giovedì, 31 gennaio 2008

30 GENNAIO 2008

 

Ci amiamo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
E' mia, solo mia, come la sua bocca, il suo corpo, la sua anima. E' mia, finalmente mia.
Ieri, 30 gennaio 2008: il giorno più bello di tutta la mia vita, dopo quello in cui ho conosciuto mio figlio, senza alcun dubbio.
I sogni s'avverano, se non si smette mai, davvero MAI, di credere in loro... ci vogliono Amore, dedizione, pazienza infinita e tanta voglia di scappare dalla realtà, per poi rituffarcisi dentro a piene mani, con l'audacia di una lucida follia, e goderla per com'è, splendida per me, adesso che ho lei.
E ora non ce la faccio a scrivere, ma lo farò, giuro a me stesso che lo farò, perchè non posso correre il rischio di dimenticare nemmeno un dettaglio di tutto ciò che è stato.
Se c'è ancora qualche persona amica da queste parti, regalatemi un cuore nuovo, vi prego, il mio si è frantumato di felicità, ieri.
WOWWWWWWWWWWW!!!!!!!!!!!!!

martedì, 29 gennaio 2008
Champagne,  nudi fondenti e teatro... con te, e non è un sogno, ma...

Non m'importa di tutto lo schifo intorno, non m'importa quanto io ci sia stato male, perchè non vale la pena di perderci l'anima, se in cambio c'è solo strafottenza. Voglio solo te, perchè tu sei diversa, insieme a quel tesoro dai capelli rossi di cui non farò il nome. Le uniche donne che m'abbiano saputo capire davvero.
Ti scrivo qui, prof., perchè non posso ancora fare il fiume in piena, che ti dice tutto così senza pudore. Qui tu non mi leggi, ma forse riesci comunque a sentire quel che penso e che trasmuto in parole virtuali.
Di nuovo insieme tra poco più di 48 ore, di nuovo con te. Spero di incontrarti ovunque, quando cammino per le strade della nostra città, ti vedo in ogni luogo e non t'incrocio mai; ma non mi serve affidarmi al Caso, perchè lui il regalo me l'ha già fatto esattamente un mese fa, il 29 dicembre, quando m'ha permesso di ritrovarti. Tutto quello che sta accadendo ora è merito tuo e mio, non suo. Ci stiamo costruendo intorno questa gabbia morbida, rossa, vellutata... da cui nessuno di noi due sembra voler uscire... io mi ci farei mettere all'ergastolo, sappilo, in gabbia con te. E c'è quello champagne che c'aspetta in fresco, a casa tua, quello che l'altra volta hai dimenticato per colpa mia, m'hai detto che t'ho confusa, stordita. Anche tu hai stordito me, ma stavolta brinderemo, brinderemo a quello che sei per me, da sempre, mordendo il cioccolato fondente che hai comprato in quella pasticceria artigianale di cui mi hai parlato con gli occhi vispi.
E, stasera, mi scrivi se io voglia stare seduto accanto a te a teatro, la settimana prossima: ci attende Aristofane, con la sua "gli uccelli", la spiegasti in classe, ricordi? Mi dici pure "sempre se sei libero, se ti va". Me lo chiedi pure, prof.? Venderei l'anima al diavolo per stare soltanto un minuto con te, pensa un po' cosa sarò capace di fare per essere in quel teatro insieme, al buio, per più di due ore, vicinissimi? Farò il pazzo, il pazzo. Voglio esserci a tutti i costi. Non posso parlare con nessuno di noi, quelli che ci conoscono entrambi non capirebbero, qualcuno non vuol proprio capire... ma pazienza, a me basti tu. Perchè è una vita che non mi sentivo così, perchè sapere di provare qualcosa di devastante e avere la quasi certezza che dall'altra parte si venga ricambiati con altrettanta intensità, è una delle sensazioni più intense di questo cazzo di mondo e io me la voglio vivere tutta, la mia felicità, non mi voglio perdere neanche un attimo di questa frenesia che mi tiene in ostaggio da un mese, perchè finalmente la mia vita sta prendendo la piega che avrei sempre voluto che prendesse... quello che prima era un sogno impossibile di un ragazzino troppo con la testa tra le nuvole, ora è una realtà che s'avvicina al suo compimento con la velocità di una tempesta di fulmini... mi rendi elettrico e quando ti stringerò di nuovo, e stavolta, stai attenta, azzarderò più d'un abbraccio, prenderai la scossa... la scossa, quella che tu mi scarichi sotto pelle, quando soltanto per un istante, "per sbaglio", mi sfiori...
Chiudo gli occhi e sei qui.
Ti voglio sempre di più.
domenica, 27 gennaio 2008

