VALPARAISO
(from a Sting's song)
Racconto momentaneamente rimosso per esigenze editoriali. Pardon!
categoria:jack di notte è romantico, jack e la musica, jack sogna ad occhi aperti, i racconti improvvisati di jack, inside jack
VALPARAISO
(from a Sting's song)
Racconto momentaneamente rimosso per esigenze editoriali. Pardon!
THE THIRD DAY - NAPOLI - VIENNA - NAPOLI
Cap.1: COME DICEVA LA RETTORE... "DI NOTTE SPECIALMENTE... SI CADE!"
Durante la notte, dopo l'incontro giapponese di fuoco, ovviamente dormo malissimo, un po' agitato, un po' teso, diciamolo pure, un po' ingrifato. Così, quasi all'alba, anche se fuori è ancora tutto buio, mi alzo per la pipì di rito, dopo aver bevuto drinkssss su drinkssss. Cammino un po' a memoria nella stanza buia, cercando di non svegliare Marcello, che dorme come un porco. TUNF. Piede netto nella gamba della sedia. "Cazzo che male!", sussurro. Sento Marcello che fa "Hmmmm...", ma non si sveglia. Mezzo zoppicante, vado in bagno e faccio la mia sana pipì, quasi ad occhi chiusi, che è un miracolo che io abbia centrato il bersaglio. Mi guardo allo specchio, ho tutto il petto sudato, sempre per quella cazzo di coperta, che è più calda di un altoforno, e decido di darmi una bella sciacquata. Dormo da sempre senza pigiama, porto solo i boxer per andare a letto, così, per non farmi la doccia, che avrebbe fatto troppo casino a quell'ora, metto un telo per terra, mi ci piazzo su e comincio a lanciarmi vere e proprie "coppate" d'acqua con le mani, bagnandomi tutto per togliere via il sapone.
Faccio un lago a terra e poi, per stare un po' più fresco, non mi asciugo del tutto, solo petto e schiena e pure in modo sommario.
Cosce e gambe restano bagnate e naturalmente anche i piedi. Chiudo la luce, apro la porta del bagno ed esco da lì, per tornare a letto.
Ora, i piedi bagnati su un finto parquet sono micidiali. Praticamente i talloni si trasformano in rollerblade posseduti dal demonio e si scivola che manco a Gardaland. Faccio due passi non esattamente stabili, penso "Forse avrei dovuto asciugarmi meglio i piedi..." e nemmeno il tempo di dirlo, FIUUUUUMMMM!! scivolo tremendamente, faccio un balzo per tentare di tenermi in piedi, ma... SBAMMMM!!! Mignolo netto sulla ruota del trolley di Marcello, lasciato amorevolmente al centro della stanza, c'inciampo dentro definitivamente e PATAPAMMM!!! finisco lungo lungo per terra, che per poco non mi sfascio tutta l'arcata dentale! Il rumore assordante (immaginate circa 89 kg che cascano di botto per terra in piena notte, con un silenzio tombale) fa saltare dal letto Marcello, che urla "Chi cazzo c'è qui dentro!!!! Esci fuori, stronzo!!" e si alza in piedi sul letto, accende una luce e si mette in assetto da guerra, con i pugni serrati a cazzotto. Poi, vede che sono io e comincia a ridere come un dannato, cascando dal letto, perchè mette un piede nel vuoto... finisce per terra a farmi compagnia e restiamo lì a ridere per almeno cinque minuti, senza la forza di alzarci... immaginate un uomo peloso, bagnato e in boxer, sprosciuttato per terra a quattro di bastoni e un tizio losco dalla improponibile capigliatura semibionda, con un pigiama da ergastolano e la scoreggia facile durante le crisi di risate, che gli ride in faccia, disteso sul pavimento... che spettacolo indecente...
Ci rimettiamo a letto, ma praticamente è impossibile dormire, perchè ogni tanto viene una crisi di risate ad uno dei due, che in quel modo sveglia l'altro e si finisce per restare svegli fino a che fa giorno, con la voglia tremenda di raccontare la scena megagalattica agli altri... indimenticabile, semplicemente indimenticabile.
Cap.2: ANIMALISTI SI NASCE, NON SI DIVENTA...
Decidiamo di andare a Schönbrunn. Il collegamento è perfetto dalla nostra fermata di Hello Kitty, quindi, ci occorre solo attraversare la strada e ficcarci nel treno. La cosa carina è che, dirigendoci verso la stazione della metro, passiamo davanti ad una porta, dove c'è una puzza tremenda di escrementi. Alessandra mi guarda inorridita, passandoci davanti.
"Ma che schifo, secondo me questi non hanno i bagni" dice, con la mano sul naso.
"Ma no, questo è Marcello che ne ha sganciata una" dico.
"Sì, vabbe', però non dirlo a tutti così, e dai! Volevo mollarla di nascosto!" subito sta al gioco, Marcello, quando si tratta di puzze e peti vari.
Mentre disquisiamo amabilmente di gas intestinali davanti a questo palazzo fetido, passiamo davanti ad una porta gemella di quella di prima, pochi metri più giù. Karin è in testa alla fila, sempre incazzatissima con me, perchè la sto tenendo un po' a distanza dopo il fattaccio, e... BRRRRRR!! IHIHIHIHI! (Questo sarebbe un nitrito di cavallo, eh?). Un grosso cavallo bianco caccia la testa fuori dalla porta e sembra alquanto incazzato, scalpita.
"Aiutooooooo!!" urla Karin, facendo un salto in aria per la paura, proprio scena da candid camera.
Marco, che stava accanto a lei, si piega per terra dalle risate, mentre a Fabiana vengono le crisi isteriche, perchè da animalista convinta, quando vede quella povera bestia incatenata, con Karin che per di più gli ha strillato in faccia, spaventandola, vorrebbe organizzare un raid per liberare il cavallo e portarselo a Schönbrunn con noi.
"Jack, ti prego, entriamo e togliamogli la catena!"
"Ma che sei scema? E' proprietà privata, qua c'arrestano e ci mandano in un campo di concentramento, lo sai?"
"Che stai a di', liberiamolo!" e mi trascina dentro a questa specie di androne di palazzo, usato come stalla. Cosa abbastanza insolita per essere comunque nel centro di una capitale europea. Ci guardiamo un attimo intorno e vediamo che il tutto è un deposito di carrozze d'epoca. Bellissime, di quelle con le lanternine ai lati. Ci sono ai lati delle mangiatoie e parecchio fieno, si vede che gli altri cavalli erano già in giro.
"Dai, basta, usciamo, che cazzo ci facciamo qua dentro?!?"
"No, Jack, ti scongiuro, salviamo almeno lui, liberiamolo e poi scappiamo..."
"Tu non ci stai con la testa..."
"Pensa se ci fossi tu incatenato!"
"E che sono un cavallo, io?!?"
"Ma no! E' per dire!"
"Ragazzi??? Ma che state facendo lì dentro??" ci chiama Diego da fuori.
"E che ne so?!" dico io da dentro, abbastanza spaesato e alterato.
"Dai, basta, ora lo libero, aiutami"
"Se passiamo un guaio, sappi che dirò che la ladra di cavalli sei tu, hai capito, scema?"
"Sì, sì, tu però aiutami, prendi quelle chiavi, ha un lucchetto alla caviglia, guarda! Ma che stronzi, povero cavallino mio, piccolo, tenero, cucciolo, vieni qui da mamma..." e Fabiana comincia a fare una serie di coccole a quella bestia puzzolente e secondo me pure sfottutissima dalla nostra presenza lì. Quasi sotto costrizione, ma sotto sotto desideroso di fare una cazzata pure io, mi chino per terra per liberare la caviglia del cavallo dalla morsa delle catene, ma... SLAAAAAAAAPPP!
"Che schifo!! CHE SCHIFOOO!! M'ha leccato!! Questo stronzo m'ha leccato l'orecchio!!"
"E si vede che è donna, mica scema!" guardo sotto, ma vedo un pisello di cavallo grosso COSI'.
"Altro che donna, questo è ricchione! Guarda un po' sotto che c'ha?? Non è un pisello, quello, è un missile patriot, ma quale donna e donna!" e mentre sono intento ad asciugarmi l'orecchio dalla slinguazzata del cavallo del gay pride, con Fabiana che ride e accarezza la bestiola (all'animaccia sua), entra un tizio pelato, grasso e baffuto. Il proprietario del cavallo.
"Ein zwei drei fier!!" (io questo ho capito, ma il tizio ci ha in realtà urlato qualcosa in tedesco, che secondo me voleva dire "chi cazzo siete e cosa cazzo ci fate dentro alla mia stalla!".
Mi ricompongo, tentando di sorridere, e chiedo al tizio se parli inglese. Lui risponde sì solo annuendo, ma tiene in mano un rastrello del fieno. La vedo veramente male. Per tentare di non prenderle, m'invento che Fabiana è un po' fuori di testa, molto malata, e che aveva sempre desiderato vedere un cavallo da vicino e accarezzarlo, così ci eravamo infilati nella stalla, del resto aperta, per poter fare due coccole all'animale.
