lunedì, 31 marzo 2008
Cap.1 - Bandiera Rossa
 
Il corteo rosso sfilò per via Toledo, fiero e compatto. Falci e martelli di un giallo potente spiccavano a tratti nel rosso delle bandiere comuniste, tese al cielo con grinta dalle mani callose di operai, che sfioravano quelle levigate degli intellettuali di sinistra; mani socialmente diverse e per natura uguali, che si agitavano negli stessi fazzoletti d'aria, per sventolare i simboli comuni nel venticello del mattino. Le guardavo, quelle ideologie di stoffa sgualcita, affascinato e inconsapevolmente turbato da tutta quella gente che marciava in fila, proprio come i soldati tedeschi che avevo visto marciare per le strade solo qualche anno prima. Non c'erano più, quel giorno, però, le uniformi mimetiche a sfigurare i corpi delle persone, che avanzavano al ritmo cadenzato dell'Internazionale, ma un tripudio di colori, il rosso su tutti, che macchiavano di novità le strade del centro storico napoletano.
L'Italia si apprestava alle sue prime elezioni repubblicane e le piazze recepivano, a volte con entusiasmo, altre con diffidenza atavica, le promesse che gli uomini politici emergenti si lasciavano scappare incautamente dalle labbra, già rassegnati in cuor loro all'idea che avrebbero avuto le mani legate da lacci a stelle e strisce; fantocci di giochi di potere distanti chilometri di oceano.
"Vieni, Mario, sbrigati; nascondiamoci qui, stanno passando i comunisti!".
Fui preso per un braccio e trascinato di peso all'interno di uno dei vicoletti che davano sulla via principale. Non sapevo nemmeno cosa davvero volessero e ancor meno chi fossero, quei comunisti, ma il tono di voce di mia madre m'impressionò così tanto che non feci storie, quando mi strattonò, preoccupata; e la seguii nella penombra del vicolo, in silenzio, a bocca aperta per lo stupore: il profumo dei panni stesi al sole tra una finestra e l'altra di palazzi dirimpettai, distanti tra loro poco più della capacità intrigante di uno sguardo indiscreto di frugare nell’intimità delle case altrui, si mischiava ai miei pensieri di bambino, che della politica capiva solo "questi sono i buoni e questi sono i cattivi" e ogni volta i ruoli nella mia mente si confondevano, a seconda di chi mi mostrasse quale fosse il "Bene" e quale il "Male"; mi sembrava tutto molto confuso, ma ero fin troppo curioso, attento, guardavo la realtà intorno a me con l'avidità di chi ne vuole sapere di più a tutti i costi; e allora io, dei comunisti, sapevo solo che erano simpatici a mio padre e che mia madre, invece, non li poteva soffrire, lei che, come tutte le persone dell'epoca morigerate e dedite alla vita di chiesa, vedeva in loro soltanto la pericolosa miccia per un'esplosione che avrebbe di certo travolto i valori etici consolidati da tempo. "Un fantasma si aggira per l'Europa", diceva, infatti, un tale con la barba grigia e tanta voglia di cambiare il mondo; e aveva ragione a chiamarlo "fantasma", il comunismo, perchè faceva paura a molti, sebbene sia stato spesso invisibile nel nostro paese. Proprio un fantasma: c’è, ma non si vede; e l’ignoto attrae e fa paura. Ricordo, infatti, che mi sentivo incessantemente attratto da queste persone che si dichiaravano "rosse": mi sembravano fiere, motivate, libere. E io, come loro, volevo essere fiero, motivato, libero.
Ero solo un bambino nell'aprile del '48 e i miei otto anni si sarebbero apprestati al compimento di lì a breve, ma, nonostante la tenera età, il fermento politico che attraversava il paese attraversava anche me, sorridente e al tempo stesso spaventato, quando i miei genitori mi portavano ai comizi: mamma mi teneva stretto per mano, fin quasi a fermarmi la circolazione sanguigna, per paura che scappassi via a curiosare da qualche parte.
"Quello è De Gasperi, vedi? Su, Mario, sentiamo cosa dice, sta' buono".
Mi parlava tra la folla, chinandosi appena verso di me, ravviandosi i capelli con quel suo gesto tipico e timido, che compiva quasi a voler mortificare la sua femminilità, facendo in modo che il viso non venisse incorniciato dalle sue scure ciocche ribelli, ma che queste fossero ben tenute a freno da implacabili forcine metalliche. L’ordine innanzi tutto, il resto era secondario per lei.
Con mio padre, invece, mi divertivo di più, quando andavamo a sentire Togliatti: camminavamo "da uomini", come diceva lui, vicini, a passo veloce, fianco a fianco, ma senza stringerci le mani, all'insegna dell'autonomia, della virilità e della libertà.
