asciugarmi meglio i piedi..." e nemmeno il tempo di dirlo, FIUUUUUMMMM!! scivolo tremendamente, faccio un balzo per tentare di tenermi in piedi, ma... SBAMMMM!!! Mignolo netto sulla ruota del trolley di Marcello, lasciato amorevolmente al centro della stanza, c'inciampo dentro definitivamente e PATAPAMMM!!! finisco lungo lungo per terra, che per poco non mi sfascio tutta l'arcata dentale! Il rumore assordante (immaginate circa 89 kg che cascano di botto per terra in piena notte, con un silenzio tombale) fa saltare dal letto Marcello, che urla "Chi cazzo c'è qui dentro!!!! Esci fuori, stronzo!!" e si alza in piedi sul letto, accende una luce e si mette in assetto da guerra, con i pugni serrati a cazzotto. Poi, vede che sono io e comincia a ridere come un dannato, cascando dal letto, perchè mette un piede nel vuoto... finisce per terra a farmi compagnia e restiamo lì a ridere per almeno cinque minuti, senza la forza di alzarci... immaginate un uomo peloso, bagnato e in boxer, sprosciuttato per terra a quattro di bastoni e un tizio losco dalla improponibile capigliatura semibionda, con un pigiama da ergastolano e la scoreggia facile durante le crisi di risate, che gli ride in faccia, disteso sul pavimento... che spettacolo indecente...
Ci rimettiamo a letto, ma praticamente è impossibile dormire, perchè ogni tanto viene una crisi di risate ad uno dei due, che in quel modo sveglia l'altro e si finisce per restare svegli fino a che fa giorno, con la voglia tremenda di raccontare la scena megagalattica agli altri... indimenticabile, semplicemente indimenticabile.

Cap.2: ANIMALISTI SI NASCE, NON SI DIVENTA...
Decidiamo di andare a Schönbrunn. Il collegamento è perfetto dalla nostra fermata di Hello Kitty, quindi, ci occorre solo attraversare la strada e ficcarci nel treno. La cosa carina è che, dirigendoci verso la stazione della metro, passiamo davanti ad una porta, dove c'è una puzza tremenda di escrementi. Alessandra mi guarda inorridita, passandoci davanti.
"Ma che schifo, secondo me questi non hanno i bagni" dice, con la mano sul naso.
"Ma no, questo è Marcello che ne ha sganciata una" dico.
"Sì, vabbe', però non dirlo a tutti così, e dai! Volevo mollarla di nascosto!" subito sta al gioco, Marcello, quando si tratta di puzze e peti vari.
Mentre disquisiamo amabilmente di gas intestinali davanti a questo palazzo fetido, passiamo davanti ad una porta gemella di quella di prima, pochi metri più giù. Karin è in testa alla fila, sempre incazzatissima con me, perchè la sto tenendo un po' a distanza dopo il fattaccio, e... BRRRRRR!! IHIHIHIHI! (Questo sarebbe un nitrito di cavallo, eh?). Un grosso cavallo bianco caccia la testa fuori dalla porta e sembra alquanto incazzato, scalpita.
"Aiutooooooo!!" urla Karin, facendo un salto in aria per la paura, proprio scena da candid camera.
Marco, che stava accanto a lei, si piega per terra dalle risate, mentre a Fabiana vengono le crisi isteriche, perchè da animalista convinta, quando vede quella povera bestia incatenata, con Karin che per di più gli ha strillato in faccia, spaventandola, vorrebbe organizzare un raid per liberare il cavallo e portarselo a Schönbrunn con noi.
"Jack, ti prego, entriamo e togliamogli la catena!"
"Ma che sei scema? E' proprietà privata, qua c'arrestano e ci mandano in un campo di concentramento, lo sai?"
"Che stai a di', liberiamolo!" e mi trascina dentro a questa specie di androne di palazzo, usato come stalla. Cosa abbastanza insolita per essere comunque nel centro di una capitale europea. Ci guardiamo un attimo intorno e vediamo che il tutto è un deposito di carrozze d'epoca. Bellissime, di quelle con le lanternine ai lati. Ci sono ai lati delle mangiatoie e parecchio fieno, si vede che gli altri cavalli erano già in giro.
