TERZA PROVA DI ANGELI E DIAVOLI.
Argomento: "Come ogni Angelo o Diavolo che si rispetti, ti è stato affidato un essere umano da proteggere e da guidare nella strada del bene (se sei un angelo) o del male (se sei un diavolo).
Parlaci del tuo/a protetto/a: Chi è? Qual'è la sua storia? Quale la tua influenza nei suoi confronti?"
Ed ora...sfogo alla fantasia... 
Lamberto Rodriguez, nato a Cortona il 27 Maggio 1961. Il mio Lamberto. Lo conoscete? No? Ah, beh, allora ascoltate cos'ho da dirvi sul suo conto, perchè sarei proprio lieto di presentarvelo...
Siamo "amici" da una vita, Lamberto ed io. E' un uomo difficile, pieno di contraddizioni e strane idee; taciturno e rumoroso, schivo e invadente, attento osservatore e fine dissimulatore, di rara cultura ed educazione, eppure decisamente duro d'animo, Lamberto lega a sè in modo sottile tutte le persone, poche a dire il vero, che riesce a trovare stuzzicanti e, poi, le spolpa, assimilando tutto quel che di accattivante riscontra nelle loro personalità, che restano come svuotate dopo averlo conosciuto. E' come se dentro di sè avesse tanti "io", raccolti nel corso del tempo un po' dove gli capitava; semi-identità non facilmente gestibili tra loro, sicuramente, ma nemmeno allo sbando; Lamberto è un uomo di acuta razionalità, sebbene con sporadici e distruttivi momenti di istinto, momenti che io letteralmente adoro. Dunque, per farla breve, persona molto interessante a suo modo, devo ammetterlo, ma è pur sempre un uomo, quindi, non illudetevi di aver trovato un essere eccezionale, sia ben chiaro.
Ho assistito alla sua nascita, ridendo come un matto, tra la tensione e l'angoscia di tutti. Gli avevo sussurrato, poco prima della sua grande apparizione sulle scene della vita, di organizzare un "innocente" scherzetto alla sua mammina, nobile baldracca di un ammuffito casato nobiliare della bassa Toscana: ovvero, mettersi di traverso, poco prima che quella lurida vagina dilatata lo espellesse, fingere di non respirare più, assumere un colorito purpureo e fargliela pagare per averlo messo al mondo in quel modo così naif... Lamberto è, infatti, figlio "segreto" - segreto solo per suo padre, Duilio - del giardiniere della famiglia Rodriguez, l'ormai defunto Gerardo Neroni; e, sapete, dopo aver elargito quel prezioso suggerimento al nascituro, la cosa sorprendente fu che quel visino dalle forme appena modellate da quei primi pacati nove mesi di vita al chiuso annuì senza troppe storie e sembrò sorridermi, compiaciuto, quasi divertito... forse accadde così perchè lo avvisai subito che avrebbe sofferto negli anni a seguire e pensò bene di vendicarsi immediatamente per essere stato concepito... o forse perchè Lamberto è sempre stato un debole, in fin dei conti, e, infatti, da quel giorno non ha più smesso di fare quel che io gli ho ordinato di fare.
Ad essere sincero, Lamberto non è uno che mi fa perdere tempo: io dico e lui fa. E fa anche bene, perciò mi piace. Direi proprio che io possa considerarlo il mio eletto tra la moltitudine di uomini di questo stupido pianeta. Ce ne fossero come lui... sarebbe tutto più interessante quassù e non dovrei fuggire all'Inferno, nauseato, ogni volta che qualcuno provi ad ostacolare i miei piani con banalissime e mediocri opere cosiddette "di bene"... perchè è facile, per loro, i "buoni" di questo mondo, sapere cosa sia il "Bene"... io non lo so, invece, cosa sia il Bene e per questo ho scelto il Male, più facilmente definibile per tutti... e soprattutto per me, che non ho voglia di perdere la testa a cercare qualcosa che faccia felici gli umani, perchè per Natura loro, felici, non lo saranno mai.
Tristi, sì. Sofferenti, sì. Malvagi, sì, anche. Così, non mi resta che acuire e stimolare tutti questi intriganti elementi del loro elementare patrimonio genetico e organizzare, appunto, pomposi spettacoli di elegante e subdola malvagità. Semplicemente entusiasmanti.
Lamberto è stato il mio vero e proprio banco di prova, in tutti questi anni. E' grazie a lui, se ora sono così bravo a plagiare le persone che scelgo per i miei scopi.