"Davvero bello, complimenti, lei ci sa fare con gli animali, lo tiene benissimo..." tento di arruffianarmelo. Lui grugnisce, ma sembra averci creduto. Fabiana, per rendere il tutto più credibile, lancia uno strillo di gioia. Io mi cago sotto, già teso per tutte le palle che ho dovuto sparare per pararci il culo, il tizio fa un salto di paura pure lui, e il cavallo quasi scalcia, spaventato forse più di tutti.
"Andiamo, dai... ringrazia il signore... arrivederci, signor proprietario del cavallo, arrivederci e ci scusi ancora, eh, graaazie..."
"Arrivederci, arrivederci..." dice Fabiana "Cazzo, 'sto scemo è arrivato quando stavamo quasi per farcela!"
"Tu sei una criminale e io che ti sto pure a sentire sono un coglione, ecco cosa sono, un coglione. Andiamo, va', prima che questo chiami la polizia e sono cazzi... fossimo stati a Napoli e mò ci credevano... aspetta e spera..."
"Vabbe', dai, è stato divertente, no? Non ti sei nemmeno dovuto lavare le orecchie, ci ha pensato Furiacavallodelwest!"
La spingo letteralmente fuori dalla stalla e fuori non troviamo più gli altri.
"Dove cavolo sono andati tutti?" e dopo un attimo sento un fischio. E' Marcello, nascosto dietro ad un angolo di un palazzo.
Li raggiungiamo e lui ci dice "Ce ne siamo scappati, quando abbiamo visto il tizio... vi ha menati?"
"Mavaaaffaaaanculovaaaa..." e ci ridono in faccia.
Finalmente Schönbrunn, dopo essermi ripreso dall'avventura ippica durante il tragitto in treno, passato ad immaginare le micidiali conseguenze che ci sarebbero potute essere, se avessi davvero liberato quel cavallo. Ma come cacchio m'è saltato in mente, dico io, di starla a sentire!!
Cap.3: "MICA CI SARA' LA NEVE A SCHONBRUNN?" - "NAAAAAA..."
Per carità. Solo i tetti bianchi, della roba bianca ammucchiata ai lati delle strade... sarà zucchero filato, no? Un cazzo di freddo che manco al polo nord!!!! Accidenti!
Schönbrunn è immensa, una tenuta fantastica. Il parco è perfettamente tenuto, sebbene gli alberi siano spogli, e l'atmosfera un po' cupa e tetra che danno al tutto il cielo grigio, la neve per terra e delle nerissime cornacchie appollaiate sui rami secchi e precisamente potati, ci dà la sensazione di essere finiti in una specie di incubo di bambini. Sapete quelli in cui poi gli alberi si animano e diventano cattivi, oppure quelli in cui gli uccelli diventano carnivori e sbranano tutti? Ecco, così. Noi camminiamo, alziamo gli occhi e "CRAAA! CRAAA!!" le cornacchie ci cazziano, quasi seccate dalla nostra presenza nei loro territori.
"Ma che razza di bestie odiose!" sbotta Karin e ploff, una cagatina sul suo cappotto. Che ridere!!!
Lei va nel panico, tra l'altro nessuno l'aiuta, allora prendo una manciata di neve da terra e gliela spiaccico sulla cacchetta, sperando di lavarla via con un paio di fazzoletti.
"Ghhh... che schifo..."
"Jack, ti prego, toglimi questa porcheria di dosso..."
"Sì, sì, non preoccuparti, viene via..." e mi viene da ridere.
"Ma che ridi, scusa?? Mi poteva andare nei capelli!"
"Appunto! Dai, scusa, scusa, smetto..." e Karin mi odia ancora di più, ma apprezza il mio nobile gesto di toglierle la cacca dal cappotto.
Camminando nel parco, stando bene attenti a non far incazzare le cornacchie, ci imbattiamo in una simpaticissima famigliola di scoiattoli. Ornella prende dei biscotti che aveva in borsa e glieli porge. Incredibilmente, le bestiole non si spaventano e le prendono i biscotti dalle mani... che carini! Altro che cornacchie. Tra bestie varie, finiamo all'ingresso dello zoo.
"Dai, ci andiamo?" chiedo io, in un impeto di infantilismo, che mi sento tanto mio figlio, quando dice "Paaaaaapiiii, andiaaaaamooo allo zoooooooooooooo?". Gli altri acconsentono, Fabiana storce un po' il naso, ma dopo quello che ha combinato con il cavallo, non ha voce in capitolo.
"Non chiedermi di andare a liberare gli ippopotami, perchè ti dò in pasto ai leoni, te lo giuro" le sussurro, tenendole il braccio in una mano con finto fare minaccioso. Lo zoo è davvero ben organizzato e pulitissimo, gli animali, nonostante la cattività, stanno in spazi belli grandi, sebbene molti stiano tutti rannicchiati in casupole per il freddo. I pinguini, invece, se la godono come i pazzi e fanno un casino della malora, saltando e tuffandosi dappertutto nell'acqua ghiacciata della loro piscina. Come un fesso, sono rimasto a guardarli per quasi dieci minuti, invidiando le loro evoluzioni subacquee. Idem con i leoni e le tigri... che animali fantastici, sarei rimasto ad osservarli tutto il giorno. Fine dello zoo e sosta su gelide panchine nel parco di Schönbrunn, per ricaricarci. Si torna al centro di Vienna.
Cap.4: FAR FINTA DI SBAGLIARE METROPOLITANA E' UN OTTIMO METODO PER RIPOSARSI UN PO' AL CALDUCCIO
Vogliamo vedere il Danubio e così decidiamo di farci un metropolitana-tour lunghissimo, per arrivare fino al fiume, poco fuori dal centro città. Sbagliamo mille volte la metro, alla fine ci arriviamo, fa un cazzo di freddo esagerato e le ragazze si rifiutano di passeggiare sul fiume, tra l'altro enorme, e così ritorniamo nel sottosuolo viennese e ci facciamo un altro lunghissimo metropolitana-tour per tornare al centro storico. Io m'addormento in treno. Ho pure sognato in quei minuti di sonno confuso, tutto imbacuccato nel mio cappotto, sciarpa e cappello... ma ricordo che ho dormito meravigliosamente, sebbene per pochissimo tempo. Mi sveglia, però, una crisi di tosse paurosa, di quelle che non riesci a fermarle nemmeno con una patata in bocca, con due litri di sciroppo, con un calcio nel culo o quant'altro. Dovevo tossire. E tossire fortissimo! Tutti i passeggeri mi guardano, sebbene io tenti di tossirmi dentro alla sciarpa per attutire il rumore, però ormai sono stato etichettato come l'untore della metropolitana e non ho scampo, mi linciano tutti con gli occhi. "Voglio scendere..." piagnucolo in mente, mentre le mie corde vocali sono devastate dai colpi di tosse a mitraglietta. Che vergogna, che palle!
Cap.5: SE SI VA A VIENNA, NON SI PUO' NON ANDARE ALLA MITICA PASTICCERIA DEMEL... ANCHE PERCHE'...
"Dai, ragazzi, altra torta, altro giro!" dico, appena usciti dalla metro, in piena Stephansplatz.
"Sì, dai, siamo a due passi da Demel, non possiamo perdercelo!" commenta, entusiasta, Ornella.
Così, mano nella mano, ci improvvisiamo capi della spedizione dolciaria e conduciamo, ormai senza cartina, manco fossimo viennesi d.o.c., la ciurma alla pasticceria storica Demel. BEL-LIS-SI-MA!!!!
Che arredamento, che dolci, che cameriere gnocche, che cucina a vista con tanto di chef superpuliti e superprecisi con le decorazioni! WOW! Insomma, bellissimo! Trovare posto per otto persone non è un'impresa facile, ma la gentilissima signorina addetta proprio alla sistemazione dei clienti (esiste la professione di "sistematrice di clienti" da Demel, che lusso) ci porta al piano di su e ci trova due tavolini perfetti per noi, contornati da dei divanetti di legno a muro, ricoperti di un tessuto porpora sicuramente del secolo scorso a guardarne l'usura.
Cioccolata calda con Baileys e panna più torta al caffè e alle noci per me. Gli altri ci danno di sacher e truffel, io volevo provare una cosa nuova e bene ho fatto, perchè quella torta era uno schianto! Ma non era l'unico schianto lì, ahimè... chi ti vedo entrare da Demel? Chi si siede accanto al nostro tavolo??? Assurdissimo, incredibile, magnifico, fantastico... la giapponese della sera prima... sì, proprio lei.