Spengo la TV
e la farfalla appesa cade giù
ah, succede anche a me
è uno dei miei limiti.
Io per un niente vado giù
se ci penso mi da i brividi.
Me lo dicevi anche tu
dicevi tu ...
Ti ho mandata via.
Sento l'odore della città
non faccio niente, resto chiuso qua.
Ecco un altro dei miei limiti.
Io non sapevo dirti che
solo a pensarti mi dai i brividi
anche a uno stronzo come me
come me ...
Ma non pensarmi più,
ti ho detto di mirare
l'amore spacca il cuore.
Spara! Spara! Spara, Amore!
Tu non pensarci più,
che cosa vuoi aspettare?
l'amore spacca il cuore.
Spara! Spara! Spara, dritto qui ...
So chi sono io
anche se non ho letto Freud.
So come sono fatto io
ma non riesco a sciogliermi
ed è per questo che son qui
e tu lontana dei chilometri
che dormirai con chi sa chi
adesso lì ...
Ma non pensarmi più,
ti ho detto di mirare
l'amore spacca il cuore.
Spara! Spara! Spara, Amore!
Ma non pensarmi più,
che cosa vuoi aspettare?
l'amore spacca il cuore.
Spara! Spara! Spara, dritto qui...

(Spaccacuore - Samuele Bersani)

E contro ogni pronostico, visti i miei gusti musicali, ne consiglio la versione cantata dalla Pausini... è sorprendentemente bella e stasera mi tiene compagnia, mentre penso da solo a tante cose.

venerdì, 25 gennaio 2008

Fine di un'Amicizia.

Written by: JackPummarolino alle ore 02:57 | Permalink | commenti (5)
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venerdì, 25 gennaio 2008
Come faccio a non trascrivere una delle ultime e più belle "fatiche" di R.?

Titolo: Papi, voglio fare il pesce rosso!

Era questa la sua idea di un paio di mattine fa e gli è venuta in mente per via di una scatola di plastica trasparente dalla forma vagamente tondeggiante, che era in casa. Non so bene cosa contenesse inizialmente, so solo che la mamma l'aveva lavata per conservarla, forse dovendoci riporre qualcosa dentro; ma R. ha pensato bene di riporvi dentro la sua testa.
Infatti, ha preso la scatola trasparente e se l'è messa in testa a mo' di casco. L'apertura era ampia, poichè era rotta (ed era pure tagliente, ho visto dopo!), così la peste ci ha ficcato tutta la testolina dentro e ha cominciato a fare il pesce rosso da dietro alla superficie bombata.
Non ha voluto togliersi quella roba di dosso nemmeno a colazione, quindi ci ha allegramente mangiucchiato dentro, appannandola ancora di più con la condensa del suo fiato, oltre ad averla inzaccherata di cioccolato di merendine.
Si è pure preparato lo zainetto per la scuola con quella cosaccia in testa. Dopo avergli detto almeno dieci volte di smetterla e dopo essere stato supplicato almeno cento volte di lasciargli fare il pesce rosso, ci ho rinunciato e mi sono detto "vediamo fin dove vuole arrivare, questo pazzo".
Quando siamo usciti di casa per andare a scuola, lui, e al lavoro, io, lui è ancora con quella sottospecie di palla di plastica in testa e fa con la bocca il verso che secondo lui fanno i pesci sott'acqua.
Saliva, sputazza e alitate a go go.
Per stare a guardare le sue cretinate, tra una risata e l'altra, io dimentico il ricettario sulla scrivania e torno un attimo dentro a prenderlo. Manco il tempo di fare due passi, che R. comincia a saltellare come un pazzo, sempre più convinto di essere Nemo, il pesciolino dei cartoni, ma... aveva talmente appannato con il respiro quella specie di casco di plastica, che ad un certo punto non deve averci visto più niente da lì dentro e così... non ha visto nemmeno il primo scalino fuori alla porta di casa ed è ruzzolato per altri 4 o 5 di quegli stessi scalini, finendo miracolosamente intero su un letto di foglie secche, faccia a terra, fuori dalla palla di plastica, volata via, e ridendo come un imbecille dentro al terriccio.
Ovviamente si è sporcato tutto di terreno, il giorno prima era pure piovuto, lascio immaginare la poltiglia che ci fosse per terra. Così, l'ho preso per i vestiti, tipo capretto da portare al mattatoio o tipo un piccolo Superman che vola, retto da due manone; e, infatti, reggendolo per il grembiulino lercio e i jeans, l'ho portato così dentro, per non fargli sporcare pure il pavimento con le scarpe piene di fango.
Corriamo in bagno, tento di levargli nel modo più cauto possibile gli abiti sporchi, senza sporcare pure i miei, e lo lavo da capo a piedi, tutto con una fretta mostruosa, visto che eravamo già in ritardo normalmente, figurarsi dopo un fattaccio simile. Non contento del guaio appena combinato, R. che fa, mentre gli lavo il viso? Tira fuori la lingua a tradimento ogni volta che gli passo la mano sulle labbra e me la lecca, ben sapendo che io odio queste schifezze, strillando tra una risata pazza e l'altra "Papiiiiiii, ti leeeeeeeeccoooooooo!!!" e SLAP!!
C'è bisogno di aggiungere che è entrato a scuola alla seconda ora e che io allo studio avessi una fila di gente in attesa che manco San Giuseppe Moscati?
martedì, 22 gennaio 2008
Nella palude

