domenica, 27 aprile 2008

Una notte limpida e fresca di primavera è quello che ci vuole per riconciliarsi con il mondo: la natura esplode ed io resto a guardarla. L'arancione della Luna fa capolino al di là del monte Faito e si tuffa nel mare. Lo immagino tiepido, stasera è placido.
Guardo le mie mani scrivere sulla tastiera e sono già scure, i raggi solari le hanno accarezzate in questi giorni, mentre giocavo a fare il giardiniere e mi sono spaccato in due la schiena, per sistemare a dovere il terrazzo in vista delle prossime cenette estive.
Credo di star bene come mai prima d'ora e il merito è soprattutto mio, che ho imparato a godere delle piccole cose e a partire da queste per raggiungere le grandi. "Tutto e subito" è sempre stato il mio motto e, invece, forse sarà la "vecchiaia" incipiente, mi sto accorgendo di quanto sia bello diluire il piacere dell'attesa di qualcosa che si desidera moltissimo. E più si aspetta, più il desiderio, una volta realizzato, è ricco d'emozioni. Ne sto vivendo tante, il Destino gioca con me e sorride della mia sfacciataggine ad accoglierlo così come viene. Del resto, anch'io non m'agghindo per lui, semplicemente lo aspetto.
I ragazzi del vicinato urlano come dannati, le canne sono complici di questo divertito inquinamento acustico notturno, mentre io quasi m'addormento sul pc, ripensando a tutti i sorrisi che sto collezionando da quelle tue labbra delicate e inaspettatamente piene di passione.
Buonanotte, che sonno micidiale...

martedì, 01 aprile 2008
Cap. 2 – L’Uomo Tigre
 
Per quale assurdo motivo fossi nata donna proprio non riuscivo a spiegarmelo. Le scarpette di vernice e i vestitini da marinaretta o, peggio ancora, a fiorellini, che mia madre si ostinava a farmi indossare, nonostante i miei pianti disperati di protesta, non facevano altro che peggiorare la situazione: con quella roba addosso si vedeva proprio che ero femmina, si vedeva palesemente, non c’erano dubbi, nonostante i capelli ricci, corti e neri, con cui provavo a darmi arie da maschietto impertinente; quando mi guardavo allo specchio, infatti, con una sigaretta di papà in bocca, ovviamente spenta, rubata dal suo pacchetto accartocciato di Multifilter, mi dicevo che gli somigliavo molto, tutta compiaciuta; e del resto non ero solo io di quel parere: lo dicevano continuamente anche i nonni e questo avvolarava la mia tesi di aver tagliato la testa a mio padre, come esclamavano loro, per incollarla sul mio collo; e mi convincevo che con un paio di jeans e una polo Lacoste taglia xxs avrei potuto somigliargli ancora di più. Lui sapeva fare tante cose e io volevo essere proprio come lui. Non restava, poi, che trovarmi un nome da uomo a quel punto, perché il grosso era fatto: mi piaceva molto Guglielmo. Sì, io mi chiamavo sempre Guglielmo, quando giocavo con i cuginetti. Lo ritenevo un nome elegante, virile e inusuale. Chiamai così anche il mio primo bambolotto, un neonato di plastica dai riccioli biondi e gli occhi fissi di un color verde smeraldo, che avevano le palpebre incostantemente mobili: certe volte, infatti, una di loro restava aperta, mentre l’altra cedeva alla gravità, cascando giù, o viceversa, facendo sembrare semidormiente il sinistro bambolotto; mi faceva molta impressione vedere Guglielmo così poco coordinato e disarmonico nei movimenti oculari; lo trattavo con estrema diffidenza, forse perché, in generale, occhi scomposti a parte, mi faceva un po’ paura; aveva un che di inquietantemente vero che mi turbava, però non riuscivo a capire cosa fosse. Spesso pensavo di dovermene liberare, ma mi serviva un pretesto per farlo, anche perchè non era facile per me gettare via il mio primo bambolotto; e ora che ci penso, Guglielmo non fece una gran bella fine… un modo per liberarmi di lui, infatti, lo trovai.
Un pomeriggio d’estate, presi una biro blu e iniziai a fare infiniti scarabocchi sul pancino plastificato e nudo del povero Guglielmo. Gli disegnai una specie di intestino ingarbugliato a fior di pelle. Mi guardai le mani, poi, ed erano tutte blu, dopo quel pasticcio con la penna; corsi da mamma per fargliele vedere e tutto quello che ricavai fu uno strillo a diecimila decibel, ma feci una grande scoperta, quel giorno, quando lei mi portò le mie mani sporche davanti alle pupille, per rimproverarmi e farmi vedere che schifezza avessi combinato: mi accorsi che avevo delle linee piccole piccole sui polpastrelli e mi piacquero tantissimo le rotondità che disegnavano sulla pelle, solcandola gentilmente. Avevo osservato per la prima volta le mie impronte digitali e la cosa ancora più entusiasmante fu notare che, grazie a loro, i miei polpastrelli fossero degli ottimi timbri, sicchè, scappando dalla presa di mamma, dopo poco la faccia di Guglielmo si riempì presto delle mie ditate, roba che se fossi stata una ricercatissima latitante e il mio bambolotto fosse finito in mano alla polizia, gli inquirenti avrebbero fatto notevoli passi in avanti per schedarmi, recuperando quel mare di impronte.