Ci guardiamo con un'aria che definire sorpresissima è davvero poco. Faccio quasi per alzarmi, poi Ornella mi tiene, avendo colto in che stato confusionario fossi e mi dice "Madonna santa, ma il marito tu proprio non lo vedi, eh?". Mi risistemo subito sul divanetto e la guardo. Lei mi sorride, sembra davvero felice di esserci ritrovati così per caso, dopo quel ballo insieme, che sapeva tanto di unico e ultimo incontro nella vita. La ragazzina mi saluta cordialmente con una mano, togliendosi dalle orecchie le cuffie del suo tecnologicissimo iPod di ultima generazione, e si siede accanto alla mamma, sempre stupenda nella sua classe infinita. Il padre mi dà le spalle, manco si è accorto che le sue donne mi conoscono, meglio così.
Mi distraggo da morire a guardare quella donna, lei fa altrettanto, con molto meno sfacciataggine di me, naturalmente, ma mi guarda e ha un sorriso carico di tensione. Decido che devo fare qualcosa, vorrei tanto riparlarle, anche perchè se il Destino ha deciso che ci si dovesse incontrare di nuovo in una città straniera per entrambi, doveva pur voler dire qualcosa, no? Dunque, perchè sputare in faccia alla dea Fortuna? Non sta bene, va ringraziata ed aiutata.
"Mi scusate un secondo? Approfitto un attimo per andare al bagno...", dico agli altri, alzandomi e sgusciando fuori da quel groviglio di gambe umane e gambe di legno dei tavolini. Ornella capisce al volo cosa mi passi per la testa. La guardo e le lancio uno sguardo che vuol dire soltanto "lasciami fare e poi vedrai". Uscendo dalla mia postazione, sono costretto a passare accanto al tavolino di lei. La guardo dritto negli occhi, sperando che capisca che vorrei mi seguisse. Mi dirigo verso la vetrina dei dolci, perdo un po' di tempo lì intorno, fingendo di scegliere la mia fetta di torta, poi vado verso la toilette. C'è un po' di fila in questo corridoio elegantissimo, tutto illuminato con piccole lanterne fioche, che si riflettono in due grossi specchi d'epoca gemelli. M'appoggio al muro, ormai sicuro che lei non verrà, che non abbia capito, o che, pur avendo capito, non abbia voglia di riparlarmi, e invece... il suo accento inglese un po' insolito alle mie spalle.
"Che strana coincidenza ritrovarsi... non crede?"
"Buonasera, madame Japan... davvero un piacere rivederla, non l'avrei mai detto..." sorride per il soprannome appena datole.
"Nemmeno io... è stato molto bello, ieri, ballare con lei..."
"Sì... se posso dirglielo, ci ho pensato tutta la notte..."
"Lei ha pensato a me tutta la notte?"
"Sì, gliel'ho appena detto, non mi crede?"
"Non lo so, ma sì... perchè non dovrei, l'ho pensata anch'io ed è fantastico che lei sia qui"
Ce la caviamo alla grande con l'inglese, però, non essendo per entrambi la lingua madre, mi rendo conto di quanto siamo costretti a dirci le cose in maniera molto diretta, senza troppi giri di parole, che forse non sapremmo mescolare bene insieme. In effetti, non m'è mai successo di dire ad una perfetta sconosciuta, in modo così netto, di averla pensata tutta la notte, però le circostanze del caso... insomma, lo imponevano e credo che lei abbia sentito la mia stessa necessità di semplificare il dialogo il più possibile.
"Lei è davvero una donna molto affascinante, ieri sono rimasto colpito dalla sua grazia nei movimenti, dalla sua bellezza non comune"
"Grazie... sa, anche lei... insomma, è un bel tipo..."
"Se non fosse tutto così assurdo, la bacerei, sa?" le sorrido, appoggiato al muro di lato, accanto a lei, che mi è di fronte nella stessa mia posizione, speculare.
"Forse è assurdo non farlo, questo è proprio uno strano incontro... sa che non ci rivedremo mai più? Domani è il nostro ultimo giorno qui a Vienna, poi andremo via..." mi si avvicina.
"Anche per me domani è l'ultimo giorno..." m'avvicino di più anch'io. Mi guardo intorno, ci sono un sacco di cappotti che ci coprono, e persone in fila, gente in sala, non ci vedrà nessuno, se non sconosciuti, che staranno ad osservare un europeo dai tratti mediterranei che tenta di sedurre una splendida donna dai tratti orientali. La bacio. E' un bacio morbido, lungo abbastanza da poterne ricordare il sapore. Le tengo una guancia tra le mani e l'avvicino di più a me, per non smettere di gustare quelle labbra. Mi sento una sua mano sul bacino, accelera per un attimo l'intensità del bacio, come preludio della fine di quel momento pazzesco, e si stacca dolcemente da me.
"Doing so, you'll drive me crazy..." respira e si sistema i capelli, rossa in viso. E' meravigliosa.
Le dico che non le chiederò certo scusa per l'azzardo e mi appoggio di nuovo al muro, quasi a voler riprendere fiato anch'io dopo quel momento di desiderio folle appena vissuto. Resta a guardarmi un attimo, poi si mette in fila per il bagno delle donne, dandomi le spalle. Io non mi muovo da lì. Lei dopo un paio di minuti entra in bagno, poi esce e passandomi davanti, mi dice l'ora del suo volo, aggiungendo "Spero di incontrarti in aeroporto... altrimenti, a chissà quando, uomo italiano..."
"Jack..." le dico il mio nome.
"Madame Japan..." e lei non mi dice il suo. Torna al suo tavolo. Dopo un minutino, torno anch'io, ma evito di incrociare il suo sguardo, così come evito di raccontare agli altri l'accaduto.
I miei amici, poi, vogliono andar via. Nell'infilarmi il cappotto, i nostri occhi s'incrociano di nuovo e lei mi regala un sorriso che credo non dimenticherò mai più...
Cap.6: ALBERTINA E LUNA PIENA SULL'OPERA, IL MOMENTO PIU' BELLO...
Dopo aver fatto scorta di regalini vari da Demel, è la volta del museo Albertina, dove c'è una collezione di quadri d'arte moderna veramente invidiabilissima e meravigliosa. C'erano proprio quasi tutti i big e la cosa grandiosa è che questa collezione è un'ex collezione privata dei Batliner, dei ricconi sfondati, che l'hanno data in prestito permanente al museo... come cazzo fa un privato ad avere tutti quei capolavori?!?!? Pure io li voglio! Comunque, a parte la bellezza del tutto, all'Albertina trovo pure il "mio" Delvaux con il suo magnifico "Landscape with lanterns"... mi ci siedo davanti. Che quadro. Purtroppo, si fanno le 18:00 e i tizi della sorveglianza ci dicono che è ora di uscire dalle sale, così saluto quei capolavori e dopo aver comprato l'immancabile catalogo della mostra, ci dirigiamo sulla terrazza del museo, che affaccia proprio di fronte all'hotel Sacher e all'Opera. E sul tetto dell'Opera, che ho già definito forse il più bell'edificio di Vienna, svetta una Luna piena mozzafiato in un cielo per la prima volta limpidissimo e senza nebbia e nuvole.
Che paradiso. In quel momento, abbiamo alzato tutti gli occhi, in quella gelida serata, verso il timido satellite del nostro pianeta e oso dire senza troppa presunzione che ognuno in cuor suo si sia sentito, in quel preciso momento, un cittadino viennese a tutti gli effetti. Stavamo amando quella città, che ci ha accolti con la sua atmosfera romantica d'altri tempi, con il suo sfarzo decadente di un impero che fu, con la sua eleganza e sobrietà di chi un tempo ha dominato parte dell'Europa, innanzi tutto culturalmente. Ho guardato i miei amici, sembravamo il gruppo di simpatici malfattori del film Ocean's Eleven, quando guardano soddisfatti il casinò che hanno svaligiato, e sono stato fiero di loro, e fiero di me, di essere lì con loro e di giocare al ragazzino a 40 anni suonati. Ho pensato alle cazzate fatte durante la giornata e ho sorriso di me, stupendomi di quanto io ancora non sia capace di star buono e fermo ad un posto, come si converrebbe ad un serio professionista, tra l'altro padre. E poi, sì, certo, ho pensato a mio figlio, a quanto avrei voluto che vedesse anche lui quella meraviglia a cui stavo assistendo. Mi sono venute in mente le poche persone care che ho a cuore, alcuni di voi leggeranno, forse si riconosceranno in queste, e poi quel sorriso orientale di poche ore prima ha chiuso il mio flusso di pensieri, quando mi sono seduto su uno scalino e sono rimasto a guardare il cielo illuminato dalla Luna. Voglio viaggiare ancora, voglio conservare per sempre questa mia libertà. Il mondo è mio, ogni tanto, e io sono suo, ogni tanto...
Cap.7: ILONA STUBLER NON E' IL NOME DI UNA PORNOSTAR NORDICA, MA...
Di uno squisito ristorante ungherese nel cuore di Vienna, andateci, si mangia da dio!
Questa è puramente un'informazione tipo guida Michelin, non mi soffermerò sugli aneddoti, vi dirò solo cosa ho mangiato: zuppa di fagioli, ciccioli, wurstel e cipolline; gulash, apfelstrudel immerso nella vaniglia e nella crema ai mirtilli, liquorino bomba a tremila gradi della casa. SLURP.