Come nel mito platonico, me ne sto seduto in un angolo della mia caverna a guardare le ombre della vita, che si riflettono sulla parete rocciosa, e credo che quelle siano la realtà, la verità. La verità, invece, sta di certo da un'altra parte, tutt'è uscire dalla caverna dei sensi e affrontare la luce della ragione per coglierla.
Il punto è che vorrei sapere dove sia finita la mia ragione. Non sempre posso far affidamento su di lei, sto notando che, paradossalmente, più passano gli anni, più questa mi tradisce, invece di rendermi saggio, come "vecchiaia" vorrebbe. Evidentemente non sono ancora così vecchio; e mi chiedo se mai lo sarò, pure quando non avrò più nemmeno un capello nero in testa.
Sto collezionando disastri uno dopo l'altro, mi ficco in situazioni assurde, folli, che so già mi porteranno solo a soffrire, ma... che posso farci, se senza emozioni forti non ci so stare? E' come se mi mancasse l'aria, sono alito vitale per me e se mi capita l'occasione di sentirmi il cuore saltare dentro, io non me la perdo, provo a vivermela fino all'ultimo respiro; poi, quel che succede è solo una stupida conseguenza di qualcosa che ho provato e di cui mai mi pento.
Adesso, vago in una palude silenziosa. Intorno il grigio dell'incoerenza, il vuoto dell'indecisione, i rami secchi per l'assenza della forza colorata della primavera mi graffiano il viso, mentre li attraverso ad occhi serrati per ritrovare il percorso che ho lasciato... e quant'è difficile riuscirci con la testa che non m'aiuta. E' tutto affidato al mio senso dell'orientamento, anche se dovrei chiamarlo del "disorientamento", ora. Credo che mi ci vorrà un bel po' di tempo per lasciarmi alle spalle quest'acquitrino melmoso. Nel frattempo, ci cammino dentro e non ho ancora una mia meta precisa.
I passi pesanti per le radici del passato, che li stritolano e impediscono loro di farmi saltare in alto per spiccare il volo e fuggire via dal pericolo. Ogni tanto una voraggine mi tira giù, come rabbiosi mulinelli. Poggio la pianta del piede e trovo solo il vuoto sotto. La testa affonda nel fango, agito le braccia per non essere risucchiato in profondità, chiudo ermeticamente le labbra per non bere la poltiglia marrone, ma quando riemergo, perchè riemergo, quel brutto sapore è comunque impastato sulle carni della mia bocca e anche se non l'ho assaggiato sulla lingua, posso comunque sentire che è cattivo.
Sono in attesa di una mano che si protenda verso di me, che mi offra il suo calore e mi salvi... o di una mano che con spietata freddezza e lucida compassione, mi affoghi una volta per tutte, premendo la mia testa sotto al fango, senza darmi più l'illusione di poter sfidare la forza degli oceani, se poi non riesco a stare a galla nemmeno nell'acqua stagnante, se da solo.
lunedì, 21 gennaio 2008
L'anima nello stomaco

