mercoledì, 25 aprile 2007

Jerome era lì, e nonostante ciò, Amelie baciò Charles al telefono.
Un bacio solare, allegro, di quelli schioccati con fare divertito e seducente. Quasi innocente.
"Ma dov'è lui?", chiese, stupito da quel bacio spudorato, Charles.
"E' qui...", lei sorrise, lasciando vibrare i suoi respiri sommessi nella cornetta, parlando con scherno malcelato di Jerome, sebbene le fosse a pochi centimetri di distanza, intento a giocare con la loro gattina.
"Come?! E' lì accanto a te e tu mi baci?? Mi baci così??"
"Beh, sì...", Amelie rideva di gusto, per niente imbarazzata.
"Tu sei pazza...", sussurrò Charles, tenendosi una mano tra i capelli, ancora incredulo, trattenendo l'ilarità e la gelosia allo stesso tempo. Iniziò a baciare piano la cornetta, desiderando le labbra di quella magnifica donna.
"Sì... sono pazza, ma di te..."
"E io di te... io di te, hai capito... di te..."
"Adesso vado..."
"No... resta..."
"Non posso, la police è qui... vado a cucinare... niente formaggi, so che non ti piacciono..."
"Vai... sì, va bene, vai... prima che io..."
"Shh... ciao ciao..."
"Ciao..."
CLICK.
La mano di Charles restò ancorata a quel telefono per almeno un minuto. Era come se non volesse far scappare via quella donna che l'aveva stregato.
Ripensava a quel piccolo gesto, a quel bacio, apparentemente insignificante e giocoso, eppure così intenso, sentito, voluto... Amelie era sempre stata brava a fare la finta tonta, lei e Charles avevano giocato molto su questo aspetto del suo carattere fin dal primo giorno in cui si conobbero; erano amici da tanto e si conoscevano fin troppo bene.
"Che faccia tosta...", disse Charles tra sè e sè.
Charles, infatti, sapeva che Amelie aveva sfidato la sorte solo a metà, con quel bacio, perchè se Jerome le avesse fatto domande al riguardo, lei di certo avrebbe trovato il modo per dare spiegazioni di quel gesto. "Un bacio tra amici", avrebbe detto, "che c'è di male, no?".
Che ci sarebbe stato di male, se quella donna avesse voluto lanciare all'aria il suo matrimonio e correre via, lontano, per raggiungere quell'uomo che forse...
Amici, solo amici. Accadde un giorno, però, che quell'amicizia prese una piega diversa e così inaspettata, quanto desiderata.
Due amici che avevano finto per anni di non piacersi per paura di perdersi. Niente di più stupido, niente di più invitante. Due amici che dopo anni di parole dette a metà e di forzata distanza, si erano ritrovati l'una nelle braccia dell'altro, senza sapere come e perchè, quando fino a pochi minuti prima si stavano urlando contro delle inutili cattiverie per ferirsi e per tenersi separati da un muro, crollato rovinosamente, quando Amelie, dopo il litigio furioso, diede un lunghissimo e profondo bacio a Charles.
Da quel momento, le cose erano cambiate completamente e se prima i due non riuscivano a stare distanti per troppo tempo, nonostante le incomprensioni, dopo fu peggio ancora e la voglia di stare insieme divenne ossessione, paura di perdersi, desiderio sfrenato di vivere assieme ogni emozione da ricordare per sempre...



Magari un giorno lo finirò, questo racconto, o forse no... però, per adesso mi piace soltanto immaginare Amelie e Charles avvinghiati su un tappeto, persi in un vortice di passioni, in mezzo a tanti cuscini beige, gialli e arancioni...

