OTTAVA PROVA DI ANGELI E DIAVOLI
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IL RICORDO SFUGGITO ALLE SABBIE DEL TEMPO
Avevo scelto fin da quel primo respiro d'aria terrestre di non contare gli anni, i giorni e i minuti che mi sarebbero rimasti da vivere su quel pianeta fino al momento della mia "chiamata", del mio ritorno a "casa".
Mai un compleanno festeggiato, mai un anniversario da ricordare, che in qualche modo m'avesse fatto fare mente locale sul tempo trascorso, mai un orologio al polso; e se mi capitava di vederne uno per strada o se qualcuno, chiacchierando ignaramente, mi metteva al corrente del momento storico in cui stessi vivendo, scappavo via, disperato davanti alla minaccia di quell'immaginaria clessidra, che lasciava scorrere, impietosa, la sabbia nella mia mente. Sapevo che quella sabbia avrebbe sommerso ogni mio ricordo, una volta terminata la mia vita sulla Terra. Quella clessidra era il mio tormento più profondo.
"Cento anni", m'aveva detto SuperIperUranio...
"Vivrai cento anni sulla Terra, Jack. Vivrai come tutti gli altri uomini, ma ritornerai qui, e quando accadrà, la tua memoria verrà azzerata... potrai conservare un unico ricordo di quest'esperienza che ti sto offrendo. Sappi sceglierlo con cura e farne tesoro per la tua eterna vita ultraterrena. E ora vai, Jack, per ora il tuo tempo all'Inferno è terminato, un nuovo mondo t'aspetta ed è pronto ad accoglierti..."
"E' tutto chiaro, Capo... dimmi quando dovrò partire"
"Stai già partendo, Jack..."
"Ma... non capisco, che vuoi dire?"
"Aspetta e vedrai..."
"Non fare scherzi, mi manca l'aria qui... c'è puzza, sto male... che sta succedendo???"
"E' il tuo apparato respiratorio da umano, Jack, sta già avvenendo la trasformazione nel tuo corpo..."
"Che trasformazione, scusa... ma che stai dicendo...? A-aiutami..."
"Stai diventando un uomo... un uomo vero, Jack, quasi vero... è così che vivrai, un uomo tra gli uomini..."
"Per favore, mandami subito su quel dannato pianeta... per favore... so-soffoco... non ce la faccio più a stare quaggiù, soff-o-co!"
"Vai, Jack, vai... e non dimenticarti delle mie parole... scegli un ricordo davvero speciale, dovrai custodirlo per sempre... per sempre-e-e-e-e-e..."
Uno squarcio nel cielo plumbeo dell'Inferno s'aprì sopra ai miei occhi, increduli dopo le ultime parole del Capo, e in un lunghissimo istante fui praticamente risucchiato da quel buco nero, che man mano diventava blu oltremare nella rapida risalita. Acqua intorno a me, ma la puzza di zolfo continuava a persistere. Non riuscivo a capire. L'ultimo tratto della corsa verso l'alto fu velocissimo e tra miliardi di bollicine d'aria e riflessi della Luna nell'acqua, schizzai fuori da quel lago e volai per qualche metro su nel cielo senza capire nulla di quanto stesse accadendo.
Ricaddi dopo pochi istanti nel placido specchio d'acqua.
Il rumore del mio tuffo all'indietro fu l'unica eco che si sentì nei paraggi di quella natura che pareva deserta.
Riemersi e con il viso a pelo d'acqua mi guardai intorno... folta vegetazione e un lago dalla forma molto vicina ad un cerchio perfetto sembrava apparirmi, guardando le rive ben levigate ed omogenee. Un cratere. Un ex cratere che Madre Natura aveva reso un lago vulcanico; e quell'odore di zolfo derivava forse dall'intima essenza di quell'acqua: il fuoco.
Stanco e frastornato, mi tirai fuori dal liquido trasparente e sulfureo. Avevo paura di quel luogo ignoto, ma mi sembrò abbastanza desolato per sfuggire ad occhi umani e per proteggermi da qualsiasi incognita di quel nuovo mondo. Mi spogliai dei miei abiti bagnati e li lasciai ad asciugare alla brezza della notte, appesi ad un ramo. Mi stesi sull'erba ed assaporai i nuovi odori intorno a me e il silenzio, placido e perturbante.
