venerdì, 08 febbraio 2008
Il cielo in una stanza...

Terremoto di passione, travolgentissimo,  vivo nel delirio da due ore.
Come l'avevo sempre sognato e immaginato, oggi realtà, nel buio della tua stanza, dove ho lasciato l'anima... e ancora non ci credo.
Lo ricorderò per sempre, il cielo in una stanza.
Sconvolto, pieno, felice, in fiamme, ti voglio ancora.
Innamorato più di ieri e meno di domani, aspetto soltanto di rivederti tra poche ore.
Questo blog ormai parla solo di te, contenta?
Ricordati tutto, Jack, mio caro alterego letterario, tutto, perchè difficilmente ti farò essere protagonista di simili emozioni al mio posto...
mercoledì, 06 febbraio 2008

Indietro nel tempo, solo una settimana fa...

Sono arrivato con qualche minuto d'anticipo sotto casa sua. Lei era ancora al suo corso, quello dove l'andai a seguire due mercoledì fa. Chiedo al portiere se sia rincasata.
"La professoressa non c'è, può aspettarla qui, ha detto che sarebbe rientrata per quest'ora e di far aspettare, se qualcuno la cercasse".
"Perfetto, grazie, l'aspetterò fuori" sorrido con gentilezza, ma m'infastidisce lo sguardo insistente di quell'uomo pettegolo.
Vado fuori, la strada è particolarmente illuminata, il palazzo davanti a me ha tutte le finestre accese e le luci gialle si specchiano nell'asfalto scuro.
Mi guardo intorno, fremo dentro, e poi la vedo sbucare dietro l'angolo, che imbocca il vialetto verso il suo portone, a cui ero appoggiato. Scatto dritto, le sorrido, mi fa cenno da lontano che le dispiace per il ritardo, ma sorride deliziosamente anche lei e mi si riempie il cuore. Ci abbracciamo con una passione immensa, ma tenuta a freno, visto il luogo. Uno sguardo, però, ci basta per dire tutto.
"Vieni, saliamo subito, non vedo l'ora da giorni di stare di nuovo un po' con te..." le cedo il passo, passiamo di nuovo davanti al portiere. Lei lo saluta con la sua solita, simpatica eleganza, lui le fa una specie di inchino e poi guarda me, di nuovo storto. Mi sa che 'sto portiere le vuole prendere, gli piacesse la mia prof.? Io lo ammazzo.
Durante le due brevi rampe di scale fatte a piedi, lei inizia a sbottonarsi il cappotto, chiacchierando quasi a fatica per l'emozione. Sbottono anch'io il mio. Sì, diciamolo, ero stragnocco! Ci ho pensato giorni e giorni a cosa avrei dovuto indossare per piacerle, peggio di una donna, poi alla fine è stata lei, in una mail, a farmi capire come avrebbe voluto vedermi... in giacca e cravatta, m'aveva detto, per vedermi proprio "uomo".
E così, ovviamente, l'ho accontentata. Giacca blu, pantalone grigio, camicia celeste, cravatta classica blu con minuscoli quadratini celesti anch'essi, scarpe e cintura nera, non di karate.
Si sfila il cappotto e la vedo vestita da dio. Una gonna beige aderente al ginocchio, con uno spacco non esageratamente profondo, ma sapiente. Pulloverino color fragola, appena scollato. Stivali da cavallerizza. Uno schianto, i vestiti ne esaltavano il fisico eccezionale.
Mi guarda, ha l'aria compiaciuta.
"Che eleganza, G. ... sei da capogiro"
"Mai quanto lei, prof., mi scuserà, se la guarderò con quest'aria un po' stralunata, ma... è splendida, stasera, più del solito"
"Niente è lasciato al caso, diciamo così..." sorride con malizia, mi si avvicina e ci abbracciamo in silenzio, a lungo, solo i nostri respiri nell'aria. Le accarezzo la schiena morbidamente, lei mi lascia fare e mi stringe di più. La sua guancia si appoggia alla mia, sempre più stretti.
"Se questa serata inizia così, mio caro principe... dove saremo tra un po', se non ci stacchiamo...?". Che brivido.
Le lascio scivolare le mie mani sulla vita, la guardo dritto negli occhi, le stringo le sue e ci sorridiamo con emozione. Le dico di portarmi il suo cellulare, per sistemarglielo, visto che fa casini da due giorni con gli sms.
Lei mi stringe ancora più forte le mani e dice "aspettami".
Va a prendere il suo cellulare e me lo porge con aria di sfida.
"Accomodati... vediamo se saprai far funzionare questo maledetto aggeggio!" mi indica una poltrona, poi però lei non si siede, ma resta in piedi accanto a me, a guardare cosa io stia facendo per sistemarle quell'arnese da lei così odiato.
"Ecco fatto, ora dovrebbe andar bene..." e alzo gli occhi verso di lei, passandoli prima sui suoi fianchi... mi sovrastava in piedi.
"Grazie, G. mio, finalmente potrò scriverti a dovere, non sai che rabbia!" ride, di una risata nervosa e tesa, poi mi prende la guancia con una mano e appoggia la mia testa sul suo ventre, mi tiene lì per qualche istante. Mi alzo in piedi, le sto davanti, la sovrasto io con gentilezza, non fosse altro che per l'essere più alto: la guardo.
Mi scappa da sotto con una mossa agile e va verso lo stereo.
"Ecco... guarda oggi chi ascoltiamo?" e si diffonde nell'atmosfera un suono di sax meraviglioso. E' l'inizio di una canzone di Mina, che lei ama molto.
La invito silenziosamente a ballarla con me. Le cingo la vita, mi appoggia la testa sul petto e la percorro ovunque con le mie carezze, faccio piano, mi sembra impossibile... restiamo così per tutto il tempo della canzone... e poi, quando questa finisce, ne parte un'altra... "io e te da soli". Ci guardiamo, sappiamo che è nostra. Ballando, la porto accanto all'interruttore della luce.
"Balleremo meglio così..." e spengo. La stanza resta illuminata dalla luce fioca nel suo studio e dal led blu dello stereo, che si riflette nei suoi occhi sgranati. Riprendiamo a ballare, più stretti, in silenzio. Le bacio le guance, le sue mani nei miei capelli... il mio cuore è una scheggia impazzita che vaga nel mio petto, non riesce a star fermo, lei lo sente, ci poggia la mano su e poi mi bacia dalla camicia.
Il suo dannato telefono di casa squilla. Lei non vuole rispondere, ma le dico di andare. Ci stacchiamo a malincuore, con Mina che urla con passione "io e te da soli...". La guardo rispondere con l'aria distratta, confusa. Esco fuori al suo terrazzo pieno di piante, per lasciarle privacy al telefono. Dopo un paio di minuti, lei mi raggiunge, mi abbraccia alle spalle e mi dice di seguirla in giro per il terrazzo fiorito, vuole mostrarmi le ultime cose che ha piantato, è bravissima con il giardinaggio.
Restiamo fuori al freddo per un po', ma ci scaldiamo con i nostri sorrisi complici e con quella bella paura di ricreare l'atmosfera rovente di prima. Camminiamo verso il lato del terrazzo che porta alla sua camera da letto.
"Quella non te l'ho fatta vedere, l'altra volta... vuoi vedere dove dormo e ti sogno?" sorride con immensa malizia.
"Non avrei osato chiederglielo, ma certo che voglio..." mi stringe un attimo una mano nella sua, mi prende per la cravatta e mi porta in camera sua. Letto ad una piazza e mezza. Mi dice che l'ha cambiato da quando è rimasta sola, quello matrimoniale non aveva più senso. Mi guarda in un modo strano, quasi assorto, tace. Poi, mi abbraccia e mi sussurra "stavolta, non mi farai dimenticare di offrirti lo champagne che avevo messo in frigo, mercoledì scorso... vieni con me, devi stapparlo tu..." e mi porta nel tinello, dove ha apparecchiato un piccolo tavolino di legno basso, con su la bottiglia di champagne immersa nel ghiaccio, due calici tutti per noi e una scatola di nudi fondenti al gusto di cedro e ciliegia, i nomi con cui scherzosamente ci siamo presi in giro nelle ultime mail.
Stappo.
"A che brindiamo?"
"A noi" mi dice, senza esitazione. Ci guardiamo intensamente, bevendo. Poi, prende un nudo a ciliegia, ne prendo uno anch'io.
"Dammi il tuo... "
"E allora scambiamoceli, lei mi offra il suo..." le dico, giocando. Ci sfioriamo le dita, elettricità a mille nell'aria. E insieme ci porgiamo alle labbra i rispettivi cioccolattini. Mi morde appena il dito per prendere il suo dalle mie mani. Prendo il mio dalle sue, lei mi passa il pollice sulla bocca.
"Che mi stai facendo fare, G. ... sei tremendo..." provo a sfoderare il mio sorriso migliore, quello che mi serve per dirle "possiamo fare molto di più, se solo lo vorrai...". Le prendo la mano, iniziando a chiacchierare di tutt'altro, da un lato accendendo l'atmosfera con le carezze, dall'altro spegnendola, parlando di tutto, tranne che dei miei sentimenti.
Mi chiede, all'improvviso, se io stia con qualcuna e se la sua presenza sia di turbamento nella mia vita. Le rispondo che sì, qualcuna ogni tanto c'è, ma che non ho storie serie da anni ormai, vista la mia situazione familiare. La rassicuro, le dico che il turbamento che lei mi causa è solo un magnifico turbamento a cui non potrei più rinunciare. Mi guarda e mi dice "Devi essere un uomo forte, immagino che tu abbia avuto un bel po' di delusioni dalla vita, te lo si legge negli occhi...". "Abbastanza, prof., ma... non sono forte, sono fortissimo..." e le faccio lo sguardo scherzoso da supereroe. Lei ride. Mi parla di tante cose del suo passato, di come fosse consapevole di quanti alunni le morissero dietro e che proprio per questo tendeva ad essere gelida e scostante, proprio per non alimentare quelle passioncelle adolescenziali nei suoi confronti.
"Quanti occhi innamorati ho incrociato... ma tu nascondevi meravigliosamente bene, G., se non fosse stato per qualche piccolo passo falso, io non l'avrei mai capito solo dai tuoi occhi... eri già allora un vero gentiluomo, non t'ho mai visto che mi guardavi in un "certo" modo, puoi capirmi, spero...". A quel punto, sorrido un po' imbarazzato e le dico che più volte l'ho guardata in un "certo" modo, ma che mai e poi mai mi sarei fatto scoprire in quel ruolo da "spasimante guardone". Ride di gusto.
"Però, come mi stai guardando adesso è... "
"E'...?" incalzo, sorridendo.
"Invitante... "
"Ah, invitante... e poi?"
"E poi... è seducente..."
"Potrei metterle un bel 9, professoressa... ha risposto benissimo all'interrogazione..."
Sorseggiamo dell'altro champagne, le sue labbra umide di quel nettare, un ottimo Veuve Cliquot Ponsardin, mi fanno impazzire.
"Sai che mi ricordo di quella volta che ti misi la mano sulla testa, per pararti dallo spigolo della finestra?"
"Davvero?"
"Sì, certo... quando ho letto quest'episodio nella tua mail di ieri, mi è tornato il flash alla memoria... ricordo benissimo che io volessi proteggerti, ti saresti fatto malissimo... ma di certo non avrei mai immaginato di suscitarti una tale emozione, chinandomi accanto a te per dirti di star attento..."
"Avessi avuto il coraggio, quel giorno l'avrei baciata, prof. ... fu bellissimo averla così addosso, così vicina..." lei mi guarda le labbra in silenzio. Me le mordo un attimo e sento la barba del mento che quasi mi grattuggia il labbro superiore.
"Non voglio dimenticare niente di tutto quello che ho da dirti, nelle mail sono venute fuori tantissime cose di cui parlare, non credi?"
"Già, è proprio così... quasi quasi dovremmo tenerle qui davanti e trovare ogni singolo spunto per poterne parlare a voce" aggiungo, scherzando, ma lei mi prende sul serio.
"Allora, andiamo al pc, le ho tutte salvate lì le mie, così mi dirai cosa non ti è chiaro di tutto quello che finora ti ho scritto... vuoi?"
"Certo, andiamo..." e sfiorandoci nel corridoio di casa sua, ci ritroviamo dopo qualche passo nello studietto, seduti vicinissimi, praticamente attaccati, davanti al suo pc, su due sedie.
Mi fa vedere che sul desktop ha messo una mia foto che ho scattato per lei... dolcissima.
Apre la posta inviata, escono tutti i titoli delle mail che mi ha mandato, titoli il cui contenuto io conosco a memoria. Tra tutte, spicca quella in cui praticamente s'era quasi dichiarata nei suoi sentimenti per me, tra una contraddizione e l'altra, buttate tra le righe, forse per confondermi.
Le dico "Ecco, questa è la mail che mi ha fatto più perdere la testa. Prima parte in quarta, appassionata, poi chiude con gelo... mi spieghi perchè, io non capisco...".
"Cos'è che devo spiegarti, che non hai già capito da solo?" e mi stronca così.
Guardo per un attimo nel vuoto, poi la guardo. Lei insiste a chiedermi "cosa vuoi che ti spieghi..." e a quel punto l'abbraccio forte, da seduti, fortissimo, le faccio poggiare la testa sulla mia spalla, ma lei inizia a baciarmi con ardore una guancia. Me la inumidisce con la sua bocca, pian piano allarga il cerchio e mi bacia sugli zigomi, sulle orecchie, lasciandomi immobile. Poi, mi volto verso di lei, che mi offre un angolo della sua bocca e io poso lì il mio primo, piccolo bacio... ne seguono infiniti altri, tra guance, collo e a fior di labbra, stuzzicandoci piano, lentamente... fino a che non le chiedo di alzarci subito da quelle sedie.
"Non ce la faccio, alziamoci, non così..." le dico e lei crede che io voglia chiudere quella storia prima ancora di cominciarla.
"Va bene..." sussurra con la voce quasi spezzata, mentre all'improvviso, una volta tiratasi su, l'abbraccio, mi ci avvinghio addosso come una piovra e le dico nell'orecchio "La volevo in piedi solo per abbracciarla meglio e farle sentire quanto io la desideri...". La stritolo, parliamo a labbra serrate e carichi d'affanno emotivo, ci baciamo con tutta la passione di questo mondo, con il fuoco nelle vene e la testa senza controllo, persi in un amore senza fine.
"Da quanto sapevi che sarebbe successo... da quanti giorni ci pensi..." le chiedo, tra un bacio e milioni di ricordi.
"Oggi è 30? 28 giorni...? Ci penso da allora..."
"Ti amo... sei tremenda..."
"Amore mio, baciami, il mondo è tutto qui..." le labbra si saldano, le lingue si incatenano, le mie mani l'accarezzano con l'audacia della gentilezza, senza esagerare, ma facendole capire quanto io la desideri. E' lei stessa a spingere sempre più il suo corpo contro il mio.
"Non voglio correre con te... tu mi fai perdere la testa, questi abbracci e i tuoi baci sono da infarto, G. ... tu mi fai venire un infarto, stasera..." mi dice, sorridente e abbandonata tra le mie braccia.
"Ferma qui, che infarto... tu sei mia, non inventarti niente per scappare, non adesso... dammi ancora quella bocca, ti prego, la voglio..." e di nuovo, di nuovo, ancora baci, senza smettere mai, in quella penombra sensuale dello studio di casa sua, con la ventola del pc in fibrillazione, proprio come le pulsazioni del mio cuore.
Sono innamorato. Innamoratissimo. Il resto non conta.