E non contenta di aver cambiato di fatto il colore della pelle di Guglielmo da rosa porcello a blu puffo, decisi di dichiararlo ufficialmente malato, anzi, malatissimo, proprio in virtù di quel brutto colorito bluastro che il suo corpo aveva assunto “misteriosamente”; dunque, mi dissi che andava proprio operato e pure d’urgenza. E così non esitai a prendere di nascosto un paio di forbici dal primo cassetto della cucina, quello del “non si tocca, è cacca qui dentro!”, per aprire, anzi, che dico aprire, per squartare – ecco, così va meglio - la pancia al malcapitato bamboccio di plastica. La delusione fu immensa, quando mi resi conto che dentro fosse completamente vuoto, mentre io m’aspettavo già di trovarci chissà cosa; ma fu proprio il suo essere vuoto dentro, tragicomica metafora dei suoi altrettanto vuoti e spenti occhi di plastica verde, che mi fece trovare il coraggio di mandarlo al diavolo e di infilarlo a testa in giù nel sacchetto della spazzatura senza alcun rimpianto. Non mi avrebbe più spaventato con quelle palpebre sconnesse, pensai, fiera del mio intervento chirurgico risolutivo contro quell’esistenza senza essenza.
Mi è rimasta, però, la simpatia per quel nome e ho continuato a farmi chiamare Guglielmo anche dopo la macabra morte del povero bimbetto fasullo dai capelli stopposi, colorati di un giallo improponibile.
Cercavo, comunque, in tutti i modi di far venire fuori la parte più vera di me, giocando, quella che odiava le faccende da donne, i giochi da donne, le emozioni da donne, le movenze da donne… insomma, tutte le cose da donne e le stesse donne. Non avevo stima di loro, a tutte le età mi sembravano oche, ripetitive e stupide. Salvavo mia madre da questa carneficina di disistima generalizzata soltanto perché per me lei era mia madre e basta, appunto, non una donna come le altre. Gli uomini, invece, mi incuriosivano e tendevo ad imitarne certi atteggiamenti, certe posture, certe frasi sentite per caso in famiglia, per strada, alla televisione, affinchè potessi perfezionarmi nella mia opera di trasformazione dallo stadio di bambina a quello di uomo completo e sicuro del fatto suo.
Una frustrazione immensa la consapevolezza di chiedere troppo ad un destino già segnato per me, ma avevo comunque una scappatoia: la fantasia. E quella dei bambini sa essere sfrenata, illimitata, colorata di mille sfumature che gli adulti non colgono e che spesso, se va bene, sminuiscono con sorrisi di inutile compassione, come a dire loro “non sapete ancora cosa v’aspetta nel mondo reale”; altrimenti, nei casi peggiori, quelle sfumature di giocosa ed innocente follia vengono mortificate con l’indifferenza di attenzioni non date o con la durezza della repressione, figlia di attenzioni eccessive.
La mia fantasia era tutto sommato libera e si divertiva a darmi tante illusioni: una di queste, la più forte di tutte, dura a morire fino ai miei sei anni, era che io fossi Naoto Date. Per chi è nato negli anni ‘70/’80, Naoto Date è quasi un novello personaggio della mitologia e non avrebbe bisogno nemmeno di presentazioni, lui che era il vero volto del famigerato Uomo Tigre, il lottatore mascherato più spietato e al tempo stesso più virtuoso della storia dei cartoni animati giapponesi. Una contraddizione vivente, un uomo fatto di problematiche scissioni emotive, di ambivalenze e di sogni, conditi da un altissimo senso della giustizia, che lo rendeva ai miei occhi davvero degno di ammirazione e di emulazione.
L’appuntamento con “Junior tv”, il pomeriggio alle 15:00, era fisso, tutti i giorni. Ci mettevamo sul divano, nel salone della mia prima abitazione vomerese, mia madre ed io, lei stesa su un fianco, sfinita da mattinate perse a seguirmi per casa, ed io seduta a mo’ di capo indiano nel piccolo spazietto a forma di triangolo, che aveva per cateti le cosce e le gambe di mamma e per base un cuscino fiorato della spalliera del divano. C’entravo alla perfezione in quell’angolino morbido e da lì ammiravo il mio eroe, che veniva a trovarmi fino a casa, facendo capolino dallo schermo del vecchio Philips senza telecomando: papà aveva costruito un’asta con tanto di gommino finale per cambiare canale, restando comodamente seduto in poltrona e io mi divertivo molto ad assistere alla pesca miracolosa del pulsante giusto da premere.
Vivendo per circa mezz’ora al giorno dei momenti di totale identificazione con lui, aspettavo l’Uomo Tigre per sentirmi davvero me stessa. Soffrivo con lui, se le prendeva al centro del ring da qualche avversario scorretto; gioivo con lui, quando si vendicava dei torti subiti, senza cedere alla tentazione dell’imbroglio, ma usando solo le sue forze e la lealtà; invidiavo gli altri personaggi del cartone animato, perché potevano stare accanto a lui.
