venerdì, 28 dicembre 2007

Ci sono giorni in cui ci si sente invincibili, alla faccia di tutto lo schifo che ci vaga intorno e che ogni tanto ci urta con fare distratto e non ci ripaga dei danni. Questo, per me, è uno di quei giorni in cui riesco a sentirmi "immortale", nonostante io abbia da poco ricevuto una pessima notizia. Inevitabile che il pensiero corra su binari di dolore e di dispiacere per la persona a me cara, a cui è cambiata la vita in un istante, inevitabile immedesimarsi e fermarsi a pensare "e se fosse successo a me?", ma... non saranno tristezza e nostalgia a sopraffarmi l'anima, non sarà questa strana atmosfera melensa di finte feste a piegare la mia indole perennemente burrascosa. So che ho soltanto fuoco nelle vene. Stasera, quel fuoco, brucia e forgia ogni mio pensiero. Sono pensieri di rivalsa, di forza.
E se potessi trasformarmi in parole, stasera, sarei queste, tra le più belle mai scritte.
Potenti. Fulgide. Imperiose.
Come una tigre.
Come me, adesso.

Tyger! Tyger! burning bright,
In the forests of the night,
What immortal hand or eye
Could frame thy fearful symmetry?

In what distant deeps or skies
Burnt the fire in thine eyes?
On what wings dare he aspire?
What the hand dare seize the fire?

And what shoulder, and what art?
Could twist the sinews of thy heart?
And when thy heart began to beat,
What dread hand, and what dread feet?

What the hammer? What the chain?
In what furnace was thy brain?
What the anvil? What dread grasp
Dare its deadly terrors clasp?

When the stars threw down their spears,
And watered heaven with their tears,
Did he smile his work to see?
Did he who made the Lamb, make thee?

Tyger! Tyger! burning bright,
In the forests of the night,
What immortal hand or eye
Dare frame thy fearful symmetry?

(William Blake - The Tyger)

giovedì, 20 dicembre 2007

ANIMALS...

Gli animali. Che simpatiche bestiole. Soprattutto i cani (ho detto "cani", non "cagnolini", capisc' a me!) e i gatti. Non ho mai avuto belve in casa, non perchè non vada d'accordo con loro, anzi, con gli animali degli altri gioco volentieri, ma poi non mi devono rompere li cojoni con cacche, pipì, gravidanze isteriche e malattie varie. E, poi, c'è anche un altro motivo per cui non ho mai avuto animali. Li trovo completamente imprevedibili ed inaffidabili. Già lo sono io di mio, non posso interagire con chi lo sia più di me, sai che casino poi???
Eccovi due aneddoti a sostegno di questa mia validissima teoria sul mondo a quattro zampe.

JACK E IL CANE

Ieri pomeriggio, mi ero recato a far visita ad una mia paziente. La signora abita in un parco che, sebbene sia in centro, è decisamente poco illuminato e pieno di vegetazione.
Finita la visita, m'incammino in questo viale abbastanza buio, in mezzo alla selva oscura di piante. Ad un tratto, sento da uno dei cespugli sul ciglio del vialetto degli strani rumori. Mi fermo un attimo e guardo in direzione del fruscio di foglie, inizialmente debole.
"Sarà un micino", mi dico, e mi piego un po' per guardare tra le fronde. I cazzi miei, io, MAI.
Avvicino un po' la faccia alle fresche frasche e sento... FRRUSSSHFROOOOSSHH SPRRUUSSHH SGRAAATT!!
"All'anima del micino, ccà ce sta 'na pantera!" esclamo, parlando pure da solo, tentando di darmi coraggio, visto che comunque ero solo al buio in mezzo al boschetto. Giusto in lontananza la luce di un fioco lampione al neon.
Penso che forse sia il caso di allontanarmi e di rinunciare ad accarezzare il presunto gattino/pantera, quando ad un certo punto "WUUUOOFF!!" e sbuca fuori dalle piante un pezzo di alano arlecchino ENORME.
Lo guardo, un attimo perplesso sul da farsi. La belvuccia, una specie di cavallo dalle sembianze canine, mi guarda di rimando non esattamente con simpatia. Resta immobile, mi fissa e comincia a ringhiare piano piano.
"Buono, bello, vieni qui... fatti fare una carezzina..." tento di usare il tono di voce più flautato di cui disponga, per cercare di rabbonire quella specie di mostro, ma peggioro decisamente la situazione, quando tento di accarezzargli la testa, nel punto che dicono sia tanto gradito ai cani, tra le orecchie. Ma 'sti cazzi, tanto gradito! L'alano si è incazzato, ma si è incazzato, ma si è incazzato che non vi dico quanto!
Mi abbaia contro fortissimo, mettendosi piegato sulle zampe posteriori, come a dire "Mò ti zompo 'ncuoll' e ti sbrano, se non te ne vai a fanculo!". Al che, molto carinamente, lo saluto con tutti gli omaggi del caso e m'incammino a passo più che svelto verso il cancello di uscita, distante ancora un bel po' di metri da me.
"Non correre, che s'incazza di più ed è matematico che ti seguirà..." dicevo tra me e me, allungando sempre più il passo, quando ad un tratto sento dietro di me il tipico rumore di unghie canine sull'asfalto, mi giro di scatto e vedo questa specie di fantozziano Ivan il Terribile 32esimo, che mi rincorre. A quel punto, fiuuuuummm!!! Ho messo il turbo e ho iniziato a correre velocissimo!!!
Con la bestia feroce alle spalle (penso di non aver mai corso tanto in vita mia), volo fino al cancello, che mi rendo conto essere chiuso. Il tempo di citofonare alla mia paziente per farmi aprire non ce l'ho, così che faccio? In preda al panico, lancio la mia borsa dall'altra parte del cancello, rischiando che qualcuno se la freghi pure al volo (stiamo a Napoli, non dimentichiamocelo), mi arrampico su per le sbarre, scavalco e, molto furbamente, mica scendo pian piano dall'altro lato?!?!? NO!! Mi lancio dall'altezza di quasi 3 metri in stile Spiderman e atterro in modo scompostissimo, rischiando una frattura multipla, contorta e inturcinata alla caviglia destra. Fiuuuu... pericolo scampato, comunque. Mi giro verso il cancello e vedo quel cazzo di cagnaccio con la testa tra le sbarre, che continua ad abbaiarmi contro. Così, mi vendico, e gli sussurro piano tante di quelle parolacce, che, se m'ha capito, si sarà pure scandalizzato.
Mentre sto per andare via, si sente poco lontano la voce della sua stronzissima padrona, che lo chiama...
"Neeeeeeeveeee...??? Vieni qui, tesoro della mamma, non dare fastidio ai passanti!"
Coooosaaa?!? Quella specie di leone famelico senza criniera si chiama NEVE???? Ma ci vuole un coraggio a dargli un nome così delicato!
La signora, poi, mi urla da lontano "Tutto a posto, lei?". Tutto a posto??? Io questa la meno! Ma mi limito a risponderle soltano: "Sì, tutto a posto, signora, ma la prossima volta, il cavallo lo tenga nella stalla..."

JACK E IL GATTO

Oggi, laurea di mio nipote. Aula magna piena pienissima di amici e parenti dei candidati, fiori di qua, professori di là, foto e tutte le solite cose che si vedono alle lauree. Tranne una...
Ecco i fatti: mentre l'ultimo candidato discute la sua tesi, succede una cosa totalmente inattesa. Un intruso si presenta, fulmineo e dirompente, nel bel mezzo dell'aula, seminando il panico, ma proprio il panico!
E chi era? No, non era un T-Rex. Era un gatto nero!
Non si sa come sia riuscito ad intrufolarsi nell'edificio, fatto sta che il micio aveva deciso di assistere alle sedute di laurea, solo che, vista la stranezza dell'episodio, e visto il colore del suo manto, rigorosamente total black, la sua presenza ha suscitato, a parte lo stupore, un misto di sdegno scaramantico, paura, risate e "grattatine" in posti dove non batte il sole da parte dei più disinibiti.
L'ingresso della bestiola, però, è stato trionfale. Infatti, il gatto cosa fa?
MIAOOO!! E salta da un lato non ben identificato sulla cattedra, scombinando una marea di fogli con le zampette e sgattaiolando davanti a tutti i professori come un impunito!!!
"AAAAAHHHH!!!!" urla una di loro, un po' vecchiazza, che per poco non le viene un coccolone, mettendo le mani avanti e sgranando gli occhi per la paura! Risate generali, il candidato scatta indietro con la sedia, i professori quasi non possono crederci e pensano sia uno scherzo di cattivo gusto di qualcuno, tanto che il presidente della commissione s'incazza e chiede "Ma di chi è questo FELINO???" e invita tutti a ritrovare la calma e la concentrazione dopo lo strano intermezzo. Tuttavia, con il gattazzo ancora in giro per l'aula, risulta davvero difficile star calmi e seri, perchè la bestiola, spaventata da tutte quelle persone, comincia a correre dappertutto in modo sconclusionato, insinuandosi sotto alle sedie e poi sparendo tra cappotti, borse e cose varie, tanto che ad un certo punto, con una buona dose di brivido da rullo di tamburi, molti, me compreso, iniziano a dire "Ma dove sarà finito? Dov'è?" e ognuno guarda sotto la propria sedia, per cercare tracce del micio clandestino. M'abbasso pure io per guardare e MIAAAAAAAAOOOO!! Il gatto, ma guarda un po' che coincidenza CARINA, sta proprio sotto la MIA sedia e mi graffia la caviglia con una viulenza esagerata, manco gli avessi dato un calcio in bocca!! Memore del cane di ieri, ho pensato che un calcio glielo avrei potuto davvero dare, al micione, anche a mo' di vendetta trasversale, ma l'animalaccio è fuggito più veloce della luce e, incredibile, siore e siori, si è buttato giù dalla finestra in un impeto suicida!!
Forse avrà pensato "Se non mi butto di sotto da solo, questo tizio barbuto mi farà di certo volare giù lui, tanto vale che ci pensi da me!" e così ha fatto il kamikaze. Qualcuno si è affacciato, in quell'attimo di atterrito silenzio, per vedere che macabra fine avesse fatto la perfida canaglia. Magari già se l'erano immaginato tutto spiaccicato per terra in una pozza di sangue e invece lo vedono sculettare rapidamente per il vialetto della facoltà, bello fresco e tosto, felice di aver ridicolizzato una, fino ad allora, solenne seduta di laurea e di aver distrutto i miei calzini blu.