martedì, 29 gennaio 2008
Champagne,  nudi fondenti e teatro... con te, e non è un sogno, ma...

Non m'importa di tutto lo schifo intorno, non m'importa quanto io ci sia stato male, perchè non vale la pena di perderci l'anima, se in cambio c'è solo strafottenza. Voglio solo te, perchè tu sei diversa, insieme a quel tesoro dai capelli rossi di cui non farò il nome. Le uniche donne che m'abbiano saputo capire davvero.
Ti scrivo qui, prof., perchè non posso ancora fare il fiume in piena, che ti dice tutto così senza pudore. Qui tu non mi leggi, ma forse riesci comunque a sentire quel che penso e che trasmuto in parole virtuali.
Di nuovo insieme tra poco più di 48 ore, di nuovo con te. Spero di incontrarti ovunque, quando cammino per le strade della nostra città, ti vedo in ogni luogo e non t'incrocio mai; ma non mi serve affidarmi al Caso, perchè lui il regalo me l'ha già fatto esattamente un mese fa, il 29 dicembre, quando m'ha permesso di ritrovarti. Tutto quello che sta accadendo ora è merito tuo e mio, non suo. Ci stiamo costruendo intorno questa gabbia morbida, rossa, vellutata... da cui nessuno di noi due sembra voler uscire... io mi ci farei mettere all'ergastolo, sappilo, in gabbia con te. E c'è quello champagne che c'aspetta in fresco, a casa tua, quello che l'altra volta hai dimenticato per colpa mia, m'hai detto che t'ho confusa, stordita. Anche tu hai stordito me, ma stavolta brinderemo, brinderemo a quello che sei per me, da sempre, mordendo il cioccolato fondente che hai comprato in quella pasticceria artigianale di cui mi hai parlato con gli occhi vispi.
E, stasera, mi scrivi se io voglia stare seduto accanto a te a teatro, la settimana prossima: ci attende Aristofane, con la sua "gli uccelli", la spiegasti in classe, ricordi? Mi dici pure "sempre se sei libero, se ti va". Me lo chiedi pure, prof.? Venderei l'anima al diavolo per stare soltanto un minuto con te, pensa un po' cosa sarò capace di fare per essere in quel teatro insieme, al buio, per più di due ore, vicinissimi? Farò il pazzo, il pazzo. Voglio esserci a tutti i costi. Non posso parlare con nessuno di noi, quelli che ci conoscono entrambi non capirebbero, qualcuno non vuol proprio capire... ma pazienza, a me basti tu. Perchè è una vita che non mi sentivo così, perchè sapere di provare qualcosa di devastante e avere la quasi certezza che dall'altra parte si venga ricambiati con altrettanta intensità, è una delle sensazioni più intense di questo cazzo di mondo e io me la voglio vivere tutta, la mia felicità, non mi voglio perdere neanche un attimo di questa frenesia che mi tiene in ostaggio da un mese, perchè finalmente la mia vita sta prendendo la piega che avrei sempre voluto che prendesse... quello che prima era un sogno impossibile di un ragazzino troppo con la testa tra le nuvole, ora è una realtà che s'avvicina al suo compimento con la velocità di una tempesta di fulmini... mi rendi elettrico e quando ti stringerò di nuovo, e stavolta, stai attenta, azzarderò più d'un abbraccio, prenderai la scossa... la scossa, quella che tu mi scarichi sotto pelle, quando soltanto per un istante, "per sbaglio", mi sfiori...
Chiudo gli occhi e sei qui.
Ti voglio sempre di più.
lunedì, 21 gennaio 2008
L'anima nello stomaco

Lo stomaco, la mia seconda anima. E' da sempre stato l'indicatore somatico di ogni mio sentimento. Scombussolato e bruciante, se arrabbiato; chiuso, se deluso; voracissimo, se felice; strizzato e fremente, se... innamorato.
Adesso, il mio è una vera e propria centrifuga, che si autodistrugge nel vortice del suo movimento impetuoso. Giorni che ti penso, notti che ti chiamo in silenzio e ti vorrei con me. Stringo l'aria tra le braccia e so che ci sei. Bacio il ricordo di ogni tuo sguardo e me lo sento scivolare nel sangue che ribolle per te.
Ho viaggiato verso Roma con addosso il profumo delle tue ultime parole scritte... e, sai, il rosso piace da morire anche a me. Ed estraniato dal mondo e dai binari con il mio iPod nelle orecchie, monopolizzato da "Voglio il tuo profumo", t'ho pensata mia, desiderandoti come mai prima d'ora, sebbene sia una vita che ti voglia tutta per me. Quello che mi scrivi, con la tua immensa delicatezza e sorprendente passionalità, m'infiamma e chissà se tu lo sai... forse, lo immagini soltanto e non ne sei certa, ma quanto vorrei darti io tutte le certezze di questo mondo, se solo potessi. Tante confessioni, prima segretissime, ora le condividiamo a distanza... ti fa paura, lo so, ne fa tanta pure a me, e anche se sono passati tanti anni senza star vicini, guardaci: è come se tutto quel tempo l'avessimo preso a calci, adesso, e fatto sparire. "Niente ci può sciogliere", come dice la nostra Gianna. In quel gioco di piccole sfide musicali che abbiamo fatto insieme nelle nostre ultime lettere, a suon di citazioni, hai avuto pudore di scrivermi questa, ma hai fatto in modo che io la cogliessi da solo e, infatti, io l'ho colta. Scherzando, m'hai dato 10 per l'intuizione... il mio primo 10 della storia con te, m'ha fatto effetto, lo sai? Ma sì che lo sai.
Forse, ti sto spaventando con tutto quello che ti confesso, nel silenzio di lunghe notti passate a scriverti con il cuore in gola e ad aspettare la notifica di te che m'hai letto. Forse, non credevi di essere stata così amata nella tua vita, almeno non così profondamente e certo non da me. E, invece, è proprio così, ti ho amata più di ogni altra donna da quando sono su questa Terra.
La tua telefonata, mentre ero in giro per Roma, mi ha spaccato il cuore. Sei stata infida e sexy, il tuo numero non me l'avevi dato, hai giocato a sorprendermi con quel tuo tono di voce allegro e sicuro del fatto suo. Sapevi che m'avresti turbato fin sotto pelle... so che questo ti piace, e quando fai così, tu a me piaci ancora di più, ma... stai attenta, perchè se giochi a sorprendere, non sai "contro" chi ti stia mettendo, davvero non lo sai...
Che qualcuno uccida i brividi che mi scuotono l'anima, non ce la faccio più.
giovedì, 17 gennaio 2008
SULL'ORLO DEL VORTICE GRAVITAZIONALE SI GIRA ALL'INFINITO SENZA CADERCI DENTRO...