Written by: JackPummarolino alle ore 20:31 | Permalink | commenti (11)
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domenica, 22 aprile 2007
E anche quest'anno è arrivato il mio primo, magnifico bagno a mare...
Il contatto con l'acqua è qualcosa che da sempre mi fa star bene e di questo devo ringraziare mio padre, che fin da piccolissimo mi ha letteralmente buttato in mare, senza esitazioni, per farmelo vivere in tutta la sua potenza, con le onde o tranquillo non aveva importanza, lui mi diceva "Non vai a salutarlo? Sta aspettando che ti tuffi..." e io mi avviavo, sorridente, senza aver paura, nè di essere travolto da un'onda, nè di ferirmi sugli scogli (quante cicatrici che ho per questo, però, porca la miseria...), nè di qualche creatura marina potenzialmente pericolosa.
L'acqua era la mia quiete e volevo starci libero, senza braccioli, senza salvagente, per l'immensa "gioia" di mia madre, che ogni tanto mi urlava "Attentooooo! Oh dio!!".
Sulla spiaggia, infatti, prima di tuffarmi, ero un indemoniato. Forse l'adrenalina di stare così vicino al mare, chissà. Corse di qua, saltelli di là, costruzioni di sabbia, beach-volley, provolamenti al bar, di tutto di più, basta che avessi gente intorno... mentre, entrato in acqua, cambiavo completamente e amavo stare da solo... magari a fare lunghe nuotate, ad esercitarmi con le capriole, le verticali, le immersioni, a cercare conchiglie o a pescare... e mi lasciavo cullare ore ed ore dai flutti, risalendo a riva con la pelle lucida e spugnata, ma felice, sazio di libertà e di salsedine. E solo pochi minuti dopo, neanche il tempo di asciugare i capelli, avevo di nuovo quella voglia di fuggire dalla terraferma, per rifugiarmi in quella sterminata massa d'acqua salata.
Ogni anno, rinnovare quest'unione è per me quasi un rito magico. Non importa dove io faccia il primo tuffo, il mare è per me sempre un abbraccio travolgente.
L'acqua, oggi, era quella al largo di Nisida, un bellissimo isolotto non distante da Capo Posillipo. Un'acqua splendida, cristallina, di un blu profondo e... gelida.
Ci sono andato con il mio storico amico, Marcello, e altre due sue amiche, che io non conoscevo affatto, ma con cui è stato facile trovare un buon feeling, persone simpatiche e divertenti... e del resto, essendo sue amiche, non avrebbero potuto essere certo pallose. Peccato solo che lui ci abbia provato tutto il tempo con una delle due, ma questa manco per sogno... quasi da manuale della perfetta seduttrice i suoi modi per scansare le divertenti avances di Marcello... è proprio vero che sono le donne a condurre il gioco (certo, all'inizio... dopo, però, cavolacci vostri, care...!).
"Non vorrai tuffarti tutto d'un botto...", mi dice tale Ludovica, quando mi accingo a salire sul bordo del gommone per buttarmi a mare, con l'aria di chi sta per fare un tuffo in grande stile, giusto per darsi un po' di tono da macho davanti alle fanziulle.
"Beh, sì, non ho le braccia che si smontano, altrimenti ti assicuro che avrei lanciato in acqua prima loro...", le sorrido in modo deficiente e lei mi guarda in stile "gne gne gne" e mi sussurra "Congelati, tesoro, prego, fai pure" e io le rispondo "Sarò il tuo bastoncino findus surgelato, cara". Al che lei si alza di scatto, il gommone traballa, io mi reggo a stento in equilibrio per non cascare in mare e neanche il tempo di assestarmi, che lei dice "Ah, ma guardalo, l'equilibrista! Non sei caduto, eh? Ora ci penso io!" e PAFFF!! Mi molla una pacca sulla schiena tremenda e io finisco dritto dritto in mare, evitando una panciata sicura con un colpo di reni e una mitica rannicchiata a "bomba". (Ci vorrebbe Bruno Pizzul per la telecronaca eroica qua, accidenti...).
Riesco dall'acqua ghiacciata e inizio a ringhiare tipo belva inferocita, tra le risate mie e loro. M'immergo sotto al gommone e riesco dall'altra parte: risalgo tutto bagnato sul gommone stesso e mi spalmo addosso all'infame donna per bagnarla, la prendo di peso e la butto in acqua insieme a me con ancora il pareo addosso. Ah! Queste sì che sono soddisfazioni nella vita!
La poverina (bastardona, altro che poverina) in acqua me ne dice di tutti i colori e per completare l'opera, ad un certo punto urlo con fare molto checca "Oh dio, oh dio, una medusa enorme!!" e Marcello, avendo capito il tutto, mi ha regge benissimo lo scherzo e inizia a dire, tutto preoccupato, "Cazzo, sali su, Ludo, nuota, è dietro di te, muoviti!!!". Ludovica urla come una pazza isterica e si dimena, nuotando verso di me con l'aria di terrore, al che io non resisto e scoppio a ridere, roba che ho cercato anche di tenere la bocca chiusa per non bere litri e litri d'acqua. Quando lei realizza che è uno scherzo, mi sommerge di schizzi, mi si attacca addosso come una piovra, tentando di affogarmi, e mi mena in un modo tremendo, tanto che sono costretto a chiedere tregua, perchè la ragazza molla certe pizze sulle braccia che lasciano il segno!
L'aiuto a risalire sul gommone e lei mi dice, giocosamente sprezzante, "Almeno come scaletto sei buono, va... per il resto, puoi pure annegare, per quanto mi riguarda" al che la ritiro giù in acqua e l'affogo io. Quando risale su, le dico "E ora chiedi scusa al padrone!" e lei "Mai, scemo!" e la ributto sotto. La mongola ride e beve, al che la tengo su, altrimenti veramente affoga... ridendo, le "ordino" di nuovo di chiedere scusa al padrone e stavolta lei fa "Scusami, mio padrone... aiutami a risalire, mio padrone"... io l'aiuto, lei sale e prima di andare ad asciugarsi al sole, mi guarda dall'alto, mentre ero appoggiato con le braccia sul bordo del gommone, mi mette un piede in testa e mi dice "Ora affoga, padrone!". Mi spinge giù e scappa via. Riemergo, senza intenti vendicativi, altrimenti non la finiamo più, e la guardo, però, con aria minacciosa. Lei mi fa una pernacchia, mi volta le spalle e va a stendersi. Bella chiappa, penso tra me e me, ma questo forse non dovrei scriverlo, dato che qui leggono quasi solo donne, porca miseria, e mi diranno che sono un zozzone guardone! Sì, ma tanto è vero. Sono un zozzone guardone e non intendo collaborare con la giustizia, non sono pentito di questo.
A parte la lotta e i dispetti vari, la sensazione di stare in quell'acqua gelida e ancora incontaminata, visto che di barche non se ne vedono ancora tante in giro per il golfo, è stata fantastica... ho nuotato tantissimo, è stato come se il mio fisico si purificasse di tutto lo stress e la stanchezza di quest'ultimo periodo, mi sono lasciato andare e non ho pensato ad altro che all'acqua, ho spento il cervello: in quel momento c'eravamo solo il mare ed io... e la pace.
Asciugarsi al sole sui cuscinoni bianchi del gommone, cullati dalla corrente che accarezzava la carena, con un silenzio attorno meraviglioso e solo il rumore di qualche barchetta in lontananza e il verso dei gabbiani, è stato il massimo del relax... ogni tanto sentivo i pettegolezzi delle signorine e le prendevo in giro, mugugnando paroline bastarde, troppo pigro per fare un discorso completo; si rideva, poi, per le frasi ad effetto di Marcello nei confronti della sua preda, Simona, che di tutta risposta gli sghignazzava in faccia e gli diceva "Non mi avrai mai, non fare lo scemo"; la signorina Ludovica, invece, giusto per non perdere la tradizione della mattina, all'improvviso mi mollava pacche sulle cosce e diceva "Depilati, peluche!", ma minacciandola di ributtarla in acqua, cosa che sapeva avrei certamente fatto, viste le precedenti esperienze, era capace di ritrattare tutto e di dirmi che i miei peli erano tremendamente fascinosi... ma tanto si sa che chi disprezza, vuol... vuol? Che vuole??? Shhh...
Mare, aspettami, torno presto...
 