E dormii nervosamente fino al mattino dopo, senza aprire più gli occhi, per sfuggire al buio di quelle tenebre non familiari alle mie pupille.
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Un rumore di foglie secche calpestate mi destò dal sonno, lasciandomi in un vigile torpore.
"Comme j'étais en train de vous dire, c'est le Lac d'Averno, celui que les Antiques Romains croyaient être l'entrée de l'Enfer, vu le caractéristique et inquietant paysage naturel qui l'entoure..."
Fui definitivamente svegliato da alcuni passi, strascicati sul sentiero sterrato a pochi metri dalle siepi che mi nascondevano, e da quella voce dall'accento francese, che con toni allegri e fermi catturava l'attenzione degli astanti. Mi strofinai inavvertitamente gli occhi con le mani sporche di terreno, mi bruciarono un bel po' e corsi a sciaquarmeli vicino alla riva tra un'imprecazione e l'altra, tanto che mi parve che la donna m'avesse sentito e visto, perchè s'arrestò nel parlare per un attimo e si guardò attorno con aria circospetta.
"Il y a des animaux étranges ici...", disse, sorridendo, al suo gruppetto di persone. Animale strano a me? Bah!
Mi chinai più che potessi dietro una siepe di mirto e rimasi in silenzio a guardare la scena al di là delle fronde, con un ginocchio nell'acqua e l'altro schiacciato contro il mio petto. La donna, tornata rilassata, aveva ricominciato a narrare al gruppo di turisti le vicende di quel luogo dove ci trovavamo tutti, che ora avevo appreso chiamarsi Lago D'Averno. Diceva che anticamente era considerato dai Romani l'ingresso per il mondo degli Inferi.
"Sono rimasto chiuso fuori casa, allora...", pensai per un istante, divertito all'idea di quella leggenda. Ricordandomi, però, della notte precedente, ebbi un piccolo sussulto e mi resi conto che tanto leggenda forse non era, quel che s'erano tramandati i Romani di generazione in generazione: avevano colto la Verità senza saperlo. Conoscevano l'ingresso dell'Inferno, quel lago dall'acqua sulfurea e dalle strane venature grigiastre, sbocciato come un liquido fiore dal cratere di un antichissimo vulcano morto anzitempo. Ed io ero sbocciato dalle sue acque a nuova vita.
Mi sentii forte in quel momento, consapevole della mia intima essenza demoniaca, presi coraggio e mi tirai su per aprire le braccia al cielo, quando credetti che i turisti si fossero allontanati. Scattai in piedi con un gran sorriso, strinsi i pugni in segno di vittoria, per la grande possibilità che m'era stata data, ed esultai, quando, però...
"E lei chi è?!?!", urlò la donna, puntandomi l'indice contro e rimanendo immobile a fissarmi.
"Eh?? Chi??"
"Lei!!"
"Oh, parbleu, cet homme est nu!", bisbigliarono due turiste di una certa età, sconvolte dalla visione di un uomo senz'abiti addosso in un luogo pubblico.
"Cazzo... ehm, pardon, mesdames, pardon!"
"Che diavolo ci fa lei nudo in mezzo alle frasche?!"
"Eh, appunto, che Diavolo ci faccio nudo in mezzo alle..."
"Senta, io chiamo la Polizia, se non mi dà una spiegazione convincente!"
"Non sarà mai convincente la mia spiegazione, signorina! E si giri, per favore! Mi faccia recuperare i miei vestiti!"
Qualcuno mi osservava con gli occhi sbarrati, qualcun'altra rideva, rossa in viso, altri ancora mormoravano che fossi pazzo.
Mani serrate a coppetta sulle mie pudenda, mi voltai di scatto e corsi dietro ad un cespuglio, per tentare di recuperare i vestiti sul ramo, lì dove li avevo lasciati la notte precedente.
Una famigliola di rondini, però, aveva gradito molto la mia camicia e l'aveva usata come bagno pubblico aviario.
"Signorina? Mi scusi, ma prima, durante la sua bellissima spiegazione, ho sentito che diceva che il nome "Averno" deriva dal greco "Aornos", ovvero "senza uccelli", giusto?"
"Certo, giusto, ma che c'entra?"
"Guardi un po' qui la mia camicia? Questa secondo lei è cacca di balena?"