Bestie immonde... tsk...

martedì, 18 dicembre 2007

COLORI PROIBITI...

Mi hai chiamato con una scusa, ore fa. Fin dalla prima telefonata che mi facesti hai usato una scusa, tu... ormai ti conosco.
Mi hai detto di passare da te. Ho esitato. Non corro più a 200 km all'ora incontro al pericolo, troppi schianti e per poco non ci ho lasciato la pelle e l'anima, ora sto più attento. Sì, più o meno.
Hai insistito con quei tuoi modi provocanti, sorridevi, sicura di te, dall'altro lato della cornetta, come chi pensa di aver in pugno l'avversario. Hai sussurrato qualcosa che non ho capito, ti ho chiesto di ripetere, m'hai risposto che me l'avresti ripetuta soltanto di persona, di lì a breve, se avessi accettato il tuo invito. "Sono sola..." hai aggiunto, ma questo l'avevo capito, cosa credi.
Ti ho risposto che non sarei venuto, hai smesso di sorridere. Ti ho augurato la buonanotte e ho fatto finire velocemente quella telefonata con un senso d'amaro sul palato e un'assurda frenesia sotto pelle. Colpa di questa frenesia folle, però, se dopo dieci minuti ero in camera mia, in penombra, ad indossare di fretta una camicia pulita e a spruzzarmi sul collo un velo di profumo, quello che ti piace. Me l'hai detto a settembre, che ti piaceva, in un attimo in cui affondasti il naso nel mio petto e lo baciasti, fuori alla porta del mio studio. Non l'ho dimenticato, come vedi.
Ho corso in moto per le strade vuote di un gelido lunedì sera partenopeo. Le luci della città, in questa serata di ghiaccio, mi sono sembrate più nitide, brillanti come mai, in un'atmosfera che sapeva di neve, trattenuta solo dalla latitudine, restia a lasciarsi andare al candore del bianco. Qui domina il blu del mare. E il rosso delle tue labbra, che scioglierebbero ghiacciai.
Mi sono sentito la pelle del viso graffiata dall'aria fredda, la sensibilità delle mani quasi nulla; erano strette attorno al manubrio più per inerzia che per reale convinzione. Dalla strada, prima dell'ultima curva da percorrere, ho visto la luce di casa tua accesa nel salotto. Una luce fioca... ti ho immaginata distesa sul divano, magari a leggere qualcosa, per cacciar via la delusione di non essere riuscita a fregarmi. Quella luce fioca parlava di una donna sconfitta nel suo fascino, parlava di te, che ancora non sapevi della mia corsa attraverso la città, solo per vederti.
Ho citofonato a casa di sconosciuti per farmi aprire il cancelletto; ho detto di essere il signor Morganti, uno dei cognomi stampati sulla pulsantiera, uno a caso, perchè mi piaceva il cognome, e ho detto di aver dimenticato le chiavi del portoncino. Una signora gentile e cordiale l'ha aperto con il contatto elettrico e mi ha augurato, tutta dolce, di trascorrere una buona serata. Deve essere una persona affabile, questo signor Morganti, per ricevere un così accogliente saluto da una condomina, l'ho scelto bene, l'alterego citofonesco.
Sono salito a piedi per le sei rampe di scale che mi dividevano da te, salendo i gradini due alla volta, serrato nel mio giubbotto, mani in tasca e mille pensieri per la testa su cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato per me. Non ho saputo rispondere, non lo sapevo in quel momento. Era stupido parlare di giusto e sbagliato, proprio in quel momento. Contava solo la mia volontà, non quella razionale, che mi urlava "scappa lontano da qui", ma quella animalesca, istintiva, quella che si nutre solo di passioni. Il mio cibo preferito.
Trattenendo il respiro pesante per la corsa su per le scale, ho appoggiato l'orecchio alla porta di casa tua, dopo averla guardata per un attimo. Stavi ascoltando musica. Non una canzone a caso. Quella che mettesti su l'ultima volta che facemmo l'amore di nascosto, a casa tua, l'ultima volta prima che mi dicessi "è finita". "Forbidden colours" di David Sylvian. Non l'ho ascoltata più per almeno dieci anni, dopo quel giorno, ma tu questo non lo sai. E tra i tanti ricordi rapidissimi, in quegli attimi fuori all'uscio di casa tua, mi è venuta in mente anche la prima volta che sono passato attraverso quella porta... ero solo un ragazzo e già allora ero emozionato all'idea di rivederti dopo quel primo incontro a Nerano, insieme a mio fratello. L'incontro che m'ha cambiato la vita.
Ho sfiorato il campanello, ha suonato quasi mio malgrado. Ho sentito i tuoi passi, eri scalza.
Quando hai aperto la porta, hai fatto una faccia meravigliosa. Stupita, incredula, sorpresa... e anche vittoriosa sotto sotto, ma emozionata, si vedeva, parlavano le tue guance. M'hai detto "Entra, pazzo...", t'ho guardata soltanto, un sorriso sornione, niente spiegazioni sul mio cambiamento repentino d'idea. T'eri preparata per me, convinta che avessi accettato al primo colpo, e non t'eri ancora andata a cambiare per metterti qualcosa di più comodo dopo il mio rifiuto, avevi tolto solo le scarpe. Addosso un vestito di lana color porpora, aderente, collo alto... ti fasciava e ogni forma era un supplizio per le mie mani, volutamente tenute a bada.
Ti sei avvicinata, hai tirato giù lentamente la cerniera del mio giubbotto... m'hai detto di far caso alla canzone, t'ho risposto che l'avevo già sentita da fuori, mentre ti aiutavo a sfilarmi il giubbotto di dosso. M'hai tolto via anche il pullover, senza dire niente. Le mani tra i bottoni della camicia. La canzone ha ripreso a suonare dall'inizio. T'ho guardata con fare interrogativo, un pizzico divertito.
"Sarà la decima volta che l'ascolto dopo la nostra telefonata... sa di abbandono, questo pezzo, so quanto male ti abbia fatto quel giorno, ma ne feci anche a me, dicendoti di andar via... e stasera che t'avrei voluto qui con me, il tuo no m'ha lasciata con addosso tanta malinconia e così l'ho messa per farmi compagnia, ma poi tu..." e m'ha stretto, m'ha stretto forte. L'ho abbracciata anch'io, più forte di lei.
"Colori proibiti... dimmi che stasera divieti non ne abbiamo..." le ho detto così per non restare zitto, per avere esplicitamente il suo assenso a lasciarci andare per una notte, con la paura inconscia di un suo "no".
"No, non ne abbiamo..." m'ha forato le pupille con le sue.
Un bacio. Poi, un altro. E ancora, ancora baci, di quelli che solo lei sa darmi. Di quelli che, se fossi pazzo sul serio, mi farebbero di nuovo innamorare perdutamente.
Ma io non sono pazzo sul serio.
Solo un po'.
E solo se voglio... però, anche il tuo profumo è buono...

sabato, 15 dicembre 2007

Un pianoforte, un sorriso familiare, una notte di ghiaccio... ed io.