Piove a dirotto. Mangiavo un panino, prima, il mio solito pranzo frettoloso, osservando le goccioline d'acqua sui vetri, che giocavano a rincorrersi, sfidando il freddo.
La stessa pioggia che, ieri sera, m'ha bagnato fin dentro alle ossa, dopo che l'ho salutata.
L'ho rivista, finalmente. L'ho ascoltata parlare, bellissima come sempre, attraente come nessuna con quel suo sguardo impenetrabile. Le ho fatto da cavaliere a distanza, si può dire, mentre eravamo lì, in quell'aula conferenze del centro culturale, seduti l'uno di fronte all'altra. Io, spalle alla platea, lei, invece, la governava saldamente con gli occhi. Governando me, che non riuscivo a distoglierle il mio sguardo di dosso.
Ho avidamente bevuto ogni sua parola, l'ho guardata forse fino ad imbarazzarla, ma lei le sfide non le perde mai, non si voltava altrove per schivare il mio silenzioso interrogatorio.
E quando ha finito il suo intervento, travolta da un applauso ammirato degli astanti, le sono andati tutti incontro per salutarla, farle domande, presentarlesi. Io ho aspettato quasi in fondo all'aula, appoggiato ad una finestra, osservando dalla distanza la scena, sorridente e sempre fiero di lei, del suo incredibile carisma che con gli anni non passa.
Carino coglierla a guardarmi con l'aria di chi non ami tutte quelle cerimonie e che cercasse in me un appiglio di salvezza. E al suo terzo sguardo del genere, mi sono avvicinato, facendomi largo tra quattro persone e le ho detto con una faccia tosta tremenda, porgendole il mio cellulare:"Professoressa, ho al telefono il collega di cui le parlavo prima, può liberarsi un istante?". Lei mi guarda con espressione interdetta, dapprima, poi capisce il mio gioco e con fare da commedia brillante risponde:"Ma certo, gli parlo subito! Perdonatemi, signori, grazie a tutti, buona serata... ci vediamo alla prossima lezione..." e così m'ha preso il cellulare di mano, trattenendo le risate, e ha iniziato a fingere di parlare con questo fantomatico interlocutore, allontanandosi dagli altri verso il fondo dell'aula. L'ho guardata camminare e fare l'attrice in quel modo così insolito... grandiosa.
Quando i più se ne sono andati, lei è tornata da me, m'ha detto a bassa voce "Grazie, sei stato geniale..." e poi ad alta voce "Allora, andiamo?" e io, senza sapere nemmeno dove, ho risposto al volo "Ma certo, dopo di lei" e, cedendole il passo alla porta, ci siamo lanciati un'occhiata da brividi, porcalaevasmandruppata.
Usciti dal palazzo, lei mi si mette sottobraccio... ricordo ogni singola parola che m'ha detto.
"Sali da me?"
"Da lei? Ma non è che..."
"... che mi disturbi? Se stavi per dire questo, G., vuol dire che ancora non ti è chiaro quanto io desideri la tua compagnia... ".
Io resto come un turzo, immobile. Credo di essere diventato paonazzo in viso.
"Forse è lei che non sa quanto io desideri la sua, tale da scemunirmi, come può ben vedere... allora, andiamo?"
"Sì, andiamo...".
Piove un po'. Le dico che posso prendere il mio ombrello dalla borsa, ma lei mi ferma.
"Ci stringeremo un po' e correremo sotto la pioggia, ti va?"
"Mi va..." le sorrido, sempre più stravolto dalla sua presenza. L'abbraccio con una mano sulla spalla, lei mi mette la sua dietro alla schiena, e iniziamo a correre piano tra la folla di Via Scarlatti, ridendo ogni tanto per gli spintoni dati e beccati da altri che correvano come noi tra le luci delle vetrine.
Entriamo abbracciati e un po' bagnati nell'androne del suo palazzo, il suo portinaio ci guarda.
"Buonasera, professoressa..."
"Buonasera, Martino, c'è posta?"
"No, professoressa..." e la guarda con la tipica aria impicciona dei portinai. Poi, guarda me. Io ricambio con un'occhiata che serviva a dirgli "Ma che cazz' tien' 'a guarda', sce'???". Così, giusto per discrezione, ho smesso di abbracciare la prof. e le ho fatto cenno di farmi strada, anche se ormai la conoscessi benissimo. Apre la porta di casa, getta via sull'appendiabiti il suo cappotto bagnato e mentre sto per sfilarmi di dosso il mio, mi abbraccia in un modo così travolgente e improvviso, che non mi dà nemmeno il tempo di capire. Il mio cuore schizza a 10.000 giri in un istante, me lo sento in gola, che mi scoppia con prepotenza.
"Finalmente... finalmente ti stringo, ce lo siamo scritti tante volte nelle nostre mail, non vedevo l'ora che accadesse davvero, G. mio... "
"Finalmente, sì... non ne potevo più..." ma m'è uscito un tono di voce così basso, che dubito m'abbia sentito. Stavo soffocando d'emozione.
Poi, d'improvviso si stacca, dopo avermi accarezzato la schiena con dolcezza e va verso un angolo del salone, invitandomi a sedere sul divano.
"Aspetta, manca una cosa..." mi dice, sorridente. E in un istante si diffondono per la stanza la musica e le parole di Gianna Nannini.
"Ora sì che è tutto perfetto, vero?" e mi si siede accanto.
Emozionato più che mai, le porgo il sacchetto con i miei due regali per lei. La mia prima tesi di laurea, che m'aveva chiesto l'altra volta, e il catalogo del Museo d'Orsay di Parigi.
Lei mi accarezza il viso, mi ripete di continuo "non posso credere che tu sia qui con me dopo tanti anni..." e legge la dedica che le ho scritto, visibilmente emozionata. Prima di scoppiare anch'io, mi impongo di ritrovare un attimo la mia solita faccia tosta e inizio a travolgerla di discorsi, domande, le racconto vecchi aneddoti e nuove cose, invitandola a fare altrettanto. E il tempo comincia a scorrere sotto i nostri occhi senza che ce ne accorgiamo. Ci sediamo davanti al suo pc, mi fa vedere che ha stampato ogni singola mail che le ho scritto. Le conserva in una cartellina trasparente, con dentro la cartolina che le ho mandato da Parigi e altre cose di me, risalenti agli anni della scuola e che credevo avesse gettato via.
"Vorrei dirti tante cose, ma la tua presenza mi annebbia la memoria e ora mi sembra che mi sfugga tutto di mente", dice, divertita e sorpresa di sè. Poi, mi prende per mano, portandomi in cucina, e mi dice che ha comprato una golosità soltanto per noi due. E tira fuori un pacchetto di pasticceria con dentro un vasetto di crema al cioccolato e dei savoiardi pieni di zucchero a velo.
"Sai, io sono golosissima..."
"Non l'avrei detto dalla sua splendida forma..."
"Ma guardalo, che galante..."
"E' la verità, è sempre stata ed è tuttora una donna incantevole, professoressa..."
"Non riesci a chiamarmi Lucrezia, vero...?" mi sussurra con aria furbetta, mentre mi piazza tra le mani un cucchiaio per prendere la crema al cioccolato fondente.
"Temo proprio di no, Lucrezia... vede? Mi viene male, lei mi mette soggezione, che ci posso fare?" e ride, divertitissima forse all'idea di mettere soggezione ad un uomo grande e grosso come me.
"Sei un tesoro... ma dove sei stato nascosto tutti questi anni, eh...". Ci trapassiamo le anime con gli sguardi e restiamo in silenzio.
"Be', assaggiamo, prof.? Dia qui..." e immergo il cucchiaio nella crema, ma lei...
"No, G., lasciati guidare, non si fa così... devi tenere il cucchiaio in questo modo e girarlo di scatto su se stesso, come si fa con il miele... guarda che bel ricciolo di cioccolato viene giù..." e mentre fa questo, mi tiene la mano sulla mia, stretta, per guidarmi nei movimenti. Siamo vicinissimi, il suo profumo mi spacca il cuore, vorrei baciarla, ma non trovo il coraggio.
Ci sediamo al tavolino della sua cucina e gustiamo quell'ottima crema, parlando di noi, a volte in modo palesemente provocatorio l'una verso l'altro.