Alla vista di quella camicia imbrattata di sterco d'uccelli, la donna rise di gusto insieme agli altri, che avevano afferrato qualche parola del nostro discorso.
Un turista francese m'offrì gentilmente una sua maglietta e, resomi conto che l'iniziale diffidenza nei miei riguardi era scemata almeno un po', iniziai a raccontare una storia plausibile, per giustificare la mia presenza in quel posto, io che fino a pochi minuti prima non avevo nemmeno uno straccio addosso.
Mi ricordai che sulla Terra faceva ancora scandalo andare in giro nudi... ovvio che avessi suscitato scalpore, gli umani hanno nel dna il ricordo del peccato originale.
"Le sta un po' stretta questa maglietta... qual è il suo nome, signor giro-nudo-per-le-rive-dei-laghi?", mi chiese con fare indagatorio e divertito la donna. Occhi grandi e scuri, capelli ricciolini e un sorriso da far sciogliere i ghiacci polari in un istante.
"Mi chiamo...", non sapevo se dirle il mio vero nome o mentirle. Mi scostai un po' da dosso il tessuto della maglietta, che aderiva al mio petto. Mi stava davvero stretta e lei mi stava guardando... che gli allenamenti nella palestra infernale potessero dare buoni risultati anche sulla Terra non c'avevo pensato mica...
"Allora, lei si chiama?"
"Mi chiamo Jack, piacere... e lei, signorina nel-Lago-d'Averno-non-ci-sono-uccelli? Come si chiama?", sorrisi.
"Io mi chiamo Giada, piacere mio...", sorrise anche lei, imbarazzata e piacevolmente colpita da quel feeling che s'era instaurato a pelle in pochissimi minuti.
"Viene con noi in giro a scoprire le bellezze del Lago o vuol prima spiegarci cosa ci facesse nudo in mezzo alle piante, signor Jack?"
"Beh, io ero nudo perchè... perchè, insomma, ieri notte sono venuto qui per fare delle foto in notturna, ecco, e... sì, cioè, sono cascato in acqua, poi ho messo i vestiti ad asciugare e mi sono addormentato distrattamente... sì, proprio così è andata..."
"Ah, capisco... proprio così è andata... e, mi scusi se insisto, ma la sua macchina fotografica dov'è?"
"..."
"Allora?"
"E' sott'acqua", trattenni il respiro, le stavo sparando veramente grosse.
"Sott'acqua?? Le è cascata nel lago?"
"Eh sì... ha visto che sfortuna?"
"Beh, mi dispiace tanto..."
"Non si preoccupi..."
"Lei, però, non sembra affatto dispiaciuto della perdita...", incalzò la donna, sempre più incuriosita.
"E lei fa tantissime domande...", risposi, guardandola dritto negli occhi e usando quella particolare luce che solo le pupille diaboliche riescono ad emanare. Quella luce magnetica a cui gli occhi umani non sanno resistere.
"Posso venire in giro con voi? Questo posto m'interessa molto e vorrei saperne di più... poi, lei, Giada, racconta le meraviglie di questi luoghi in un modo davvero interessante..."
"Mi sta adulando, Jack?"
"Sì..."
"Le riesce benone, vedo, è il suo secondo mestiere, dopo quello di annegatore di macchine fotografiche?"
"Mi porta con il suo gruppo o no, Giada?", la sfidai, tirando su il sopracciglio destro e lisciandomi la barba.
"Affare fatto, lei ora è dei nostri, Jack...", mi prese per un braccio e mi portò davanti alla fila di persone insieme a lei.
Guardavo i suoi piedi camminare all'unisono con i miei. Passi piccoli, scattanti, per tenere alto il ritmo della camminata tra i sentieri accidentati, immersi nella vegetazione. L'Averno, un paio di metri più sotto, luccicava sotto i raggi del sole caldo di un mattino di giugno. Lo zolfo era nell'aria, mi pareva d'essere ancora a casa, il distacco con l'Inferno era stato brusco, ma meno del previsto. Forse tutti i Diavoli venivano mandati qui per il primo giorno di tirocinio? Non lo sapevo e non aveva poi tanta importanza; stavo bene, la Terra cominciava a piacermi, così come come cominciava a piacermi Giada, affascinante quarantenne con la freschezza stampata sul viso, come avesse avuto quasi la metà dei suoi anni.