Avevo deciso di restare a casa, stasera. Fuori fa un freddo che fa battere i denti, il che non incoraggia le uscite mondane.
Non mi andava di "acchittarmi" per la serata e andare a fare il pazzo in qualche posto, non mi andava di fare il giro di telefonate, non mi andava di far nulla, avevo solo voglia di riposarmi e così stavo facendo, stravaccato sul divano, mentre chiacchieravo qua e là al pc.
Poi, una telefonata, davvero inattesa. Mia madre.
"Jack, mi ha chiamato Lucia..."
"Lucia? E chi è, ma', 'sta Lucia?"
"Ma come? La figlia del giudice Xxxx, la nostra vicina di casa."
"Ah, sì sì, l'ho incontrata di sfuggita per strada, giorni fa... ci siamo fermati due minuti e ci siamo salutati."
"Sì, lo so..."
"Ah, te l'ha detto?"
"Sì, sì..."
"E non ti ha certo chiamato per dirti solo questo, immagino... che mi devi dire?"
"No, certo che no, voleva il tuo numero di casa."
"E perchè?"
"E non lo so, tesoro, attacca e aspetta, ha detto che ti avrebbe chiamato a breve."
"Mamma... se è una seccatura, guarda... io già ne ho tremila..."
"Dai, come potevo non darglielo?"
"Va bene, dai, ok... tu stai bene?"
"Sì, certo, sto bene, dai, chiudiamo?"
"Che è questa fretta?"
"No, no, che fretta? Chiudiamo?"
"Mamma... ??? Senti, non dirmi che sei curiosa di sapere che cosa voglia Lucia da me, eh... 'ste cose le fa papà, non tu...!"
"Un pochino pochino, su... sono curiosa solo un pochino..."
"Va beeene... allora chiudo, ok?"
"Sì, ma poi mi richiami?"
"Mamma... e dai!"
"Ma su, non ti chiedo mai niente, però di Lucia sì, la conosco da piccina! Dai, vero che mi richiami?" e sorride.
"Ok, ti richiamo, quando fai così, sei irriconoscibile, non dovresti frequentare quell'impiccione di papà..."
Dalla cornetta, poi, si sente nei paraggi...
"Che ha detto? Che ha detto? Ti richiama?"
"Mamma?!? Ma insomma, ti fai suggerire le cose da lui!! Ma che fai la scagnozza di papà?? Dicevo io che eri strana!"
"E su, capiscimi, Jack, abbi pazienza, ho tuo padre che mi tartassa, non volevo fare la ficcanaso!" e stavolta ride proprio, mentre lui si lagna per essere stato scoperto.
"Siete un'associazione a delinquere, voi due... vi chiamo dopo, magari ora Lucia sta provando a chiamare e trova pure occupato, così non saprete mai niente... ciao ciao..."
"Ciao, aspettiamo, eh?"
"Sì sì, ciao. Click" ovviamente dopo non li ho richiamati.

Dopo un attimo, squilla il telefono. Ed è proprio questa Lucia.
Convenevoli vari, "che piacere averti incontrato l'altro giorno bla bla bla", "non ti vedevo da secoli bla bla bla", "ti ho trovato benissimo bla bla bla" e cose così, dette a vicenda. Poi, un attimo di imbarazzato silenzio, che spezzo in modo molto diretto.
"Allora, Lucia, dimmi, posso esserti d'aiuto? Come mai questa telefonata?" e lei s'inceppa un istante, quando mi spiega che ha chiesto il numero a mia madre e che non voleva imbarazzarmi con questo e bla bla bla.
Tento di farle capire carinamente che non c'è problema e di arrivare al dunque, anche perchè sono sempre più convinto che le occorra un favore da me, per come parla, tutta impacciata e temporeggiatrice, quindi, voglio sapere di cosa si tratti. E poi, poi, poi... se ne esce con un invito.
"Stasera, in un piccolo teatro dismesso del centro storico, suona un mio caro amico pianista e dopo ci sarà una degustazione di vini campani con un piccolo party... ricordo che tu suonavi sempre da ragazzo, ti va di accompagnarmi?"
Dico di sì. L'invito non è male. Serata tranquilla, d'atmosfera, lei è pure simpatica, giocavamo insieme da piccolissimi, poi ci siamo persi per anni... insomma, è un'occasione per riallacciare una vecchia amicizia, quindi, perchè no?
Le dico che passerò a prenderla per le 22:30. Alle 23:00 inizia il tutto, con la moto ce la si fa, gelo permettendo. Del resto la macchina ancora non l'ho ricomprata, quindi o così o così.
Mi vesto di corsa, per fortuna m'ero docciato prima. Jeans beige, pullover a collo alto nero, Clarks, cappotto alla Corto Maltese. Informale e casual. Se po' fa'. Mi guardo, mi piaccio abbastanza (non è vero, mi piaccio tantissimo!). Come al solito ho la barba che se ne va per i cavoli suoi, idem i capelli, ma va bene così, fa molto intellettuale finto trasandato e in un posto del genere è perfetto. Tanto il casco finirà di spettinarmi, non ci perdo tempo con i ciuffi ribelli.
Arrivo sotto al parco di Lucia, che poi è anche il parco dei miei. Così, sovrappensiero, citofono per sbaglio a casa di mia madre e mio padre.
Risponde mamma.
"Sì? Chi è?"
"Uh, mamma, scusa, ho sbagliato, colpa dell'abitudine! Volevo citofonare..."
"Ma chi è?"
"Mamma, ma come chi è? Sono Jack!"
"E tu che ci fai qui a quest'ora? E' successo qualcosa? Ma hai cenato?"
"Ma sì che ho cenato, ma'... non ti preoccupare, ho sbagliato pulsante, volevo citofonare Lucia, scusami, se t'ho svegliata."
"Ahhh!! Ma uscite insieme, che bello!"
"Mamma, per favore... "
"Sì, sì, hai ragione, al citofono non sta bene parlare di cose personali... Alberto, aspetta un momento! Zitto, non sento, se tu mi parli nelle orecchie!"
"Passami papà un secondo, per favore, ma'..."
"Ok... Alberto, ti vuole Jack..."
"Uè, caro!"
"Se se... ma che uè caro? Papà, che vuoi sape'?"
"Ma ti piace?"
"Ma chi??"
"Lucia, no?"
"Ma chi se la ricorda?!"
"Guarda che è troppo bo... hmmm, boccaccia mia! Insomma, fidati di papà tuo, onora il buon nome della nostra famiglia!"
"Sarebbe a dire "trombatela!", papà?"
"Jack! Perbacco! Che modi!"
"Buonanotte, pa'... nun ce pensa'..."
"Buonanotte, buonanotte! Buona serata, divertitevi!"

Allora: io capisco che i miei genitori mi vorrebbero vedere sistemato con qualcuna che piaccia anche a loro, come tutti i santi genitori di questo mondo, ma... cazzo!!! Ho 40 anni! Certe volte proprio non c'arrivano...
Comunque, citofono a casa di Lucia. Scende in due minuti, era prontissima, non ho aspettato nemmeno un po'. 10 punti a suo favore. E' anche molto carina. Altri 10 punti a suo favore. E ha un buonissimo profumo. Ancora 10 punti a suo favore e siamo a 30, ci manca solo la lode, ma se la becca per come si regge a me sulla moto. Discreta, ma non troppo. Le mani al punto giusto, la stretta non è ostentata, ma c'è. Bene, bene, bene.
Arriviamo in questo localino, che è davvero molto insolito e accogliente. Il pianista è già seduto in postazione, prova lo strumento, le luci sono ancora alte. C'è tanta gente, ma non troppa, non si sta affogati. Vedo qualche faccia conosciuta, Lucia mi presenta al suo gruppo di amiche, scambiamo due chiacchiere e manco a dirlo, sono l'unico uomo in mezzo a cinque donne. Devo avere una sorta di santo protettore, che mi procura spesso e volentieri serate da harem, cosa che io adoro!
La serata, infatti, inizia in modo molto divertente, in quanto vengo ovviamente eletto bersaglio di battute e sfottò elargiti alla categoria "mascula". Le mie strenue difese suscitano ilarità e così, ridendo e scherzando, prendiamo degli stuzzichini e ci andiamo ad accomodare su dei divanetti. Il pianista inizia il suo show. Bravissimo. Propone una scaletta di pezzi pop-rock completamente rivisitati in chiave "classica", con arrangiamenti particolari e inattesi. Di ogni pezzo, canta solo il ritornello. Bella trovata, d'effetto. Occhi chiusi verso le luci basse, che oscillano tra il violetto/blu/rosso e tanta passione in quelle agili dita. Insomma, m'emoziona e non poco.
Lucia è molto carina, la guardo con la coda dell'occhio, ogni tanto, e mi ricordo di lei da bambina. Non è cambiata molto, ha gli stessi occhi vispi e timidi al tempo stesso; le guardo le mani e hanno di diverso solo il fatto di essere pulite e non sporche di terriccio... lei amava fare pasticci nei secchielli con acqua, foglie, terreno e semi... li chiamava "gli intrugli del professor Ghigno", ci divertivamo tantissimo a fare quelle schifezze, io ero il raccoglitore di erbe velenose, mi gasavo tantissimo.
Le sussurro nell'orecchio proprio questa cosa del professor Ghigno e lei scoppia a ridere sommessamente, posando una sua mano sulle mie. Gliela stringo, in segno di complice familiarità, come a farle capire che non la reputo un'estranea, anche se sono circa 20 anni che non si stava seduti così vicini e che non si rideva insieme di scemenze. Sto bene, mi sento libero, la testa sgombra, respiro me e la mia vera natura.
A fine spettacolo, un paio di ragazze ci portano vari calici di vino e dei tranci di buona e caldissima focaccia olio, sale e pepe. La conversazione è davvero amabile, faccio la conoscenza dell'abile pianista, mi complimento sinceramente con lui e lo invito a sedersi al nostro tavolino, anche per darmi man forte con le cinque arpie.
E poco fa sono rientrato, dopo aver riportato Lucia a casa, quasi con la sensazione di dover varcare la soglia di quel portone per me così familiare insieme a lei... e magari fare a gara per premere per primo il tasto "7" sulla pulsantiera dell'ascensore, come facevamo da piccoli, e poi salutarci con un sorriso complice fuori alle rispettive porte di casa e con il nostro solito "ci vediamo domani giù al parco, fai presto i compiti!" e congedarci, soddisfatti, e già con la testa ai giochi del giorno dopo...
Questo sì che sono io... e fa freddo, ma solo fuori.

giovedì, 13 dicembre 2007

GLI SPOT NASCONDONO ATROCI VERITA'...