"Dai, basta, usciamo, che cazzo ci facciamo qua dentro?!?"
"No, Jack, ti scongiuro, salviamo almeno lui, liberiamolo e poi scappiamo..."
"Tu non ci stai con la testa..."
"Pensa se ci fossi tu incatenato!"
"E che sono un cavallo, io?!?"
"Ma no! E' per dire!"
"Ragazzi??? Ma che state facendo lì dentro??" ci chiama Diego da fuori.
"E che ne so?!" dico io da dentro, abbastanza spaesato e alterato.
"Dai, basta, ora lo libero, aiutami"
"Se passiamo un guaio, sappi che dirò che la ladra di cavalli sei tu, hai capito, scema?"
"Sì, sì, tu però aiutami, prendi quelle chiavi, ha un lucchetto alla caviglia, guarda! Ma che stronzi, povero cavallino mio, piccolo, tenero, cucciolo, vieni qui da mamma..." e Fabiana comincia a fare una serie di coccole a quella bestia puzzolente e secondo me pure sfottutissima dalla nostra presenza lì. Quasi sotto costrizione, ma sotto sotto desideroso di fare una cazzata pure io, mi chino per terra per liberare la caviglia del cavallo dalla morsa delle catene, ma... SLAAAAAAAAPPP!
"Che schifo!! CHE SCHIFOOO!! M'ha leccato!! Questo stronzo m'ha leccato l'orecchio!!"
"E si vede che è donna, mica scema!" guardo sotto, ma vedo un pisello di cavallo grosso COSI'.
"Altro che donna, questo è ricchione! Guarda un po' sotto che c'ha?? Non è un pisello, quello, è un missile patriot, ma quale donna e donna!" e mentre sono intento ad asciugarmi l'orecchio dalla slinguazzata del cavallo del gay pride, con Fabiana che ride e accarezza la bestiola (all'animaccia sua), entra un tizio pelato, grasso e baffuto. Il proprietario del cavallo.
"Ein zwei drei fier!!" (io questo ho capito, ma il tizio ci ha in realtà urlato qualcosa in tedesco, che secondo me voleva dire "chi cazzo siete e cosa cazzo ci fate dentro alla mia stalla!".
Mi ricompongo, tentando di sorridere, e chiedo al tizio se parli inglese. Lui risponde sì solo annuendo, ma tiene in mano un rastrello del fieno. La vedo veramente male. Per tentare di non prenderle, m'invento che Fabiana è un po' fuori di testa, molto malata, e che aveva sempre desiderato vedere un cavallo da vicino e accarezzarlo, così ci eravamo infilati nella stalla, del resto aperta, per poter fare due coccole all'animale.
"Davvero bello, complimenti, lei ci sa fare con gli animali, lo tiene benissimo..." tento di arruffianarmelo. Lui grugnisce, ma sembra averci creduto. Fabiana, per rendere il tutto più credibile, lancia uno strillo di gioia. Io mi cago sotto, già teso per tutte le palle che ho dovuto sparare per pararci il culo, il tizio fa un salto di paura pure lui, e il cavallo quasi scalcia, spaventato forse più di tutti.
"Andiamo, dai... ringrazia il signore... arrivederci, signor proprietario del cavallo, arrivederci e ci scusi ancora, eh, graaazie..."
"Arrivederci, arrivederci..." dice Fabiana "Cazzo, 'sto scemo è arrivato quando stavamo quasi per farcela!"
"Tu sei una criminale e io che ti sto pure a sentire sono un coglione, ecco cosa sono, un coglione. Andiamo, va', prima che questo chiami la polizia e sono cazzi... fossimo stati a Napoli e mò ci credevano... aspetta e spera..."
"Vabbe', dai, è stato divertente, no? Non ti sei nemmeno dovuto lavare le orecchie, ci ha pensato Furiacavallodelwest!"