Ricordo il giorno in cui gli ho insegnato a guardare fisso negli occhi degli esseri umani e in quelli degli animali, per catturarne i pensieri, interpretarli, stravolgerli secondo bieco interesse personale e oscura fantasia, al fine di utilizzarli per obbedire ai miei ordini. Fu un immediato successo. Notai che Lamberto era molto portato verso tutto cò che riguardasse l'introspezione e l'analisi di essa.
A tre mesi, Lamberto sapeva già fingere di piangere ininterrottamente, pur stando meravigliosamente bene dentro di sè, godendo della preoccupazione che suscitava nei suoi "cari", che accorrevano ad accudirlo.
A due anni, Lamberto sapeva già far del male agli animali. Il suo piccolo cane, Evola, un cucciolo di setter irlandese, lo sapeva bene; le sue "improvvise" cicatrici sul corpo urlavano di dolore agli occhi degli increduli marchesi Rodriguez, che non riuscivano a spiegarsi la provienienza di quei tagli e di quelle orribili bruciature sulla pelle dell'animale. Lamberto lo accarezzava con candidi sorrisini davanti ai suoi genitori. Evola guaiva, indietreggiando, tremando sulle zampette piene di crosticine di sangue, ma Duilio ed Elisa Rodriguez non coglievano la paura negli occhi del cagnolino e si beavano della tenera simpatia del loro adorabile pargoletto.
L'infanzia di Lamberto fu un crescendo di malevola inventiva, di sadici esperimenti su tutto ciò che lo circondava, forte del fatto che ci fossi io a proteggerlo, a mio modo suo tutore "benevolo", pronto a fornirgli alibi perfetti dopo ogni malefatta.
La caduta "accidentale" di nonna Adele sulla sua preziosa collezione di animaletti Swarovski fu davvero memorabile. Lamberto aveva una particolare predilezione malvagia per quella donna dall'esile ed altezzosa figura. Amava farla stizzire e provocarla in mille modi.
Lei non era la classica nonna tutta crostate di marmellata e favole di gnomi.
La signora Adele era una giocatrice d'azzardo, oltremodo acida, dedita al buon vino e alle compagnie "in", che aveva ben poco tempo da sprecare con un moccioso un po' troppo vivace e troppo poco compassato per i suoi gusti. Mai un bacio per Lamberto, mai una carezza per la sua faccina scura di pelle e dai lineamenti marcati come quella degli adulti, mai nemmeno un sorriso di sfuggita. Era come se quel bambino non ci fosse per lei. Lamberto, dal canto suo, non tollerava quel disinteresse nei suoi riguardi, è sempre stato particolarmente sensibile. Trovai, quindi, che il terreno fosse decisamente fertile per seminare i bulbi del Male in quella piccola mente...
"Lamberto, ma che aspetti a farle capire che non ti si deve trattare così?!? Devo dirtelo io?? Non ci arrivi da solo che è ora di fare qualcosa contro quella vecchia stronza che t'ignora, come fossi l'ultimo dei suoi sguatteri?!?". Lamberto non se lo fece dire due volte.
Gli passai una mano tra i folti capelli neri e ricci e gli trasmisi per osmosi delle potenziali idee per far del male alla signora Adele. Le idee gli fluttuarono davanti agli occhi come impazzite, Lamberto si concentrò, operazione che gli riusciva estremamente facile nonostante la giovanissima età - allora aveva soltanto otto anni - e scelse l'idea di Male che gli era piaciuta di più. In effetti, tra le tante, quella prescelta era la più divertente che gli avessi tacitamente suggerito. Ne fui proprio orgoglioso, quel giorno: Lamberto stava crescendo e mi dava sempre più soddisfazioni. Avrei voluto quasi che fosse mio figlio, ma io non avrei mai scopato con Elisa, la marchesa figa-appesa, quindi mi accontentai che fosse solo il mio amato figlioccio dis-umano. Non era, come avrete capito, un bambino come tanti. Aveva un quid in più che mi incuriosì fin da subito e lo scelsi.
E tornando alla nonna, perchè non posso non raccontarvi l'aneddoto, accadde che Lamberto architettò nei minimi dettagli, ovviamente con il mio aiuto, la sua gustosa vendetta: la signora Adele aveva nella sua stanza da letto un'elegante quanto stantia consolle Luigi XVI, con su una meravigliosa collezione di oggettini Swarovski ordinatamente sistemati, provenienti da varie parti del mondo, frutto di regali di amanti focosi, di amiche frivole e di shopping compulsivo, disturbo da cui era affetta da sempre.