Lo stomaco, la mia seconda anima. E' da sempre stato l'indicatore somatico di ogni mio sentimento. Scombussolato e bruciante, se arrabbiato; chiuso, se deluso; voracissimo, se felice; strizzato e fremente, se... innamorato.
Adesso, il mio è una vera e propria centrifuga, che si autodistrugge nel vortice del suo movimento impetuoso. Giorni che ti penso, notti che ti chiamo in silenzio e ti vorrei con me. Stringo l'aria tra le braccia e so che ci sei. Bacio il ricordo di ogni tuo sguardo e me lo sento scivolare nel sangue che ribolle per te.
Ho viaggiato verso Roma con addosso il profumo delle tue ultime parole scritte... e, sai, il rosso piace da morire anche a me. Ed estraniato dal mondo e dai binari con il mio iPod nelle orecchie, monopolizzato da "Voglio il tuo profumo", t'ho pensata mia, desiderandoti come mai prima d'ora, sebbene sia una vita che ti voglia tutta per me. Quello che mi scrivi, con la tua immensa delicatezza e sorprendente passionalità, m'infiamma e chissà se tu lo sai... forse, lo immagini soltanto e non ne sei certa, ma quanto vorrei darti io tutte le certezze di questo mondo, se solo potessi. Tante confessioni, prima segretissime, ora le condividiamo a distanza... ti fa paura, lo so, ne fa tanta pure a me, e anche se sono passati tanti anni senza star vicini, guardaci: è come se tutto quel tempo l'avessimo preso a calci, adesso, e fatto sparire. "Niente ci può sciogliere", come dice la nostra Gianna. In quel gioco di piccole sfide musicali che abbiamo fatto insieme nelle nostre ultime lettere, a suon di citazioni, hai avuto pudore di scrivermi questa, ma hai fatto in modo che io la cogliessi da solo e, infatti, io l'ho colta. Scherzando, m'hai dato 10 per l'intuizione... il mio primo 10 della storia con te, m'ha fatto effetto, lo sai? Ma sì che lo sai.
Forse, ti sto spaventando con tutto quello che ti confesso, nel silenzio di lunghe notti passate a scriverti con il cuore in gola e ad aspettare la notifica di te che m'hai letto. Forse, non credevi di essere stata così amata nella tua vita, almeno non così profondamente e certo non da me. E, invece, è proprio così, ti ho amata più di ogni altra donna da quando sono su questa Terra.
La tua telefonata, mentre ero in giro per Roma, mi ha spaccato il cuore. Sei stata infida e sexy, il tuo numero non me l'avevi dato, hai giocato a sorprendermi con quel tuo tono di voce allegro e sicuro del fatto suo. Sapevi che m'avresti turbato fin sotto pelle... so che questo ti piace, e quando fai così, tu a me piaci ancora di più, ma... stai attenta, perchè se giochi a sorprendere, non sai "contro" chi ti stia mettendo, davvero non lo sai...
Che qualcuno uccida i brividi che mi scuotono l'anima, non ce la faccio più.
giovedì, 17 gennaio 2008
SULL'ORLO DEL VORTICE GRAVITAZIONALE SI GIRA ALL'INFINITO SENZA CADERCI DENTRO...