Analisi socio-tele-psico-comunicativa di un ormai storico spot tormentone dei mitici anni '80.
Chi di voi ricorda la pubblicità molto tropical, molto relax, molto mabeati'stistronzi, insomma molto da bava alla bocca del Caldobagno De Longhi?? Impossibile che non ve la ricordiate, a meno che non foste ancora nati nel 1988, ma si suppone di sì, cari anziani visitatori del mio blog (e dopo questa, non passò più nessuno di qui...).
Eccovi il testo dello spot, sbobbinato come una lezione universitaria, con tanto di acuti commenti d'accompagnamento.
Entriamo nei dettagli e cerchiamo di scoprire i messaggi subliminali che il signor De Longhi e la sua furba équipe di pubblicitari vollero lanciare, all'epoca, ai nostri cervelli.
In rosso troverete il testo originale dello spot, tutto il resto è farina (sicuro che quella polvere bianca sia farina???) del mio sacco (sacco pieno o sacco vuoto?).
Guardate, guardate...



"Caldobagno De Longhi è programmabile"
(eh, i progressi della tecnologia digitale, quando allora per sentire 20 volte di seguito una canzone sul walkman, dovevi consumare il tasto Rewind, spesso anche tosto da premere, e naturalmente anche il nastro della cassetta, che dopo riusciva ad emettere solo suoni del tipo "sgluuushhhblluuuoooaagguu").

"Si sveglia qualche minuto prima di te"
(poi ti prepara il caffè, ti aiuta a fare il bidet, ti sceglie la cravatta, c'è perfino il modello che ti sceglie la mutanda abbinata ai calzini, ti chiede cosa vuoi per pranzo/cena e se gli lasci le bollette sul tavolo, va pure a pagartele all'ufficio postale).

"E... scalda... "
(detto con voce suadente, con un sapiente attimo di silenzio tra la congiunzione "e" e il verbo "scalda", roba che in quello "scalda" c'è tutto un retrogusto sexy puccello, tale che l'incauto cliente, davanti al teleschermo, già potesse immaginarsi immerso nella sua vasca di casa 100x40, comodissima tra l'altro, attorniato da disinibite fanciulle ucraine, cinesi e colombiane, per la serie viva la multirazialità, basta che si tromba).

Le immagini intanto mostrano una coppia tipica italiana, composta da marito abbastanza orribile e moglie abbastanza carina, felicemente addormentati e pronti al risveglio. A risvegliarli, infatti, ci pensa il caldobagno, che suona anche la tromba all'alba. Il marito, però, e si suppone dai movimenti rapidi con sui si alza dal letto, sembra svegliarsi a causa di piccole colichette intestinali con tanto di peto "liquido" incluso, che lo obbliga a correre alla toilette. La tesi è confermata anche dai saltelli un po' effeminati, che potete vedere non appena lui entra in bagno, saltelli che lo aiutano a tenere ben serrato l'orifizio anale, pena il Vajont.
Ma eccoci all'analisi vera e propria di questo losco soggetto, metà essere umano, metà ippopotamo a dieta, che fu scelto per fare la parte del "caldobagnato".

Faccia: di kiulo, indiscutibilmente.
Fisico: non ne parliamo proprio, asciutto come una foca.
Voce: devo infierire? L'orso Yogi è più sexy.
Fascino comunicativo: lo stesso che ha avuto l'ippopotamo blu della Pampers. A suo modo, devastante.

Ascoltiamo e commentiamo cosa dice, il signor Caldobagno.

 

"Hmmmeheh...caldo bagno... hmmm..."
(mugugna e saltella tutto gaio, con la voce da Yogi, appunto, che tutti si saranno chiesti perchè la moglie non gli avesse mai tranciato le corde vocali con una cesoia da giardiniere).
Il tipo si adagia nella vasca e prende un giornale con espressione soddisfatta.

Musichetta in sottofondo: Caldo bagno AHHHH!!! Caldo bagno AHHHH!!!
(Dove quegli impercettibili AHHHH!! in sottofondo, sono un chiaro e netto suono orgasmico, teso ad eccitare la fantasia dello spettatore italiano medio, all'epoca stordito dai mugolii di Serena Grandi in Rimini Rimini e della Fenech con Lino Banfi, che le sbavava sulle zizze).
Ma ecco che si sveglia la moglie, forse dopo un sonoro ed intestinale concertino in Mi (Fa mal' 'a panz') del marito.
Giustamente, si preoccupa per i sordidi rumori e, temendo delle fughe di gas, si sincera della situazione.

"Caro? Sei in bagno?"
(E tu che dici, deficiente? Come si chiama quella stanza con un lavandino, una vasca, un bidet, qualche sapone, si spera, una tazza, uno specchio e la puzza di piedi e fogna che lascia tuo marito, quando si spoglia al ritorno dal lavoro?).
Ma il marito è ancora più furrrrrrbo di lei, sentite come risponde...

"In bagno?!?!?! In caaaaldoooo bagnoooo!"
(Come a dire "In bagno?!?! Ma che cazzo dici! Sto sfondando il contatore della corrente con il nostro splendido oggetto di cess-technology, il Caldobagno, e ora sono sull'atollo di Mururoa! Rassegnati, cara, i nostri ultimi risparmi li useremo per pagare la prossima bolletta dell'Enel, ma per ora sto godendo come un porco, quindi, non rompere li cojoni e famme fa'!).
E si vede il marito ippopotamo godereccio, che si ritrova nel bel mezzo di una spiaggia tropicale, roba che secondo me tutta Italia gli avrà mandato le migliori bestemmie per l'invidia o avrà sperato che spuntasse uno squalo bianco alle spalle, divorandolo. Si getta all'indietro, lanciando il giornale, satollo di felicità.
A questo punto, però, lo spot raggiunge l'apoteosi della comicità.
Sentite la moglie.

"In caldo bagno??? Arriiiiivooooooooo!!!" e splash! Si tuffa con tutto il pigiama nella vasca, sparendo magicamente nell'acqua.

Ora, la Protezione Civile ha ipotizzato varie conclusioni della triste vicenda, poichè mai nessuno ha creduto al finale idilliaco dello spot, in cui la moglie, dopo il tuffo nella vasca alta 20 cm, spunti dalle profondità dei mari tropicali accanto al marito sull'isoletta di Mururoa (perchè proprio Mururoa? Sempre per il solito discorso delle bestemmie/invidia, l'acqua è radioattiva, crepassero!).

Ecco i possibili VERI finali della vicenda:

1) La moglie, dopo il tuffo, si è incastrata con la faccia nel tappo metallico di chiusura della vasca, sfrantumandosi tutta l'arcata dentale, con triplo trauma cranico e rinculo delle orbite oculari nelle tube di falloppio. Si dice che ora sia in un istituto psichiatrico per cerebrolesi schizofrenici borderline, il trauma è stato davvero pesante. Il marito? Divorato da uno squalo bianco, sì.

2) La moglie, dopo il tuffo, si è ustionata nell'acqua bollente della vasca, a dimostrazione che il Caldobagno è efficientissimo, anche troppo. Si suppone che sia pure spuntata davvero ai tropici dal marito, ma che costui, dopo averla vista sfigurata dalle numerose ustioni di terzo grado, l'abbia affogata e data in pasto a delle pericolosissime meduse polinesiane, accorse per farsi il bidet nell'acqua del caldobagno, dopo secoli di gelidi lavaggi oceanici delle loro parti intime. E non è piacevole, vi assicuro.