Lamberto non aveva mai potuto giocare con quegli oggettini, la nonna lo aveva sempre rimproverato ogni volta che gli si fosse avvicinato anche solo per sfiorarne gli spigoli lucenti; a Lamberto piacevano tantissimo, soprattutto gli animaletti. Il porcospino più di tutti. Me lo disse una volta, piangendo dopo uno schiaffo in pieno viso, ricevuto dalla mano rugosa di sua nonna Adele, per averlo toccato.
Decise, dopo la mia esortazione ad agire, che avrebbe fatto una sorpresa alla nonna proprio con quei bellissimi animaletti e proprio come gli avevo consigliato io. Stette, così, ad aspettare quella che in famiglia era chiamata la "lunga notte del poker", ovvero il mercoledì di ogni settimana, giorno in cui la signora Adele dava il peggio di sè, presa com'era dall'avidità, dalla smania di vincere, di imbrogliare gli altri giocatori e di farsi rapire l'anima e la dignità dal rosso e nero dei simboli delle carte francesi. Perdeva completamente il senso della realtà, la vecchia, e a Lamberto sembrò quello il giorno migliore per organizzare la sua piccola vendetta... più astuto di quanto credessi, il ragazzino... mi complimentai tra me e me con lui...
Nel grande salone da gioco di Villa Rodriguez, la concentrazione dei giocatori, il fumo delle loro sigarette e le luci dei lampadari antichi rendevano l'atmosfera tesa e pacata al tempo stesso. Il silenzio regnava sovrano, interrotto da sporadiche schiarite di gola dei fumatori più accaniti e dal fruscio delle carte sul panno verde. Al piano superiore, nella stanza della signora Adele, Lamberto, la sera del 16 dicembre del 1969, era intento a sistemare sul pavimento, proprio all'ingresso della camera, circa duecento preziosi oggettini di cristallo Swarovski, messi rigorosamente in ordine a seconda di cosa rappresentassero. Tutte le piante davanti alla soglia della porta della camera, poi a salire gli oggetti inanimati, quelli che gli piacevano di meno e che quindi era giusto stessero nel mezzo, perchè a Lamberto le vie di mezzo non piacevano, e infine gli animali nella parte più distante rispetto alla porta, ovvero nel punto in cui avrebbe dovuto battere sul pavimento la testa della nonna. Il porcospino fu sistemato con dei calcoli approssimativi nell'ipotetico punto di incontro tra la gola della nonna e il pavimento. Lambertò guardò soddisfatto quell'impreciso rettangolo di cristallo, abbastanza lungo e largo da accogliere su di sè il corpo di una donna. Di quella donna.
Ai battenti della porta, poi, fu assicurato un tagliente e sottilissimo filo d'acciaio, che prontamente fornii al mio piccolo socio in affari, filo che fu teso in modo tale da provocare una sicura caduta della cara signora Adele.
Lamberto si nascose sotto il letto della nonna, con un cuscino poggiato sul pavimento, sotto alla testolina, perchè sapeva che avrebbe dovuto aspettare almeno l'alba per veder entrare la nonna in camera da letto.
Infatti. Alle ore 6.34 del 17 dicembre 1969 la signora Adele salì le scale della villa, raggiunse la porta della sua stanza da letto e ne abbassò rumorosamente la maniglia... Lamberto si svegliò di soprassalto, badando bene a non fare il minimo rumore, e sgranò gli occhi, pronto ad assistere alla sua vendetta, che nella sua mente era come uno scherzo divertente e nulla più... un fascio di luce proveniente dal corridoio fece appena in tempo a passare attraverso la porta, che s'apriva dietro la spinta della vecchia, facendo brillare per un velocissimo istante quel tappeto di cristallo... ma il bagliore cessò immediatamente con un tonfo sordo, un grido di spavento e un rumore di vetri rotti. La signora Adele era caduta sui suoi amati oggettini di cristallo Swarovski, che ora le stavano trafiggendo il corpo con milioni di schegge luminose. Feci sparire immediatamente il filo di acciaio, chinandomi sul pavimento e strizzando l'occhio a Lamberto, che sorrideva maliziosamente sotto al letto. Ce l'avevamo fatta. Duilio ed Elisa accorsero dopo pochi istanti e quando acceserò la luce, videro la terribile scena della vecchia signora imbrattata di sangue, distesa in modo scomposto su quel pavimento iridescente. Prima che potessero sollevarla, la signora Adele aprì gli occhi e riuscì a vedere sotto al suo letto a baldacchino due punti luminosi, tendenti al rosso, malevoli. Erano gli occhi di Lamberto che la osservavano, immobili. La signora Adele capì tutto, ma il dolore e la paura le impedirono di parlare e di spiegare agli altri le cause di quel folle e misterioso "incidente". Le schegge le devastavano perfino la lingua e il palato e ogni movimento delle corde vocali, anch'esse martoriate, era sofferenza atroce. La tirarono su... Duilio, poi, si accorse che la madre aveva la gola trafitta da un oggettino che non si era rotto, l'unico in quel macello di pezzettini minuscoli. Un porcospino. Lo tirò delicatamente via dalle carni della madre e lo lanciò per terra con violenza, eppure l'animaletto di cristallo non si ruppe di nuovo, finendo a pochi centimetri dal letto della vecchia donna. Quando tutti furono via, mi resi visibile, diedi un calcetto al porcospino, tirandolo proprio sotto al letto e dissi "Prendilo, Lamberto, ora è tuo...". Lamberto allungò la manina e strinse forte nel pugno il porcospino, che gli fece sanguinare il palmo con i trasparentissimi aculei.