Cap.8: "SI', VIAGGIARE... EVITANDO DI PERDERCI OGNI DUE ORE... NANANA NANA NANAAA..."
Non è possibile. Quella stronza di stazione di Hello Kitty ci crea sempre e solo problemi! Infatti, saliti in metro a Stephansplatz, prendiamo la linea verde per la nostra Hello Kitty station, ma, quando usciamo dalla stessa, invece di andare a destra, andiamo inspiegabilmente a sinistra, senza accorgerci minimamente dello sbaglio, complice forse la birra a litri e il liquorino della casa ungherese... insomma, camminiamo camminiamo, poi io dico "Ma non staremo camminando un po' troppo? Ci mettiamo cinque minuti in genere, è un quarto d'ora che giriamo a vuoto..." e scoppio a ridere, proprio da ubriacone strafatto, di quelli che ridono pure se un camion investe all'improvviso una povera vecchina indifesa. Continuiamo a camminare, poi ad un tratto mi scoccio, sto troppo stanco, così vedo un tizio con una vecchietta poco più avanti di noi, lo rincorro e gli chiedo informazioni sulla nostra via.
"You're totally wrong" dice questo, con un inglese un po' storpiato, più che altro dalla sua parlata pazzescamente CHECCOSA.
"Vi accompagno io!" dice e mi mette una mano sulla spalla. Uè. Giù le mani.
Il tizio frocione molla la vecchia due palazzi più avanti e poi viene da noi saltellando come Heidi in mezzo alle caprette.
"Let's go, boys! Let's go!" strilla, dandosi arie da capogruppo.
"Questo sta più fatto di noi!" dice Fabiana e inizia a ridere fortissimo, quando il frocion marpion mi prende sottobraccio.
"Hombre espanol, ja?"
"No, ma che hombre espanol... italian, I'm an italian man..." e provo a divincolarmi dal braccio del lurido.
Le frocion marpion stringe la presa.
"A me piace italiani, vous êtes très
Dotte conversazioni su msn tra due esemplari di sesso maschile...
Uomo 1 scrive:
ghghgh Ciao Uomo 2, come va?
Uomo 2 scrive:
ciao, Uomo 1! tutto ok, sono un po' incasinato di scartoffie e telefonate
Uomo 1 scrive:
al solito direi (faccinacheride)
Uomo 2 scrive:
sì sì, per completare il quadro, un paio di gnocche che fracassano le palle, direi che sono veramente a posto (faccinachesorridetipouomodimondo)
Uomo 1 scrive:
muhaha
Uomo 1 scrive:
e' bello vedere che certe cose non cambiano mai, dà sicurezza
Uomo 2 scrive:
insomma... sarebbe molto più bello vedere che le donne all'improvviso smettano di scassare la min**** (faccinacheride)
Uomo 1 scrive:
ma poi non c'e' gusto a ritirare il superpremio!!!
Uomo 2 scrive:
certe volte è pure un pacco tremendo, tipo uovo di pasqua della despar... doppia fregatura!
Uomo 1 scrive:
certo che se non prendi il kinder gransorpresa... te la vai anche a cercare!!!
Uomo 2 scrive:
(faccinachesisganasciadalridere)
Uomo 1 scrive:
o che il cioccolato sia buono
Uomo 1 scrive:
o che la sorpresa sia super!
Uomo 1 scrive:
se poi riesci a mettere insieme le cose, ok!
Uomo 1 scrive:
ma se non ne azzecchi neanche una... cioe'...
Uomo 1 scrive:
colpa tua! (faccinacherideapresaperculo)
Uomo 2 scrive:
adesso c'avrei un uovo lindt tra le mani, di quelli pralinati... però quanto scassa la ma**** quest'uovo lindt non te lo puoi immaginare (faccinaebetecheride) quasi quasi meglio il despar di poche pretese
Uomo 1 scrive:
eheheh se e' in offerta speciale... prendi, no?
Uomo 1 scrive:
(non voglio pensare a cosa accadrebbe se questa discussione venisse pubblicata per la gioia del pubblico femminile (faccinachecrepadallerisate) )
Uomo 2 scrive:
(faccinachesisganasciadalridere)
Uomo 1 scrive:
mia moglie come minimo mi scotenna (faccinacheridea3000denti)
Uomo 2 scrive:
dai, quasi quasi togliendo i nomi la pubblico (faccinaidiotachesghignazza)
Uomo 1 scrive:
paladina della figa lei!!!
Uomo 1 scrive:
veeeedi tu! (espressionemistaditerroreesfidaall'universofemminilesulvisodiUomo1)
Uomo 1 scrive:
fammi sapere
Uomo 1 scrive:
io vado a borbottare dal capo ora
Uomo 1 scrive:
torno tra un po' (faccinachesorrideinmodoangelico tipo "spacco il culo al capo e poi torno a dire stronzate con te")
Uomo 1 scrive:
ciao a diddopo!
Uomo 2 scrive:
arrivedorci, io continuo a fatica' (faccinachesalutaesigrattalapanza)
Quando ci mettiamo, noi uomini sappiamo essere veramente dei gran tamarri e ne andiamo anche fieri... wow!
THE SECOND DAY - NAPOLI - VIENNA - NAPOLI
Cap.1: UN PROFUMATO RISVEGLIO...
"Prrrrroooooootttt!!"
"Marce'... e mamma mia..."
"E scusa, m'è scappata, tanto l'ho mollata sotto alle coperte, non esce fuori la puzza"
"Però ora quelle coperte saranno radioattive..."
In quel momento, ho realizzato che il caldo atroce della notte appena finita forse non era stato causato solo dai piumoni pesantissimi, ma... vabbe', comunque, ci docciamo, vestiamo e andiamo a chiamare gli altri per la colazione. Colazione davvero buona. E davvero b(u)ona pure la ragazza nordica che sta seduta di fronte al nostro tavolino, da sola. DA SOLA! Si fa un gioco cretino da maschi, a tavola, e si decide a sorte chi dovrà approcciarla. All'inizio esce Marco. "No, raga', sto già incasinato con Francesca, vi prego, ci manca solo che io abbordi una sconosciuta! Passo, passo..." e al secondo turno, tra i tre caballeros rimanenti, esco io.
"Ma che culo!" ribatte Marcello.
"Dai, allora vacci tu, Alain Delon, fammi vedere che sai fare" lo sfido io.
"Ok, ci sto, vado io, state a guardare questa lezione di abbordaggio, principianti che non siete altro" e si alza, tutto impettito, lui che è alto sì e no 1,75, e si dirige verso il buffet.
"Ma che cazzo fa..." dice Diego a bassa voce, sghignazzando.
"E non lo so, stiamo a vedere" e Marcello intanto riempie un bicchiere di succo d'arancia, ruba un fiorellino dal bouquet di fiori secchi che addobbava il buffet e si dirige verso la vittima bonazza. La guarda, tutto sorridente e dice...
"These are for you, it's a shame that a so pretty girl is all alone... can I sit down here?" e mentre fa per sedersi, un ragazzino urta la sua sedia, spostandola, e Marcello finisce con le chiappe per terra, rovesciando il succo d'arancia sul tavolo della povera crista, che impreca e ride allo stesso tempo.
Noi, al tavolo, praticamente muoriamo d'asfissia per le risate, poi, Diego si gira verso la ragazza e le dice di non badarci, perchè tutto il teatrino grottesco fa parte delle invincibili tattiche di seduzione di Marcello. Lei, tra il disperato e il divertito, dà un ultimo morso al suo pane imburrato, saluta Marcello, ridendogli in faccia, e gli dice "Thank you for the flower, but sometimes is better alone than..." e molto signorilmente non aggiunge altro.
Marcello, a quel punto, torna tra noi con la coda tra le gambe, lanciando sguardi furiosi al ragazzino che gli ha accidentalmente urtato la sedia e che intanto non smetteva pure lui di ridere a crepapelle. Meno male che non ci sono andato io a fare l'abbordaggio, va'...!
Cap.2: LEOPOLD MUSEUM & MUMOK
Arte, arte e ancora arte. Bellissima scorpacciata di quadri, soprattutto di epoca moderna, con nomi davvero di primo piano, al Leopold. Tra i tanti big, tra cui un meraviglioso Egon Schiele e disegni di Klimt, spicca, poi, un nome forse non noto a tutti, ma che meriterebbe d'esserlo: Franz Sedlacek (giusto per chi volesse farsi un'idea, qui ci sono tre suoi bellissimi dipinti). Un visionario, un poeta del colore, secondo me. Vederne i quadri da vicino è stato emozionantissimo.