3) La moglie, dopo il tuffo, è rimasta fisicamente illesa, perchè ha urtato sulla panza del marito, che in realtà era lì, altro che tropici, quel rincoglionito... ma con la forza d'urto, la tizia ha fracassato la vasca da bagno, sfondando il pavimento sottostante e finendo al piano di sotto, tutta infracicata d'acqua, in braccio ad un condomino di 74 anni, placidamente seduto sul cesso di casa sua, ad espletare i suoi quotidiani (più o meno, dicono fosse un po' stitico) e naturali bisogni fisiologici. Voci di corridoio dicono che il vecchio abbia prima tentato di approfittare di lei sessualmente, ma che poi siano caduti dal tetto i resti della vasca e il marito, che s'era tenuto appeso ad una trave che non resse, colpendo mortalmente il vecchiazzo e permettendo alla moglie la fuga al piano di sopra, in casa sua.

La scena finale dello spot, infatti, mostra la moglie che, tutta tranquilla, si asciuga i capelli, dopo la strana avventura. Perchè Caldobagno è anche phon, non scherziamo proprio, eh. E secondo voi, visto che lei è viva e vegeta, l'ipotesi numero 3 non è la più plausibile per ora, dato che non inquadrano più nemmeno la vasca, che è sprofondata fino al pian terreno dal portinaio del palazzo, con tutto il marito nudo dentro, che s'era allegramente flashato di essere ai tropici, per via delle allucinazioni da lassativi???

Eh... gli anni '80...

mercoledì, 12 dicembre 2007

PAURE E TRAUMI INFANTILI - cap. 1

Chiacchierando con la simpatica Avluela, nel primo pomeriggio, sulla mitica minichattina di Plugoo, che ho messo nella mia sidebar (Blossom ne sa qualcosa!), è uscito fuori durante il discorso un terrificante personaggio, che ha inquietato le notti di chissà quanti bambini: il FANTASMA FORMAGGINO!
Si parlava di film del terrore, di bambine morte senza occhi, che se le guardi ti uccidono (chi si ricorda che film fosse???), di porte sbattute all'improvviso, di tricicli alla Shining (da sottolineare che la signorina Avluela continuava a dirmi di essere da sola in una scuola immensa, di smetterla con questi discorsi orripilanti e che l'infarto per lei fosse dietro l'angolo, continuando così...), quando, poi, ad un tratto lei nomina il famigerato Dott. Cav. Egr. Avv. Dir. Gen. Gra. Figl. Di. Putt. Fantasma Formaggino!
L'avevo davvero rimosso, ma quando l'ha nominato, le chiedo, incuriosito e sorpreso...

"Ma allora lo conosci anche tu?!?"
"Sììì!!" mi risponde, e penso a quanto i genitori italiani siano infami a tutte le latitudini, suggerendosi tra loro comuni strategie del terrore contro le pestiferate dei loro bambini.
"E pure a te diceva..."
"Ti metto nel panino!" mi anticipa lei.
"Sono il Fantasma Formaggino, se fai il cattivo, ti spalmo nel panino!" dico la formula completa e indimenticata della fatidica minaccia del signor Formaggino.
"Sììì" Avluela conferma, è proprio lo stesso bastardo!!!

E insomma, scopriamo che le versioni combaciano e deduciamo che il Fantasma Formaggino è stato di certo il trauma di chissà quante generazioni di piccoli esseri umani.
Voi lo conoscete? Come lo immaginavate?
Io, da piccolo, l'ho sempre immaginato così:

- ETA' 4/5 ANNI: il Fantasma Formaggino è un provolone, non nel senso di marpione, ma proprio nel senso di provola gigante affumicata, con addosso un lenzuolo bianco in tipico stile da fantasma rompicoglioni, e che quando passa lascia una puzza di formaggio inconfondibile, tanto che quando entravo nelle salumerie con mia madre, avevo il terrore del banco formaggi, perchè credevo fosse la sua tana.
- ETA' 7/8 ANNI: con il passare degli anni, ho iniziato a credere che il Fantasma Formaggino avesse le sembianze di un formaggio cremoso, altrimenti non si sarebbe spiegata la sua minaccia "Ti spalmo nel panino!"... doveva aver preso di certo spunto dalla sua stessa natura, per teorizzare un simile ricatto. Quindi, ho cominciato a fantasticare sulla sua essenza e ho ipotizzato che potesse essere un formaggino Bel Paese della Galbani, quelli nella mitica scatoletta tonda trasparente. Quando aprivo il frigo e li vedevo lì, silenziosi e infidi, a guardarmi, certe volte, soprattutto se di sera, richiudevo immediatamente il portellone, per paura che mi risucchiassero al freddo della celletta e mi spalmassero da qualche parte.
- ETA' 40 ANNI: oggi, ancora un po' traumatizzato dalla losca presenza del Fantasma Formaggino nella mia vita, evito di mangiare i formaggi (vabbe', dai, non è solo per il Fantasma Formaggino, mi fanno anche schifo di loro, eh!) e quando vado al ristorante e mi portano un piatto di pasta strapieno di pecorino su, prima ancora di bestemmiare contro il cameriere e tutta l'équipe dello chef, inveisco tra me e me contro di LUI, il Fantasma Formaggino, che, dato che non è mai riuscito a spalmarmi nel panino, si vendica così, con queste apparizioni bastarde sulle mie pietanze mangiate fuori casa... un giorno me la pagherà...

Se volete saperne di più sul Fantasma Formaggino, cliccate QUI...

Seguiranno altre delucidazioni sulle mie, innumerevoli, restanti paure infantili... (e mica solo infantili, argh...)

martedì, 11 dicembre 2007

A grande richiesta (Baccarat-Ornella e Pokerina-Fabiana, ora finitela di rompere le palle con gli sms intimidatori), perchè io ero già psicologicamente provato dalla scrittura dei primi tre resoconti e non avrei certo scritto il quarto, ecco a voi l'ultima, lunga e succulenta puntata del nostro viaggio in quel di Vienna. Contente, fetuse?!? (Dico a loro, eh).