Piove a dirotto. Mangiavo un panino, prima, il mio solito pranzo frettoloso, osservando le goccioline d'acqua sui vetri, che giocavano a rincorrersi, sfidando il freddo.
La stessa pioggia che, ieri sera, m'ha bagnato fin dentro alle ossa, dopo che l'ho salutata.
L'ho rivista, finalmente. L'ho ascoltata parlare, bellissima come sempre, attraente come nessuna con quel suo sguardo impenetrabile. Le ho fatto da cavaliere a distanza, si può dire, mentre eravamo lì, in quell'aula conferenze del centro culturale, seduti l'uno di fronte all'altra. Io, spalle alla platea, lei, invece, la governava saldamente con gli occhi. Governando me, che non riuscivo a distoglierle il mio sguardo di dosso.
Ho avidamente bevuto ogni sua parola, l'ho guardata forse fino ad imbarazzarla, ma lei le sfide non le perde mai, non si voltava altrove per schivare il mio silenzioso interrogatorio.
E quando ha finito il suo intervento, travolta da un applauso ammirato degli astanti, le sono andati tutti incontro per salutarla, farle domande, presentarlesi. Io ho aspettato quasi in fondo all'aula, appoggiato ad una finestra, osservando dalla distanza la scena, sorridente e sempre fiero di lei, del suo incredibile carisma che con gli anni non passa.
Carino coglierla a guardarmi con l'aria di chi non ami tutte quelle cerimonie e che cercasse in me un appiglio di salvezza. E al suo terzo sguardo del genere, mi sono avvicinato, facendomi largo tra quattro persone e le ho detto con una faccia tosta tremenda, porgendole il mio cellulare:"Professoressa, ho al telefono il collega di cui le parlavo prima, può liberarsi un istante?". Lei mi guarda con espressione interdetta, dapprima, poi capisce il mio gioco e con fare da commedia brillante risponde:"Ma certo, gli parlo subito! Perdonatemi, signori, grazie a tutti, buona serata... ci vediamo alla prossima lezione..." e così m'ha preso il cellulare di mano, trattenendo le risate, e ha iniziato a fingere di parlare con questo fantomatico interlocutore, allontanandosi dagli altri verso il fondo dell'aula. L'ho guardata camminare e fare l'attrice in quel modo così insolito... grandiosa.
Quando i più se ne sono andati, lei è tornata da me, m'ha detto a bassa voce "Grazie, sei stato geniale..." e poi ad alta voce "Allora, andiamo?" e io, senza sapere nemmeno dove, ho risposto al volo "Ma certo, dopo di lei" e, cedendole il passo alla porta, ci siamo lanciati un'occhiata da brividi, porcalaevasmandruppata.
Usciti dal palazzo, lei mi si mette sottobraccio... ricordo ogni singola parola che m'ha detto.
"Sali da me?"
"Da lei? Ma non è che..."
"... che mi disturbi? Se stavi per dire questo, G., vuol dire che ancora non ti è chiaro quanto io desideri la tua compagnia... ".
Io resto come un turzo, immobile. Credo di essere diventato paonazzo in viso.
"Forse è lei che non sa quanto io desideri la sua, tale da scemunirmi, come può ben vedere... allora, andiamo?"
"Sì, andiamo...".
Piove un po'. Le dico che posso prendere il mio ombrello dalla borsa, ma lei mi ferma.
"Ci stringeremo un po' e correremo sotto la pioggia, ti va?"
"Mi va..." le sorrido, sempre più stravolto dalla sua presenza. L'abbraccio con una mano sulla spalla, lei mi mette la sua dietro alla schiena, e iniziamo a correre piano tra la folla di Via Scarlatti, ridendo ogni tanto per gli spintoni dati e beccati da altri che correvano come noi tra le luci delle vetrine.
Entriamo abbracciati e un po' bagnati nell'androne del suo palazzo, il suo portinaio ci guarda.
"Buonasera, professoressa..."
"Buonasera, Martino, c'è posta?"
"No, professoressa..." e la guarda con la tipica aria impicciona dei portinai. Poi, guarda me. Io ricambio con un'occhiata che serviva a dirgli "Ma che cazz' tien' 'a guarda', sce'???". Così, giusto per discrezione, ho smesso di abbracciare la prof. e le ho fatto cenno di farmi strada, anche se ormai la conoscessi benissimo. Apre la porta di casa, getta via sull'appendiabiti il suo cappotto bagnato e mentre sto per sfilarmi di dosso il mio, mi abbraccia in un modo così travolgente e improvviso, che non mi dà nemmeno il tempo di capire. Il mio cuore schizza a 10.000 giri in un istante, me lo sento in gola, che mi scoppia con prepotenza.
"Finalmente... finalmente ti stringo, ce lo siamo scritti tante volte nelle nostre mail, non vedevo l'ora che accadesse davvero, G. mio... "
"Finalmente, sì... non ne potevo più..." ma m'è uscito un tono di voce così basso, che dubito m'abbia sentito. Stavo soffocando d'emozione.
Poi, d'improvviso si stacca, dopo avermi accarezzato la schiena con dolcezza e va verso un angolo del salone, invitandomi a sedere sul divano.
"Aspetta, manca una cosa..." mi dice, sorridente. E in un istante si diffondono per la stanza la musica e le parole di Gianna Nannini.
"Ora sì che è tutto perfetto, vero?" e mi si siede accanto.