venerdì, 20 aprile 2007

Cronache dal paesaccio vesuviano

Beh, sì, sono ancora confinato alle falde del Vesuvio, è passata solo una prima settimana di stress... meglio non pensarci.
E per stressarmi meglio, visto che ormai il relax non so proprio più cosa sia, stamattina che ho fatto? Ma naturalmente sono andato al bar, che sta a due passi dallo studio, a prendermi un bel caffè ristretto e forte, bevanda notoriamente dall'effetto tranquillante, giusto per distendere un po' i nervi... sì, certo...
C'è da dire che l'ambiente di quel bar dove vado è tutto un programma. Si conoscono tutti, il posto è piccolo, e chiunque entri e abbia un viso poco conosciuto viene squadrato da capo a piedi senza ritegno dalla proprietaria e dai soliti avventori. E' successo così anche a me, la prima volta che ci sono entrato; ricordo ancora la sensazione che provai, del tipo "Che faccio, mi lascio trapassare dai raggi X o scappo?". Entrai. Uscii anche intero, strano, ma vero, visti i precedenti non proprio legali in quel bar, che ho saputo solo dopo, ahimè.
Ora, invece, dopo ormai un sudato mese di andirivieni lungo il tragitto Napoli-paesaccio, conoscono anche me in quel bar, visto che quasi tutte le mattine passo da loro per un caffè e un cornettone alla nutella... e poi ormai io sono "'o dutto'...", quindi, secondo la mentalità del luogo, tutto mi è dovuto, perchè sono il dottore, eh. Contenti loro, contento pure io, per carità, però certe volte sembra che il feudalesimo non sia mai davvero finito e al pensiero sorrido, ricordando tutti i dibattiti storiagrafici del cavolo, su cui ho buttato il sangue all'università... roba che diceva "Il feudalesimo è morto o non è morto? E quando è morto? E chi l'ha ucciso? E perchè?". Ve lo dico io, signori storiografi: in quel paesaccio (e non solo lì, basta guardarsi attorno) il feudalesimo sta una bellezza, sta tutto abbronzato, tutto fashion e se la spassa alla grandissima, tanto sa che non morirà mai, cambierà solo nome nel corso della Storia.
Ma tornando al caffè... sì, entro nel bar, soliti saluti allegri, come va, come non va, e mi danno il mio caffè ristretto.
Il bar, poi, oggi era reso più movimentato dal terribile figlio della proprietaria, un marmocchio di 3 o forse 4 anni, tale Michelino, che correva all'impazzata tra i tavolini e sfiorava con la testolina gli spigoli del bancone ad ogni saltello o giravolta che faceva, naturalmente strillacchiando qua e là... insomma, un terremoto... mi ha ricordato tanto un certo bambino di mia strettissima conoscenza...
Mentre bevo il caffè, la piccola belva corre per il locale con un gelato al cioccolato tra le manine. Inutile dire che questo gli sgocciola dappertutto sulla camicia, ma la mamma, disperata, nemmeno lo richiama più, tanto lui corre in tondo senza senso, ride come un fesso e non si ferma nemmeno a pagarlo. S'è fermato dopo poco, però, il buon Michelino, e io ne so qualcosa... perchè s'è fermato addosso a ME, o meglio m'è proprio sbattuto contro.
Infatti, il piccolo che cosa ha combinato? Ha pensato bene di correre velocissimo verso di me, di inciampare proprio davanti a me e di spiaccicarmi il suo gelatino sui pantaloni, cadendomi addosso come una pera cotta. Porca zozza maledetta.
Ero lì, tutto tranquillo, io, che volevo pagare il mio caffè, quando all'improvviso mi sono sentito questo "SPLACCHIETE!" sulla coscia e lì, non volendo credere all'accaduto, ho tirato giù tutta la volta celeste per il nervoso. E dovevo pure fingere di non essere incazzato nero, per evitare di mortificare la creaturella! Una sensazione di gelo dalla pelle della coscia mi è salita fin su alla nuca, quando mi sono immaginato a ricevere i pazienti con la chiazza marrone, ENORME, sui pantaloni.
Il marmocchio mi ha guardato con aria implorante, come a dire "non spiaccicarmi pure tu un gelato in faccia per vendetta, ti prego!", la mamma ha iniziato a dare i numeri, scusandosi in modo plateale per l'accaduto, davanti ad altri cinque o sei clienti, facendomi crepare di imbarazzo, e dicendo "Il caffè ve lo offro io, dotto', andate in bagno, andate in bagno a levarvi i pantaloni, che ve li smacchio io!". Frase che, detta così, sapeva molto di ambiguo... sarebbe entrata in bagno con me per smacchiarmeli o io avrei dovuto aspettare immobile dietro al bancone, per far vedere solo il mezzobusto vestito agli astanti, mentre lei provvedeva con spazzola e spray antimacchie? Brrrr. Così ho gentilmente rifiutato la doppia offerta e me ne sono uscito dal bar con un fare non dico zoppicante, ma quasi, perchè mi dava fastidio sentire l'azzeccaticcio del gelato sulla coscia.
Mi sono girato con un sorriso incerto a salutare la signora, che ancora si scusava, strillando in testa al figlio "non si fa, mannagg' a mort', non si fa, bell' 'e mammà!". Ho incrociato, poi, lo sguardo lacrimoso del bambino, che frignava per gli strilli della mamma, e gli ho fatto una boccaccia per farlo sorridere, imitandogli il gesto che gli aveva fatto appiccicare il gelato sui miei pantaloni. Il bimbo ha riso di gusto, ha tirato su con il nasino, però appena mi sono girato per andar via, l'ho sentito che ha ripreso a piangere. Poverino, mi sa che la prossima volta il gelato lo mangerà da seduto.
Mi sono incamminato verso lo studio e quando sono rientrato su, la segretaria, una signora simpaticissima sulla sessantina, mi ha guardato la coscia e si è messa a ridere come una matta. Ridendo, mi fa:"Ma è stato un cane, dotto'?" e io le rispondo:"Signora mia, ma com'è possibile che sia stato un cane a farmi la macchia marrone sulla coscia?!? Che fanno la cacca al salto, i cani, qui da voi?" e lei giù a ridere ancora di più.
A quel punto, mi sono visto solo, avvilito e disperato, e così mi sono chiuso in bagno e ho tolto i pantaloni... orrida visione: tutti i peli della coscia erano azzeccati di cioccolato, che schifo... mi sono lavato e poi ho tentato di lavare via la zozzeria dai pantaloni stessi, ma ho solo peggiorato le cose, la macchia si era già bella e seccata e non andava certo via con un po' d'acqua. Mi sono rivestito, più lercio di prima, e ho cominciato a frugare nell'armadietto del collega che sostituisco, preoccupato per l'imminente arrivo dei pazienti, e così, dopo mille ingiurie, finalmente ho trovato un camice!
Me lo sono messo, m'andava pure leggermente stretto di spalle, ma me lo sono fatto entrare di prepotenza, e fortunatamente ho nascosto la macchia incriminata. Sospiro di sollievo, ma un caldo di pazzi con quel coso stretto addosso...!
La meraviglia dei pazienti è stata visibile nel vedermi in "bianco", visto che io non uso mai il camice, tanto che molti mi hanno chiesto come mai lo portassi, oggi. Con la maggior parte di loro ho sviato la domanda (questa è la mia specialità, per chi non lo sapesse), mentre a quelli con cui sono più in confidenza ho svelato l'arcano, mostrando la coscia zozzona con fare decisamente sexy e ammiccante, eh.
Naturalmente hanno riso anche loro per l'accaduto (e sicuramente anche di me), il che, però, non m'è dispiaciuto, perchè cominciare la giornata tra le risate, anche se con due belle palline di gelato azzeccate addosso, non è niente male...