"Non ti muovere da qui, Mario, cammina accanto a me, ti sto dando fiducia; perchè, se poi ti perdi, io non ti verrò a cercare, è chiaro?" ed era chiarissimo, inequivocabile il suo tono e io non mi allontanavo di un metro. Del resto, mi piaceva camminare con papà, mi sentivo forte. E quando stavamo al centro di Piazza del Plebiscito, schiacciati dagli astanti, aizzati dai megafoni da cui uscivano grida di rivalsa, io alzavo la testa al cielo e lo sfidavo, giocando; accadeva soprattutto quando mi distraevo, per esempio perché proprio non capivo la ragione per cui tutti applaudissero più forte all’improvviso; e mi sentivo inadeguato, quasi m’annoiavo: allora, per non lagnarmi, altrimenti papà non m’avrebbe più portato in giro con sé, contavo i pezzetti di azzurro che riuscivo ad intravedere in quel magma rosso di tessuto sventolante e, sì, contavo, contavo fino a perdere l'equilibrio, cadendo, poi, con il sedere per terra e battendo la testa sulle ginocchia di papà, che mi acciuffava al volo, provando a limitare i danni del tonfo. Il cielo, dal basso della mia statura, perdeva sempre contro le bandiere e vedevo solo tutto tinto del colore delle fragole sopra di me, mentre la piazza intonava proprio "Bandiera rossa" e nella mia mente restavano, apparentemente sopite, le note di quel ritornello cadenzato.
Alla fine dei comizi, c’era il momento più bello, quello per cui valeva la pena di farsi pestare i piedi dagli uomini nella piazza, ubriacati dalla retorica del politico di turno: papà mi faceva saltare sulla sua schiena e ce ne
tornavamo a casa per il pranzo, fischiettando quel motivetto “della bandiera”, come lo chiamavo io. Dalle sue spalle, potevo osservare la città e pensare a tante cose.
"Papà, che vuol dire alla riscossa?"
"Vuol dire che un giorno ce la faremo, Mario" e riprese a fischiettare, ma fermava sempre quella melodia d'aria, che fuoriusciva dalla sua bocca schiusa, una decina di passi prima di arrivare a casa; capii dopo il motivo di questa sua attenzione: era per evitare che mia madre lo accusasse di farmi il lavaggio del cervello con le faccende da comunisti e, forse, lei non aveva tutti i torti.
Queste manifestazioni di massa mi colpivano sempre molto: dopo avervi assistito, steso sul letto, prima di dormire, lasciavo riecheggiare nella mente quel che avevo sentito al mattino, mescolando ricordi confusi alle sensazioni più disparate; e s’innescavano nella mia fantasia dei processi incontrollabili, tendenti ad una giocosa autoaffermazione di me stesso, per cui sul palchetto del comizio c’ero io, in giacca e cravatta, pronto a promettere un futuro migliore alla folla, tutta in attesa di parole di speranza e di progresso, sicchè nelle mie mani e nella mia voce c’era il futuro della mia città e dell’intero paese. Pensavo a cosa avrei costruito, creato e deciso, mentre gli occhi mi si chiudevano sotto il dolce peso dell’ingenua e laboriosa stanchezza dei bambini.
Le notti ricche di sogni sfociavano naturalmente in risvegli allegri e pieni di entusiasmo. Andavo volentieri a scuola e ogni mattina facevo il mio breve tragitto per raggiungerla, saltellando tra un sanpietrino e l’altro delle piccole viuzze di Pizzofalcone. Sono nato lì, nel cuore di Napoli, in Via Nunziatella n. 4. Mia madre mi aveva insegnato a dire il mio nome e cognome insieme all’indirizzo di casa, non appena iniziai a parlare, nel caso in cui mi fossi smarrito in una delle mie esplorazioni continue del quartiere.
Maio di Giacomo, Via Nunziatella numero tatto”, dicevo, fiero di me, a soli due anni, quando mi si chiedevano scherzosamente le mie generalità e io, nel rispondere con fretta e decisione, mangiavo le lettere delle parole, stravolgendole e suscitando ilarità. Abitavo al numero quattro di Via Nunziatella. Ora, laddove c’era casa mia, c’è una scuola di danza; la qual cosa, sebbene mi metta malinconia, non mi dispiace del tutto: in fin dei conti la danza è l’espressione artistica più primitiva del nostro corpo e se penso a quante graziose fanciulle balleranno, ora, in quella che un tempo era la cucina di casa mia, mi viene da ridere: papà avrebbe strabuzzato gli occhi a vedersele tra le pentole in tutù.
Mi sentivo a mio agio, comunque, in mezzo alla gente semplice di quei vicoli, dai quali svettavano gli sfarzi dei palazzi nobiliari, che impedivano al sole di baciare la povertà dei bassi; la ricchezza sovrastava materialmente la povertà di qualche piano, era sorta proprio in prossimità di questa, quasi a non voler smentire la tradizione napoletana dell’atavica coesistenza di stridenti contraddizioni in piccoli spazi vitali. E anche in me c’era, e naturalmente c’è tutt’ora, questa contraddizione di “miseria e nobiltà”: a questo proposito, infatti, non so chi sia di preciso mio nonno paterno, ma so per certo che era un principe della nobiltà napoletana; per lui perse la testa una bella popolana del quartiere, che gli diede un figlio, sebbene mai riconosciuto, ma che lei volle tenere a tutti i costi: Francesco, il nome di quel bambino; mio padre, appunto. In lui, come in me, scorrevano