Più volte, nello spazio angusto del tavolino, le nostre mani s'incrociano, si sfiorano, e ad un certo punto si stringono.
"Quanto sei bello, sei diventato un uomo splendido, eri già meraviglioso da ragazzo con quella tua timidezza, ma ora sei uno che fa perdere la testa alle donne, scommetto".
"Non a quelle che vorrei", rispondo, un po' imbarazzato, per buttarla sullo scherzo.
"Vieni, torniamo di là, voglio mostrarti gli ultimi libri che ho comprato" e si alza di scatto dalla sua sedia, irrequieta come mai l'avevo vista prima, trascinandomi in salone senza smettere un attimo di parlare.
Abbiamo guardato alcune sue foto, i suoi libri, di cui uno era per me; e in quel libro c'ho trovato dentro una cartolina che m'aveva preso all'ultima mostra d'arte a cui era stata.
"L'ho vista e t'ho pensato, mi è piaciuta subito, un po' come te".
Io, davvero rincretinito dal vortice di emozioni, riesco solo a dirle "grazie, che pensiero delizioso..." e senza, però, nemmeno rendermene conto, le passo una mano attorno alla vita, mentre siamo in piedi accanto alla sua scrivania. Restiamo così per qualche minuto, lei che parla, io che l'abbraccio delicatamente. Poi, all'improvviso, noto tra i suoi libri uno delle edizioni "Il Filo", la casa editrice che mi propose, l'anno scorso, un contratto di pubblicazione. Le racconto l'episodio e lei, stringendomi a sua volta, mi dice con tanta grinta e fierezza:"Ti voglio vedere in tutte le librerie, mio adorato G., tu puoi farcela".
Le riesco a dire che m'è mancata da morire in tutti questi anni, che ogni pretesto era buono per ricordarmi qualcosa di lei e che è stata la prima donna che ho amato. Lei ci rimane un attimo, sembra scossa dalle "rivelazioni", che tuttavia sapeva benissimo già in cuor suo, ma mi rendo conto che sentirsele dire con certezza deve fare un effetto diverso...
Suona, all'improvviso, "sei nell'anima" dallo stereo. E lei canticchia "e lì ti lascio per sempre...", mi guarda e mi strizza l'occhio. Guardo l'orologio, sono già le 21:00 passate e lei mi aveva detto di dover andare a cena con dei suoi amici, solo che forse, non avendo fatto caso al tempo che passasse, non si era accorta di essere in tremendo ritardo. Così, un po' in colpa per averla trattenuta tanto, le dico che scappo subito via, provando a soffocare dentro di me la tristezza di doverla salutare per forza. Anche lei perde quella luce brillante dagli occhi e annuisce.
"Ma dove hai la moto?"
"A piazza Vanvitelli"
"Ah, ma la mia pizzeria è proprio lì, se vuoi, possiamo scendere insieme... puoi aspettare che io mi prepari?"
"Sì, certo che posso aspettare, ma non vorrei imbarazzarla con i suoi amici, che la vedono arrivare con me, non so, mi dica lei..." e nel momento stesso in cui dico questa cazzo di frase mi pento di averla fatta uscire dalla mia boccaccia. Di che cazzo si dovrebbe imbarazzare, se tra noi c'è nulla?!? Che lapsus del cazzo! Le ho fatto palesemente capire che mi sto illudendo che tra noi ci sia qualcosa! Imbecille, coglione, deficiente, stupido, cretino e cazzone che non sono altro. Ma, sorpresa, lei risponde che forse ho ragione, che magari non è il caso "farmi vedere con un così bell'uomo accanto, che penseranno?".
Sbam, colpo di grazia! Non s'è certo risparmiata con i complimenti, roba da farmi venire un infarto.
A quel punto, ci avviciniamo all'uscio di casa e mentre stavo per congedarmi, mi frega di nuovo: mi butta letteralmente le braccia intorno al collo, mi stringe maledettamente, strusciando la sua guancia sulla mia e non lasciandomi più... e allora io la stringo forte, fortissimo, dicendole che sto meravigliosamente bene con lei e che non vorrei più andar via. Glielo dico con le labbra attaccate al suo orecchio, mentre lei mi percorre tutta la schiena con le mani quasi ad artiglio. In quel momento, la tensione erotica si tagliava veramente a fette, se solo avessi avuto più faccia tosta, avrei potuto baciarla, quando a fine abbraccio, siamo stati l'una di fronte all'altro per un lunghissimo istante, con le labbra che erano distanziate solo da un paio di centimetri, non di più.
"Spero di rivederla prestissimo..."
"Io di più..."
"Arrivederci, professoressa, lei è un incanto di donna..."
"Arrivederci, G., sarai nei miei pensieri..."
Quando ho sentito il rumore del legno della porta che si chiudeva, è stato come se un enorme macigno mi fosse caduto sul cuore, scamazzandomelo sotto il suo peso.
Ho corso veloce giù per le scale fino al portone del palazzo. L'ho aperto e mi sono precipitato fuori senza nemmeno rendermi conto del diluvio universale. Me ne sono accorto dopo qualche passo, che piovesse così tanto, che rincoglionimento atroce... così, mi sono fermato sotto ad una tettoia per prendere l'ombrello, pensando tra me e me "non correrò più sotto la pioggia senza ombrello, se tu non sei con me" e a passo svelto, riparato sotto il lucido tessuto blu del mio piccolo riparo con il manico, mi sono incamminato verso la moto. E su quella sì che mi sono fatto il bagno totale per ritornare a casa, ma ogni goccia di pioggia che m'è scivolata addosso mi ricordava la dolcezza del tocco delle sue mani su di me...
"Papi, dove sei stato?"
"A salutare Cupido"
"Quello che lancia le frecce amorose, eh, papi?"
"Sì, proprio lui..."
"E tu lo conosci veramente?"
"Sì, oggi me l'hanno presentato"
"E ti ha tirato una freccia proprio dritto dritto dritto dritto qui?" e si mette le manine sul cuore, ridendo.
"Mi sa proprio di sì, mi aiuti tu a curare un po' la bua?"
"Sì, ti dò un bacio sopra, va bene?"
"Va bene, proviamo"
"Però, sto tutto sporco di sughetto di pasta, fa niente, papi?"
"Fa niente, tesoro mio, dacci dentro con i baci"
"Ok!! Facciamo la ciacionata di coccoleeee!!"
Ho un amore di bambino.
E lei mi manca già da morire.
lunedì, 14 gennaio 2008
E ci sei, di nuovo, prepotente e decisa. Affascinante. Un'onda anomala che travolge e porta via.
Credevo fossi scappata e, invece, non era così. M'aspettavi. E ti mancavo. Che colpo leggerlo.
So che ti stringerò, so che pochi giorni ancora ci dividono. Verrò ad ascoltarti, mischiato tra i tuoi altri e sconosciuti ascoltatori al convegno. Sarò geloso dello sguardo di ognuno di loro, ma in cuor mio penserò "io la guardo da sempre, fregatevi" e poi ti guarderò ancora, come tanti anni fa, fremendo per incrociare cento e più volte il tuo sguardo, che sarà sorridente e al tempo stesso severo, come sempre. Vivo, ora, in vista di quelle due ore che c'aspettano. E dopo... dopo non lo so che cosa accadrà, fatto sta che ti vedrò e questo mi basta.
Sappi solo che me le inventerò tutte per restare da solo con te, a costo di sembrare un pazzo, farò e dirò qualsiasi cosa potrà tornarmi utile ai fini del mio scopo: dirti, con fare da finto uomo splendido, magari scherzandoci su per mascherare l'emozione, come mi riduci; spero di farlo standoti seduto accanto e mi chiedo se tu mi vorrai prendere la mano. Stringila forte, se lo farai, ti prego.
Adesso, vado a sbattere la testa nel muro, così smetto di pensare a cosa accadrà tra qualche giorno, altrimenti, imbranato come mi fai diventare, sarò capace di rovinare tutto in meno di un nanosecondo in tua presenza.
E, cazzo, se facessi un guaio simile, dovrei sputazzarmi nell'occhio vita natural durante.
Eviterei molto volentieri.
Aspettami.
mercoledì, 12 dicembre 2007