THE 4th DAY - VIENNA - NAPOLI - VIENNA

Cap.1: ELETTRICITA', MUTANDE FANTASIA E APPOSTAMENTI
L'ultima notte viennese va liscia come l'olio. Dormiamo come due porci allegri nel fango e la mattina dopo ci svegliamo belli riposati, ma un po' tristi: è tempo di bagagli. Marcello, con la sua solita sveltezza nel fare le cose, appapocchia tutti i suoi vestiti e li schiaffa in valigia, roba che in cinque minuti dice "Ho finito i miei bagagli". Lo guardo, come a chiedergli "Eh?!? Come cazzo hai fatto? Chi sei, Houdini?!?!?", visto che io stavo impazzendo solo per piegare i pullover e sistemare le cose in modo strategico, così da non farle rompere durante i lanci aeroportuali, a cui sono sottoposte le valigie in fase di imbarco/sbarco.
"Vuoi una mano?" mi chiede gentilmente. Poi, butto l'occhio per caso nel suo trolley ancora semiaperto e vedo il CAOS.
"No, grazie, la centrifuga la so fare pure io da solo" e lui risponde "Guarda che chiamo Karin e ti faccio centrifugare da lei!". Argh!
C'è da dire che inizialmente c'eravamo lamentati che nella stanza non ci fossero almeno due prese della corrente, cosa alquanto scomoda per ricaricare cellulari e macchine fotografiche, però... l'ultimo giorno scopriamo che la stanza è PIENA di prese elettriche! Solo che dove cazzo stavano? NEGLI ARMADI. Cioè, dico io: ma quando mai s'è vista una presa della corrente dentro ad un armadio? Per attaccare una stupida spina, che bisogna togliere prima tutto il cambio di stagione, secondo questi geniacci che hanno progettato l'hotel? E stessa cosa per il bagno! Abbiamo cercato per tre giorni una presa per la spina del phon e dei rasoi, che ci consentisse quanto meno di guardarci, pure di sbieco, allo specchio, per asciugarci i capelli e per raderci, ma niente. Quella mattina stessa, però, Marcello va in bagno per una "scagazzata d'addio", così l'ha chiamata, e mentre si concentra per evacuare, si guarda intorno e vede un simbolino sul neon posizionato sopra allo specchio. "Jack!! Jack!! Vieni! Fai presto!!" e io dall'altra parte ho fatto un salto, pensavo che si fosse sentito male o che ci fosse qualche strana bestia in bagno (ho lo schifo totale per insetti e simili). Vado fuori alla porta del bagno, chiedo se posso entrare o se stia ancora scagazzando e lui dice "Ho finito, ma c'è puzza, se hai una maschera a gas puoi entrare".
"Eh no, non ce l'ho qui, ora vedo se alla reception me ne danno una... che cazzo mi hai chiamato a fare, allora?"
"C'è una spina! C'è una spina!"
"Dove!!!" esclamo io, manco avesse detto "C'è un lingotto d'oro di 10 kg dentro al cesso!"
"E' qui, è qui!"
"Qui dove! Ti ricordo che io non riesco a trapassare le porte con lo sguardo!"
"Ah, pensavo di sì!"
A quel punto io rimango in silenzio, perchè è troppo scemo l'amico mio.
"Insomma, sta qua, sul neon, cioè, di lato al neon, cioè... non si vede manc' 'o cazz', però c'è! Senti???" e mi fa sentire il rumore del mio rasoio. "Ora lo uso per le mie ascelle" dice.
"Le tue mutande, quelle indecenti... sai che fine fanno?"
"Che fine fanno?"
"Le porto ad Alessandra con su scritto "I want you", ok?"
"Non lo faresti mai..."
"No?"
"Naaaa..."
"Ok..."
Prendo una sua mutanda (pulita!) dalla valigia. Mutanda bianca con rombi piccoli bordeaux. Oscena.
Con una penna scrivo quello che avevo detto, firmandomi "Marcello", esco dalla stanza, vado verso quella di Karin e Alessandra, stendo la mutanda per terra davanti alla loro porta, busso energicamente e poi scappo dietro un angolo, per non perdermi la scena.
Il punto è che ad aprire la porta è Karin, non Alessandra, e io come un coglione, nella fretta, non avevo specificato per chi fosse la mutanda incriminata. Così, vedo Karin che strabuzza gli occhi, chiama l'amica, senza toccare la mutanda, manco fosse contaminata da uranio impoverito, e si accovacciano per terra a ridere. In risposta, Karin entra dentro ed esce con un suo tanga e un bigliettino.
Posiziona il tutto davanti alla nostra camera e si apposta pure lei dietro ad un angolo, dopo aver bussato alla porta. Io non posso muovermi, se no mi sgama, quindi aspetto che esca Marcello ad aprire la porta. Lui esce, vede il tanga per terra, insieme alla sua mutanda scritta da me, si mette le mani nei capelli e inizia a ridere fortissimo. Raccoglie il bigliettino, legge e dice "E te pareva!".
Curioso come una scimmia, io caccio un po' la testa fuori dall'angolino dov'ero e poi sento nel corridoio la voce di Karin che urla "Eccolo!!! Il truffaldino è lì, l'ho visto, l'ho visto!!" e comincia a correre in direzione mia e a me viene il panico, tipo quando si gioca a guardie e ladri e tu sei il ladro che sta per essere acciuffato! Così scappo e mi nascondo dietro il primo pilastro disponibile, Karin mi passa davanti, correndo e senza vedermi, e io che ero accasciato per terra a quattro zampe le faccio "UAAAHHH!!!!" e lei "AAAAAAAAAHHHHH!!" un urlo disumano nel corridoio. Da una stanza esce la signora delle pulizie, una specie di Mamy di Via col vento, che ci guarda con l'aria sconvolta, come a dire "A 40 anni fate ancora 'ste stronzate?". Le chiedo scusa con un cenno della mano, acchiappo Karin e ce ne torniamo in camera, ridendo come due deficienti. Marcello, poi, una volta ognuno nelle proprie camere, mi mostra il biglietto di Karin con su scritto "Mi spiace, ma preferisco quello con i boxer neri".
"Te l'ho detto che devi usare i boxer neri, hai visto?"
"No no, mi stringono il pacco, sono per chi ce l'ha piccolo" sempre bastardo inside.

Cap.2: MADAME LEFT & RIGHT COLPISCE ANCORA...
Scendiamo alla reception, dopo aver svegliato mezzo hotel con tutto il casino delle mutande.
"Hmmmm... arieccola..." dico io, dopo aver visto che dietro al bancone della reception c'è la tizia del primo giorno, quella che ci ha mandato a sperdere in giro per l'hotel, non sapendo la differenza tra destra e sinistra.
Tento di salutarla senza odio e dopo aver saldato il conto, chiedo alla signora se ci sia un deposito bagagli, così da non dover girare per Vienna carichi come muli. La tizia risponde con il suo solito entusiasmo e con il suo stranissimo inglese:"Due piani sotto e poi ON THE LEFT, usi questa chiave". Afferro la chiave e ribadisco "On the left?" e lei "Sì sì". Mah, sarà davvero on the left, stavolta. Scendiamo di due piani e non ci sta manco il sasiccio. C'è solo un garage abbandonato e una colonia di orsi polari, che ci dà il benvenuto in quel mondo gelido dei sotterranei viennesi, roba da -5° di sicuro.
Dopo esserci un attimo ibernati, saliamo di un piano. On the left ci sta solo l'ascensore. Un po' nascosta, una porticina. Provo ad infilare la chiave, ma non s'apre.
"Che dobbiamo lasciare i bagagli nell'ascensore?" chiede Fabiana, tutta divertita.
"Ma 'sta stronza di receptionista, io non la sopporto!" comincio a blaterare da solo, lanciando improperi contro la demente, mentre provo di nuovo a girare la chiave nella toppa della porticina accanto all'ascensore. Ma niente di niente.
"Andiamo on the right, va'..." e mi dirigo verso questa porta a vetri, che dà in un corridoio lunghissimo con almeno 9 porte. Provo la chiave in una per una, dato che non c'è nemmeno un cacchio di cartello con su scritto "Deposito bagagli". Alla quinta porta, riesco ad aprire e il cartello lo trovo DENTRO alla stanza. Furbi, 'sti viennesi, eh? Ma ancora più furba la tizia della destra e della sinistra... e se c'abbia preso per culo tutto il tempo?!?!? Roba da ucciderla!

Cap.3: NASCHMARKT, IL MERCATINO DELLE PULCI PIU' ACCHIAPPOSO CHE CI SIA
Vicino al nostro albergo c'è questo mercato, il Naschmarkt appunto, dove si possono trovare tutti i tipi di generi alimentari da varie parti del mondo, ma il sabato questo posto si trasforma anche in mercatino delle pulci, dove si trova davvero di tutto. La cosa più particolare, però, è che c'è un livello ormonale in questo mercatino da paura! E la cosa non ce la riusciamo a spiegare, visto che tutto sommato 'sti viennesi sono abbastanza discreti e poco rompipalle negli approcci uomo/donna/donna/uomo/uomo/donna (che contorto). Fatto sta che contiamo:
4 acchiappanze di Ornella
3 acchiappanze di Karin e Fabiana
2 acchiappanze di Alessandra e me
1 acchiappanza di Diego

Rimangono come fessi Marcello e Marco, che s'acchiappano tra di loro per disperazione.
Spulciamo un po' tra le bancarelle, compriamo spezie e sciocchezzuole varie, fino ad arrivare all'apoteosi. Marcello conquista la salumiera ungherese.
Ci fermiamo davanti a questo banco pieno di salumi e questa tizia dai capelli rossi, molto procace e dall'aria simpaticissima, si rivolge in direzione nostra.
"Italiano! Voi italiano!"
"Sì... è reato?" risponde Marcello.
"Tu... vieni aqui... tu bello, tu come mio primo ammmmore de Roma!" e la tizia esce dal bancone e stampa un bacione appiccicoso sulla faccia di Marcello, che prende un salamino dal bancone e glielo offre a mo' di fiore, in mezzo alla folla sorridente. Che scena magnifica!