gocce di sangue blu, ma se proprio mi è concesso dire la mia in merito, credo che questa vena di nobiltà non sia presente in me grazie a quel principe libertino, che ha permesso al suo araldico sperma di nuotare nel grembo di una donna del popolo, la quale, incautamente, aveva dato fiducia ad un paio di mani ricoperte da guanti di seta, che le accarezzavano i seni con ardore, mentre un pene poco aristocraticamente turgido la ingravidava senza pensare al futuro: non deriva dal blasone, questo rivolo di blu che mi scorre dentro, no; ma dalla purezza d’animo di quella donna, mia nonna, che ha scelto l’amore per un uomo sbagliato e non l’ha rinnegato, tenendone caro il frutto, un figlio, contro tutto e tutti, superando qualsiasi pregiudizio. Il cognome che porto è il suo, infatti, di mia nonna, e ne vado orgoglioso. “di Giacomo”, Mario di Giacomo, con il “di” rigorosamente minuscolo, ci tengo molto.
E per restare in tema di pregiudizi, ricordo che un giorno i comunisti, pur non volendo, mi tirarono un brutto scherzo, proprio nelle stradine della mia infanzia. Camminavo, quaderni alla mano, verso scuola, in un mattino di primavera, e Don Gennaro, il mastro falegname del quartiere, stava cantando fuori alla sua bottega, levigando un vecchio mobile di fine Ottocento, ricco di intarsi e fini ceselli nel legno.
“Avanti o popolo, alla riscossa, bandiera rossa, bandiera rossa… avanti o popolo, alla riscossa, bandiera rossa trionferà…”.
M’incantai ad ascoltare quelle parole a me già in parte note, guardando Don Gennaro con la mia solita aria stralunata, che assumevo quando rimanevo colpito da qualcosa e mi ci concentravo su. Un po’ come quando caddi nella tinozza piena d’acqua, nell’aia di casa di mia nonna, a Gemona, perché troppo impegnato a cantare una canzoncina imparata a scuola per pensare al mio equilibrio; e accompagnavo il canto con una stramba camminata ritmata, che prevedeva veloci passettini in avanti e precari passettini indietro a mo’ di gambero. Il tuffo, camminando senza guardare alle mie spalle e urtando la tinozza colma d’acqua, fu sensazionale, come si può immaginare; mi bagnai tutto, quasi annegai, e lo stupore dei miei tre anni davanti alle risate di tutti i parenti e alla rabbia di mia madre, inorridita dalla mia anarchica distrazione, naturalmente messa alla berlina, mi è rimasto impresso nella memoria come poche altre vicende di quel periodo vissuto da sfollati, accolti nelle fertili terre friulane, dove mamma tornava sempre con piacere, nonostante la tristezza della guerra; erano i suoi luoghi, quelli, riprendeva vita e colore lì, nella pace delle campagne, lontano dalla confusione partenopea.
“Mario!” m’apostrofò Don Gennaro, scuotendomi dall’incanto suscitato dalla canzone e dall’odore di segatura, proveniente dalla sua bottega. Saltai sull’attenti e lo guardai dritto negli occhi, senza dire una parola.
“Che staje facenn’ annanz’ ‘a puteca mia? Nun stiv’ jenn’ a scola? Vir’ ca se fa tardi!” e mi tirò scherzosamente addosso un ricciolo di legno piallato.
“Conoscete anche voi la canzone della bandiera, Don Gennaro?”.
“E chi è ca nun ‘a sape ‘e ‘sti tiemp’, figlio mio…”
“Me la cantate di nuovo, per piacere?” e Don Gennaro mi sorrise, soddisfatto e divertito dalla mia richiesta insolita.
“Jamm’, mo’ nun è cosa, Marioli’, vattenne a scola, nun fa’ l’asino cumm’ a me, studia…”, rispose con tono improvvisamente severo, ma non appena feci qualche passo per allontanarmi da lui, un po’ deluso per il suo diniego, alle mie spalle lo sentii cantare di nuovo e quando mi girai di scatto per accertarmi che fosse proprio la sua voce a rincorremi per il vicolo, mi strizzò l’occhio e riprese a lavorare di buona lena dopo il mio saluto colmo di gioia.
E così entrai in classe, cantando proprio quella canzone. Non l’avessi mai fatto.
“I comunisti mangiano i bambini, vuoi fare quella fine anche tu, maleducato?!?”, urlò la maestra, dopo il mio “trionferà!”, cantato a squarciagola, senza conoscere nemmeno il vero significato di quell’inno, appreso prima nelle piazze e riscoperto, poi, pochi minuti prima di quel momento, insieme a Don Gennaro il falegname.
“No, signora maestra”. Con la voce tremolante, tentai di darmi un tono dignitoso, pur avvertendo l’imminente pericolo della punizione. La paura mi mangiava lo stomaco.
“Chiedi scusa a tutti per il tuo gesto inconsulto, Mario, chiedi subito scusa!” e chiesi scusa a labbra strette, poco convinto di quelle cinque lettere, perché non capivo dove avessi sbagliato, ma sapevo di non avere troppa scelta e che una ribellione mi sarebbe costata molto cara.