PAURE E TRAUMI INFANTILI - cap. 1

Chiacchierando con la simpatica Avluela, nel primo pomeriggio, sulla mitica minichattina di Plugoo, che ho messo nella mia sidebar (Blossom ne sa qualcosa!), è uscito fuori durante il discorso un terrificante personaggio, che ha inquietato le notti di chissà quanti bambini: il FANTASMA FORMAGGINO!
Si parlava di film del terrore, di bambine morte senza occhi, che se le guardi ti uccidono (chi si ricorda che film fosse???), di porte sbattute all'improvviso, di tricicli alla Shining (da sottolineare che la signorina Avluela continuava a dirmi di essere da sola in una scuola immensa, di smetterla con questi discorsi orripilanti e che l'infarto per lei fosse dietro l'angolo, continuando così...), quando, poi, ad un tratto lei nomina il famigerato Dott. Cav. Egr. Avv. Dir. Gen. Gra. Figl. Di. Putt. Fantasma Formaggino!
L'avevo davvero rimosso, ma quando l'ha nominato, le chiedo, incuriosito e sorpreso...

"Ma allora lo conosci anche tu?!?"
"Sììì!!" mi risponde, e penso a quanto i genitori italiani siano infami a tutte le latitudini, suggerendosi tra loro comuni strategie del terrore contro le pestiferate dei loro bambini.
"E pure a te diceva..."
"Ti metto nel panino!" mi anticipa lei.
"Sono il Fantasma Formaggino, se fai il cattivo, ti spalmo nel panino!" dico la formula completa e indimenticata della fatidica minaccia del signor Formaggino.
"Sììì" Avluela conferma, è proprio lo stesso bastardo!!!

E insomma, scopriamo che le versioni combaciano e deduciamo che il Fantasma Formaggino è stato di certo il trauma di chissà quante generazioni di piccoli esseri umani.
Voi lo conoscete? Come lo immaginavate?
Io, da piccolo, l'ho sempre immaginato così:

- ETA' 4/5 ANNI: il Fantasma Formaggino è un provolone, non nel senso di marpione, ma proprio nel senso di provola gigante affumicata, con addosso un lenzuolo bianco in tipico stile da fantasma rompicoglioni, e che quando passa lascia una puzza di formaggio inconfondibile, tanto che quando entravo nelle salumerie con mia madre, avevo il terrore del banco formaggi, perchè credevo fosse la sua tana.
- ETA' 7/8 ANNI: con il passare degli anni, ho iniziato a credere che il Fantasma Formaggino avesse le sembianze di un formaggio cremoso, altrimenti non si sarebbe spiegata la sua minaccia "Ti spalmo nel panino!"... doveva aver preso di certo spunto dalla sua stessa natura, per teorizzare un simile ricatto. Quindi, ho cominciato a fantasticare sulla sua essenza e ho ipotizzato che potesse essere un formaggino Bel Paese della Galbani, quelli nella mitica scatoletta tonda trasparente. Quando aprivo il frigo e li vedevo lì, silenziosi e infidi, a guardarmi, certe volte, soprattutto se di sera, richiudevo immediatamente il portellone, per paura che mi risucchiassero al freddo della celletta e mi spalmassero da qualche parte.
- ETA' 40 ANNI: oggi, ancora un po' traumatizzato dalla losca presenza del Fantasma Formaggino nella mia vita, evito di mangiare i formaggi (vabbe', dai, non è solo per il Fantasma Formaggino, mi fanno anche schifo di loro, eh!) e quando vado al ristorante e mi portano un piatto di pasta strapieno di pecorino su, prima ancora di bestemmiare contro il cameriere e tutta l'équipe dello chef, inveisco tra me e me contro di LUI, il Fantasma Formaggino, che, dato che non è mai riuscito a spalmarmi nel panino, si vendica così, con queste apparizioni bastarde sulle mie pietanze mangiate fuori casa... un giorno me la pagherà...