Cap.4: COME PERDERSI A KARLSPLATZ E IL MIRAGGIO DEL BELVEDERE
Allora, per chi fosse interessato a vedere il Belvedere, noto complesso museale viennese, il mio consiglio è quello di armarsi della più santa di tutte le sante pazienze esistenti a questo mondo. Perchè? PERCHE'??? Perchè è collegato manco la munnezza, ecco! Insomma, sulla guida (e anche sulla guida di riserva, attrezzati noi, eh) c'è scritto che la fermata della metro giusta per raggiungere il Belvedere è Karlsplatz. Ok, andiamo a Karlsplatz, ovvio. C'è da dire, però, che questa Karlsplatz è praticamente IMMENSA. Già per attraversarla da nord a sud ci vorrebbe una linea di metropolitana a parte, figurarsi se poi, arrivati in questa piazza grande quanto... quanto una piazza grande, appunto, si scopre che il famoso Belvedere sta circa un paio di km più su?!?!? Oh, che gioia! Oh, che sollazzo! (Devo continuare la rima? No, su...). Insomma, vaghiamo come disperati in questa piazza per un po', sbagliando almeno 6 volte la traversa giusta da prendere per arrivare sulla strada che porta a quel cacchio di Belvedere, fino a che, poi, in preda allo sconforto, decidiamo che chiederemo aiuto.
"Dai, chiediamo a quella, sembra una sveglia" suggerisce Fabiana.
"Ah sì? E da cosa lo deduci, fammi capire, visto che si sta arravogliando lei e il carrello della spesa????" le rispondo, per niente convinto dalla sua analisi psicologica del soggetto scelto per chiedere aiuto.
"Vabbe', dai, l'apparenza inganna! Andiamo!" e così ci dirigiamo da questa signora appena uscita da un centro commerciale chiamato BILLA, una roba che avevo visto pure a Venezia, e che m'è parsa familiare (anche se poi ho pensato che, condividendo una catena di supermercati con l'Austria, Venezia sia veramente nel profondo NORD, quasi austroungarica, e mi è venuto dentro un orgoglio terronico di appartenere al profondo SUD italianissimo! Divagazioni folli dovute alle bassissime temperature, che il mio fisico non adora propriamente, non fateci caso).
Insomma, la tizia tenta di mantenere fermo questo carrello su una stradina in pendenza, ma fa fatica nell'operazione, perchè ha praticamente comprato mezzo supermercato.
"Exscuse me, madame, could you tell us... blablablabla?" le chiedo, e lei, in un inglese perfetto, ma roba che manco a Londra con quella pronuncia, mi risponde "Aspettate, ora chiamo mio marito, perchè lui sa parlare inglese molto meglio di me, io l'ho studiato solo a scuola" alla faccia r'o cazz'! E' il commento che mi è venuto da fare tra me e me. E meno male che l'hai studiato solo a scuola, bella mia, se ti fossi fatta una vacanza studio di un anno a Londra, ora saresti la regina Elisabetta?!?!? Comunque, aspettiamo il marito, che stava dall'altro lato della strada, pure lui carico di buste con roba da magna' dentro. Quanto cavolaccio mangiano questi austriaci?!? Ce lo chiediamo un po' tutti, mentre aspettiamo, fiduciosi, il buon marito. Il tizio, visibilmente affaticato per i pesi trasportati a mo' di mulo, con una gentilezza estrema prima ci dice che abbiamo completamente sbagliato strada, sempre sorridendo, che pare quasi che ci stia prendendo per culo, poi ci indica la retta via, mentre noi lo ribattezziamo Virgilio. Lo salutiamo, lo ringraziamo, io raccolgo circa un kg di mele, che la signora intanto aveva fatto cascare a terra dalle sue buste, e c'incamminiamo per la strada che ci aveva suggerito il nostro Virgilio, ma... forse diffidente, forse gli avevamo dato l'impressione di essere dei rincoglioniti... praticamente, dopo manco dieci metri, ce lo ritroviamo di nuovo alle spalle, sempre stracarico di buste e con l'angina pectoris che imperversava su di lui a causa della corsa, che ci dice nel suo perfect english "Avete capito dove dovete andare??" e SBAM! Stramazza per terra, perchè inciampa in un marciapiede. Tutta la pappatoria che aveva nelle buste si è sprosciuttata per terra insieme a lui: uova schiattate, una fetta di petto di pollo spiaccicata sull'asfalto, delle foglie di insalata e una bustina di ketchup completamente squartata, che insanguina il tutto, rendendo la scena veramente macabra. Le signorine del nostro gruppo tentano di trattenere le risate, mentre Marcello proprio no, s'accascia per terra, facendo finta di raccogliere la roba, e inizia a ridere come un cretino. La scena si fa ancora più esilarante, quando da lontano accorre la moglie, che incomincia a bestemmiare in ostrogoto contro il povero marito, dolorante per terra. Cose da pazzi... mai dare indicazioni ai turisti italiani, signori austriaci che leggerete, vedete poi che succede a voi e alla vostra spesa?!? La cosa bella, poi, è che, non contenti di aver ucciso il pranzo di una famigliola austriaca, sbagliamo di nuovo strada (W il senso dell'orientamento), perchè in preda alle crisi di risate, e così io fermo un'altra persona, un uomo, stavolta, dall'aspetto distinto, capelli molto scuri, pelle ancora più scura, occhio sveglio. Tutto sembra, meno che un austriaco, però a pelle mi dà fiducia.
"Excuse me, sir, could you tell us... blablablabla?". Lui mi guarda un po' sorridente, indica la mia barba, io penso che sia gaio, invece poi mi fa, tutto fiero:
"Espanol? Yo soy de Valencia!"
"No, yo soy italiano, porque?" che cazzo mi chiede a fare se io sia spagnolo?!? Che glie frega a lui?!?
"Tu pareces un hombre espanol, me entiendes si hablo espanol?"
"Sì, te entiendo, amigo! Mi padre es espanol!" cerco di essere solidale nella mediterraneità, il tizio sembra un po' desideroso di scambiare due parole con qualcuno che capisca la sua lingua.
"Ohhh!! Viva Espana!! Viva Italia!!" sì, ok, però non bere a prima mattina, amigo!
Insomma, lo spagnolo, tale Juan, ci ha spiegato perfettamente come arrivare in due minuti al Belvedere, indicandoci una scorciatoia pazzesca, che sulla cartina quasi nemmeno c'era, tanto era piccola la stradina. Un po' di conversazione per ringraziarlo, i dovuti saluti e via! Finalmente al Belvedere!

Cap.5: ALLE AUSTRIACHE PIACCIONO I MIEI STRIP-TEASE... LO SO CHE SONO BELLO, MA INSOMMA, DONNE... CONTEGNO!
Ebbene sì. Al Belvedere "down" (eh sì, perchè c'è pure il Belvedere "up", mica bastava la camminata immensa per raggiungere il primo edificio? No! Pure un'altra per raggiungere il Belvedere up, ci voleva!) insomma, sì, dicevo... al Belvedere down mi hanno voluto nudo! Vabbe', non esageriamo, non proprio nudo, però mi hanno fatto togliere il cappotto. SOLO A ME. Ho protestato lievemente, ma hanno pure insistito, dovevo proprio toglierlo. Mah! Voglio capire che non si possa entrare con zaini e borse, ma se ho freddo, cazzo, perchè devo togliermi il cappotto per entrare in un museo?!?!? E perchè diecimila persone lo possono tenere e io no??? Comunque, nein! Non si discute, quando è nein, è nein.
La signorina addetta alla sicurezza, infatti, che un altro po' era più alta di me e quindi è meglio non contraddirla, mi dice che non è assolutamente possibile entrare con il cappotto. Ok. Le spiego, però, che sto congelando, che fuori c'è la neve, e che altre persone dentro alla prima sala del museo ce l'hanno, perchè le vedo, le vedo! Ma niente, oh, la tizia si è impuntata che io debba togliermi il cappotto e non c'è altro da fare. Nel frattempo, Diego e Marco passano ed entrano... con il cappotto addosso!!! E lei non si scompone. Glieli indico, da bravo spione, mentre tento di tenermi addosso il cappotto, ma lei niente, non fiata, se non per dire: "Put off your jacket, please!" e puttiamoci off 'sto giaccone, va bene, brutta Kappler cicciabomba che non sei altro. Me lo tolgo, abbastanza seccato, e lei sorride. 'Azzo ridi???
"Do you want a strip-tease?" le chiedo a quel punto e dato che mi viene il dubbio che mi stia prendendo per culo, la prendo per culo anch'io.
"Oh, yes, baby... let me see..." e strizza l'occhio. CAAAAAAZZOOOO!
"Ohohoh! Hai fatto colpo sulla SS!" sghignazza Karin.
"Ma che te ridi, questa è matta, stanno passando tutti con il cappotto, solo io mi devo congelare, secondo lei?!?"
"Oh, si vede che proprio non resiste, vuol vedere le tue spalle, accontentala, no?"
Alla fine, però, la Kappler richiama Marco e Diego a rapporto e dice pure a loro di spogliarsi e di andare al guardaroba.
Mi convinco sempre di più che la donna sia ubriaca, perchè non mi spiego in base a quale criterio alcuni possano entrare tutti imbacuccati e altri invece debbano ammirare i quadri in mutande, comunque, l'accontentiamo, se no non ci sbrighiamo più, e andiamo a posare i nostri cappotti e giubbotti al guardaroba. Quando le ripasso davanti per accedere alla prima sala, le sventolo il ticket d'ingresso sotto al naso e sfilo tipo Naomi versione masculo davanti a lei, digrignando un "Is it ok, now??" e lei "Oh yes... you're really ok, man!" sorride e mi guarda il culo!!! Mi guarda il culo!!! Poi le donne dicono che siamo noi uomini a fare sempre i malatoni, tsk!! Guardate che soggetti avete nella categoria!
Comunque, al Belvedere down mitica mostra temporanea su Monet e Van Gogh, nonchè altri grandi dell'ottocento. WOWOWOW!