La maestra, infuriata e per niente intenerita dal mio evidente stato di terrore, mi tirò per il grembiule dietro alla lavagna e, dopo avermi riempito la testa di grida di rimprovero, dopo avermi umiliato davanti a tutta la classe, dandomi dello sciagurato e dell’immorale, mi ordinò di inginocchiarmi sui ceci e lì mi lasciò per un bel po’, mentre con tutta l’anima provavo a trattenere cascate di lacrime, per il dolore e per l’ingiustizia subita. Secondo me, infatti, i comunisti non erano cattivi e non mangiavano i bambini: in fin dei conti, papà non mi aveva mai dato morsi ed era un uomo buono, pensavo tra me e me; e questo pensiero lo dissi di scatto, poi, seppur lagnandomi, alla maestra; continuai, spiegandole che i comunisti, essendo simili a mio padre, non potevano essere così malvagi e argomentavo la mia tesi, provando a sollevare un po’ le ginocchia dai legumi aguzzini, che per anni non ho voluto più mangiare. Un discorso, il mio, di una logica tenera e comunque stringente, ma che non arrivò alle orecchie della maestra, ovattate dal cattolicesimo più bigotto e oltranzista, sporcato per di più dall’ideologia democristiana dell’epoca; e quando religione e politica si mescolano tra loro, non c’è più spazio per il dialogo, questo l’ho imparato fin da piccolo.
E la bandiera rossa non mi pare che poi abbia trionfato, ma tutto sommato era una bella canzonetta piena di speranza. Ah, e i ceci, oggi, li mangio.
Written by: JackPummarolino alle ore 15:57 | Permalink | commenti
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sabato, 15 marzo 2008
E alla fine ce l'abbiamo fatta... ho cucinato per te, per noi.
Sempre a dubitare delle mie, fino a te, indiscusse doti culinarie, dicevi "sì sì, dici sempre che cucinerai per me e poi non lo fai mai, ti distrai..." e mi baciavi con passione, fino a farmi perdere il controllo in quel salone di casa tua e ogni mia buona intenzione di farti assaggiare qualcosa fatto da me svaniva in un lampo; diciamo che ero preso da tutt'altro. Poi, m'hai lanciato la sfida: "secondo me, tu non sai cucinare".
Eh no, bella mia, ti faccio vedere io! E così è stato.
Ieri mattina, ho annullato tutti i miei appuntamenti e mi sono dedicato a te.
Ufficialmente, la "scusa" per vedersi era di darti una mano con un progetto di ristrutturazione di casa tua. L'abbiamo fatto? Ehm... più o meno, va'!
Sono uscito di casa con la ferma intenzione che t'avrei fatto un pranzetto coi fiocchi.
Sono andato al GS e ho fatto la spesa, maledicendomi. Sì, perchè la sera prima m'ero scritto tutta la lista dell'occorrente da comprare, ma poi, e manco mi meraviglio, la beneamata lista l'ho dimenticata a casa, ovvio, no?
E così, mi sono arrabattato all'interno di quell'immenso supermercato, cercando di ricordarmi tutto quel che mi servisse per il pranzo. Un'impresa, considerata la fretta di arrivare a casa tua e la voglia di darti un bacio.
Comunque, entro.
E mi dimentico di prendere il carrello all'ingresso, ma mica me ne accorgo subito? No, ovvio che no. Me ne accorgo dopo cinque minuti, quando le mie mani già sono stracolme di roba, che ho la tentazione di mettere in tasca, ma non perchè io fossi un ladro, ma perchè mi cascava di mano! Così, con aria semidisperata, mi guardo intorno per cercare un carrello o un cestello vuoto, ma niente. Vado da una cassiera, che ha l'aria di una persona gentile e con tutta questa roba in mano le chiedo:
"Mi scusi, signorina, ma ci sono carrelli all'interno o devo per forza riuscire fuori?"
Lei mi guarda con aria un po' perplessa e poi sorride, divertita.
"Dovrebbe riuscire fuori, ma non può passare con tutta quella roba..."
"Lo so, lo so... insomma, devo posarla tutta e poi riesco... "
"Eh sì, signore... non mi guardi con quell'aria avvilita..."
"No, no, ha ragione, ora poso tutto ed esco, ma... ehi, guardi, lì c'è una signora ad una cassa che sta per andar via, posso passare da qui e chiederle se mi lascia il carrello?"
"Signore, veramente non si potrebbe varcare le casse con la roba in mano, ma se sta attento a non avvicinarsi all'antitaccheggio, posso fare uno strappo alla regola... passi da qui..." e mi fa passare dietro alla sua sedia per non far suonare tutto. La ringrazio tantissimo e volo a placcare la signora del carrello.
"Signora, mi scusi, le occorre il carrello?" e con aria odiosissima, la signora mi risponde...
"Veramente dentro c'è la mia moneta da un euro" e io...
"E ma ovviamente gliela restituisco, si figuri... allora, posso?"
"Va bene..." sempre più scocciata, manco le avessi chiesto di prestarmi l'auto.
Per prendere il portafogli dalla tasca è una vera impresa: le mani sono piene di pacchi, bustine e cose varie prese prima, così non riesco proprio a muovermi senza che mi caschi tutto per terra.
Con sguardo implorante, le chiedo...
"E' vietato poggiare le mie cose nel carrello prima che le abbia restituito l'euro?"
"No, no... prego, ma non faccia lo spiritoso"