Fu singolare l'attrazione indescrivibile che provai per quella donna, cosa che non mi capitò più negli anni a venire, con nessun'altra.
L'ascoltavo parlare al gruppo dei turisti francesi con quel suo accento fluido, con quella "erre" che lasciava scorrere, delicata, tra la lingua e i denti. Provavo a non guardarla, per concentrarmi solo sulla sua voce... e me la sentivo dentro, vibrare fin nei miei polmoni a rubarmi il respiro, al pensiero di quelle labbra sulle mie.
"Tu comprends le français, Jack?", si voltò di scatto verso di me, cogliendomi perso tra le mie fantasie.
Riuscii ad emettere un flebile "oui", fissandola, turbato. Percorsi con gli occhi il suo viso, ne ammirai la genuinità dei tratti, le accarezzai il collo con lo sguardo e me lo riempii dei suoi seni.
"Très bien, Jack... allons, mesdames et messieurs... nous sommes presque arrivés à la zone du pic nic...", con un ampio gesto delle braccia invitò il gruppo di turisti a seguirla. Non si accorse che il nodo della sua camicetta s'allentò per quello. Pochi passi ancora e secondo le sue indicazioni ci saremmo sistemati a mangiare un boccone sulle rive del lago, nell'area pic nic del parco naturale.
"Mangia con noi, Jack?"
"Beh, in realtà io non avevo previsto di rimanere qui fino ad oggi e non ho con me nè soldi, nè cibo..."
"I soldi non occorrono, adesso, e io posso offrirle uno dei miei panini, se le va..."
"Se ci diamo del "tu", dirò che mi va..."
"Se ti va..."
"Sì, mi va... grazie... posso sedermi qui?"
"Certo... vieni, ti faccio spazio sul mio pareo...". Le agili e sottili dita di Giada sistemarono le pieghe del suo coloratissimo pareo sull'erba, preparando un piccolo giaciglio per il frugale pranzo. L'aiutai e fu quella la prima volta in cui le nostre mani si sfiorarono.
Ricordo che trascorremmo tanto tempo a parlare sottovoce di noi, lei mi raccontò tanto di sè, io m'inventai una vita, un personaggio, un'anima. E lei s'innamorò di quell'anima, come io della sua, con la paura nel mio cuore che un giorno avrei dovuto per forza abbandonarla.
Decisi in quel momento che, nonostante fosse solo il mio primo giorno sulla Terra e che forse avrei potuto fare migliaia di esperienze più belle da conservare nella memoria, Giada e quell'unico giorno trascorso con lei sarebbero stati il mio ricordo da portare negli Inferi allo scadere dei cent'anni.
Volli vivere quei momenti al massimo dell'intensità, non sciupai un solo secondo di quella giornata, dedicandola tutta alla passione, nel senso più alto che gli umani danno a questa parola: desiderio, tensione e splendida sofferenza.
Restai ad ascoltarla mentre parlava e lei ne era contenta e sorpresa. Le regalai tutta la mia attenzione e mi resi conto che sbirciavo ogni particolare delle sue espressioni, per far sì che mi restassero perfettamente impresse nella memoria anche a distanza di tempo.
Chiusi gli occhi. Strinsi le palpebre fortissimo, come facevo all'Inferno da bambino per scatenare piccoli terremoti, uno dei primi giochini che m'insegnò mio padre. Avrei voluto un terremoto anche allora, per far scappare tutti in preda al panico e poter rimanere solo con lei; ma sapevo in cuor mio che i miei poteri diabolici li avevo persi nel momento in cui ero schizzato fuori da quelle acque sospese tra Inferno e Realtà... eppure...
La terra tremò. Il rumore di una sirena d'allarme riecheggiò tra gli alberi. Le persone urlarono e fuggirono come impazzite. Un terremoto. Credetti di essere tornato un demone, per essere riuscito a scatenarlo, e mi toccai la testa, passando una mano tra i capelli per sentire se ci fossero gli spuntoni delle mie vecchie corna ormai scomparse, ma di loro nessuna traccia. Ero ancora un uomo. E quel terremoto, allora? Tutt'ora non me lo spiego, fatto sta che ottenni quel che volevo: restare da solo con lei in mezzo a quelle meraviglie della Natura.