La signora Adele morì la notte della vigilia di Natale di quello stesso mese, senza poter mai rivelare cosa avesse visto sotto al suo letto, la notte dell'incidente...
Dopo quell'episodio, Lamberto ebbe una fase difficile della sua vita. Ebbi quasi il timore che provasse pentimento. La prima comunione, poi, lo destabilizzò un po'. L'influenza di quel dannato Don Mario, il giovane parroco di paese, fu davvero deleteria. Riuscì a sottrarmi Lamberto per molti anni, noi due non ci parlammo più per un bel po' e quando passavo a trovarlo, durante le notti di plenilunio, Lamberto stringeva tra le mani il crocifisso che gli aveva regalato Don Mario, imprecando contro di me e contro il suo passato. La cosa mi irritava talmente tanto che ogni volta andavo via infuriato e con addosso un senso di impotenza che non avevo mai provato prima in vita mia.
Lamberto si era mostrato nuovamente debole e facile preda di mistificatori e maestri di dialettica, quale anch'io sono, certamente, ma direi di una diametralmente opposta corrente di pensiero rispetto a quella di Don Mario e della sua congrega di pie suorine caritatevoli...
Egli distrusse letteralmente il mio protetto e tutto il lavoro che avevo fatto per e su di lui: lo rese chierichetto, prima, poi fece sì che diventasse un volontario della parrocchia e come se non bastasse, gli presentò una ragazza, la bella e timida Linda, di cui Lamberto s'innamorò, e che sposò all'età di 25 anni, e dalla quale ebbe una bambina, la piccola Silvia.
Nel frattempo, Lamberto s'era laureato in lingue e letterature straniere, diventando un amatissimo e preparato professore di letteratura inglese al liceo classico del suo paese natale.
Lo lasciai fare in questo suo delirio di bontà e di redenzione, ma vi dico che non l'ho perso di vista un solo giorno. Io ero lì, al suo fianco, e forse lui lo sapeva pure; e mi piaceva che s'accorgesse ogni tanto della mia presenza attraverso sottili dettagli, essendo un fine osservatore, e che tentasse in tutti i modi di non pensarci, di cacciarmi via dalla sua mente, relegandomi in un angolo più che remoto della sua ferrea memoria... Il suo vecchio amico Jack Devil, però, non lo avrebbe abbandonato mai... già, proprio mai... io so aspettare... ho pazienza, dedizione - dedizione al Male, s'intende - e tanta sete di vendetta...
Abramo stava per uccidere suo figlio Isacco, gente, suvvia...!!! Quindi, non guardatemi così, come fossi un essere spregevole, che se la prende ingiustamente con il frutto del suo stesso seme.
In fondo, Lamberto non era mio figlio, avevo tutto il diritto di vendicarmi contro un amabile traditore. E anche il tradimento, del resto, gliel'avevo insegnato io, così come la vendetta... e lui, il mio Lamberto, sapeva che prima o poi mi sarei vendicato del suo voltafaccia. Lo sapeva, si trattava solo di aspettarmi; non avrei certamente mancato l'allettante appuntamento.
E molti anni dopo decisi di farmi di nuovo vivo...
14 SETTEMBRE 1999
"Alghieri"
"Presente..."
"Aramante"
"Presente, prof.!"
"Balducci, Corini e Daniero, ci siete?"
"Eccoci, professore!"
"Ferrante... chi è Ferrante?", chiese Lamberto, a testa bassa sul registro.
"Sono io, professore...", disse una ragazza, tutta riccioli neri e dagli occhioni profondi, con un sorriso magnetico e disarmante nella sua semplicità. Lamberto alzò gli occhi e impallidì.