Al Mumok, poi, sempre all'interno del complesso del Museums Quartier, e quindi a due passi dal Leopold, troviamo una mostra temporanea sulla Cina, di arte contemporanea, molto surreale ed inquietante, che rende perfettamente l'idea del progresso ultrarapido di quel paese negli ultimi anni. Alienazione dell'uomo, forme insolite, produzione in serie e colori sgargianti sono i fulcri concettuali della mostra. Veramente angosciante, c'ha fatto riflettere. Raggiungiamo il piano sotterraneo dell'edificio, dove, invece, c'è una temporanea di fotografia davvero SCHIFOSA, e la definisco tale proprio per i soggetti delle foto, ovvero PISELLI, BUDELLA ANIMALI e SANGUE. Provate a cercare su Google un tale Ludwig Hoffenreich e poi mi direte...
Usciamo un po' sconvolti dalla suddetta mostra e prendiamo l'ascensore. Partono i commenti delle ragazze.
"Ma che lurido, questo!" esclama Alessandra.
"Sì, davvero, se quella è arte, allora io dico a Mario, il mio macellaio, di fare un paio di foto al suo bancone, così lo espongono al Moma di New York!" scatta Fabiana, ma mentre lo dice, si appoggia alla pulsantiera dell'ascensore e all'improvviso si sente un rumore sinistro, che fa tipo telefono occupato. "Tu tu tu tu!".
"Che è stato?" chiedo.
"Che ne so?" dice Fabiana.
"Hai toccato qualcosa???" chiedono quasi insieme Diego e Ornella.
"Hallo? Bitte?" una voce fuori dal coro. La cretina di Fabiana ha poggiato le chiappe sul tasto di S.O.S. e un tetesken dall'altra parte prontamente stava rispondendo alla presunta richiesta d'aiuto. Il tizio, poi, continua a parlare, con tono un po' più incazzato, perchè nessuno di noi ha ancora risposto, in preda alle risate. Al che, improvviso una voce femminile, veramente improbabile, e dico "Oh, I'm very sorry, there's nothing wrong, pardon me!". Il tetesken nemmeno risponde e chiude di botto il contatto. Fortunatamente arriviamo al piano, caccio praticamente via le ragazze e Diego dall'ascensore, sperando che nessuno stia fuori ad aspettarci per cambiarci i connotati. Siamo ancora vivi.
Cap.3: DI NOMI E SOPRANNOMI + TRAMEZZINI CON LE CACCOLE
Altro battesimo è stato fatto per il buffet Trzesniewski, conosciuto per essere il posto più "in" dove mangiare tramezzini a Vienna. L'impronunciabile Trzesniewski è diventato, molto più comodamente, Tramezzinsky. Ci andiamo.
Quando entriamo, un bordello esagerato di persone ci avvolge. Le vetrinette del bancone sono strapiene di tramezzini di tutti i tipi, ma con mia somma gioia, sono TUTTI imburratissimi. Guardo Ornella, sconsolato.
"Non toccherò una briciola di 'sta roba, trasudano burro da tutti i pori, questi tramezzini, accidenti..."
"Cacchio, mi sa proprio che resti digiuno, qui... però, devo dirti la verità? Non m'ispirano proprio, 'sti tramezzini... aspetta, eh..."
E Ornella va dalle ragazze a dire non so cosa, tanto che dopo un attimo le altre fanno una faccia schifatissima, Karin su tutte.
Poi, la sento che dice "No, no, andiamo via da qui, vi prego!" ed esce dal locale, lasciando tutti un attimo spiazzati. A ruota, la seguono le altre e poi noi uomini, di conseguenza.
Fuori dal locale, decidiamo di mangiare un panino al volo da qualche altra parte e c'incamminiamo. Non convinto, però, da quella fuga repentina, afferro Ornella per un braccio all'improvviso per avere qualche spiegazione...
"Ma che cavolo sei andata a dire a quella, per farla uscire in quel modo schifato da Tramezzinsky?!?"
"Ma no, nulla di particolare, solo che avevo visto la tizia al bancone che si scaccolava e poi toccava i tramazzini a mani nude..."
"Sei veramente..."
"Un genio..."
"Sì, un genio, ma del male... ti devo un favore, sceglierai tu"
"Come minimo, caro... dammi il braccio, va', prima che Karin mi freghi il posto; se proprio devi far da cavaliere a qualcuna, qui, il posto è mio di diritto, sono o non sono la tua ex compagnuccia di banco?". Eh sì, è sempre lei, la mia compagnuccia di banco, che per non lasciarmi solo soletto, ha fatto passare per una scaccolatrice folle una povera crista, che sembrava davvero di una pulizia esemplare!
Cap.4: NO INGLESE, NO MAGNI
Come detto su, cerchiamo una panineria, una salumeria, una hotdoggeria, insomma qualcosa che finisca per "ria" dove poter comprare qualcosa da mangiare al volo, visto che s'era fatto tardi. Troviamo un posto che vende un sacco di salumi buonissimi, con wurstelloni enormi, speck e cose così. Sulla vetrina c'è scritto "SANDWICHES" e che il menu è in otto lingue. Pensiamo sia perfetto, entriamo e io comincio a sfoderare il mio inglese, per fare le ordinazioni per tutti, quando m'accorgo che la tizia mediorientale che sta al bancone non capisce manco il cazzo di inglese. Me ne accorgo, perchè la vedo che mi guarda con l'occhio da triglia eroinomane. Provo ad abbozzare una pessima frase in tedesco, per chiederle se capisse vagamente l'inglese e lei risponde con un secco "Nein". Le indico la scritta sulla porta dei menu in otto lingue e lei sempre "Nein".
"E 'sti cazzi nein", penso. Cerco di farmi capire a gesti, ma "nein" pure lì, eppure come mimo sono sempre stato bravissimo, giuro! Al che Marcello mi si avvicina e mi dice "Questa ci sta prendendo per culo, si vede che è tardi e si sfotte di farci i panini, andiamocene" e io "Tu dici? Ma che stronza!", sotto sotto sperando che capisse almeno quel mio "stronza", ma la tizia non batte ciglio. Le faccio il classico segno con la mano che ce ne andiamo e lei fa spallucce, come a dire "E chi se ne fotte?".
La lasciamo, così, al suo triste destino da monoglotta (sarà il contrario di poliglotta?) e ce ne andiamo, sfanculandola allegramente in tutte le lingue del mondo che conosciamo, pure in sanscrito. Alla fine, ripieghiamo in una specie di fast-food: pollo fritto e patate per tutti, sempre meglio dello speck ipernazionalista di quella deficiente.
Cap.5: ABBORDAGGIO A STEPHANSPLATZ, OVVERO "LE VITTIME DI ORNELLA"
Ebbene sì, la mia ex compagna di banco è veramente molto molto carina e dovunque lei vada, dissemina scie di vittime di sesso maschile, distrutti psicologicamente dal suo fascino da donna inafferrabile e sarcastica. Insomma, oltre ad essere di bell'aspetto, è anche una donna di spirito, interessante e simpatica, quindi, becca come una pazza a tutte le latitudini. E anche a Vienna.
Per le strade di Vienna, soprattutto vicino al Duomo di S. Stefano, ci sono un sacco di tizi, vestiti con una mantella tutta sfarzosa, che fanno volantinaggio per i concerti teatrali. Uno di questi, appena vede Ornella, comincia proprio a dare i numeri. Non so se fosse ubriaco o cosa, ma inizia proprio a seguirla, dopo che lei aveva gentilmente rifiutato uno di questi volantini. Io sto dietro di qualche metro e osservo la scena, inizialmente divertito, poi dopo alquanto infastidito, vista l'insistenza del cretino e il chiaro disinteresse di Ornella.
"Italiana, ja? Che tonna!"
"Donna, Donna... con la D..."
"Ja, ja... tu molto bella, tonight noi due, together in Wien?"
"Ma che together e together... tonight io sto con i miei amici, my friends... bye bye..."
"Nein, nein! Mio povero cuoro, italiana donna con la D, tu non andare, don't go away from me!"
"Ma che hai bevuto per stare così ubriaco già a quest'ora del pomeriggio, bello mio?"
"Io non capire, italiana bellissima... tu bellissima, capito? Tonight con me, pefffffavore!" e l'abbraccia. A quel punto, allungo il passo, gli prendo il polso con forza e gli dico gentilmente di lasciarla in pace, con uno sguardo, credo, molto convincente.
"Ohhh... boyfriend geloso... io andare, io andare... ciao, bella italiana, I love you!"
"Eh sì, come no, e io amo quella zompaperete di mammeta" ho detto, sorridendogli, come se l'avessi salutato cordialmente.
Ho abbracciato Ornella, manco fosse proprietà privata mia, e siamo entrati insieme agli altri in S.Stefano... meraviglia. E gelo.
"Grazie, siamo pari, m'hai salvato"
"Di nulla, socia"
"Bravo, socio, così si fa"...
Cap.6: KLIMT SE LA COMANDA A VIENNA. LA "SECESSIONE".
Sempre girovagando al freddo polare, offrendo ogni tanto il mio abbraccio possente e virile (...) alle pulzelle in cerca di calore e conforto, ci dirigiamo verso l'edificio della Secessione, che ospita all'interno uno splendido fregio di Klimt, dedicato a Beethoven, raffigurante un'allegoria degli sforzi che l'uomo giusto deve compiere per arrivare al Bene, passando per il Male nelle sue molteplici manifestazioni.