La sigla del cartone animato, poi, era il rituale più importante: dovevo cantarla assolutamente a squarciagola, sempre, mentre mamma tentava, invano, di riposare un po’, approfittando del fatto che di certo sarei stata buona, seduta accanto a lei almeno per quella fatidica mezz’oretta.
La musica mi prendeva fin nelle viscere, mi faceva serrare i pugni dall’ardore e le parole del testo mi rimbombavano nell’anima, imprimendosi nella mia personalità paradossalmente già formata in gran parte a soli tre anni; questo lo dico a posteriori, però, e lo dico sulla base di una semplicissima constatazione: non sono cambiata affatto da allora, garantito; quella ero e quella sono, sebbene le forzature sociali spesso mi facciano apparire l’opposto di quella bimbetta grintosa di nome Guglielmo, o Naoto, che dir si voglia.
E una mattina avvenne la rottura di un equilibrio personale consolidato da quasi quattro anni, fatto di fantasia, giochi in solitudine, poiché un fratello di appena un anno non era certo un valido compagno di giochi, e tanta autosufficienza, tale che gli altri esseri umani spesso mi infastidivano; presto, però, dovetti adattarmi alla realtà dei fatti: ebbene sì, mi aspettava il mio primissimo giorno di scuola all’asilo.
Una vera e propria tragedia si abbattè sulla mia giovane vita senza il minimo preavviso: abituata al silenzio della mia stanza, a parlare con i miei giocattoli inanimati, a cui l’anima la davo io, quando e come volevo, mi ritrovai catapultata in mezzo ad un mucchio di bambini frignanti e capricciosi, rumorosi come mai m’era capitato di sentirne prima d’allora e che, se avessi potuto, avrei soppresso con metodi brutali all’istante, in stile strage di massa.
Li vidi già dalla macchina, quel mattino, quegli esserini urlanti, poiché il giardinetto del piccolo asilo “Andersen” affacciava sulla strada. Ebbi la tentazione di aprire lo sportello dell’auto in corsa per scappar via, mi frenò solo la paura di farmi male sull’asfalto, come quando cascavo dal triciclo.
“Mamma, perché mi lasci qui? Io non ci voglio andare, non li conosco, quei bambini, ti prego, fammi stare a casa con te, giuro che sto buona!” piagnucolavo, rigorosamente senza lacrime, camminando nel vialetto alberato che portava alla porta d’ingresso dell’asilo, strascicando i piedi svogliatamente.
Mia madre mi rispose che tutti i bambini ad un certo punto iniziano ad andare a scuola e che era giunto anche per me quel momento, quindi, non c’era da lamentarsi, anzi, mi assicurò che mi sarei di certo divertita, ma io non fui affatto di quell’avviso a fine giornata. Comunque, un po’ con le mie gambe, un po’ trascinata a forza, arrivai all’ingresso, stringendo la mano di mamma fortissimo, per la paura di cosa sarebbe accaduto, una volta aperta quella dannata porta. Sbucò dai vetri smerigliati un’ombra di donna e questo già promise molto male per me; una donna, che schifo! Poi, quella ragazza, tale Daniela, si rivelò essere una delle due maestre e, carezzandomi i capelli, non potrò mai dimenticarlo, mi disse: “E tu chi sei, bella bambina? Come ti chiami?”.
“Io sono l’Uomo Tigre! Non sono una bella bambina! Mamma, andiamo a casa, ti supplico…”, questa fu la mia risposta nel divertimento generale, sebbene io fossi serissima; comunicando il mio vero nome alla maestra, mamma scosse la testa per dirmi di non insistere con quella richiesta e mi impose di andare senza fare capricci, sicchè le lasciai la mano lentamente, perché mi sentii tradita e incompresa perfino da lei, persi fiducia nella persona che fino ad allora era stata per me un porto sicuro; mi lasciai andare, come un condannato a morte, al mio non scelto destino con tragica e coraggiosa rassegnazione, e… va bene, lo ammetto, non potei proprio fare a meno di frignare, pur sforzandomi di mantenere un decoroso contegno, per non far sfigurare troppo il mio alterego coraggioso, l’ormai deriso Naoto Date.
Sì, piansi come una disperata, quel giorno, e, come se non bastasse, me la feci pure addosso, perché avevo vergogna di dire alla maestra che mi scappasse la pipì, mentre stavo impalata al centro del giardino a fare il vigile, perché gli altri bambini mi avevano lasciato senza triciclo per dispetto, in quanto ultima arrivata, relegandomi al noiosissimo ruolo di agente metropolitano.
E poi dicono che i bambini sono tutti teneri e dolci… balle. E’ per questo che più tardi, negli anni, avrei amato Freud a primo impatto, che non s’era fatto fregare dalle apparenze: lui sì che li aveva colti con le mani nel sacco, quei piccoli depravati travestiti da angioletti asessuati!
Written by: JackPummarolino alle ore 00:52 | Permalink | commenti (2)
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