Da quel giorno, la vita di Lamberto è cambiata; da quando ha incrociato lo sguardo di quella ragazzina, Lamberto non è stato più lo stesso. La sua classe nuova, una seconda liceale classica, ereditata dal pensionato Prof. Zaccagni, era piena di ragazzi e ragazze svegli e interessanti, ma quella Flavia Ferrante lo aveva colpito fin da quel primo giorno di scuola, da quando gli rispose all'appello "Sono io, professore...". Era lei, appunto, Flavia, la mia maestosa vendetta.
"Sono io, professore/Sono io, professore/Sono io, professore/Sono io, professore...", Lamberto ripetè dentro di sè tutto il giorno quella frase e fu lì che in realtà la sua pazzia ebbe inizio.
O meglio, riebbe inizio...
I giorni, i mesi a seguire furono un concentrato di pulsioni indescrivibili: un senso di oppressione gli attanagliava l'anima ogni volta che, durante una spiegazione, quegli occhi neri si posavano nei suoi; pensieri di ogni tipo, dai più dolci ai più osceni, gli affollavano la mente e una vaga convinzione, da lui stesso repressa con poca fermezza, di essere attratto sessualmente da quelle giovani carni, che definire di donna era troppo, lo faceva vergognare fin nel profondo della sua moralità, infarcita di sani princìpi cristiani e di inflessibili regole della società "civile".
Il primo anno trascorso come professore della II^ D, di cui Flavia faceva parte, fu davvero straziante. E per me molto divertente, come è facile immaginare. Gliene combinavo di tutti i colori, al caro, carissimo Lamberto. Volete sapere cosa? Innanzi tutto, suggerivo alla piccola Flavia, che nemmeno si era mai accorta della mia presenza nella sua mente, un abbigliamento sobrio e al tempo stesso provocante, di quella roba vedo-non vedo che piace tanto agli uomini di classe... e Lamberto, in effetti, era un uomo di classe. Fascinoso, discreto, timido al punto giusto, ma con una strana luce negli occhi... quella gli era rimasta negli anni, nonostante il rifiuto di quel che era stato con me; e quella luce le sue alunne, quelle più smaliziate, la notavano, ricambiando quegli sguardi con altrettante occhiatine tra lo scherzoso e l'ilaremente seducente. Piaceva molto alle ragazze. Lamberto lo sapeva e ne era lusingato, ma ci passava su; lui era un serio, posato e affidabile padre di famiglia: aveva la sua Linda e la piccola Silvietta che lo attendevano a casa. Tanto gli bastava, gli era sempre bastato. Da quando c'era Flavia, però, non più.
L'estate tra la fine del secondo anno e l'inizio del terzo liceo fu un continuo torturarsi per Lamberto. E fu sotto il caldo sole di agosto, in spiaggia, mentre era disteso in mezzo al mare sul suo materassino di gomma Pirelli a prendere il sole e a pensare a lei, che io gli apparvi di nuovo, stavolta chiaramente, e non sotto sembianze di dettagli impercettibili. Mi feci onda, lo urtai, lo travolsi e capovolsi il suo materassino, facendolo cadere nell'acqua che non era gelida, ma che gli sembrò tale, caldo com'era di sole e di desideri inconfenssabili...
Emersi dall'acqua insieme a lui, sputando un'alga.
"Tu...!"
"Ciao, Lamberto... ho pensato fosse il caso di raffreddare un po' i tuoi bollori per quella ragazzina... com'è che si chiama? Ah, sì, certo, la piccola Flavia...!"
"Non nominarla nemmeno, non puoi, non devi!"
"Non posso? Non... "devo"?!?! E da quando in qua tu mi dai ordini, Lamberto? Dai, spiegamelo, credo di essermi perso un passaggio fondamentale del tuo "ammirevole" cammino lungo la via del BENE..."
"Non ti riguarda. Tutto ciò che ruota intorno a me non ti riguarda più da un pezzo, Jack. Vattene, non otterrai nulla, sono cambiato".
"Tu non cambierai mai, Lamberto... guardati... guardati come sei ridotto tra le cosce per quella ragazzina... sei visibilmente eccitato, Lamberto, ti esploderà il costume di questo passo, sai? E a cosa pensavi, dimmi un po'? Fai eccitare anche me, su... dimmelo..."
"VATTENE!!!", schizzò acqua salata con un gesto impetuoso della mano contro di me.
"Lamberto, Lamberto... io vado via, ma voglio dirti prima una cosa; e non scaldarti, ragazzone, io sono tuo amico... voglio che tu sappia che se ascolterai i miei consigli, la piccola Flavia sarà tua..."