La spingo letteralmente fuori dalla stalla e fuori non troviamo più gli altri.
"Dove cavolo sono andati tutti?" e dopo un attimo sento un fischio. E' Marcello, nascosto dietro ad un angolo di un palazzo.
Li raggiungiamo e lui ci dice "Ce ne siamo scappati, quando abbiamo visto il tizio... vi ha menati?"
"Mavaaaffaaaanculovaaaa..." e ci ridono in faccia.
Finalmente Schönbrunn, dopo essermi ripreso dall'avventura ippica durante il tragitto in treno, passato ad immaginare le micidiali conseguenze che ci sarebbero potute essere, se avessi davvero liberato quel cavallo. Ma come cacchio m'è saltato in mente, dico io, di starla a sentire!!

Cap.3: "MICA CI SARA' LA NEVE A SCHONBRUNN?" - "NAAAAAA..."
Per carità. Solo i tetti bianchi, della roba bianca ammucchiata ai lati delle strade... sarà zucchero filato, no? Un cazzo di freddo che manco al polo nord!!!! Accidenti!
Schönbrunn è immensa, una tenuta fantastica. Il parco è perfettamente tenuto, sebbene gli alberi siano spogli, e l'atmosfera un po' cupa e tetra che danno al tutto il cielo grigio, la neve per terra e delle nerissime cornacchie appollaiate sui rami secchi e precisamente potati, ci dà la sensazione di essere finiti in una specie di incubo di bambini. Sapete quelli in cui poi gli alberi si animano e diventano cattivi, oppure quelli in cui gli uccelli diventano carnivori e sbranano tutti? Ecco, così. Noi camminiamo, alziamo gli occhi e "CRAAA! CRAAA!!" le cornacchie ci cazziano, quasi seccate dalla nostra presenza nei loro territori.
"Ma che razza di bestie odiose!" sbotta Karin e ploff, una cagatina sul suo cappotto. Che ridere!!!
Lei va nel panico, tra l'altro nessuno l'aiuta, allora prendo una manciata di neve da terra e gliela spiaccico sulla cacchetta, sperando di lavarla via con un paio di fazzoletti.
"Ghhh... che schifo..."
"Jack, ti prego, toglimi questa porcheria di dosso..."
"Sì, sì, non preoccuparti, viene via..." e mi viene da ridere.
"Ma che ridi, scusa?? Mi poteva andare nei capelli!"
"Appunto! Dai, scusa, scusa, smetto..." e Karin mi odia ancora di più, ma apprezza il mio nobile gesto di toglierle la cacca dal cappotto.
Camminando nel parco, stando bene attenti a non far incazzare le cornacchie, ci imbattiamo in una simpaticissima famigliola di scoiattoli. Ornella prende dei biscotti che aveva in borsa e glieli porge. Incredibilmente, le bestiole non si spaventano e le prendono i biscotti dalle mani... che carini! Altro che cornacchie. Tra bestie varie, finiamo all'ingresso dello zoo.
"Dai, ci andiamo?" chiedo io, in un impeto di infantilismo, che mi sento tanto mio figlio, quando dice "Paaaaaapiiii, andiaaaaamooo allo zoooooooooooooo?". Gli altri acconsentono, Fabiana storce un po' il naso, ma dopo quello che ha combinato con il cavallo, non ha voce in capitolo.
"Non chiedermi di andare a liberare gli ippopotami, perchè ti dò in pasto ai leoni, te lo giuro" le sussurro, tenendole il braccio in una mano con finto fare minaccioso. Lo zoo è davvero ben organizzato e pulitissimo, gli animali, nonostante la cattività, stanno in spazi belli grandi, sebbene molti stiano tutti rannicchiati in casupole per il freddo. I pinguini, invece, se la godono come i pazzi e fanno un casino della malora, saltando e tuffandosi dappertutto nell'acqua ghiacciata della loro piscina. Come un fesso, sono rimasto a guardarli per quasi dieci minuti, invidiando le loro evoluz