P.S.: Nel treno, al ritorno, sembravo un manichino... camminavo con un passo alla Robocop ubriaco, con la borsa appiccicata alla coscia per non far notare troppo la macchia... il braccio mi si è anchilosato, ma vabbe'... scriviamolo comunque, giusto per non dimenticare...

Grazie a Mika e alla sua Grace Kelly, che mi mette di buonumore in questi giorni... la cosa carina è che nelle parole di questa canzone mi ci sono proprio ritrovato, oggi... soprattutto in quel "brown"...


I could be brown (marrone lo sono stato oggi, quindi ho già dato)
I could be blue (il gelato al puffo no, vi prego)
I could be violet sky (il viola porta sfiga)
I could be hurtful (questo non è un colore)
I could be purple (pure questo porta sfiga)
I could be anything you like (potrei essere tutto ciò che ti piace... questo sì che è vero...)
Written by: JackPummarolino alle ore 22:32 | Permalink | commenti (7)
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lunedì, 16 aprile 2007

Questo blog va in ferie per un po', perchè io lavorerò il doppio per un infamissimo mese. Lui si riposerà, io per niente. Comodo, eh? Anche i miei insulsi commenti sui blog che amo leggere solitamente andranno in vacanza per un po' di tempo, finchè non troverò un attimo di pace per ridedicarmi alla bellissima attività di cazzeggio splinderiano.
Nel frattempo, lancio un anatema contro il paesaccio che mi ospita con il mio nuovo studio, contro l'ormai nota circumvesuviana e contro chi mi ha ficcato in questa assurda situazione, sebbene contro il suo volere.
E detto ciò, torno a lavorare, ahimè. 
Ci si vedrà di tanto in tanto, comunque, per chi continuerà a passare pazientemente da qui, perchè di scrivere, anche se sarò sfinito dopo giornate di fuoco, mi sa che non riuscirò proprio a farne a meno, da bravo grafomane quale sono.



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sabato, 14 aprile 2007

Non desiderare la donna d'altri.
Certo, come no? Mi sono sempre chiesto se non fosse un gran bel paradosso della religione cattolica, questo comandamento, perchè, volendo essere superficiali e bastardi, e volendo prenderlo alla lettera, allora al povero Giuseppe chi glielo dice che la sua donna è stata "desiderata" da "altri"? Naturalmente il "desiderio" in questo caso va interpretato in modo diverso, ma la fattispecie di "peccato" non è poi così differente da quella citata nel comandamento... ora sorrido con lieve aria di beffa e già m'aspetto gli anatemi dei cattolicissimi lettori che passeranno di qui (ho i miei dubbi che si soffermino qui, però, questi tipi di lettori), che mi diranno che sto stravolgendo un dogma di fede. Embè? Ho voglia di stravolgerlo, non credo sia un problema, tanto non mando la gente per le case a nome mio, per diffondere le mie "teorie" e per convertire i popoli al Jackpummarolesimo... che poi non sono nemmeno tanto sicuro di "stravolgere" un dogma, diciamo che ne sto dando una visione atipica.
Io l'ho desiderata la donna d'altri. Non una sola volta, ahimè. E non dico "ahimè" perchè io sia pentito di quello che ho fatto, no, ma semplicemente perchè desiderare la donna d'altri porta solo casini e sofferenze. Almeno è stato così per me e solo alla luce delle mie esperienze personali forse oggi dovrei dire che quel comandamento sia sacrosanto, eppure... eppure non riuscirò mai a considerarlo valido.
Questo perchè credo non ci sia niente di più bello della trasgressione, niente di più eccitante, di più adrenalinico e sconvolgente dell'andare contro le regole, regole spesso disumane e imposte dagli uomini stessi, che per scelte di potere hanno imbrigliato le anime di chi ci si è piegato consapevolmente e non. Le regole nascono sempre da un'esigenza di potere, di comando. Reprimono istinti, allontanano pericoli... ma bastano a contenere la vera natura umana? Non credo proprio. Se così fosse, non sguazzeremmo in questo mare di contraddizioni che è il nostro mondo, ma avremmo tante certezze solide, tutte in fila, a cui aggrapparci.
Che noia...
E' per questo che io scelgo sempre di desiderare, anche al di là delle regole, tanto frenarsi è mentirsi e non porta a chissà quali conquiste interiori. Il desiderio è l'espressione più intima e pura di qualcosa che ci manca e se ci manca, evidentemente è di altri, non importa in che senso, importa solo che in quel momento l'oggetto del desiderio non sia nelle nostre mani, davanti ai nostri occhi, e non essendoci, va preso, va raggiunto in qualche modo o si rischia la follia e io pazzo già lo sono, per non aver assecondato un bel po' di desideri... di questo sì che spesso mi pento.
E, adesso, sto desiderando.