"Ho detto vattene..."
"Hai capito cosa ho detto? Tua, Lamberto... TUA. Così come la vuoi. Non nascondere proprio a me i tuoi pensieri, Lamberto... sai bene che posso conoscerli prima ancora che tu li formuli. Tu la vuoi nuda, la vuoi addosso e ti dico che l'avrai, se farai quel che ti dico..."
"Sparisci!"
Lamberto s'immerse sott'acqua, mollò il materassino alla presa vorace delle onde e nuotò velocemente verso riva, rimanendo disteso al sole, tremante, con il fiato corto e sconvolto per l'accaduto. Ero riuscito a turbarlo, ad insinuargli il dubbio; e il demone del peccato era di nuovo desto nella sua anima. Avrebbe ceduto e se non avesse voluto farlo, gli avrei reso la vita impossibile.
12 SETTEMBRE 2000
Fu il giorno in cui, dopo quell'estate trascorsa ad immaginare il corpo vibrante di lei sul suo di uomo maturo, Lamberto rivide Flavia. E gli apparve più bella e più donna di quando l'avesse lasciata, lo scorso mese di giugno. In aula si parlò delle vacanze di ognuno, c'era ilarità ed entusiasmo negli occhi di tutti per il nuovo anno che stava cominciando, l'anno della maturità.
"L'anno della maturità", disse a bassa voce Lamberto, seduto sulla sua scrivania con il libro di letteratura inglese che ciondolava tra le sue mani.
"L'anno della maturità, Lamberto. E i tempi sono maturi, ormai...". Ero seduto all'ultimo banco, anzi, sull'ultimo banco, fila di sinistra, a grattarmi il pizzetto, osservando l'espressione attonita di Lamberto, quando mi vide in mezzo ai suoi alunni completamente ignari della mia presenza.
Flavia si accorse del cambiamento del professore. Fissò gli occhi nei suoi, come faceva sempre, e ne seguì la traiettoria. Si voltò e mi vide, o meglio, mi lasciai vedere da lei. Sfoderai il migliore dei miei sorrisi galanti per quella ragazza e le feci cenno con la testa, indicando Lamberto, disegnando un cuore nell'aria con il mio dito medio. Sì, con il dito medio, e lei capì, sì che capì...
Lamberto stette immobile ad osservare la muta conversazione tra me e la sua amata Flavia, quando poi fece uno scatto come per balzarmi addosso, ma io sparii immediatamente, mentre lui inciampò nello zaino di un suo alunno, finendo disteso su due banchi tra le risate generali. Flavia non rise, fu l'unica. Lo guardò soltanto intensamente; e Lamberto si sentì morire di voglia. Voglia sfrenata di lei.
3 FEBBRAIO 2001
"Young teacher the subject
Of schoolgirl fantasy
She wants him so badly
Knows what she wants to be
Inside her there's longing
This girl's an open page
Book marking - she's so close now
This girl is half his age
Don't stand, don't stand so
Don't stand so close to me..."
Facevo sì che Lamberto ascoltasse quella canzone dappertutto. Alla radio, alla tv, a casa, a scuola, per strada, nei negozi, dovunque. E sapete di cosa parla, quella canzone dei Police? Ma certo...! Di un povero professore che perde la testa per una seducente ragazzina e tra sguardi e giochi di malizia, implora la sua piccola alunna di "non stargli così vicino"... altrimenti...
Gliele avevo talmente conficcate nel cervello, quelle note, che scattavano in automatico ogni volta che vedeva Flavia.
E quel giorno fu proprio lei a canticchiare quelle parole, appoggiata ad una finestra del corridoio di scuola, durante una passeggiatina che si era concessa fuori dall'aula, per evitare l'interrogazione di latino...
"Her friends are so jealous
You know how bad girls get
Sometimes it's not so easy
To be the teacher's pet
Temptation, frustration
So bad it makes him cry
Wet bus stop, she's waiting
His car is warm and dry..."
"Conosci questa canzone...?"
"Oh, salve, prof. ... sì, la conosco... è fantastica...", gli sorrise timidamente. Entrai dentro di lei. Ora toccava a me portare avanti il gioco.
"Sì, è vero, è fantastica... sai che facciamo? Vado in sala professori e ne stampo un po' di copie del testo, così la traduciamo in classe dopo... non è detto che si debba studiare sempre Byron e Shakespeare, non credi?"
"Ha ragione, prof. ... mi piacerebbe tantissimo sentirle pronunciare quelle parole...".