Emozionato più che mai, le porgo il sacchetto con i miei due regali per lei. La mia prima tesi di laurea, che m'aveva chiesto l'altra volta, e il catalogo del Museo d'Orsay di Parigi.
Lei mi accarezza il viso, mi ripete di continuo "non posso credere che tu sia qui con me dopo tanti anni..." e legge la dedica che le ho scritto, visibilmente emozionata. Prima di scoppiare anch'io, mi impongo di ritrovare un attimo la mia solita faccia tosta e inizio a travolgerla di discorsi, domande, le racconto vecchi aneddoti e nuove cose, invitandola a fare altrettanto. E il tempo comincia a scorrere sotto i nostri occhi senza che ce ne accorgiamo. Ci sediamo davanti al suo pc, mi fa vedere che ha stampato ogni singola mail che le ho scritto. Le conserva in una cartellina trasparente, con dentro la cartolina che le ho mandato da Parigi e altre cose di me, risalenti agli anni della scuola e che credevo avesse gettato via.
"Vorrei dirti tante cose, ma la tua presenza mi annebbia la memoria e ora mi sembra che mi sfugga tutto di mente", dice, divertita e sorpresa di sè. Poi, mi prende per mano, portandomi in cucina, e mi dice che ha comprato una golosità soltanto per noi due. E tira fuori un pacchetto di pasticceria con dentro un vasetto di crema al cioccolato e dei savoiardi pieni di zucchero a velo.
"Sai, io sono golosissima..."
"Non l'avrei detto dalla sua splendida forma..."
"Ma guardalo, che galante..."
"E' la verità, è sempre stata ed è tuttora una donna incantevole, professoressa..."
"Non riesci a chiamarmi Lucrezia, vero...?" mi sussurra con aria furbetta, mentre mi piazza tra le mani un cucchiaio per prendere la crema al cioccolato fondente.
"Temo proprio di no, Lucrezia... vede? Mi viene male, lei mi mette soggezione, che ci posso fare?" e ride, divertitissima forse all'idea di mettere soggezione ad un uomo grande e grosso come me.
"Sei un tesoro... ma dove sei stato nascosto tutti questi anni, eh...". Ci trapassiamo le anime con gli sguardi e restiamo in silenzio.
"Be', assaggiamo, prof.? Dia qui..." e immergo il cucchiaio nella crema, ma lei...
"No, G., lasciati guidare, non si fa così... devi tenere il cucchiaio in questo modo e girarlo di scatto su se stesso, come si fa con il miele... guarda che bel ricciolo di cioccolato viene giù..." e mentre fa questo, mi tiene la mano sulla mia, stretta, per guidarmi nei movimenti. Siamo vicinissimi, il suo profumo mi spacca il cuore, vorrei baciarla, ma non trovo il coraggio.
Ci sediamo al tavolino della sua cucina e gustiamo quell'ottima crema, parlando di noi, a volte in modo palesemente provocatorio l'una verso l'altro.
Più volte, nello spazio angusto del tavolino, le nostre mani s'incrociano, si sfiorano, e ad un certo punto si stringono.
"Quanto sei bello, sei diventato un uomo splendido, eri già meraviglioso da ragazzo con quella tua timidezza, ma ora sei uno che fa perdere la testa alle donne, scommetto".
"Non a quelle che vorrei", rispondo, un po' imbarazzato, per buttarla sullo scherzo.
"Vieni, torniamo di là, voglio mostrarti gli ultimi libri che ho comprato" e si alza di scatto dalla sua sedia, irrequieta come mai l'avevo vista prima, trascinandomi in salone senza smettere un attimo di parlare.
Abbiamo guardato alcune sue foto, i suoi libri, di cui uno era per me; e in quel libro c'ho trovato dentro una cartolina che m'aveva preso all'ultima mostra d'arte a cui era stata.
"L'ho vista e t'ho pensato, mi è piaciuta subito, un po' come te".
Io, davvero rincretinito dal vortice di emozioni, riesco solo a dirle "grazie, che pensiero delizioso..." e senza, però, nemmeno rendermene conto, le passo una mano attorno alla vita, mentre siamo in piedi accanto alla sua scrivania. Restiamo così per qualche minuto, lei che parla, io che l'abbraccio delicatamente. Poi, all'improvviso, noto tra i suoi libri uno delle edizioni "Il Filo", la casa editrice che mi propose, l'anno scorso, un contratto di pubblicazione. Le racconto l'episodio e lei, stringendomi a sua volta, mi dice con tanta grinta e fierezza:"Ti voglio vedere in tutte le librerie, mio adorato G., tu puoi farcela".
Le riesco a dire che m'è mancata da morire in tutti questi anni, che ogni pretesto era buono per ricordarmi qualcosa di lei e che è stata la prima donna che ho amato. Lei ci rimane un attimo, sembra scossa dalle "rivelazioni", che tuttavia sapeva benissimo già in cuor suo, ma mi rendo conto che sentirsele dire con certezza deve fare un effetto diverso...
Suona, all'improvviso, "sei nell'anima" dallo stereo. E lei canticchia "e lì ti lascio per sempre...", mi guarda e mi strizza l'occhio. Guardo l'orologio, sono già le 21:00 passate e lei mi aveva detto di dover andare a cena con dei suoi amici, solo che forse, non avendo fatto caso al tempo che passasse, non si era accorta di essere in tremendo ritardo. Così, un po' in colpa per averla trattenuta tanto, le dico che scappo subito via, provando a soffocare dentro di me la tristezza di doverla salutare per forza. Anche lei perde quella luce brillante dagli occhi e annuisce.