martedì, 10 aprile 2007

Risalire

M'è capitato spesso, soprattutto da bambino, di fare gare d'apnea con gli amichetti, al mare. Si doveva stabilire il record "del mondo", come dicevamo noi, convinti di essere dei mostri di bravura subacquea.
E ricordo che, pur di vincere, ero capace di restare sott'acqua fino a diventare viola e a sentirmi i polmoni scoppiare, mentre contavo dentro di me i secondi che passavano. Superato il record stabilito dal ragazzino prima di me, a quel punto decidevo che avrei potuto risalire a galla, ma non subito, no... dovevano passare almeno altri 5 secondi, per poi spuntare con un guizzo fuori dall'acqua ed esultare, consapevole di aver non solo battuto, ma anche incrementato il record del mondo. Il campione. Mi è sempre piaciuto tantissimo essere il primo, il più bravo, quello "imbattibile" agli occhi degli amici e soprattutto delle ragazzine, che mi guardavano con aria diffidente e un po' sognante.
Una volta, però, ho rischiato di rimanerci, sott'acqua, per fare il "campione"... chiesi troppo a me stesso.
Ero a Nerano, un piccolo paese di mare poco distante da Sorrento, che mi ha visto crescere estate dopo estate. E come tutti gli anni, si riuniva su quella spiaggia fatta di rocce e ciottoli il gruppo inossidabile di amici, riprendendo storie e abitudini interrotte 12 mesi prima, come fossero state interrotte solo 12 minuti prima. Tutto era naturale e la consuetudine non portava con sè la noia, ma solo tante belle certezze, perchè a 10 anni è di quelle che si ha bisogno e non ci si lamenta dello scorrere incessante di giorni uguali tra loro.
E una mattina come tante, dopo i soliti tuffi dallo "scoglione", mitica roccia in mezzo alla baia, dalla quale tutte le generazioni di bagnanti neranesi si sono tuffati almeno una volta nella vita, si decise di fare la gara d'apnea. Naturalmente, non mi tirai indietro, inutile dirlo.
"Io per ultimo!", gridavo sempre, perchè volevo pensare alla mia "strategia", così da sapere, prima ancora di scendere sott'acqua, quanto tempo dovessi resistere senza respirare. Mi allenavo fuori dall'acqua, in disparte, mentre gli altri facevano la loro performance subacquea con il tifo attorno; e m'arrabbiavo da morire, quando per sbaglio mi scappava di respirare con il naso, se ridevo per qualcosa. Così me lo tappavo più forte e ricominciavo l'allenamento, mentre il sole mi scaldava la pelle nerissima e lucida di goccioline, profumate di salsedine e di bimbo.
Quando arrivava il mio turno, ero spesso già senza fiato per via degli "allenamenti", ma non ci badavo: mi dicevo che faceva parte dello sforzo per la vittoria. Ero un po' gasato e strasicuro di me, diciamo pure che lo sono ancora, ma mi divertivo e stavo bene così.
Venne il mio turno anche quella mattina. Il mio nemico storico di ogni estate, un certo Marco, la cui faccia dispettosa non dimenticherò mai, fece il record del giorno e mi punzecchiò con una frase che non ho certo rimosso, perchè mi punse l'orgoglio come se mi fosse cascato in mezzo ad un cespuglio di rovi "Non ce la farai mai a battermi, schiappa". Terry, la mia amica del cuore "estiva", indignatissima, gli urlò contro "Ce la farà, cretino!!" e poi mi sorrise per incoraggiarmi. Mi salì dentro una voglia di fargli pagare quella spacconata, che presi tutto il fiato che potessi e al "tre!" di tutti quei bambini urlanti, m'immersi ad occhi chiusi con un piccolo tuffo in avanti. Una mano sul naso, l'altra a muovere l'acqua intorno a me, per tenermi fermo in una posizione senza sprecare troppo fiato.
Contai i primi 60 secondi, mi dicevo che stavo andando alla grande, che ce la dovevo fare. Arrivai a 90 e il record ormai era superato, 86, ma volevo spaccarlo, quel cretino; Marco doveva pagarmela, l'avevo detto a me stesso e ormai era diventata una questione di dignità. Riuscii a contare fino a 100, poi tolsi la mano dal naso, sfinito, e aprii gli occhi. Volevo risalire a galla, ma all'improvviso vidi una marea di bolle d'aria uscirmi dal naso e dalla bocca e scorrermi all'impazzata davanti agli occhi, con quel rumore che, ovattato dall'acqua, appariva sordo alle mie orecchie otturate dalla pressione... e non capii più niente. Sembrava mi stessi sgonfiando come un palloncino bucato e avevo l'impressione di scendere sott'acqua, fin quasi a toccare il fondale, senza che io lo volessi. Persi il conto e il controllo. E quando tentai di mettere i piedi sul fondale roccioso, persi l'appoggio e mi spaventai del vuoto sotto: la corrente m'aveva portato dove l'acqua era alta e per un attimo ebbi paura di affogare, nonostante sapessi nuotare. Ricordo gli scogli opachi sotto di me, le alghe ondeggianti, quel fischio, quasi un sibilo, che si sente sempre sott'acqua e che mio padre diceva fosse il canto delle balene in mari lontani... e i mille riflessi del sole sui gusci delle conchiglie o sui pezzi di vetro consunti a regalarmi il loro riverbero negli occhi... credetti di svenire. Poi, forse il semplice istinto di conservazione mi fece sbattere forte i piedi, l'acqua si mosse e schizzai a galla con la faccia in aria e il fiato che mancava.
"121!!!! 121!!!", urlavano i bambini, che a nuoto m'avevano raggiunto, ignari del fatto che per un momento m'era parso di non riuscire a risalire più a galla. Ero risalito, però. E avevo vinto. Contro Marco e contro il Mare... folle, questo, perchè il Mare non lo si deve sfidare mai, solo rispettarlo. E per quel rispetto che nutro verso di Lui da sempre, forse, me la cavai... chissà.

Fatto sta che voglio risalire anche adesso, come allora, liberandomi da quest'apnea forzata che mi sta togliendo giorno dopo giorno il fiato, mettendo a dura prova la mia pazienza, il mio equilibrio, le mie poche certezze.
Non ho più un nemico in carne ed ossa da battere e non ho più l'incoscienza di voler vincere per forza contro qualcosa che è più grande di me, a costo di rimetterci le penne, ma la voglia di risalire, perchè ora nuoto ancora tra i fondali della Vita, ce l'ho... non ho pinne ai piedi che m'aiuteranno a salire più in fretta a galla, nè ho la piccola Terry a tifare per me, ma la forza di sbattere i piedi, anche tra mille onde avverse, non mi manca... quella di certo non mi manca e, questo almeno lo so, non mi mancherà mai.