Che lo dico a fare che era stupendo? Già, che lo dico a fare. Dopo la piccola sosta klimtiana, ci tuffiamo nel Kunsthistorisches Museum, un edificio immenso, strapieno di capolavori dal Medioevo al 1700. Un po' dispersivo, a dire il vero, poichè immenso, ma con altrettanto immenso piacere m'imbatto in una temporanea su Tiziano e trovo il bellissimo quadro "Venere, Marte e Cupido", che è di una sensualità sconvolgente. Inutile soffermarmi su quali pensieri mi siano passati per la testa, di fronte a quel dipinto... un peccato che su google non ci sia (o almeno io non l'ho trovato, altrimenti l'avrei postato qui per farvelo vedere).
Cap.7: IL RATATOUILLE E I MERCATINI DI NATALE
Sfiniti, distrutti, perchè i musei ammazzano, e sazi d'arte, decidiamo che è il momento tanto atteso dalle donne, quindi: direzione Rathaus, ribattezzato Ratatouille, ai cui piedi ci sono i caratteristici mercatini di Natale viennesi. Passiamo davanti al Parlamento, edificio in stile tempio greco, attraversando un parco buio, illuminato fiocamente da poche lanterne antiche, scenario che ricorda il "maledetto" quadro di Delvaux, che mi perseguita da un po', "La dolce notte", e giungiamo al Ratatouille. Il Ratatouille è l'edificio del municipio di Vienna ed ha un'architettura davvero caratteristica, con la torre centrale altissima e tutta illuminata. Sotto, un brulicare di bancarelle, gente da tutte le parti del mondo, addobbi natalizi, profumo di punsch e wurstel... insomma, bello. Ci perdiamo un po' tra le varie bancarelle, compriamo qualcosina, beviamo una tazza di punsch caldo all'arancia in mezzo ad una marea di persone allegre e un po' brille, fino a che non propongo alla ciurma di andare a mangiare una sana e gustosa fetta di torta... mi si è risposto sempre sì a questa proposta, strano, eh?
Cap.8: FANTOZZI E FILINI AL LANDTMANN CAFE'
Decidiamo di attraversare la strada, per andare in un posto poco distante dal Ratatouille, ovvero il Landtmann Cafè, altro caffè storico dove andava nientepopodimeno che il Dott. Freud! Emozione, emozione, emozione, soprattutto per me, ovviamente!
Ci sediamo, l'ambiente è accoglientissimo; anche qui, come al Cafè Sperl, i mobili sono d'epoca e la cosa carina è che, essendoci nei pressi un teatro, ci sono un sacco di signorotte elegantissime con mariti impinguinati accanto. Noi, con i nostri jeans, facciamo la nostra porca figura. Ci alziamo, Marcello ed io, per andare a dare uno sguardo alla vetrina dei dolci... goduria delle godurie!!! Prendiamo nota mentale di tutte le leccornie adocchiate, così da riferirle alle signorine, comodamente sedute, e agli altri due caballeros, ma... mentre torniamo al tavolo, vediamo una tizia del personale che praticamente fa incetta di tutti i nostri cappotti e se li porta via, senza darci nemmeno il tempo di prendere dalle tasche degli stessi i cellulari, i portafogli e quant'altro! E' talmente lesta la tipa del guardaroba, che nessuno riesce a fermarla, così di fatto la belva biondona ci rapina dei cappotti. Solo io e Marco rimaniamo con qualcosa di soldi addosso, poichè avevamo il malloppo nelle tasche posteriori dei jeans. Dopo questo furto in piena regola, tra risate e imitazioni della tizia, soprannominata "gnocca mano lesta", ci scrofiamo almeno un paio di fette di torta per uno con tanto di thé ai frutti di bosco... slurp... poi, finita la sosta cafè, io e Marco andiamo a pagare e a riprendere i cappotti di tutti. Vediamo che sul bancone del guardaroba c'è, ovviamente, un piattino per le mance. La cosa inquietante, però, è che nel piattino ci sono, oltre a pochissimi spiccioli, carte da 5 e 10 euro e davanti a noi un signore POFF! e posa altri 5 euro di mancia. Io mi dirigo alla cassa e pago per tutti, Marco resta al guardaroba, un po' sotto shock. Quando torno, mi guarda con il classico sguardo fantozziano, tipo "molto umaaano, leiii..." e mi fa un cenno con gli occhi di guardare il piattino delle mance. Io vedo i soldoni e gli faccio cenno altrettanto con gli occhi che gli tocca mettere i 5 euro, sghignazzando sotto i baffi a vederlo così "teso", dato che Marco è notoriamente un po'... "cangurotto" dalle mani tirate. Mi riguarda e dice sottovoce, con un 5 euro in mano, "Vado di 5 euro? Faccio io, ragioniere?" e io, impersonando un indimenticabile Filini nella scena dei dieci taxi da pagare, rispondo prontamente con un "Facci lei, Fantocci, facci lei... regoliamo dopo" e le ragazze, che nel frattempo stavano aspettando dietro di noi, assistono alla scena, sganasciandosi dalle risate. Quando usciamo fuori, vedendo che le sceme piangevano dal ridere, ovviamente noi uomini diamo il via ad una sorta di teatrino fantozziano, con il replay della scena appena vissuta, ma con più pathos, più remake vari di altre indimenticabili scene fantozziane, che non si possono non conoscere.
Passa, poi, una tizia bonissima in tenuta da corsa e noi maschietti, improvvisamente, smettiamo di ridere e ci giriamo tutti e quattro a guardare il marmoreo fondoschiena dell'attillatissima ragazza, che ha uno stacco di cosce strizzate in un leggins che è tutto un programma... wow... roba da infarto! Certa gente dovrebbe avvisare con dei segnali luminosi del proprio arrivo, almeno ci si prepara fisicamente e psicologicamente a reggere il colpo! Poi, Marcello mi guarda e dice "Andiamo?" e io "Andiamo!" e ci giriamo di scatto, salutando gli altri, che ci urlano dietro "Ma dove andate?!?!?" e iniziando a trottare per raggiungere la bonazzona. La affianchiamo, correndo correndo ci togliamo i cappelli con un inchino saltellante, le facciamo un paio di complimenti galanti, Marcello per poco non casca in una buca, la ragazza sorride tutta divertita dai due cretini che siamo, ci manda due baci con le mani, e noi, scemi in ugual misura, ci reggiamo il cuore all'unisono, manco ci fossimo organizzati, per dimostrarle la nostra emozione devastante; lei scoppia a ridere, accasciandosi sulle sue gambe. A quel punto, consapevoli di non poter fare di più, ma soddisfatti di averla fatta spisciare, le facciamo il baciamano insieme, stavolta d'accordo, e ce ne torniamo dai nostri amici, zompettando di corsa e salutandola con fare da pinguini dei cartoni animati, non so se c'avete presente... lei resta a guardarci per un attimo e poi riprende a correre con un sorriso fantastico sulle labbra. Che gnocca!!!!!
Cap.9: CAFE' LEOPOLD & JAPANESE RENDEZ-VOUS
Per chiudere la serata, sempre Marcello ed io, ormai galvanizzati dall'incontro con la bonazzona, proponiamo agli altri di andare a ballare in un posto che ci aveva consigliato un'amica di Karin. Il Cafè Leopold, una sorta di lounge bar, con musica elettronica, house e commerciale, frequentato più o meno da una fascia di persone dai 25 ai 45, il che ci sembra perfetto per noi. Non è la discotecona da ragazzini, ma si balla comunque e da quanto ci è stato detto, il posto è ben frequentato ed è considerato tra i locali più "cool" della Vienna cultural-intellettual-fashion. "Bene! Sicuramente ci saranno stragnocche dovunque!" commenta Marcello, prendendomi sottobraccio per organizzare gli attacchi della serata. Va detto che, quando io e Marcello lavoriamo in coppia per fare acchiappanza, siamo veramente imbattibili, provare per credere. In nostra compagnia, se proprio non volete darcela, donne, sappiate che, però, riderete fino a piangere e vi dimenticherete che esiste la noia su questo pianeta. Fine dello spot, grazie.
Entriamo. Karin è particolarmente tesa, mi guarda malissimo ogni due minuti, come se le avessi fatto chissà quale sgarro, dimenticandosi forse che la sera prima aveva creato tutto lei, non certo io. Faccio finta palesemente di non accorgermi del suo malumore e mi dò ad una prima esplorazione del locale, drink alla mano. La musica è buona, coinvolgente, le luci basse, il chiacchiericcio teutonico in sottofondo dà una sensazione alienante di spaesamento, ma è piacevole, è come sentirsi all'improvviso in un altro universo. Il mio cocktail è delizioso, liquore dolce al mandarino, vodka liscia e uno spruzzo di rhum aromatizzato agli agrumi. Mi raggiungono Ornella e Fabiana, trascinandomi in questa piccola pista centrale, con attorno tanti divanetti con su gente che beve e fa conversazione. Iniziamo a ballare, sorseggiando e chiacchierando nel caos. S'alternano pezzi noti e pezzi mai sentiti prima. Noto, poi, nella folla uno strano trio di orientali. Giapponesi, per la precisione. Un uomo di qualche anno più grande di me, una ragazza carina, che sembra essere sua figlia, e una bellissima donna, presumibilmente la moglie.