"Ma dove hai la moto?"
"A piazza Vanvitelli"
"Ah, ma la mia pizzeria è proprio lì, se vuoi, possiamo scendere insieme... puoi aspettare che io mi prepari?"
"Sì, certo che posso aspettare, ma non vorrei imbarazzarla con i suoi amici, che la vedono arrivare con me, non so, mi dica lei..." e nel momento stesso in cui dico questa cazzo di frase mi pento di averla fatta uscire dalla mia boccaccia. Di che cazzo si dovrebbe imbarazzare, se tra noi c'è nulla?!? Che lapsus del cazzo! Le ho fatto palesemente capire che mi sto illudendo che tra noi ci sia qualcosa! Imbecille, coglione, deficiente, stupido, cretino e cazzone che non sono altro. Ma, sorpresa, lei risponde che forse ho ragione, che magari non è il caso "farmi vedere con un così bell'uomo accanto, che penseranno?".
Sbam, colpo di grazia! Non s'è certo risparmiata con i complimenti, roba da farmi venire un infarto.
A quel punto, ci avviciniamo all'uscio di casa e mentre stavo per congedarmi, mi frega di nuovo: mi butta letteralmente le braccia intorno al collo, mi stringe maledettamente, strusciando la sua guancia sulla mia e non lasciandomi più... e allora io la stringo forte, fortissimo, dicendole che sto meravigliosamente bene con lei e che non vorrei più andar via. Glielo dico con le labbra attaccate al suo orecchio, mentre lei mi percorre tutta la schiena con le mani quasi ad artiglio. In quel momento, la tensione erotica si tagliava veramente a fette, se solo avessi avuto più faccia tosta, avrei potuto baciarla, quando a fine abbraccio, siamo stati l'una di fronte all'altro per un lunghissimo istante, con le labbra che erano distanziate solo da un paio di centimetri, non di più.
"Spero di rivederla prestissimo..."
"Io di più..."
"Arrivederci, professoressa, lei è un incanto di donna..."
"Arrivederci, G., sarai nei miei pensieri..."
Quando ho sentito il rumore del legno della porta che si chiudeva, è stato come se un enorme macigno mi fosse caduto sul cuore, scamazzandomelo sotto il suo peso.
Ho corso veloce giù per le scale fino al portone del palazzo. L'ho aperto e mi sono precipitato fuori senza nemmeno rendermi conto del diluvio universale. Me ne sono accorto dopo qualche passo, che piovesse così tanto, che rincoglionimento atroce... così, mi sono fermato sotto ad una tettoia per prendere l'ombrello, pensando tra me e me "non correrò più sotto la pioggia senza ombrello, se tu non sei con me" e a passo svelto, riparato sotto il lucido tessuto blu del mio piccolo riparo con il manico, mi sono incamminato verso la moto. E su quella sì che mi sono fatto il bagno totale per ritornare a casa, ma ogni goccia di pioggia che m'è scivolata addosso mi ricordava la dolcezza del tocco delle sue mani su di me...
"Papi, dove sei stato?"
"A salutare Cupido"
"Quello che lancia le frecce amorose, eh, papi?"
"Sì, proprio lui..."
"E tu lo conosci veramente?"
"Sì, oggi me l'hanno presentato"
"E ti ha tirato una freccia proprio dritto dritto dritto dritto qui?" e si mette le manine sul cuore, ridendo.
"Mi sa proprio di sì, mi aiuti tu a curare un po' la bua?"
"Sì, ti dò un bacio sopra, va bene?"
"Va bene, proviamo"
"Però, sto tutto sporco di sughetto di pasta, fa niente, papi?"
"Fa niente, tesoro mio, dacci dentro con i baci"
"Ok!! Facciamo la ciacionata di coccoleeee!!"
Ho un amore di bambino.
E lei mi manca già da morire.
lunedì, 14 gennaio 2008
E ci sei, di nuovo, prepotente e decisa. Affascinante. Un'onda anomala che travolge e porta via.
Credevo fossi scappata e, invece, non era così. M'aspettavi. E ti mancavo. Che colpo leggerlo.
So che ti stringerò, so che pochi giorni ancora ci dividono. Verrò ad ascoltarti, mischiato tra i tuoi altri e sconosciuti ascoltatori al convegno. Sarò geloso dello sguardo di ognuno di loro, ma in cuor mio penserò "io la guardo da sempre, fregatevi" e poi ti guarderò ancora, come tanti anni fa, fremendo per incrociare cento e più volte il tuo sguardo, che sarà sorridente e al tempo stesso severo, come sempre. Vivo, ora, in vista di quelle due ore che c'aspettano. E dopo... dopo non lo so che cosa accadrà, fatto sta che ti vedrò e questo mi basta.
Sappi solo che me le inventerò tutte per restare da solo con te, a costo di sembrare un pazzo, farò e dirò qualsiasi cosa potrà tornarmi utile ai fini del mio scopo: dirti, con fare da finto uomo splendido, magari scherzandoci su per mascherare l'emozione, come mi riduci; spero di farlo standoti seduto accanto e mi chiedo se tu mi vorrai prendere la mano. Stringila forte, se lo farai, ti prego.
Adesso, vado a sbattere la testa nel muro, così smetto di pensare a cosa accadrà tra qualche giorno, altrimenti, imbranato come mi fai diventare, sarò capace di rovinare tutto in meno di un nanosecondo in tua presenza.
E, cazzo, se facessi un guaio simile, dovrei sputazzarmi nell'occhio vita natural durante.
Eviterei molto volentieri.
Aspettami.
venerdì, 11 gennaio 2008