domenica, 08 aprile 2007
Non cerco buonismo, non voglio pietà, nè comprensione, nè attenzione.
Ho solo voglia di sfogarmi, di scrivere, perchè non ce la faccio più. Oggi mi pare di toccare l'esaurimento nervoso con la punta delle dita ad ogni minima cosa che mi succede intorno e questo non mi piace. Se scrivo, magari sto meglio. Ci credo poco, ma ci provo.
E' stata una pasqua da dimenticare, ma che, purtroppo, ricorderò per tutta la vita per ciò che è successo. Ieri, in un modo inaspettato e doloroso, è finito mio zio, il fratello di mia madre, per me un secondo papà.
Un'ulcera perforante allo stomaco gli ha provocato un'emorragia interna e ha iniziato a vomitare sangue... non ha avvisato nessuno del suo malore e dopo pochi minuti, quando ormai era troppo tardi, sua nipote l'ha sentito gemere e se l'è visto morire tra le braccia, in silenzio.
E oggi, i funerali. Funerali per modo di dire, perchè, a detta del prete della parrocchia dove lui andava, la messa della "santa" pasqua era "incompatibile con una cerimonia funebre"... al massimo si poteva fare una benedizione alla salma. Ma bravo, prete, bravo, complimenti! Vergognati, tu e la tua chiesa del cavolo, vergognatevi della burocrazia del cazzo che avete creato in quella che doveva essere la "casa del signore", del vostro vuoto perbenismo, del vostro falso amore verso il prossimo.
Che cosa è incompatibile, eh?? Spiegamelo, che cazzo è incompatibile, prete, se la pasqua è la "festa" per la resurrezione di Cristo morto, ammesso ci sia mai stato un Cristo su questa Terra, e ti si è chiesto di celebrare le esequie di un povero cristo morto, ma lui sì che è esistito, che è deceduto, sua sfortuna, proprio a ridosso di questa "magnifica" festività? Forse, dopo la messa delle 13:00 dovevi scappare a casa a mangiare l'agnello che toglie i peccati dal mondo? E chi avrà pietà di noi? Tienitela, la tua pietà, prete, ma dimmi, era per la fretta di tornare a casa che dare un funerale come si deve a quell'uomo era incompatibile? Le chiese dovrebbero stare SEMPRE aperte, per qualsiasi esigenza. 'Sti cazzi, però.
Dovevi vergognarti, poi, prete, quando di fretta e furia hai pronunciato quelle vuote parole di compassione per il FRATELLO passato all'altro mondo... ma come ti permetti di chiamarlo FRATELLO, mio zio, che se non fosse stato per tutte le pressioni dei familiari, l'avresti lasciato a marcire nel suo letto di casa, sotto gli occhi sconvolti di figlia e nipoti?!?! Che schifo, che ipocrisia da quattro soldi. Tu e tutti quelli come te non siete miei FRATELLI, nè delle persone a cui io tengo.
Lo strazio di "spettacolino" che hai messo su, prete, tra una preghiera ripetuta meccanicamente e uno sguardo stanco, desideroso di chiudere bottega, è durato meno di 10 minuti. Non hai lasciato che qualcuno dicesse due parole in ricordo dell'uomo meraviglioso che è stato mio zio. Non ci hai dato nemmeno il tempo di realizzare cosa fosse successo, nemmeno il tempo di piangere, a noi che ci siamo soffermati a disprezzare la tua meschinità. Ho pianto dopo.
Ieri, non so perchè, non ho versato una lacrima, quando m'è giunta la notizia. Forse inconsciamente tendevo a non realizzare il fatto. Ero triste, sì, ma non avevo capito fino in fondo la gravità della cosa, sembra stupido da dire, ma è così.
Stamattina, il tragitto per andare a prendere i miei genitori, che erano andati alla casa a mare per passare la pasqua con i loro amici del burraco, è stato strano... non ci siamo detti una parola in macchina, c'erano solo i singhiozzi di mia madre ad accompagnare i rumori del cambio e del motore della mia macchina. E non piangevo.
E dopo, invece, quando ho visto quella dannata bara in chiesa, che sembrava pure troppo piccola per quel corpo possente, che fino a pochi mesi fa aveva caratterizzato mio zio, sono crollato.
Ho tentato in tutti i modi di trattenere le lacrime durante questa sottospecie di benedizione, più che altro per dar forza a mia madre, che era seduta davanti a me e si girava a cercarmi la mano, e per quel poco che ho potuto, ce l'ho fatta... le ho asciugate prima che mi vedesse. Altri mi hanno visto, ma che importa, ero straziato. Non doveva vedermi solo lei e così è stato.
Alla fine della "cerimonia", il figlio di mia cugina, un ragazzo di una forza d'animo invidiabile e che ho ammirato tantissimo, insieme ad altri ha alzato la bara e l'ha portata via, fuori dalla chiesa, adagiandola nell'auto funebre. Questa scena non potrò dimenticarla mai. Gli sguardi di quel ragazzo, di sua sorella, della loro mamma, distrutta dal dolore, e di mia madre, che l'abbracciava, mi hanno davvero trafitto l'anima, così come quell'applauso sommesso che è stato fatto per salutare il corpo di quell'uomo dal bellissimo sorriso, che ora non c'è più...
Grandissimo padre, nonno favoloso, indimenticabile zio e splendido amatore, tanto che ancora lo chiamavano le sue vecchie fiamme, a 86 anni suonati... un esempio di vita, per tutto quello che ha saputo insegnare a me, ai miei fratelli, così come fossimo anche noi suoi figli, per il bene che voleva a mia madre. Dalle cose pratiche alle regole di vita, lui mi ha dato tantissimo.
Lasci un ricordo indelebile e solare di te, della persona piena di vita che sei sempre stato, immancabilmente simpatico a tutti, per i tuoi modi brillanti e quell'aria scanzonata del bell'uomo che finge di non sapere di esserlo... maestro di fascino e di savoir-faire, mi resti nel cuore con quel tuo vocione alla Gassman inconfondibile, che restava nell'aria a dare allegria dopo ogni tuo discorso, sempre infarcito di divertenti battute...

Arrivederci, spero, zio A.
Written by: JackPummarolino alle ore 18:51 | Permalink | commenti (7)
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lunedì, 02 aprile 2007

Piccolo breviario di aneddoti su rotaia.

C'è da fare una premessa sulla Circumvesuviana.
La Circumvesuviana, per chi non è di Napoli e dintorni, è un ameno trenino, più simile ad una metropolitana che ad un treno, che collega il centro cittadino con i paesi che brulicano alle falde del Vesuvio (per la serie: "viva la sicurezza e la lotta all'abusivismo edilizio").
Com'è noto, l'interland napoletano non è dei migliori socialmente parlando, dispiace dirlo, ma è così. Questo comporta che la media dei passeggeri che salgono e scendono dai treni della Circumvesuviana sia a dir poco "colorita" nei modi e negli atteggiamenti.
So già che questo post potrà apparire classista o cose del genere, ma vi prego di non fermarvi alle apparenze, anche perchè un fondo di verità, pur nelle generalizzazioni, c'è sempre, e poi in fondo si gioca.
Viaggio in Circumvesuviana tutti i giorni, sabato compreso, accidenti alla zozza, ormai da due settimane, e dovrò farlo ancora, ahimè; ma già in queste due settimane credo di aver incontrato tutti i tipi umani possibili e non posso proprio far a meno di descriverli per sommi capi, ad imperitura memoria di queste mie osservazioni da passeggero assonnato, ma non troppo.
Naturalmente, non posso esimermi dal descrivere lo stesso tipo umano sia in versione mattiniera (poco dopo l'alba), sia in versione friccicarella ad ora di pranzo, quando riprendo il treno per tornare a Napoli.