"Per carità... " e SBABABABAMMMM!!! Mi casca tutta la roba nel carrello, mentre la signora dice "Oh, madonna mia, che impiastro..." e io "Signora, lei mi sta mettendo un'agitazione incredibile, non mi guardi così, eh, mamma mia! Ecco il suo euro, è stata GENTILISSIMA..." dico, marcando ironicamente il tono di voce sull'aggettivo. La saluto e tutto fiero del mio carrello conquistato a fatica, mi riavvio tra gli scaffali. E vaffanculazzo, certa gente è proprio insopportabile.
Settore frutta e verdura. La frutta non mi serve, lei ne mangia tanta e a casa sua c'è sicuramente, mi dico.
La verdura, sì. Compro rucola, carote, limoni, funghi e finocchi. Vedo delle noci già spellate e le compro.
Poi, settore salumeria: mi servono la bresaola, lo speck, la provola, la ricotta di cestino, il parmiggiano, le olive verdi.
Infine, uova, pancetta a cubetti, bucatini, farina, lievito e latte. E una piantina di basilico.
Vedo dei grissini al gusto di olive e li prendo. Faccio una fila colossale alla cassa, bestemmiando contro tutto l'Olimpo per il tremendo ritardo in cui fossi, e finalmente mi ritrovo faccia a faccia con la cassiera che mi aveva aiutato prima. Penso che dovrei ringraziarla in qualche modo per la gentilezza, solo che non ho troppo tempo, così faccio la prima stronzata che mi viene in mente: afferro un pacchetto di "mon cheri" da un espositore e le chiedo...
"Le piacciono?" 
"Eh sì, sono buonissimi, certo!"
Pago il conto, metto tutto in busta e faccio largo alla cliente dopo di me; ma senza allontanarmi dal banco cassa, mi avvicino alla signorina, le offro un ciuffo di basilico a mo' di fiore, con un mon cheri accanto.
"So che andrebbe detto con i fiori, ma del basilico profumato può andar bene comunque? Grazie per prima..."
"E' la prima volta che ricevo un omaggio floreale del genere, ma devo dire che è davvero carino, grazie a lei!" e ride di gusto, arrossendo.
"E' il minimo... buona giornata, signora, a presto"
"Buona giornata a lei, signore... e si ricordi del carrello, la prossima volta, altrimenti sarò pronta a ricevere un ciuffo di rosmarino per farla passare di nuovo oltre le casse da clandestino..." e io scoppio a ridere, salutandola.
Correndo come un pazzo per il ritardo, salto in moto, carico di buste e corro a casa di Lu, ma, correndo, faccio una frenata quasi di scatto davanti alla vetrina di una gelateria buonissima del Vomero, che ha esposti dei gelati  forma di bacio perugina versione maxi. Li compro, sono bellissimi, sembrano due seni, slurp!
Arrivo a casa della mia dolce tortura.
Fortunatamente, quello stronzo odioso del portiere, che ancora non ho capito se si chiami Martino di nome o di cognome, perchè poi qualcuno lo chiama Giovanni, non c'è e io sgattaiolo nel palazzo con fare furtivo, evitandomi la sua consueta radiografia impicciona.
Busso alla porta.
Un tuffo al cuore, quando apre.
E' bellissima, più del solito. Un po' abbronzata, perchè stava leggendo fuori al terrazzino al sole, stretta in un vestitino di maglina di un arancione tenue, con un cinturone marrone in vita e gli stivali di cuoio... una collana di quegli stessi colori che le dava una luce al viso spaventosamente bella e un profumo da schianto. Il tutto incorniciato da quei suoi capelli ondulati e ribelli, intorno a quegli occhi di fuoco.
"Finalmente, caro il mio ritardatario pieno di buste..." e non mi fa nemmeno entrare, che mi bacia da farmi sbattere per terra.
"Fammi posare almeno tutta questa roba, amore mio, non ti posso nemmeno abbracciare..."
"E che m'importa..." mi sussurra lei, con quel fare intrigante che certe donne hanno proprio nel dna.
Poi, solo quando l'ha deciso lei, posso posare le buste e travolgerla di baci, ma ancora con il giubbotto addosso, perchè non me l'ha fatto togliere! Si toglie quando lo decide lei, dice. E va bene, tanto io mi diverto un mondo a vedere come gioca con me.
Non mi fa mettere le cose in frigo e mi trascina sul divano a parlare di tutto e di più. Mi sta addosso con la sua sensualità da brividi, mi guarda come se volesse mangiarmi e io faccio lo stesso con lei e la prendo in giro, le dico "ma come siamo fredde, oggi... già non ti piaccio più, ammettilo... " e lei mi lancia un sorriso di sfida stupendo, alzandosi leggermente il vestito e sedendosi a cavallo su di me... wow... censura, censura, censura.
E dopo un paio d'ore passate stretti sul divano, la OBBLIGO a star buona, perchè io DEVO cucinare.
"Posso venire con te in cucina, almeno?"
"No"
"Ma come no?!? Non sai nemmeno dove siano le pentole e gli arnesi vari!"
"Li troverò."
"Dai, fammi stare con te, sto buonissima, giuro..."
"E va beeeeeneee... ma guai se mi baci" e mi bacia. Le ultime parole famose.
Comunque, dopo tarantelle varie, riesco ad avviare le prime operazioni culinarie.
Questo il menù consigliato dallo chef:

Antipasto

Rotolo di pasta al latte con funghi, provola e speck

Primo piatto

Bucatini alla carbonara

Secondo piatto

Involtini di bresaola farciti di crema di olive, ricotta e rucola, con grissini decorativi (se magnano pure!)

Contorno

Insalatina julienne di finocchi, carote, noci, rucola e scorzette di limone

Frutta

Macedonia di kiwi, mele verdi e spicchi d'arancia caramellati

Dolce

Gelati artigianali a forma di bacioni Perugina

Il tutto annaffiato da un ottimo Nero d'Avola e un sorso di Passito finale.
La fetentona malpensante alla fine s'è leccata i baffi e ha rimangiato la PESSIMA affermazione che io non sappia cucinare. Tsk!!! Pure i piatti decorati le ho servito, pure decorati!
E il giusto premio per un sì grande chef qual è?
Eh.
Vabbe'!
Peccato solo che io abbia lasciato una cucina che era un vero terremoto, ma tanto lei ha la sua tizia carina delle pulizie e mi ha obbligato a non muovere un dito, perchè avrei pure pulito, eh, se fosse stato necessario, giuro... (mi state credendo? MI STATE CREDENDO?!?!? NO?????? BRAVI!!!).
Che giornata meravigliosa... e ora mi tocca studiare e non vederla per qualche giorno, ma il ricordo di ieri mi terrà compagnia, perchè tanto ormai lei mi è dentro, dentro, dentro.

venerdì, 14 marzo 2008

Della serie: sono il solito coglione? Il pubblico risponde in coro: "Sìììììì!!".
Narriamo i fatti.
Ieri, la mia adorata compagna mi telefona e mi chiede di accompagnarla a fare compere al negozio di articoli da regalo, tutti chic e gnegnegne, di una mia ex compagna di classe, nonchè sua alunna.
E fin qui, tutto a posto. Le dico "Chiamo Sara e le chiedo quando si troverà al negozio".
Chiamo, infatti, la mia amica e lei mi dice...
"Miiiii, la prof. al negozio??? Ti prego, Jack, accompagnala, se siete in buoni rapporti, mi vergogno da sola con lei, non la vedo dai tempi di scuola!"
"Ma tu stai ancora con Diego?"
"Sì... perchè?"
"Allora, è sicuro che l'accompagno"
"Perchè?"
"No, no, niente, parlavo tra me e me... ci vediamo domani alle 16:30 al tuo negozio, un bacio!" e chiudo la telefonata, pensando a Diego, anche lui ex compagno di classe, noto provolone del liceo fin dai tempi dell'adolescenza. 'Sti cazzi che lascio andare sola la prof. nella tana del lupo, sebbene fidanzato. Richiamo la mia bella signora.
"Allora, è per domani alle 16:30... Sara ti aspetta al negozio"
"Ma tu mi accompagni, vero?"
"Vuoi?"
"Sì, certo... è tanto che non vedo Sara, se ci sarai tu, mi sentirò più a mio agio... e poi è un'occasione per stare insieme, no?"
"Va bene, t'accompagno, ma... come la mettiamo? Sara non sa mica di noi due..."
"Ah, vero! Hai ragione! Come la mettiamo?"
"E te lo chiedevo io, che fai, me lo richiedi?"
"Vabbe', fingiamo, no?"
"Cioè, ti devo dare del "lei"? Di nuovo? Chissà come ho smesso e domani dovrò ricominciare?" e lei scoppia a ridere al telefono.
E così, oggi, abbiamo finto.
Arriviamo al negozio, che è ancora chiuso. Chiacchieriamo lì fuori, è palese il nostro atteggiamento finto disinteressato, di chi si dà l'aria di non aver proprio interesse nei confronti dell'altro; ridiamo sotto i baffi. Io li ho, lei no, eh. Ad un tratto, mi sento chiamare.
"Jack! Ma ciao, quanto tempo!"
"Signora, che piacere! Ma Sara?"
"Non è ancora arrivata?"
"Eh no, la stiamo aspettando... ma... si ricorda della professoressa?"
"Ma certo! Salve, professoressa, quanto tempo! E' rimasta uguale, ma non l'avevo vista dietro a questo omaccione brutto" e figuriamoci se non mi becco qualche tenerezza dalla mamma di Sara, che sotto sotto mi ha sempre odiato, perchè non ho corteggiato e sposato la figlia?
"Entrate, entrate... posso esservi utile?" e le due donne incominciano a chiacchierare sulle cose da comprare, lasciandomi solo come un fesso.
Ad un certo punto, Lu si gira e mi chiede "Jack, Ti piace questo piattino di ceramica?" e io "Sì, certo, ma tu sei convinta che sia adatto?" e cazzo!!! Mi mordo la lingua per quel maledetto "tu". Lei sgrana gli occhi, come a dire "ricordati che mi devi dare del LEI qui!" e ride. Io mi squaglio, mi dò del coglione e provo a resistere alla tentazione di scoppiare a ridere pure io, perchè se no non mi fermo più. Provo a raddrizzare il tiro, dandole subito del "lei" con un'altra frase, ma per fortuna la signora Alba non deve aver sentito.
Arriva Sara.
Baci e abbracci con la prof., io ripenso sempre al mio lapsus e mi dico più sto zitto e meno guai faccio.
Diego, per fortuna, non c'è proprio, è al lavoro altrove. Niente scene di gelosia.
Dopo andiamo a prenderci un caffè tutti e tre, ricordando i tempi della scuola, e io mi sono dato diecimila morsi sulla lingua, per darle quel cacchio di "lei", tutte le volte che mi ci rivolgevo, tanto che Sara ad un certo punto mi fa "Jack, ma che hai oggi? In certi momenti ti si inceppa la lingua. Sei emozionato, confessa, eh?" l'avrei voluta strozzare. L'altra perfida rideva a crepapelle, trattenendosi a stento, tanto il problema non era il suo, ero io a dover fare i salti mortali per creare una scissione nel cervello e riconsiderarla solo una prof. e non l'amore mio!!!
Dopo, l'accompagno dalle sue amiche, dove aveva appuntamento.
La saluto tristemente, dicendole con aria affranta "credo proprio che passerà molto tempo prima di rivederci..." e lei si attapira tutta, mentre io in mente mia sghignazzo, perchè so già cosa sto per fare.
"A che ora tornerai da quest'incontro con le amiche?"
"Alle 20:00 circa sarò a casa, ti chiamerò, voglio sentirti, mi mancherai..."
La bacio e me ne vado... ma mica a casa mia??? No! Avevo delle visite in zona, me le sono fatte e non mi sono preso nemmeno i soldi dai miei pazienti, perchè ero particolarmente contento e loro avranno pensato che io sia impazzito, e poi alle 19:50 zac!! Mi sono appostato sotto casa sua per aspettare che rientrasse... e precisa come un orologio svizzero, com'è nel suo stile, alle 20:00 spaccate la vedo svoltare l'angolo, mentre cammina a testa bassa... incrocio le braccia, non la chiamo, sorrido, aspetto che mi guardi: mi guarda.
Devo mica dirlo che m'è saltata al collo di felicità? Vabbe', l'ho detto ormai. Però, il resto non lo dico, giuro...