Resto affascinato dall'eleganza di quella donna giapponese. E dire che a me le donne orientali non piacciono assolutamente, ma quella aveva uno charme veramente indecente. Bella da morire, stranamente alta, capelli ondulati, snella e formosa al punto giusto, lineamenti delicati e due occhi neri da far rabbrividire, com'è successo quando i nostri sguardi si sono incrociati. Le ho sorriso d'istinto, alzando il bicchiere leggermente, in segno di saluto, diciamo così, e di "brindisi a distanza". Sorride. In mente mia, ho brindato al suo fascino estasiante. Avevo voglia di avvicinarla. Faccio segno ad Ornella di guardarla e lei commenta con un secco:
"Che bella donna!"
"Eh... merita un abbordaggio, non credi..."
"Ma che sei matto? Mi sa che quel panzone è il marito... stai buono qui, non facciamo casini..."
"Nessun casino, voglio solo parlarle due secondi, è bellissima"
"Li conosco i tuoi due secondi, stai qui, io non ti verrò a tirare fuori dai guai, parola mia, eh?"
"Non preoccuparti... " quasi non l'ascoltavo, guardando quella donna, che, forse, sentendosi osservata, ogni tanto ricambiava i miei sguardi. C'è un clima teso tra i tre, la figlia sembra discutere con il padre e cercare l'appoggio della madre. Trovo strano che siano in quel posto, proprio perchè non è esattamente da famigliole in gita; poi, all'improvviso la figlia sbatte quasi la sua borsetta sulla pancia del padre e si butta in pista a ballare in mezzo ad un gruppetto di ragazzi austriaci, che l'accolgono con simpatia tra di loro. La ragazza manda via il broncio dal faccino giallognolo e inizia a divertirsi. Torno a tenere d'occhio la madre e vedo che stavolta è lei a discutere velatamente con il marito, che ha proprio la faccia antipatica. La donna, dopo pochi minuti, sembra mandarlo al diavolo e se ne va al bancone del bar.
"Si è allontanata dal marito, devo andare ora o non la becco più, ci vediamo dopo" dico di fretta ad Ornella, che inutilmente prova a ridirmi di star buono.
La donna giapponese è intenta a giocare con la fettina d'arancia del suo Martini rosso, è a testa bassa, guarda il liquido arancione scuro. Mi appoggio al bancone accanto a lei, la guardo, sorridente. Lei alza gli occhi e li posa nei miei, ha uno sguardo triste, ma mi sorride in modo gentile.
Le faccio una battuta in inglese sul fatto che se continuerà a giocare con quella fettina e il ghiaccio, berrà la schifezza di tutti i Martini, così annacquato, e lei porta il bicchiere alla bocca e manda giù un sorso quasi con veemenza. Le casca una goccina sul mento, le porgo un tovagliolino dal distributore sul bancone. Mi ringrazia e mi fissa, mentre si asciuga piano il mento.
Le chiedo cosa ci faccia in quel posto con famiglia al seguito; lei risponde che ci hanno portato la figlia, che si stava annoiando in questa vacanza europeo-familiare. Poi, indica con un cenno della testa il marito e mi dice che è un po' colpa sua, se la figlia è così di malumore, la controlla troppo.
"Dovrebbe controllare lei...", dico tra un sorso e l'altro, provando a sfoderare un sorriso marpione.
"Dice? Non lo fa più da un pezzo..." risponde con un pizzico di lusingato imbarazzo e un po' di malizia. Mi accorgo di quanto mi piaccia quella donna, che, se solo potessi, la bacerei all'istante.
Ci guarda la figlia dalla pista. Fa una sorta di smorfia divertita alla mamma, come a dire "Dai, prova per una volta a divertirti pure tu, lascia perdere papà!" e la mamma le strizza l'occhio, sorridendo. Un sottile filo di complicità tra mamma e figlia, bello... e bella lei, bellissima.
Ad un tratto, il dj mette un pezzo di Craig David, Hot Stuff, il remake di Let's Dance di Bowie. La canzone mi piace molto, la trovo sexy, bella da ballare. Le tolgo delicatamente il bicchiere di mano e la invito con un semplice "Let's dance" a seguirmi in pista. Lei per un attimo è titubante, provo a rassicurarla con un sorriso gentile e infine si lascia trascinare in mezzo alla calca di gente danzante. Inaspettatamente, mi mette subito le mani intorno al collo, gioca con i miei capelli e iniziamo a ballare con i corpi vicinissimi, struscianti, cosa che non avevo proprio messo in preventivo, più che altro per la presenza del marito, seduto nella saletta con i tavoli. Da seduto, però, non c'avrebbe visti in mezzo alla folla e forse lei aveva già pensato a questo, chissà, fatto sta che, stanti così le cose, l'abbraccio... la donna balla benissimo, sembra una ragazzina, nonostante i suoi almeno 45 anni, ed è sensuale come poche altre donne incontrate in tutta la mia vita. Le cosce s'incrociano, ha un profumo stupendo, le luci colorate le fanno splendere i nerissimi capelli di riflessi viola, blu, rossi... e io non so come mi contengo dal baciarla, quando a canzone finita ci ritroviamo praticamente avvinghiati. Mi volto di scatto di lato, sentendomi osservato, e vedo la ragazzina giapponese che mi fa un inchino per salutarmi, e fa cenno alla mamma che forse è meglio andare, prima che arrivi il padre. Lascio andare, non troppo convinto, la donna, senza nemmeno averle chiesto il nome, e resto come un pesce lesso a guardarla, mentre va via, di fatto morendo dentro, al pensiero che non l'avrei mai più rivista... si gira solo una volta a guardarmi, alza la mano per salutarmi e poi sparisce.
Passo il resto della serata seduto su un divanetto insieme agli altri amici, a bere e a ripensare a quanto fosse successo. Karin continua a fulminarmi con lo sguardo e a lanciarmi battutine al vetriolo sul mio incontro "atomico" con la giapponese, sedendosi accanto a me, quasi a non volermi lasciare in pace con i miei pensieri... le rispondo un po' alienato, abbracciandola distrattamente sul divano, ma con la testa sono proprio altrove...
Alle 2:00 del mattino, infine, usciamo dal locale e ce ne andiamo in albergo. Japan on my mind.
What you doin' to me
Girl I can't hold back
Some Hot Stuff
Is all that I need
So why we waitin'
Let's Dance
Napoli - Vienna - Napoli
Riassunto in brevi capitoli (ma il tutto è lungo, quindi, armatevi di santa pazienza, se interessati o pussate via da qui) del primo giorno di viaggio

Cap.1: LA FEBBRA...
Eh sì, in questo periodo del kazzus che mi sta perseguitando, poteva mai capitarmi una partenza serena? Ceeeerrrrrto che no! E così, la notte prima di partire, mi sento dentro un fuoco, un bollore, un calore... "no, non è l'andropausa", mi dico, sono ancora giovane per quella, "ma non sono nemmeno gli ormoni iperattivi", mi ridico, sentendo io, in quelle condizioni, il mio tasso di desiderio sessuale pari allo 0,000001% del solito livello, quindi, a ridurmi così è... la... febbrA.
Mi guardo allo specchio prima di andare a letto e mi viene in mente la battuta di Maccio Capatonda, un comico della combriccola Gialappa's & Friends, azzeccatissima nel mio caso:"Dottore, chiami un dottore! Ho la febbra!".
La mattina dopo, infatti, mi sveglio con un 38,7°, roba che sarei stato volentieri nel letto a poltrire, invece di partire, ma poi un impeto di virilità mi urla dentro "Vergognati! Avanti, marsch!" e così mi alzo, mi lavo, mi vesto e volo giù, non appena mi citofonano i miei amici.
"Ma che faccia hai?!?" chiede candidamente Ornella, vedendomi tutto imbacuccato nella mia sciarpa.
"Ho la febbrA", le rispondo.
"La lebbra?" dice la scema.
"Sì, scansati, te l'attacco"
"Mi fai veramente senso, tu in macchina mia non ci sali tutto pieno di microbi"
"Vedrai quanti te ne spargerò nei capelli ad ogni colpo di tosse, bella mia... avanti, scendi, guido io"
"Tu?! Ma se dormi in piedi! Fila dietro e non rompere"
Ecco, queste sono donne. Mi ha zittito con poco, sorridendo, sculettando e non mi piace nemmeno, perchè è la mia migliore amica. Dovrebbero imparare tutte da lei (t'ho sviolinata, visto? Hai detto che non lo faccio mai!).