Se volete saperne di più sul Fantasma Formaggino, cliccate QUI...

Seguiranno altre delucidazioni sulle mie, innumerevoli, restanti paure infantili... (e mica solo infantili, argh...)

giovedì, 29 novembre 2007

THE THIRD DAY - NAPOLI - VIENNA - NAPOLI

Cap.1: COME DICEVA LA RETTORE... "DI NOTTE SPECIALMENTE... SI CADE!"
Durante la notte, dopo l'incontro giapponese di fuoco, ovviamente dormo malissimo, un po' agitato, un po' teso, diciamolo pure, un po' ingrifato. Così, quasi all'alba, anche se fuori è ancora tutto buio, mi alzo per la pipì di rito, dopo aver bevuto drinkssss su drinkssss. Cammino un po' a memoria nella stanza buia, cercando di non svegliare Marcello, che dorme come un porco. TUNF. Piede netto nella gamba della sedia. "Cazzo che male!", sussurro. Sento Marcello che fa "Hmmmm...", ma non si sveglia. Mezzo zoppicante, vado in bagno e faccio la mia sana pipì, quasi ad occhi chiusi, che è un miracolo che io abbia centrato il bersaglio. Mi guardo allo specchio, ho tutto il petto sudato, sempre per quella cazzo di coperta, che è più calda di un altoforno, e decido di darmi una bella sciacquata. Dormo da sempre senza pigiama, porto solo i boxer per andare a letto, così, per non farmi la doccia, che avrebbe fatto troppo casino a quell'ora, metto un telo per terra, mi ci piazzo su e comincio a lanciarmi vere e proprie "coppate" d'acqua con le mani, bagnandomi tutto per togliere via il sapone.
Faccio un lago a terra e poi, per stare un po' più fresco, non mi asciugo del tutto, solo petto e schiena e pure in modo sommario.
Cosce e gambe restano bagnate e naturalmente anche i piedi. Chiudo la luce, apro la porta del bagno ed esco da lì, per tornare a letto.
Ora, i piedi bagnati su un finto parquet sono micidiali. Praticamente i talloni si trasformano in rollerblade posseduti dal demonio e si scivola che manco a Gardaland. Faccio due passi non esattamente stabili, penso "Forse avrei dovuto asciugarmi meglio i piedi..." e nemmeno il tempo di dirlo, FIUUUUUMMMM!! scivolo tremendamente, faccio un balzo per tentare di tenermi in piedi, ma... SBAMMMM!!! Mignolo netto sulla ruota del trolley di Marcello, lasciato amorevolmente al centro della stanza, c'inciampo dentro definitivamente e PATAPAMMM!!! finisco lungo lungo per terra, che per poco non mi sfascio tutta l'arcata dentale! Il rumore assordante (immaginate circa 89 kg che cascano di botto per terra in piena notte, con un silenzio tombale) fa saltare dal letto Marcello, che urla "Chi cazzo c'è qui dentro!!!! Esci fuori, stronzo!!" e si alza in piedi sul letto, accende una luce e si mette in assetto da guerra, con i pugni serrati a cazzotto. Poi, vede che sono io e comincia a ridere come un dannato, cascando dal letto, perchè mette un piede nel vuoto... finisce per terra a farmi compagnia e restiamo lì a ridere per almeno cinque minuti, senza la forza di alzarci... immaginate un uomo peloso, bagnato e in boxer, sprosciuttato per terra a quattro di bastoni e un tizio losco dalla improponibile capigliatura semibionda, con un pigiama da ergastolano e la scoreggia facile durante le crisi di risate, che gli ride in faccia, disteso sul pavimento... che spettacolo indecente...
Ci rimettiamo a letto, ma praticamente è impossibile dormire, perchè ogni tanto viene una crisi di risate ad uno dei due, che in quel modo sveglia l'altro e si finisce per restare svegli fino a che fa giorno, con la voglia tremenda di raccontare la scena megagalattica agli altri... indimenticabile, semplicemente indimenticabile.

Cap.2: ANIMALISTI SI NASCE, NON SI DIVENTA...
Decidiamo di andare a Schönbrunn. Il collegamento è perfetto dalla nostra fermata di Hello Kitty, quindi, ci occorre solo attraversare la strada e ficcarci nel treno. La cosa carina è che, dirigendoci verso la stazione della metro, passiamo davanti ad una porta, dove c'è una puzza tremenda di escrementi. Alessandra mi guarda inorridita, passandoci davanti.
"Ma che schifo, secondo me questi non hanno i bagni" dice, con la mano sul naso.
"Ma no, questo è Marcello che ne ha sganciata una" dico.
"Sì, vabbe', però non dirlo a tutti così, e dai! Volevo mollarla di nascosto!" subito sta al gioco, Marcello, quando si tratta di puzze e peti vari.
Mentre disquisiamo amabilmente di gas intestinali davanti a questo palazzo fetido, passiamo davanti ad una porta gemella di quella di prima, pochi metri più giù. Karin è in testa alla fila, sempre incazzatissima con me, perchè la sto tenendo un po' a distanza dopo il fattaccio, e... BRRRRRR!! IHIHIHIHI! (Questo sarebbe un nitrito di cavallo, eh?). Un grosso cavallo bianco caccia la testa fuori dalla porta e sembra alquanto incazzato, scalpita.
"Aiutooooooo!!" urla Karin, facendo un salto in aria per la paura, proprio scena da candid camera.
Marco, che stava accanto a lei, si piega per terra dalle risate, mentre a Fabiana vengono le crisi isteriche, perchè da animalista convinta, quando vede quella povera bestia incatenata, con Karin che per di più gli ha strillato in faccia, spaventandola, vorrebbe organizzare un raid per liberare il cavallo e portarselo a Schönbrunn con noi.
"Jack, ti prego, entriamo e togliamogli la catena!"
"Ma che sei scema? E' proprietà privata, qua c'arrestano e ci mandano in un campo di concentramento, lo sai?"
"Che stai a di', liberiamolo!" e mi trascina dentro a questa specie di androne di palazzo, usato come stalla. Cosa abbastanza insolita per essere comunque nel centro di una capitale europea. Ci guardiamo un attimo intorno e vediamo che il tutto è un deposito di carrozze d'epoca. Bellissime, di quelle con le lanternine ai lati. Ci sono ai lati delle mangiatoie e parecchio fieno, si vede che gli altri cavalli erano già in giro.
"Dai, basta, usciamo, che cazzo ci facciamo qua dentro?!?"
"No, Jack, ti scongiuro, salviamo almeno lui, liberiamolo e poi scappiamo..."
"Tu non ci stai con la testa..."
"Pensa se ci fossi tu incatenato!"
"E che sono un cavallo, io?!?"
"Ma no! E' per dire!"
"Ragazzi??? Ma che state facendo lì dentro??" ci chiama Diego da fuori.
"E che ne so?!" dico io da dentro, abbastanza spaesato e alterato.
"Dai, basta, ora lo libero, aiutami"
"Se passiamo un guaio, sappi che dirò che la ladra di cavalli sei tu, hai capito, scema?"
"Sì, sì, tu però aiutami, prendi quelle chiavi, ha un lucchetto alla caviglia, guarda! Ma che stronzi, povero cavallino mio, piccolo, tenero, cucciolo, vieni qui da mamma..." e Fabiana comincia a fare una serie di coccole a quella bestia puzzolente e secondo me pure sfottutissima dalla nostra presenza lì. Quasi sotto costrizione, ma sotto sotto desideroso di fare una cazzata pure io, mi chino per terra per liberare la caviglia del cavallo dalla morsa delle catene, ma... SLAAAAAAAAPPP!
"Che schifo!! CHE SCHIFOOO!! M'ha leccato!! Questo stronzo m'ha leccato l'orecchio!!"
"E si vede che è donna, mica scema!" guardo sotto, ma vedo un pisello di cavallo grosso COSI'.
"Altro che donna, questo è ricchione! Guarda un po' sotto che c'ha?? Non è un pisello, quello, è un missile patriot, ma quale donna e donna!" e mentre sono intento ad asciugarmi l'orecchio dalla slinguazzata del cavallo del gay pride, con Fabiana che ride e accarezza la bestiola (all'animaccia sua), entra un tizio pelato, grasso e baffuto. Il proprietario del cavallo.
"Ein zwei drei fier!!" (io questo ho capito, ma il tizio ci ha in realtà urlato qualcosa in tedesco, che secondo me voleva dire "chi cazzo siete e cosa cazzo ci fate dentro alla mia stalla!".
Mi ricompongo, tentando di sorridere, e chiedo al tizio se parli inglese. Lui risponde sì solo annuendo, ma tiene in mano un rastrello del fieno. La vedo veramente male. Per tentare di non prenderle, m'invento che Fabiana è un po' fuori di testa, molto malata, e che aveva sempre desiderato vedere un cavallo da vicino e accarezzarlo, così ci eravamo infilati nella stalla, del resto aperta, per poter fare due coccole all'animale.
"Davvero bello, complimenti, lei ci sa fare con gli animali, lo tiene benissimo..." tento di arruffianarmelo. Lui grugnisce, ma sembra averci creduto. Fabiana, per rendere il tutto più credibile, lancia uno strillo di gioia. Io mi cago sotto, già teso per tutte le palle che ho dovuto sparare per pararci il culo, il tizio fa un salto di paura pure lui, e il cavallo quasi scalcia, spaventato forse più di tutti.
"Andiamo, dai... ringrazia il signore... arrivederci, signor proprietario del cavallo, arrivederci e ci scusi ancora, eh, graaazie..."
"Arrivederci, arrivederci..." dice Fabiana "Cazzo, 'sto scemo è arrivato quando stavamo quasi per farcela!"
"Tu sei una criminale e io che ti sto pure a sentire sono un coglione, ecco cosa sono, un coglione. Andiamo, va', prima che questo chiami la polizia e sono cazzi... fossimo stati a Napoli e mò ci credevano... aspetta e spera..."
"Vabbe', dai, è stato divertente, no? Non ti sei nemmeno dovuto lavare le orecchie, ci ha pensato Furiacavallodelwest!"
La spingo letteralmente fuori dalla stalla e fuori non troviamo più gli altri.
"Dove cavolo sono andati tutti?" e dopo un attimo sento un fischio. E' Marcello, nascosto dietro ad un angolo di un palazzo.
Li raggiungiamo e lui ci dice "Ce ne siamo scappati, quando abbiamo visto il tizio... vi ha menati?"
"Mavaaaffaaaanculovaaaa..." e ci ridono in faccia.
Finalmente Schönbrunn, dopo essermi ripreso dall'avventura ippica durante il tragitto in treno, passato ad immaginare le micidiali conseguenze che ci sarebbero potute essere, se avessi davvero liberato quel cavallo. Ma come cacchio m'è saltato in mente, dico io, di starla a sentire!!