lunedì, 03 marzo 2008

"Forse dio è malato" è un bellissimo documentario che vale la pena di vedere.
Ho voglia di vedere anche "Persepolis".
Mi piacerebbe riprendere a scrivere racconti, anzi, voglio provare con un romanzo, ce l'ho tutto in testa.
Sono un po' stanco e sta per arrivare la resa dei conti, poi, finalmente sarò di nuovo libero da ansie.
Credo che dovrei organizzare un bel viaggio.
La destinazione?
Non la so ancora, ma è meglio così.
"Posso rivederti già stasera? Ma tu non pensare male adesso" mi fa compagnia.
Associare le idee è un gioco che mi è sempre piaciuto.
Perchè alcuni fanno i vip su messenger, stando sempre su occupato per certi e poi per altri si sprosciuttano? Bloccatele, le persone con cui non vi va o non potete parlare, no?
Non è reato bloccare le persone su messenger.
Io ne blocco tante e spesso, perchè sono un po' stronzo.
No, non è perchè sono stronzo, ma è perchè non mi piace arronzare le persone, se non ho voglia di fare convenevoli e ho voglia di parlare solo con pochissimi amici stretti.
Voglio il cielo in una stanza.
Adesso, uccido gli operai dei vicini.
Disperatamente un respiro prova a salire dai polmoni alla mia bocca, non ce la fa ad uscire.
Questo cazzo di tempo di grigio mi ha veramente scocciato.
Se fossi in vendita, oggi costerei un sacco di soldi. Falsi.
Ma chi cazzo legge il mio blog? Non ci sono commenti eppure ho roba tipo 800 visite al mese. Comincio a pensare che lo shiny stat sia infestato da presenze ectoplasmatiche.
Non so se faccia figo avere uno strappo sui jeans, ma oggi sono caduto dalla moto e me li sono strappati.
Sì, sto bene, mi hanno solo investito di striscio.
La mia segretaria è particolarmente carina, quando si preoccupa per me.
Stai fermo, sei un uomo impegnato.
Allora, state zitte, non giratemi intorno, non voglio sesso, voglio solo amore.
Chi è capace di amare? Chi osa amare davvero?
Voglio che si fermi tutto per un istante, per vedere che faccia faranno certe persone nel momento in cui premerò "pause" sul lettore dvd del mondo. Sarà da ridere, cercherò le espressioni di paura e di desiderio, le più intense.
Maledetto il vento debole. Il vento è per definizione dirompente e coraggioso.
Un tuffo in un cratere in cambio di un tuo bacio al sapore di magma caldo.
Mi manchi e devo averti.
E' sempre tutto difficilissimo, perchè se no non c'è sfizio, mi pare di capire.
Mai niente è stato semplice per me, sarà che ho firmato un contratto di "vita incasinata" prima di nascere e non me lo ricordo.
"Se in quello che hai detto ci credevi davvero, vorrei tanto che lo ripetessi di nuovo", nel bene e nel male.
Ho deciso che mi farò crescere i baffi senza barba incolta intorno, anzi no, ho già cambiato idea.
Sto per dare un pugno nel pc, ho fatto una cosa che non avrei dovuto fare.
E, ora, lancio a mare il cellulare, perchè mi sta decisamente sui coglioni.
I soldi non mi servono, mi serve un prato e una mostra di Hackert.
Credo che casa mia sia nel Lago d'Averno, discenderò all'Inferno, se si entra da lì.
Il mio posto è quello, fiero peccatore.
"Papi, mi accompagni a comprare i pastelli nuovi?"
Un giorno, sì, ti accompagnerò, ma dammi la mano, non mi fido di quello che c'è fuori.
Sono stato un bambino sognatore, di quelli che parlano della natura con i mostri e scappano dagli angeli, perchè pensano siano fantasmi.