Cap.2: PASSEROTTO NON ANDARE VIA e il passerotto "MA DOVE CAZZO VUOI CHE VADA?! STO UNA MERAVIGLIA QUI!"
Perchè questo titolo? Perchè nell'area di ristorazione dell'aeroporto di Capodichino troviamo due passerotti, che saltellano allegramente sui tavoli, a caccia di briciole, per niente impauriti dalla presenza di tante persone, e decisamente AFFAMATI, tanto che me ne trovo all'improvviso uno sul ginocchio, con tanto di strillo terrorizzato di Karin, collega biondona di origini austriache di Ornella, manco quell'uccello fosse stato una pantegana alata e manco si fosse posato sul SUO ginocchio. La bestiola, comunque, (non Karin, intendo il passerotto) mi guarda e mi fa "CIP!" come a dirmi "E dammi un po' del tuo panino con la cotoletta di pollo plastificata, bastardo!!". Così gli mollo una briciolina, lui mi becca la mano, soddisfatto, e se ne va dal compare, che intanto stava spazzolando un tavolino da poco abbandonato da una famigliola.
Baglioni, come al solito, non ha capito niente. E ora chi li smuove più da lì, quei due passerotti?!? Altro che "non andare via"... li dovranno prendere a calci, mi sa.
Cap.3: I DISPLAY A PRIMA MATTINA SONO UBRIACHI, MA CHE DIRE DEGLI AMICI...?
Se sul tabellone c'è scritto "Imbarco Gate A2", generalmente ci si fida, no? Però, se all'imbarco A2, a venti minuti dal decollo del volo, non c'è ancora nessuno, a quel punto non ci si fida più, no?
"Ma siamo proprio sicuri che sia qui? Siamo gli unici fessi che vanno a Vienna, oggi?" chiedo un po' a tutti, molto perplesso dalla desolazione del cancello d'imbarco.
"Ahhh... Jack, non cominciare a fare il disfattista, se c'è scritto A2, è sicuramente A2 il nostro gate, stiamo benone qui" sibila Karin, che in quanto pseudo-austriaca, in questo viaggio fa la donna di mondo che sa tutto lei.
"Tu dici, eh..." ribatto io, poco convinto.
"Certo!" insiste Karin. E nessuno batte ciglio.
"Sissignora..." le sorrido, sempre meno convinto, e mi guardo intorno. A una trentina di metri da me, vedo una fila immensa. Provo a leggere il display, ma sono troppo distante, così, senza dire niente a nessuno, inizio a passeggiare distrattamente in direzione della suddetta fila immensa e man mano che m'avvicino, vedo apparire sul display le seguenti lettere: W... I... E... N... GATE A7.
Mi giro di scatto, "sgrunteggio" dentro di me, ma poi mi prende un moto d'orgoglio e saltellando a mo' di Puffo felice nel sottobosco, incurante della febbrA, che se ne stava appapagnata come una carogna sulle mie spalle, dico con voce da altoparlante d'aeroporto "PLIN PLON. Il nostro imbarco è al gate A7, non date retta alla signorina Karin, sta più fatta del display. PLIN PLON".
Karin mi guarda con gli occhi di fuori, giurandomi di aver davvero visto scritto davvero "Wien A2" sul tabellone e quasi prende come un'offesa personale il fatto che io l'abbia smentita. Magari avrebbe preferito rimanere a Napoli, per evitare la mia faccia di cazzo da uomo vittorioso? Forse...
Comunque, andiamo tutti baldanzosi al nostro vero gate. Comincia l'avventura...
Cap.4: PAESE CHE VAI, PASSEGGERI CHE TROVI.
A parte noi, che facciamo un casino di pazzi, ma comunque sottovoce, abbiamo intorno questa fauna come vicinato:
- Coppia di amici tamarri dell'entroterra napoletano, ultrafirmati e lampadati, che ci chiediamo cosa cazzo stiano andando a fare a Vienna, visto che non è esattamente un posto bordellaro tipo Ibiza. Per poco non ne ho fatto volare uno fuori dall'aereo, dei tamarri, con tutte le ginocchiate che ha mollato sullo schienale del mio sedile. Davvero un ragazzo delicatissimo.
- Coppia di coniugi austriaci anzianotti, completamente asettici ed individualisti al massimo, ovvero lui per cazzi propri a leggere Die Zeit e lei per altrettanti cazzi propri, a leggere una rivista di ricamo e robaccia Beedermeier. I due, ogni tanto, si voltano alle spalle, guardando me con aria schifata, tutte le volte che i due tamarri retrostanti dicono qualcosa a volume troppo alto, credendo fossi io a far casino, tanto che ad un certo punto, dopo l'ennesima voltata incazzosa dei due vecchiazzi austriaci, mi sono voltato pure io dietro di me, con aria fintamente più schifata della loro, facendo "no no" con la testa e ho detto ai tamarri "Abbassate un po' la voce, per favore, qua davanti si lamentano" e loro "Ma chi?!?! Ma che vuo'?!? Vabbuo', jamm', stamm' chin' 'e scassambrell' 'ncopp' a 'stu volo..." e quasi sembrava volessero attaccare questioni con me, viste le occhiatacce che m'hanno lanciato. Ci mancava solo la rissa in volo e l'inizio del viaggio sarebbe stato veramente perfetto, sì, sì.
Ah, atterraggio con rimbalzo. Il pilota si autoconvince improvvisamente che la pista sia gommosa e fa scendere l'aereo di culo sull'asfalto, forse pretendendo un po' troppo dagli ammortizzatori del carrello. Le spine dorsali ci salgono in gola dopo l'impatto decisamente poco delicato.
Cap.5: JACK IS A KINDER PINGUI'.
Già dall'alto, svolazzando sulle desolate e innevate campagne austriache, e guardando giù tutto quel bianco, colore per i miei occhi davvero insolito in un paesaggio, mi rendo conto del freddo polare che a breve avrei dovuto affrontare. La febbrA mi sghignazza nelle orecchie, sibilando "Ora schiatti, ora schiatti". E in effetti, appena metto il naso fuori dall'aereo, dopo un gnocchissimo "Auf Wiedersehen!" delle hostess, una sferzata di aria ghiacciata mi frusta la faccia, roba che sembro Rocky, quando arriva in Russia per allenarsi, volendo essere fashion ed eroici; volendo, invece, dire le cose come stanno, sembro un Kinder Pinguì, che è stato appena schiaffato nella celletta del frigo. Brrrr.
Cap.6: SE I BAGAGLI NON LI PERDI, E' MOLTO PROBABILE CHE... DERAGLIERANNO DAL NASTRO.
E infatti... che lo dico a fare? Tutti i bagagli scivolano belli e composti sul tapis roulant, mentre uno, uno solo, il mio ovviamente, tamarro che non è altro, decide di "impennare" con sgommata e finisce fuori strada, sprosciuttandosi per terra. Risultato: un deodorante ammaccato, dentifricio completamente spiaccicato, schiuma da barba aperta e "leggermente" esplosa nel mio piccolo borsello da bagno. Ho dovuto lavare il tutto appena giunti in albergo, che divertimento. Non chiedetemi, poi, come abbia fatto a finire fuori strada la mia valigia, perchè balisticamente ancora non l'ho capito nemmeno io, resterà un mistero del Wien Airport.
Cap.7: CAT STEVENS CI ACCOMPAGNA AL CENTRO DI VIENNA...
Ebbene sì, il CAT, che sta per City Airport Train, poi ribattezzato all'unanimità Cat Stevens, ci ha portati comodamente in una ventina di minuti al Wien Mitte. Per raggiungere il Cat Stevens, però, abbiamo dovuto attraversare un'altra specie di galleria del vento, vento gelido ovviamente, che ha opportunamente congelato le restanti parti dei corpi di noi tutti, che prima avevano resistito all'impatto con la simil-Siberia fuori all'aereo. Attendiamo in questa galleria refrigerata circa una decina di minuti, assiderandoci le chiappe sulle delle panchine, che sembravano iceberg, e poi, quando il treno arriva, ci alziamo tutti a mo' di zombie, carichi di bagagli. Lascio salire tutti a bordo, poi guardo Fabiana, che sta davanti a me, e la vedo stranamente "vuota" addosso, troppo leggera... così mi volto di scatto indietro istintivamente e chi vedo? LA VALIGIA DI FABIANA, abbandonata e in lacrime, vicino alle panchine-iceberg.
"Fabia', la tua valigia!!!" quasi urlo.
"Oh dddddio! Prendila tu, se no perdo il treno!!" risponde lei, urlando proprio, molto disperata e con le mani nei capelli.
"E che è, io lo posso perdere e tu no!?", urlo, correndo verso la valigia con la musica in stile Vangelis nelle orecchie.
"Corri!! Il capotreno ha fischiato, corri!!!" un paio di salti, io che faccio il segno di supplica al capotreno di aspettarmi, il mio zaino sulle spalle tutto sbatacchiato, che mi ha amorevolmente "accarezzato" la nuca