Cap.3: "MICA CI SARA' LA NEVE A SCHONBRUNN?" - "NAAAAAA..."
Per carità. Solo i tetti bianchi, della roba bianca ammucchiata ai lati delle strade... sarà zucchero filato, no? Un cazzo di freddo che manco al polo nord!!!! Accidenti!
Schönbrunn è immensa, una tenuta fantastica. Il parco è perfettamente tenuto, sebbene gli alberi siano spogli, e l'atmosfera un po' cupa e tetra che danno al tutto il cielo grigio, la neve per terra e delle nerissime cornacchie appollaiate sui rami secchi e precisamente potati, ci dà la sensazione di essere finiti in una specie di incubo di bambini. Sapete quelli in cui poi gli alberi si animano e diventano cattivi, oppure quelli in cui gli uccelli diventano carnivori e sbranano tutti? Ecco, così. Noi camminiamo, alziamo gli occhi e "CRAAA! CRAAA!!" le cornacchie ci cazziano, quasi seccate dalla nostra presenza nei loro territori.
"Ma che razza di bestie odiose!" sbotta Karin e ploff, una cagatina sul suo cappotto. Che ridere!!!
Lei va nel panico, tra l'altro nessuno l'aiuta, allora prendo una manciata di neve da terra e gliela spiaccico sulla cacchetta, sperando di lavarla via con un paio di fazzoletti.
"Ghhh... che schifo..."
"Jack, ti prego, toglimi questa porcheria di dosso..."
"Sì, sì, non preoccuparti, viene via..." e mi viene da ridere.
"Ma che ridi, scusa?? Mi poteva andare nei capelli!"
"Appunto! Dai, scusa, scusa, smetto..." e Karin mi odia ancora di più, ma apprezza il mio nobile gesto di toglierle la cacca dal cappotto.
Camminando nel parco, stando bene attenti a non far incazzare le cornacchie, ci imbattiamo in una simpaticissima famigliola di scoiattoli. Ornella prende dei biscotti che aveva in borsa e glieli porge. Incredibilmente, le bestiole non si spaventano e le prendono i biscotti dalle mani... che carini! Altro che cornacchie. Tra bestie varie, finiamo all'ingresso dello zoo.
"Dai, ci andiamo?" chiedo io, in un impeto di infantilismo, che mi sento tanto mio figlio, quando dice "Paaaaaapiiii, andiaaaaamooo allo zoooooooooooooo?". Gli altri acconsentono, Fabiana storce un po' il naso, ma dopo quello che ha combinato con il cavallo, non ha voce in capitolo.
"Non chiedermi di andare a liberare gli ippopotami, perchè ti dò in pasto ai leoni, te lo giuro" le sussurro, tenendole il braccio in una mano con finto fare minaccioso. Lo zoo è davvero ben organizzato e pulitissimo, gli animali, nonostante la cattività, stanno in spazi belli grandi, sebbene molti stiano tutti rannicchiati in casupole per il freddo. I pinguini, invece, se la godono come i pazzi e fanno un casino della malora, saltando e tuffandosi dappertutto nell'acqua ghiacciata della loro piscina. Come un fesso, sono rimasto a guardarli per quasi dieci minuti, invidiando le loro evoluzioni subacquee. Idem con i leoni e le tigri... che animali fantastici, sarei rimasto ad osservarli tutto il giorno. Fine dello zoo e sosta su gelide panchine nel parco di Schönbrunn, per ricaricarci. Si torna al centro di Vienna.

Cap.4: FAR FINTA DI SBAGLIARE METROPOLITANA E' UN OTTIMO METODO PER RIPOSARSI UN PO' AL CALDUCCIO
Vogliamo vedere il Danubio e così decidiamo di farci un metropolitana-tour lunghissimo, per arrivare fino al fiume, poco fuori dal centro città. Sbagliamo mille volte la metro, alla fine ci arriviamo, fa un cazzo di freddo esagerato e le ragazze si rifiutano di passeggiare sul fiume, tra l'altro enorme, e così ritorniamo nel sottosuolo viennese e ci facciamo un altro lunghissimo metropolitana-tour per tornare al centro storico. Io m'addormento in treno. Ho pure sognato in quei minuti di sonno confuso, tutto imbacuccato nel mio cappotto, sciarpa e cappello... ma ricordo che ho dormito meravigliosamente, sebbene per pochissimo tempo. Mi sveglia, però, una crisi di tosse paurosa, di quelle che non riesci a fermarle nemmeno con una patata in bocca, con due litri di sciroppo, con un calcio nel culo o quant'altro. Dovevo tossire. E tossire fortissimo! Tutti i passeggeri mi guardano, sebbene io tenti di tossirmi dentro alla sciarpa per attutire il rumore, però ormai sono stato etichettato come l'untore della metropolitana e non ho scampo, mi linciano tutti con gli occhi. "Voglio scendere..." piagnucolo in mente, mentre le mie corde vocali sono devastate dai colpi di tosse a mitraglietta. Che vergogna, che palle!