domenica, 02 marzo 2008
Si sa da anni che ormai Sanremo è una pagliacciata e da che mi piaceva tantissimo seguirlo, prima, ora lo faccio sempre meno; ma da musicista non riesco a fare completamente a meno di giocare a "scoprire" la canzone dell'anno tra tutte quelle che vengono presentate in gara; e una l'ho scovata, ci scommetto che le radio la passeranno ad oltranza, perchè è bellissima, per musica e parole; almeno nella banalità totale, ovviamente secondo i miei personalissimi gusti, sia chiaro, si sono salvate solo due canzoni, quella che ha vinto, "Colpo di fulmine", non a caso scritta dalla bravissima Gianna Nannini e interpretata alla grande dal duo innovativo Ponce/Di Tonno, e questa di Max Gazzè, "Il solito sesso", che è quella di cui parlo poche righe più su, la mia "scoperta", e che, se fosse stato per me, avrei fatto schizzare al primo posto senza nemmeno ascoltare le altre.
E' dolcissima, delicata, appassionata, timida, decisa, di una galanteria vecchio stile, una canzone d'amore che non è intinta nel miele, ma che tocca comunque il cuore.
Avrei voluto scriverlo io, un piccolo capolavoro così... e la versione in collaborazione con le bravissime Paola Turci alla chitarra e Marina Rei alla batteria è veramente magica. Queste due sì che sono musiciste, non come quella mezza sgallettata della Tatangelo, che squallore... ma come si fa solo a nominarla... che tristezza per la musica italiana, avere gente così; e la tristezza comincia dai critici pseudoesperti, che fanno tanto gli schizzinosi e poi premiano gente completamente rincoglionita, invece di valorizzare chi davvero è bravo. Max Gazzè nemmeno tra i primi dieci, ho visto. Si vergognassero, non capiscono una mazza, con rispetto parlando. Rispetto per la mazza, ovviamente.

Il Solito Sesso (Max Gazzè)

 

 

Ciao, sono quello che hai incontrato alla festa,
ti ho chiamata solo per sentirti e basta…
sì, lo so, è passata appena un’ora, ma ascolta:
c’è che la tua voce, chissà come, mi manca.
Se in quello che hai detto ci credevi davvero,
vorrei tanto che lo ripetessi di nuovo…
dicono che gli occhi fanno un uomo sincero,
allora stai zitta, non parlarmi nemmeno.
Posso rivederti già stasera?
Ma tu non pensare male adesso:
ancora il solito sesso!
Perché, sai, non capita poi tanto spesso
che il cuore mi rimbalzi così forte addosso,
ed ho l’età che tutto sembra meno importante,
ma tu mi piaci troppo e il resto conta niente.
Dillo al tuo compagno che ci ha visti stanotte:
se vuole può venire qui a riempirmi di botte!
Però sono sicuro che saranno carezze,
se per avere te un pochino almeno servisse.
Posso rivederti già stasera?
Ma tu non pensare male adesso:
ancora il solito sesso!
Chiuderò la curva dell’arcobaleno
per immaginarla come la tua corona,
e con la riga dell’orizzonte in cielo
ci farò un bracciale di regina…
ma se solo potessi un giorno
vendere il mondo intero
in cambio del tuo amore vero!
Sai, qualcosa tipo “cielo in una stanza”
è quello che ho provato prima in tua presenza…
Dicono che gli angeli amano in silenzio
ed io nel tuo mi sono disperatamente perso.
Sento che respiri forte in questa cornetta…
maledetta, mi separa dalla tua bocca!
Posso rivederti già stasera?
Ma tu non pensare male adesso:
ancora il solito sesso!
Correrò veloce contro le valanghe
per poi regalarti la fiamma del vulcano,
respirerò dove l’abisso discende
e avrai tutte le piogge nella tua mano…
ma se solo potessi un giorno
vendere il mondo intero
in cambio del tuo amore vero!
Posso rivederti già stasera?
Ma tu non pensare male adesso:
ancora il solito sesso!
Ora ti saluto, è tardi, vado a letto…
Quello che dovevo dirti, io te l’ho detto.

domenica, 02 marzo 2008

Minchia!!!!!!!!!!! Che incazzatura!!!!!
Fanculo alla gente stronza che non si fa mai i cazzi propri.
Invadenti di merda.
Credo che scriverò più parolacce in questo post che in tutto il mio blog, ma fa niente.
Quando ci vuole, ci vuole, porca puttana. Ahè, ne ho scritta un'altra, accidenti.
Concludiamo in bellezza?
Caro signore, cagati in mano e prenditi a schiaffi, segui il mio saggio consiglio in stile Shpalman, che shpalma la merda in faccia.
Questa è certamente la ricetta giusta per imparare a farsi gli affaracci propri e ad avere rispetto per gli altri.
Non ho proprio più parole, non c'è limite alla facciadiculaggine.