La ragazza gli si avvicinò, le ordinai di farlo. Le loro mani si sfiorarono un istante e Lamberto trasalì.
Negli occhi di Flavia, però, Lamberto improvvisamente riconobbe i miei. Si girò di scatto e fuggì via. Lo seguii e canticchiai alle sue spalle...
"Don't stand, don't stand so
Don't stand so close to me..."
Lamberto accelerò il passo e poi iniziò a correre disperatamente per il corridoio della scuola.
Quando dopo un'ora entrò in quella che ormai era la III D, evitò di guardare Flavia, temendo di riconoscermi ancora dentro di lei. Ma ormai io ero dentro di lui e nemmeno se n'era accorto.
"Ho pensato di fotocopiarvi un testo di una bellissima canzone dei Police, oggi lavoreremo su questo... Marco, distribuisci le fotocopie, per favore..."
"Sì, professore..."
Non appena i ragazzi ebbero tra le mani il testo, iniziarono a sbirciarlo e i più bravi ne riconobbero per sommi capi il significato. Ci fu una risatina generale. Lamberto arrossì palesemente. Glielo concessi, in fondo era il suo ruolo, quello del prof. buono e angelicato.
"Prof., questa è una dichiarazione d'amore per una di noi?". Risate della classe, dopo l'affermazione sfacciata di Angela, la più peperina delle alunne.
"Forse...", dissi con la voce di Lamberto e gli forzai i muscoli del viso, per fargli assumere un sorriso dichiaratamente seducente e affascinante in direzione di Flavia. Flavia lo notò e avvampò.
"E per la settimana prossima portatemi il riassunto dei primi due capitoli di "Lolita", di Vladimir Nabokov", gli feci dire. Lamberto ormai era completamente privo di forza di volontà, si stava arrendendo sempre di più al mio potere.
"Ma professore... Nabokov non è un autore russo? Che c'entra con il programma di letteratura inglese??", obiettarono alcuni ragazzi.
"Nulla, ma faremo un piccolo cambiamento di programma. "Lolita" è un libro a dir poco stupendo, ne vale la pena...", dissi sempre con la voce di Lamberto, facendolo passeggiare con fare sicuro tra i banchi, come non aveva mai fatto prima, fino a farlo sedere su quello di Flavia, con intento chiaramente provocatorio, cercando di acuire il più possibile il profumo che aveva spruzzato al mattino sul collo, così che s'insinuasse nelle narici e nei pensieri di Flavia.
Nella mia infinita cattiveria, poi, ore dopo feci sì che accadesse quanto scritto nel testo della canzone. In fondo avevo dovuto scatenare soltanto qualche goccia di pioggia all'uscita di scuola e proclamare uno sciopero dei mezzi pubblici, per rendere la scena possibile, tutto qui...
Flavia corse alla fermata del pullman e aspettò che passasse per più di mezz'ora, ma invano.
La fermata era desolata, non un'anima che passasse di lì a quell'ora. Goccioloni di pioggia continuavano a caderle sul giubbotto color prugna, arruffandole ancora di più i capelli.
Era davvero bella, cominciava a piacere anche a me, motivo in più per attuare la vendetta tanto attesa.
Ordinai a Lamberto di passare da lì con la sua auto, una Lancia Libra nera, lucida per la pioggia e con i vetri un po' appannati. Il motore calò di giri...
"Sali, Flavia... t'accompagno io a casa, se vuoi..."
"La ringrazio, professore, ma credo che il pullman passerà a breve..."
"Io dico di no... permettimi di accompagnarti, sei di strada..."
"Sa dove abito, prof.?"
"Beh, sì... ti dispiace?"
"No, mi sorprende...", Flavia sorrise da donna lusingata, aprì lo sportello e salì in macchina, sentendo sulla pelle il tepore dell'aria condizionata e del fiato del suo professore, che la fissava divertito.
"Perchè sorride, professore? Cos'ho che non va?".
"I tuoi... i tuoi occhi, Flavia... il tuo trucco è sciolto, qui, sulle tue guance...", imposi alla mano destra di Lamberto di sfiorarle una guancia e di pulirle via il trucco dal viso con il pollice. E una volta pulito il viso arroventato d'emozione di quella ragazza che cominciava a perdere i sensi e ad avere paura di se stessa, ordinai a quella stessa mano di non allontanarsi da dove fosse e di continuare ad elargire carezze alla pelle di lei, che rabbrividiva, contenendosi a stento.