Cap.6: DEL BACIO PIU' APPASSIONATO E DELLA FIEREZZA NAPOLEONICA
Si passa al Belvedere up. Lunga camminata all'interno del parco del complesso museale, con annesso congelamento. Entriamo, altra tiritera per gli zaini e i cappotti, ma stavolta io m'imbuco in mezzo a dei giapponesi, che erano tantissimi, e manco li hanno controllati, mi abbasso un po' sulle ginocchia, tentando di non svettare tra quei nani gialli, e sorridendo con la faccia da ebete a tutti loro, mormorando "Arigatò, arigatò!", mi infiltro senza denudarmi e quando esco dalla nuvola nera di giapponesini, trovo Ornella che mi saluta con un inchino che fa molto geisha. E' scema o no? Iniziamo a vagare per le sale... sala 1, sala 2, capolavori bellissimi, avanziamo ancora e... tadàààà! IL BACIO!
Eh sì, trovarsi davanti all'immensa tela de "Il Bacio" di Gustav Klimt, be'... WOW. Davvero non c'è altro da aggiungere, se non una menzione speciale per l'emozione fortissima provata davanti a quel dipinto, così particolare nelle sue cascate di fregi dorati. Tuttavia, ero psicologicamente preparato a questa meraviglia, perchè sapevo bene che il Belvedere la custodisse, ma... non lo ero affatto per un'altra! Davvero un colpo al cuore m'è venuto, quando ho visto il mitico quadro di Napoleone a cavallo, di Jacque Louis David! Uno dei miei quadri preferiti in assoluto, visto che per me Napoleone è sempre stato un mito di fierezza, sfacciataggine, coraggio, arguzia e spirito di rivalsa! Incredibile la maestosità, la potenza sprigionata dalla tela e dallo sguardo dell'abile stratega... di nuovo WOW. E con il Belvedere s'è chiusa la lunga e deliziosa parentesi artistica dei musei viennesi, che c'hanno sorpreso per la loro efficienza, per le opere che contengono e anche per il personale!

Cap.7: MANGIARE SEDUTI PERBENE? E' UN OPTIONAL, W LE ZINGARATE!
La fame ci attanaglia le panze, appena usciti dal Belvedere. Urge una pappatoria, ma di ristoranti in quella zona... nemmeno l'ombra, però, però, però... ci sono dei minimercatini di Natale con tanto di graziose bancarelle di legno, che distribuiscono cibo ungherese a volontà! Mi faccio guidare dal mio naso, seguendo le scie dei vari profumini che mi si presentano sotto alle narici e alla fine, tipo cartone animato, comincio quasi a svolazzare a dieci centimetri da terra in direzione di una bancarella, da dove proviene un odore di patate, peperoni, cipolla, speck... madòòòò!! Mi avvicino e vedo una padellona enorme con dentro questo misto di roba, più tanto buon pepe e della gnocchissima paprika... a vederlo, sembra davvero buono. Chiedo alla simpatica tizia, che sta dietro al bancone, di che roba si tratti.
"Bojjuhshgishfdglshdjf!"
"Ah, ho capito tutto, grazie! Ma si mangia?"
"Ja!"
"Ok, allora 8 porzioni, per favore!"
"Ja, ja!" e la tizia ci riempie 8 vassoietti stracolmi di questa specie di stufato ROVENTE. Considerando che i vassoietti erano di carta, reggerli tra le mani per i primi 2 minuti è stato molto piacevole, con tanto di effetto scioglimento dei ghiacciai sui polpastrelli, ma dopo quei 2 minuti iniziali, facevamo le gare di salto in alto del vassoietto, era diventato ustionante! Per fortuna, ci ha pensato il gelo, dopo poco, a far scendere quella buonissima poltiglia ad una temperatura più accettabile alla pelle umana... comunque, se a Vienna vi offrono del Bojjuhshgishfdglshdjf, mangiatelo, perchè pure se non si capisce come cazzo si chiami quella roba, vi assicuro che è buona. Il tutto è stato annaffiato da una sana Cocacola ghiacciata riserva 2007, per la gioia del mio mal di gola, e da un bel cartoccio di castagne e kartoffel alla brace... slurpazzzz!

Cap.8: FABIANA:"UNA CORSA IN TRAM 2,20€???? VAI CON LO SCROCCO!"
Avevamo fatto tutti la mitica Vienna Card, appena arrivati il primo giorno, così da poter avere 3 giorni di infiniti viaggi pagati su tutti i mezzi pubblici, ma... come potete vedere dal titolo del post, io sto narrando le avventure del QUARTO giorno, quello SENZA la Vienna Card. Argh! Queste le confabulazioni, prima di salire su un tram che ci avrebbe risparmiato la camminatona fino alla famigerata ed immensa Karlsplatz.
"Come facciamo con il biglietto?" questa è Ornella, ligia al dovere.
"Lo compriamo a bordo, no?" questa è Alessandra, viva la praticità.
"Ma che vi preoccupate del biglietto? Piuttosto pensiamo quale tram prendere, che qua di sicuro ci perdiamo!" questo è Marco, sempre ottimista.
"Ma sì, ci ficchiamo in un tram qualsiasi, da qualche parte ci porterà..." questo è Diego, l'inno al menefreghismo ottimista.
"Uagliu', ma fatemi capire una cosa, ma di che state parlando?" questo è Marcello, che come al solito arriva sempre per "primo" a capire le cose.
"Di tua sorella, Marce'..." e questo sono io, che sono sempre adorabile con lui.
"Eccolo, eccolo!" questa è Karin, che si sbatte come una pazza, all'arrivo del tram D.
"E chi ce la fa ad alzarsi da qui, ho freddissimo, trascinatemi, vi prego..." e questa è Fabiana, lo sponsor ufficiale dei Po-Po-Po-Po-Polaretti.
Saliamo sul tram, io dico agli altri, quasi per convincere me stesso "Ma dai, stiamo tranquilli, in fin dei conti la Vienna Card l'abbiamo comprata alle 18:00 del primo giorno e ora sono ancora le 17:00, magari scade tra un'ora, no?" sì sì, come no, ma a me piace darmi questa parvenza di legalità nell'illegalità completa.
"Sì, mi sa che c'ha ragione Jack, dai, stiamo a posto, sediamoci..." aggiunge Ornella, che sembra quasi rassicurata.
"Oh, cacchio! Io non trovo più la mia Vienna Card!! A chi l'ho data?" dice Fabiana, con un tono bestemmiante.
"COSA???? E se non lo sai tu a chi l'hai data!" interviene maliziosamente Marcello.
"Imbecille, te la sei fregata tu?"
"E che faccio, il ladro di Vienna Card scadute?"
"E che ne so, tu sei tutto strano!"
Insomma, i due da che scherzano, quasi finiscono per dirsene quattro, al che le dico "Vabbè, compriamo un biglietto, no?" e Fabiana va vicino alla macchinetta per vedere quanto costasse.
"Ma stanno fuori!! Per fare cento metri dovrei pagare tutti 'sti soldi??? Una corsa in tram 2,20€?!?!? Vai con lo scrocco!" e zac! Si siede, tutta indignata, convinta di non voler assolutamente comprare quel biglietto e m'ha pure dato uno schiaffo sulle mani, quando mi stavo alzando per comprarlo per sicurezza! Niente da fare, ha preferito rischiare una megamulta di non so quanti euro, pur di non dare al ministero dei trasporti austriaco 2,20€... napoletana inside...

Cap.9: ALLO STUDIO DEL DR. SIGMUND FREUD...
Eh sì, proprio lì! E' stato davvero un sogno mettere piede nel primo studio psicoanalitico della storia! Poi, per uno psichiatra, poter dire di essere stato a casa di Sigmund Freud credo sia veramente il massimo...
Vedere tutte le sue foto d'epoca, la sua laurea, la targhetta che c'era fuori alla porta, con su scritto "Dr. Freud", il suo cappello, i suoi bastoni, il cappotto... e tutte le prime edizioni dei testi in lingua originale che io ho letto in italiano per i miei studi, le sue lettere, le ricette ai pazienti... e i mobili!! Insomma, veramente grandioso... unica nota stonata, ma da crepare dal ridere, Fabiana che urta una pila di cataloghi nella stanzetta adibita a bookshop, facendola spatasciare per terra con un tonfo sordo e raccapricciante, tanto che non le basta un semplice e disperato "Sorry!" per non farsi fulminare con lo sguardo dalla temibile addetta al negozio... imbranatona!!!

Cap.10: NON ANDATE AL CAFE' MUSEUM! C'E' LURCH DELLA FAMIGLIA ADDAMS CHE SERVE AI TAVOLI!
Decidiamo, dopo l'immensa camminata per tornare al centro dalla casa-studio di Freud, di rifocillarci con un'ultima fettona di torta, prima di dirigerci verso l'aeroporto, dove ci toccherà passare la notte. Del resto, l'ora di cena è alle porte e la fame si fa sentire. Meta da raggiungere: il Cafè Museum, altro localino storico del centro di Vienna. Entriamo. L'impatto è molto positivo, solito arredamento in stile, atmosfera calda e silenziosa, bella vetrinetta di dolci, profumo di thè... insomma, ci piace. Cerchiamo un tavolino appartato e ci sediamo tutti e otto, ma nemmeno il tempo di sederci per benino, che vediamo arrivare dall'altra sala un pezzo d'uomo enorme, tetro da morire, con la capoccia quadrata e le spalle ricurve, pallido più che mai.
"Ragazze, attente, quello è Lurch degli Addams..." e indico il megacameriere con un cenno della testa, cercando di farlo in maniera discreta, ma ogni mio sforzo è stavo vanificato dalla risataccia pazza di Fabiana, che aggiunge:"Madò!!! Identico!!!" e ride, ma ride di brutto, quando, ormai dimentichi della discrez