Cap.5: SE SI VA A VIENNA, NON SI PUO' NON ANDARE ALLA MITICA PASTICCERIA DEMEL... ANCHE PERCHE'...
"Dai, ragazzi, altra torta, altro giro!" dico, appena usciti dalla metro, in piena Stephansplatz.
"Sì, dai, siamo a due passi da Demel, non possiamo perdercelo!" commenta, entusiasta, Ornella.
Così, mano nella mano, ci improvvisiamo capi della spedizione dolciaria e conduciamo, ormai senza cartina, manco fossimo viennesi d.o.c., la ciurma alla pasticceria storica Demel. BEL-LIS-SI-MA!!!!
Che arredamento, che dolci, che cameriere gnocche, che cucina a vista con tanto di chef superpuliti e superprecisi con le decorazioni! WOW! Insomma, bellissimo! Trovare posto per otto persone non è un'impresa facile, ma la gentilissima signorina addetta proprio alla sistemazione dei clienti (esiste la professione di "sistematrice di clienti" da Demel, che lusso) ci porta al piano di su e ci trova due tavolini perfetti per noi, contornati da dei divanetti di legno a muro, ricoperti di un tessuto porpora sicuramente del secolo scorso a guardarne l'usura.
Cioccolata calda con Baileys e panna più torta al caffè e alle noci per me. Gli altri ci danno di sacher e truffel, io volevo provare una cosa nuova e bene ho fatto, perchè quella torta era uno schianto! Ma non era l'unico schianto lì, ahimè... chi ti vedo entrare da Demel? Chi si siede accanto al nostro tavolo??? Assurdissimo, incredibile, magnifico, fantastico... la giapponese della sera prima... sì, proprio lei.
Ci guardiamo con un'aria che definire sorpresissima è davvero poco. Faccio quasi per alzarmi, poi Ornella mi tiene, avendo colto in che stato confusionario fossi e mi dice "Madonna santa, ma il marito tu proprio non lo vedi, eh?". Mi risistemo subito sul divanetto e la guardo. Lei mi sorride, sembra davvero felice di esserci ritrovati così per caso, dopo quel ballo insieme, che sapeva tanto di unico e ultimo incontro nella vita. La ragazzina mi saluta cordialmente con una mano, togliendosi dalle orecchie le cuffie del suo tecnologicissimo iPod di ultima generazione, e si siede accanto alla mamma, sempre stupenda nella sua classe infinita. Il padre mi dà le spalle, manco si è accorto che le sue donne mi conoscono, meglio così.
Mi distraggo da morire a guardare quella donna, lei fa altrettanto, con molto meno sfacciataggine di me, naturalmente, ma mi guarda e ha un sorriso carico di tensione. Decido che devo fare qualcosa, vorrei tanto riparlarle, anche perchè se il Destino ha deciso che ci si dovesse incontrare di nuovo in una città straniera per entrambi, doveva pur voler dire qualcosa, no? Dunque, perchè sputare in faccia alla dea Fortuna? Non sta bene, va ringraziata ed aiutata.
"Mi scusate un secondo? Approfitto un attimo per andare al bagno...", dico agli altri, alzandomi e sgusciando fuori da quel groviglio di gambe umane e gambe di legno dei tavolini. Ornella capisce al volo cosa mi passi per la testa. La guardo e le lancio uno sguardo che vuol dire soltanto "lasciami fare e poi vedrai". Uscendo dalla mia postazione, sono costretto a passare accanto al tavolino di lei. La guardo dritto negli occhi, sperando che capisca che vorrei mi seguisse. Mi dirigo verso la vetrina dei dolci, perdo un po' di tempo lì intorno, fingendo di scegliere la mia fetta di torta, poi vado verso la toilette. C'è un po' di fila in questo corridoio elegantissimo, tutto illuminato con piccole lanterne fioche, che si riflettono in due grossi specchi d'epoca gemelli. M'appoggio al muro, ormai sicuro che lei non verrà, che non abbia capito, o che, pur avendo capito, non abbia voglia di riparlarmi, e invece... il suo accento inglese un po' insolito alle mie spalle.
"Che strana coincidenza ritrovarsi... non crede?"
"Buonasera, madame Japan... davvero un piacere rivederla, non l'avrei mai detto..." sorride per il soprannome appena datole.
"Nemmeno io... è stato molto bello, ieri, ballare con lei..."
"Sì... se posso dirglielo, ci ho pensato tutta la notte..."
"Lei ha pensato a me tutta la notte?"
"Sì, gliel'ho appena detto, non mi crede?"
"Non lo so, ma sì... perchè non dovrei, l'ho pensata anch'io ed è fantastico che lei sia qui"
Ce la caviamo alla grande con l'inglese, però, non essendo per entrambi la lingua madre, mi rendo conto di quanto siamo costretti a dirci le cose in maniera molto diretta, senza troppi giri di parole, che forse non sapremmo mescolare bene insieme. In effetti, non m'è mai successo di dire ad una perfetta sconosciuta, in modo così netto, di averla pensata tutta la notte, però le circostanze del caso... insomma, lo imponevano e credo che lei abbia sentito la mia stessa necessità di semplificare il dialogo il più possibile.
"Lei è davvero una donna molto affascinante, ieri sono rimasto colpito dalla sua grazia nei movimenti, dalla sua bellezza non comune"
"Grazie... sa, anche lei... insomma, è un bel tipo..."
"Se non fosse tutto così assurdo, la bacerei, sa?" le sorrido, appoggiato al muro di lato, accanto a lei, che mi è di fronte nella stessa mia posizione, speculare.
"Forse è assurdo non farlo, questo è proprio uno strano incontro... sa che non ci rivedremo mai più? Domani è il nostro ultimo giorno qui a Vienna, poi andremo via..." mi si avvicina.
"Anche per me domani è l'ultimo giorno..." m'avvicino di più anch'io. Mi guardo intorno, ci sono un sacco di cappotti che ci coprono, e persone in fila, gente in sala, non ci vedrà nessuno, se non sconosciuti, che staranno ad osservare un europeo dai tratti mediterranei che tenta di sedurre una splendida donna dai tratti orientali. La bacio. E' un bacio morbido, lungo abbastanza da poterne ricordare il sapore. Le tengo una guancia tra le mani e l'avvicino di più a me, per non smettere di gustare quelle labbra. Mi sento una sua mano sul bacino, accelera per un attimo l'intensità del bacio, come preludio della fine di quel momento pazzesco, e si stacca dolcemente da me.
"Doing so, you'll drive me crazy..." respira e si sistema i capelli, rossa in viso. E' meravigliosa.
Le dico che non le chiederò certo scusa per l'azzardo e mi appoggio di nuovo al muro, quasi a voler riprendere fiato anch'io dopo quel momento di desiderio folle appena vissuto. Resta a guardarmi un attimo, poi si mette in fila per il bagno delle donne, dandomi le spalle. Io non mi muovo da lì. Lei dopo un paio di minuti entra in bagno, poi esce e passandomi davanti, mi dice l'ora del suo volo, aggiungendo "Spero di incontrarti in aeroporto... altrimenti, a chissà quando, uomo italiano..."
"Jack..." le dico il mio nome.
"Madame Japan..." e lei non mi dice il suo. Torna al suo tavolo. Dopo un minutino, torno anch'io, ma evito di incrociare il suo sguardo, così come evito di raccontare agli altri l'accaduto.
I miei amici, poi, vogliono andar via. Nell'infilarmi il cappotto, i nostri occhi s'incrociano di nuovo e lei mi regala un sorriso che credo non dimenticherò mai più...

Cap.6: ALBERTINA E LUNA PIENA SULL'OPERA, IL MOMENTO PIU' BELLO...
Dopo aver fatto scorta di regalini vari da Demel, è la volta del museo Albertina, dove c'è una collezione di quadri d'arte moderna veramente invidiabilissima e meravigliosa. C'erano proprio quasi tutti i big e la cosa grandiosa è che questa collezione è un'ex collezione privata dei Batliner, dei ricconi sfondati, che l'hanno data in prestito permanente al museo... come cazzo fa un privato ad avere tutti quei capolavori?!?!? Pure io li voglio! Comunque, a parte la bellezza del tutto, all'Albertina trovo pure il "mio" Delvaux con il suo magnifico "Landscape with lanterns"... mi ci siedo davanti. Che quadro. Purtroppo, si fanno le 18:00 e i tizi della sorveglianza ci dicono che è ora di uscire dalle sale, così saluto quei capolavori e dopo aver comprato l'immancabile catalogo della mostra, ci dirigiamo sulla terrazza del museo, che affaccia proprio di fronte all'hotel Sacher e all'Opera. E sul tetto dell'Opera, che ho già definito forse il pi&u