1) LA DESPERATE HOUSEWIFE DE' NOANTRI

(mattina): trattasi di casalinga, sicuramente disperata, dall'aria stanca, sfatta e incazzosa più che mai, generalmente accompagnata da prole urlante in dialetto stretto, che non vuole andare a scuola. La suddetta signora è stracarica di buste di plastica, che non si sa cosa ci tenga dentro, ha il trucco sciolto sotto agli occhi, il che valorizza le sue naturali occhiaie, il rossetto sbavato, per via della merendina che mangia svogliatamente, visto che uno dei pargoli non la vuole più, ed è vestita in modo molto "casual", nel senso più stretto del termine "casuale", ovvero ha acchiappato i vestiti nell'armadio in stile mosca cieca, 'ndo cojo cojo. La retina dei passeggeri resta spesso definitivamente impressionata, nonchè traumatizzata, dal feroce accoppiamento di colori.

(ora di pranzo): la casalinga disperata sale a metà percorso, strattonando i bambini, più urlanti del mattino, perchè eccitatissimi per la scuola finita, e dando loro calci nel sedere e scappellotti dietro alla nuca, accompagnati da un ultrasuono del tipo "Mo' si nun v' stat' zitt', v' vott' a copp' 'o tren', uagliu'!!!". Amore di mamma... da notare che generalmente la casalinga si è pettinata a quell'ora, cosa che la mattina non aveva fatto, e il suo capello unto risalta di più, se tirato all'indietro con centomila mollettine, pinzettine e fermaglini di strass. Di strass. In pieno giorno. W la finesse e la sobrietà.


2) IL FRAVECATORE

(mattina): dicesi "fravecatore", dal verbo dialettale "fravecare", ovvero "lavorare con fatica", l'operaio, il lavoratore dipendente sfruttato e palesemente sottosalariato, che si alza dal letto al mattino come se dovesse andare al patibolo, roba che se Marx lo vedesse, gli direbbe che è ora di provarci di nuovo con la rivoluzione proletaria. Il fatto è che i fravecatori sono troppo stanchi e alienati pure per quella e gli risponderebbero "Carle', ma vatt' a piglia' nu cafè e nun c' sfotter', ca stamm' chin' 'e suonn' ca'... zzzZZZzzz...". Il fravecatore si addormenta sistematicamente sul sedile, scomodissimo tra l'altro, del treno, poggiando la testa contro i luridi finestrini tutti zozzi di murales e di scazzimma varia, dovuta a mancate pulizie di mesi e mesi. Anche il fravecatore è generalmente vestito alla Arlecchino, ma essendo uomo si nota meno l'eccentricità del look. Inutile dire che si scaccola continuamente. Provo spesso a seguire la traiettoria della caccola, per evitare di ritrovarmela appiccicata sulla borsa o di sedermici su, quando, schifato da rigurgiti trattenuti di cappuccino e passatina di dito nell'orecchio cerumato da parte del suddetto fravecatore, decido di spostarmi altrove per evitarmi un conato mattutino. Occhio da triglia e sbadiglio in stile ippopotamo alla fonte sono all'ordine del giorno per questo tipo umano.

(ora di pranzo): il fravecatore a quest'ora è leggerissimamente più sveglio, ogni tanto riesce pure a stare con gli occhi aperti per dieci minuti di seguito. Stringe spesso tra le mani uno sfilatino pieno zeppo di mortadella, salame, peperoni, melanzane, carciofini e chi più ne ha più ne metta; ma il modo che ha di mangiarlo, nonostante le leccornie citate, farebbe passare la fame pure a qualche povero bambino affamato del Biafra: il fravecatore addenta il panuozzo con vorace sfacciataggine, slurpazzando qua e là il pane, lasciando fili di saliva ad ogni morso, che manco Spiderman, sbriciolandosi dappertutto; e la cosa peggiore di tutte sono le unghie a lutto che spiccano sul colore chiaro del pane... e poi che ve lo dico a fare che spesso il panino è condito dalla solita caccola? Eh, sì... perchè forse lo sfilatino acquista un retrogusto più genuino, se lo si tocca con il dito che è appena stato usato per la scaccolata. Sarà una ricetta da provare, un modo subliminale per suggerirmela, credo. Ad un certo punto, poi, gli squilla il cellulare e generalmente è la moglie, che, incazzata, gli urla qualcosa al telefono e lui con aria rassegnata annuisce tra un grugnito e l'altro, fino a che chiude la telefonata ed esordisce con una sfilza di epiteti elegantissimi, mormorati sottovoce, in direzione della sua simpatica signora. Quando è amore, è amore...


3) IL TAMARRO LOCALE SPONSOR UFFICIALE DELLA D&G TAROCCATA

(mattina): l'età media del tamarro locale va dai 16 ai 40. Ci possiamo trovare di fronte a due tipi di tamarro in base all'età: il tamarro adulto, che nemmeno lo descrivo, tanto è ridicolo, e il tamarro studentesco, che ha l'attenuante della giovane età; il tamarro studentesco s'acchitta per andare a scuola manco fosse una discoteca: strafirmato, generalmente brillantinato, con capello a cresta da pollo Amadori, tutto improfumato che pare una damigiana di Tommy Hilfiger ambulante, scarponi da trekking tipo Timberland, jeans attillatissimi a strizzargli il pacco e giubbottone con pelliccia di vera volpe squartata a contornare il viso lampadato, rigorosamente brufoloso e pieno di cicatrici. Ah, e gli occhiali enormi con montatura bianca, terrificanti, li vogliamo tralasciare? No, direi di no, sono fondamentali.
La parlata del suddetto tamarro è generalmente muta, nel senso che si esprime a suoni gutturali (Mhh, ghh, ah, eh, oohh, uè, azz) con i suoi compagni di branco (e dico apposta branco), con cenni della testa da bulletto o con gesti altamente eloquenti e significativi, realizzati tirando su il dito medio della mano destra, ma va bene pure la sinistra. Quando parla, poi, quelle rare volte, viene da pensare che sarebbe stato meglio se fosse rimasto zitto, un po' per quel che dice (il calcio è l'argomento più profondo che la sua mente riesca ad affrontare), un po' per COME lo dice. Ogni due parole c'è una trucidata a colorire il tutto. Istruttivo ed interessante dal punto di vista linguistico-semantico. Lobotomizzato andante, decisamente assonnato, sembra spesso che stia pensando di mettere una bomba nella scuola, per avere una buona scusa per sfogare i suoi istinti violenti repressi e per zomparsi l'interrogazione di matematica.