Lo stereo della macchina cominciò a suonare di nuovo "Don't stand... Don't stand so... Don't stand so close to me...", come fosse un'ossessione, e Lamberto, accarezzando quello che era ormai da un anno l'oggetto del suo sfrenato desiderio, accompagnava la voce di Sting con la sua, sussurrata, avvicinandosi sempre di più con le labbra a quelle della ragazza... la scena cominciava a farsi davvero eccitante ed io volevo dare una svolta decisiva a tutto quel romanticismo che stava per esplodere contro la mia volontà... Lamberto stava tentando di resistermi e di sfruttare quel che IO gli avevo creato a suo piacimento; ma non doveva andare bene come voleva lui, no; doveva succedere tutto, ma non con dolcezza... con violenza, come volevo io.
Così scaricai dentro di lui tutta la mia forza distruttiva e finalmente la sua mano non fu più carezzevole, ma divenne una morsa intorno al collo di Flavia, che tentò di scattare indietro per liberarsi, ma senza riuscirci, immobilizzata com'era dal peso di Lamberto, che ormai le era addosso e la baciava lascivamente dappertutto.
Incurante di essere nel bel mezzo di una strada, Lamberto le strappò i vestiti di dosso, mordendole i seni fino a farle male, insinuando le sue mani nell'antro più bramato del corpo di lei, fino a sentirne gli umori roventi spandersi sulle dita avide, più per riflesso biologico che per sensazione di piacere provato. Flavia non stava provando piacere. Solo dolore, intenso dolore e delusione, mista a paura folle di un uomo che credeva diverso dagli altri, buono, sincero.
"E' tua, Lamberto... è TUA, come ti avevo promesso... prendila..." e in un istante Lamberto sbottonò i suoi pantaloni e le fu addosso; e poi dentro, con rabbia, con insana passione, con cattiveria, dilaniandole le labbra con baci che sapevano di amaro veleno.
E mentre la baciava, succhiando malvagiamente ogni lembo della sua giovane pelle, gli feci un ultimo scherzetto... ero seduto sul sedile posteriore a godermi la scena, visto che ormai gli avevo fatto perdere la ragione e potevo guardarmi lo spettacolino senza bisogno di dover fare il regista dentro di lui; sfiorai con un mio artiglio la sua fronte imperlata di sudore e attirai la sua attenzione per un istante; dovevo mostrargli un oggettino.
"Te lo ricordi, Lamberto? Ti piaceva tanto... lo rivuoi?"
Lamberto annuì, senza smettere di spingersi ritmicamente tra le cosce della sua giovane vittima, mentre guardava con gli occhi sbarrati il vecchio porcospino di cristallo Swarovski, che credeva di aver perso anni e anni prima, e che ora giaceva nel palmo della mia mano.
"Allora, se lo vuoi davvero, sai perfettamente cosa devi fare, Lamberto... ti ho insegnato a leggere ed interpretare i pensieri secondo la mia volontà, fammi vedere se ricordi ancora come si fa, interpreta i miei..."
Lamberto diede un'ultima, fortissima spinta pelvica dentro al corpo stremato della ragazza in lacrime e senza staccarsi da lei, allungò una mano verso di me, per afferrare il porcospino di cristallo. Tirai la mano indietro di scatto e lui, per raggiungerla, si gettò ancor più violentemente nel corpo di lei, che emise un grido infernale. Gli lasciai prendere il porcospino e Lamberto, senza esitare, lo piantò con folle lucidità nella gola di Flavia, proprio nello stesso punto in cui gli aculei, anni fa, avevano fatto presa sulla carne di sua nonna, la vecchia signora Adele, la prima donna che aveva ucciso.
E Flavia era la seconda, ma anche l'ultima.
Lamberto, infatti, mi guardò con gli occhi sommersi di lacrime, tentando di pronunciare quelle due parole che mi aveva rivolto nei pensieri per anni, ma che non era mai riuscito a dire a voce... e nemmeno stavolta ce l'aveva fatta, a dirmele, perchè si era già infilzato gli aculei di cristallo del porcospino sulla giugulare e morì guardandomi.
Così, quelle due parole, gliele dissi io, ridendo di gusto di fronte a quello scempio di corpi... "TI ODIO".
Adesso Lamberto è qui con me e sorride del racconto che vi ho fatto della sua vita; sorride per le vostre espressioni disgustate, per l'eccitazione che nascondete con vergogna tra le gambe, dopo avermi letto, e soprattutto perchè mi trova anche un po' grottesco nel descrivere i dettagli; dice che mi manca la discrezione... sarà, ma detto da lui, che continua a scoparsi Flavia pure qua all'Inferno davanti a noi altri, beh...