GEMINI

Sono un pessimo blogger ultimamente. Che vuol dire essere un blogger? Forse, sottolineo forse, vuol dire scrivere per condividersi. Ecco, allora probabilmente non sono poi così pessimo, se vuol dire questo, perchè condivido pure troppo di me. Ma se essere un blogger vuol dire andare in giro a lasciare commenti in altri blog, spesso anche commenti di cazzo (diciamocelo, quanto li odio), allora sì che sono un pessimo blogger, visto che di giracchiare per le lande di splinder proprio non ho la testa. Mi scuseranno coloro che tengono particolarmente all'elevato numero di commenti sotto ai loro scritti, come se questo fosse sinonimo di importanza sociale, ma io da un po' di tempo a questa parte (e non so ancora per quanto) non sto contribuendo a far aumentare i dati statistici. Rischio che da queste parti non ci passerà più nessuno di questo passo. E che m'importa? Io resto qui a condividermi ugualmente, poi, chi vorrà, potrà sedersi un attimo accanto a me, anche senza farmene accorgere, e dirmi in silenzio "ciao, io ci sono per te, se vuoi". A me basterà tutto questo, perchè mi basta scrivere, mi basta liberarmi di tutti quei pensieri che mi esplodono dentro e che, per un motivo o per un altro, non posso dire ad amici e conoscenti. Amici... quanti ne ho? Dico di amici disinteressati da qualsiasi altro tipo di relazione con me, pronti ad ascoltarmi davvero, senza porsi a tutti i costi al centro dell'attenzione. Non lo so, meglio che io non mi metta a contare, perchè credo che non arriverei a completare le dita di una mano ed è meglio non avere di queste brutte certezze.
Che mi sta succedendo? Questo è ancora tutto da capire. Ho "spanish eyes" degli U2 che mi riempie i timpani di grinta e passione, così come quei due occhi nerissimi, che non riesco a togliere dai miei pensieri, mi riempiono il cuore di altrettanta passione travolgente.
Dove sei... la distanza è il non-luogo dove vive il sentimento indefinibile che ci sta legando, l'aria è messaggera di tensione, il buio è complice nel pensarti al passato, quando riuscivi a farmi scoppiare dentro solo pronunciando il mio nome, che riecheggiava tra i banchi di scuola. Voglio entrarti nell'anima, voglio che tu senta quel che ho sentito io per te per anni. Voglio quelle tue labbra, solo per una volta, non voglio altro da te. Un bacio. Per assaporarti. Per sentirti. Stretta a me, e non sarebbe la prima volta. Ricordi quel ballo, vero? Io lo ricordo benissimo, è conservato nella mia memoria in uno di quegli scrigni di legno senza particolari serrature, ma che è meglio non aprire, perchè quel che uscirebbe da dentro sarebbe più devastante del contenuto del vaso di Pandora. Tu, però, quel coperchio l'hai voluto aprire... sei sparita per anni, perchè è così che vanno le cose: la professoressa di latino e greco va salutata dopo la maturità e addio... e, invece, tu sei tornata come un fulmine a ciel sereno, hai squarciato l'atmosfera con la potenza del tuo fascino, intatto negli anni, incredibile... e m'hai rapito, gettandomi con forza indietro nel Tempo, facendomi sentire un ragazzino inerme davanti a te, che sei sempre così bella e seducente come allora, quando eri la docente più giovane e sexy di tutta la scuola, quando con le tue composte ed ironiche movenze sapevi conquistarci tutti... sempre la stessa, inconfondibile, la migliore. Se io sono così, oggi, è soprattutto merito tuo. M'hai plasmato. Quando in quei rari momenti di pausa ci parlavi dei tuoi sogni, io li ho assimilati e li ho fatti miei, quasi come per piacerti di più, provavo ad essere come tu avresti voluto che fosse il mondo. Ero solo un ragazzino e per te l'avrei sollevato, quel mondo.
Mi fai paura, perchè mi rendi debole come mai nessuna ha fatto, davvero nessuna. Sei la prima che ho amato con tutte le mie forze e forse sarai l'ultima, sei la prima per cui ho versato una lacrima di notte, più d'una, e se dopo vent'anni mi riduci ancora così, forse non m'ero sbagliato a dirti sottovoce, quella sera della festa dell'ultimo giorno di scuola, nel giardino di casa mia, "ti amo", mentre ballavamo stretti... ma tu non m'hai sentito o hai finto di non sentirmi, com'era giusto che facessi... che te ne saresti fatta dell'amore di un ingenuo sognatore di 17 anni? Ti ho detto "ti amo", te l'ho ripetuto in cuor mio miliardi di volte, guardandoti negli occhi, mentre spiegavi i tuoi classici del mondo antico.
Ed io, adesso, non te lo dirò più... ma tu stringimi ancora come quella sera, ti prego, e fai presto, perchè, lo sai, non so resisterti.



E' un colpo basso anche per l'anima,
un tranquillante inutile che mando giù,
perchè rinasce dalla cenere
ciò che non si è spento ma...

Stringimi queste mani fredde per la lunga attesa,
tienimi più vicino a te...
Scaldami tra quest'incoscienza e questa falsa resa
lasciami lentamente poi...

(Stringimi - Matia Bazar)