(ora di pranzo): lo si vede entrare nel vagone con una mano sul pisello, che si ravana nelle mutande per cercare quel che resta del suo pacco strizzato dai jeans dopo cinque ore di scuola. La cresta se n'è leggermente scesa e l'occhiale è diventato opaco di ditate, perchè tutti i suoi amici tamarri hanno fatto a gara per indossare i suoi splendidi occhialini. A quest'ora il tamarro gira sempre in branco ed è estremamente chiassoso, vedi cori delle squadre di calcio locali, epiteti alle compagne di classe più bestie di lui, tutte scosciate e seminude, con tanto di chewingum ruminato tra i denti e risate sguaiate, roba che da adulte saranno delle vere signore.


4) LA VECCHINA RINCO

(mattina): la vecchina rinco si vede poco di mattina, poichè a quell'ora sta beatamente nel letto o a smazzarsi di fatica a fare i servizi in casa. Le poche vecchine che si vedono sono praticamente innocue, perchè troppo immerse nell'atmosfera onirica delle prime ore del mattino.

(ora di pranzo): la vecchina rinco all'ora di pranzo gira generalmente stracarica di sacchetti della spesa, tanto che la gobba le sale fin sopra alle orecchie; parla da sola o tenta di attaccare bottone con qualcuno (chissà perchè, io sono sempre tra i bersagli preferiti), oppure la si trova spesso in compagnia di un'altra vecchina rinco e le si può ascoltare nei loro discorsi di una volta: "ehhh... perchè quando andavo io a piedi al santuario di Pompei era tutta un'altra cosa... ehhhh... perchè a mio marito ogni tanto vengono ancora i momenti che vuole fare quelle cose là, ten' 'a capa fresc'... ehhh... perchè il ragù come lo faccio io... ehhhhhh... perchè mio figlio si è accattato il cellulone con il televisiono sopra e vede i filmi... ehhhhh... perchè seconTo me non si dovresse pagare il biglietto quando il treno fa ritardo, perchè co' Mussolin' nun 'o facev' 'o ritard'... ehhhh... ma 'stu bellu giuvinott' chi o sap' ch' lavor' fa, eh... (parlando di me con l'altra vecchina rinco, frase tipica per attaccare bottone)".
Tutti questi discorsi, da notare bene, vengono affrontati URLANDO A DIECIMILA DECIBEL, COME SE IN TRENO FOSSERO TUTTI SORDI COME LORO!!! Che sfinimento...


5) LA PROFESSORESSA GNO**A (non scrivo tutto il termine non per pudore, ma perchè ho visto che mi vengono a visitare i malatoni che cercano su google i video zozzi delle maestrine ingrifate!)
(mattina): ce ne sono tante di professoresse su questo treno, molte provenienti da Napoli, che vanno a lavorare nelle scuole di provincia. Non sono certo tutte gno***e, ma tra le tante spicca proprio la figura della professoressa gno**a. Una ho avuto il piacere di consocerla. Giovane, in media tra i 28 anni e i 40, ben vestita, curata, sguardo attento, piena di scartoffie su cui fa segnacci con il pastello rosso, walkman nelle orecchie, scollatura generosa ma non troppo, come a dire "guardate che sono bona, però non lo metto troppo in mostra perchè so' di classe e chic". Eh sì, ok, ammettiamolo, sei di classe e chic. Infatti, la professoressa gnocca, quando capita di avercela di fronte, è l'unica bella visione che mi si para davanti durante il tragitto.
La professoressa gno**a tende molto a giocare di sguardi. Ovvio che giochi anch'io a quel punto ed il bello è beccarla a scrutarmi e poi a far finta di niente. Spesso passa qualche alunno che la saluta e lei, timidamente, ricambia e cerca di non accollarsi il lecchino addosso, che vuole giustificarsi per i mancati compiti prima ancora di entrare in classe.
La professoressa gno**a, quasi sempre single o solo fidanzata, non aspetta altro che qualcuno, possibilmente un uomo piacente, le dia a parlare. Sto parlando di me, è chiaro. Inutile che ridete, io piaccio alle professoresse gnocche, uomo distinto e fascinoso, aò. E io lo faccio, attacco a parlare. Mai deludere una signora, giusto?
La prof. ci tiene a mostrare la sua immensa cultura, mi spara citazioni auliche, sorride maliziosamente, e tac! Lancia domande personali in modo "velato". Al che penso che sia il caso di affrettare il viaggio e comincio a guardare nervosamente fuori del finestrino. Odio quando mi si chiede se io sia sposato, mi viene l'orticaria.
Per fortuna, scendo sempre prima io, così saluto, sorrido e prendo una boccata d'aria. Scampato pericolo, anche se... mica male la prof., a suo modo sexy...

(ora di pranzo): salgo sul treno e la trovo già seduta che si sbraccia "Dottore, dottore! Sono qui, le ho tenuto il posto..." e sfodera un sorrisone. Mica posso dire di no? Vado e mi siedo. Dopo le cinque ore di scuola, la professoressa gno**a è forse più carina, più naturale, meno in tiro... e poi è completamente esaurita dai ragazzi, quindi, non ha la forza di fare domande personali e mi racconta più che altro aneddoti scolastici divertenti. Accavalla di continuo le gambe, il che fa molto basic instinct, e quasi quasi mi salta l'ormone, ma poi... "Professoressa!! Anche lei qui!! Prof., ci possiamo sedere, le facciamo compagnia?" e così, dopo uno sguardo un po' "disperato", mi presenta i suoi ragazzi, che ci allietano il viaggio con le loro battute tra il simpatico e il leccaculo.
Il saluto è sempre languido e ammiccante "Arrivederci... dottore...". Wow...!

E questo è tutto, per ADESSO... urge doccia, ho combinato un macello in cucina, adios.