Per tutta la durata del sisma, Giada non si staccò dal mio braccio, che stringeva per la grande paura. Naturalmente io non ne avevo, ma mi finsi spaventato, come ogni altro umano al mio posto sarebbe stato. Ci ritrovammo vicinissimi. Bastò un attimo per abbracciarla più forte, per sentire il suo respiro fuso al mio, fino a cogliere la morbidezza delle sue labbra, desiderose di posare un bacio sulle mie; leggero e delicato, quasi incredulo dapprima; appassionato ed irriverente, poi, dopo che la strinsi forte a me in un impeto di voluttà. La volevo mia.
Morsi, che furono avide carezze dei miei denti sulla sua pelle di seta, e le mie mani, furiose cacciatrici delle sue curve di preda seducente, l'esplorarono in ogni angolo di corpo, strisciando sotto alla sua camicetta ormai sbottonata, per slacciare quell'insieme di pizzi e trasparenze che le velavano il seno.
In un groviglio di membra, me la ritrovai addosso, nuda, sensuale, bellissima, pronta ad offrirsi a me, un perfetto sconosciuto che la stava amando e che l'avrebbe amata per sempre, ero certo di questo dentro di me. Ero certo d'amare, io che non l'avevo ancora mai fatto. Lei, dal canto suo, sentiva quanto io fossi devastato dal suo fascino prepotente e giocava... giocava con le sue movenze invitanti, con le parole, sussurrate, a volte incomprensibili, che mi porgeva sulla bocca, sfiorandomela con la punta della sua lingua, come fosse un vassoio per servirmi ciò che le suggeriva l'anima. Quell'anima che avrei certamente corrotto, se non me ne fossi innamorato all'istante e senza via di scampo.
I raggi caldi del Sole mi scottavano la schiena, mentre m'insinuavo tra le sue cosce tese e il calore che emanava quella donna era pari alle fiamme dell'Inferno, bruciavo dentro per lei. Bruciava la mia mente, traboccante di sentimenti fino a quel momento ignoti, ma meravigliosi. Bruciava la mia bocca, che l'assaggiava ovunque, come per rubare brandelli di carne a quel corpo, indelebili tracce mnestiche nella confusione dei ricordi. Perchè il Tempo tende a sfumarli e a renderli nebbia opaca e senza colori... ma Giada non avrebbe fatto quella fine, Giada l'avrei ricordata per l'eternità.
La lasciai addormentata nuda sull'erba, così come lei aveva trovato me, proprio in questo punto dove siamo seduti adesso; e andai via senza lasciar tracce. Sapevo che l'avrei fatta soffrire e sapevo che avrei sofferto anch'io di quel distacco così brusco, ma scelsi di combattere quell'amore appena nato, che in realtà m'aveva già battuto lui stesso, obbligandomi silenziosamente ad imprimermi nell'anima quei momenti fugaci, vissuti in una calda giornata di giugno tra le braccia di quell'unica donna che riuscì a solcarmi il cuore, lasciando un segno indelebile del suo passaggio nella mia vita di essere umano.
Ecco, ora conosci il mio ricordo speciale da salvare, messaggero Hermes. Sono passati esattamente cent'anni da allora, visto che tu sei qui con la tua clessidra vuota tra le mani, ed io ricordo tutto perfettamente, come vedi. Non ti resta che cancellarmi tutti gli altri pensieri dalla memoria, adesso, il mio tempo quassù è finito e ho fatto quel che dovevo. Puoi riferire al Capo che sto tornando all'Inferno.
[Jack si alza in piedi, butta via sull'erba i suoi vestiti, dopo aver usato un lembo della camicia per asciugare via una lacrima. Dà un ultimo sguardo al paesaggio intorno, sorride amaramente, e passi lenti s'avvicina alla riva del Lago d'Averno. Senz'altra esitazione, s'immerge nelle sue profondità e sparisce per sempre tra i placidi riverberi dell'acqua...]
"Comme j'étais en train de vous dire, c'est le Lac d'Averno, celui que les Antiques Romains croyaient être l'entrée de l'Enfer, vu le caractéristique et inquietant paysage naturel qui l'entoure..."
categoria:angeli e diavoli, i racconti improvvisati di jack















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