venerdì, 29 dicembre 2006
Stanotte, penso agli sbagli fatti.
Ovvio che non mi basterà una sola notte per pensare a tutti quelli che ho commesso in vita mia, praticamente infiniti e di tutte le possibili specie immaginabili, ma questa non è una buona scusa per non pensarci proprio.
Stanotte, penso agli sbagli fatti con le persone che un tempo m'erano vicine e ora non più, chi per un motivo, chi per un altro, chi senza motivo.
Ho deluso, è vero, ho travisato, ho aggredito, ho messo in fuga, ho allontanato, ho dubitato, ho accusato, ho evitato, ho ignorato, ho semplicemente negato il permesso di gravitarmi attorno a tante persone che, alla luce dei fatti, forse avrebbero meritato più attenzione, se solo avessero capito meglio io chi sia.
Se ho fatto tutto questo, non è stato per sfizio, però. Un esame di coscienza comunitario non sarebbe male, ogni tanto, l'orco cattivo non sono solo e sempre io per contratto.
Comunque, credo sia difficile da spiegare quello che ora io provo e poi adesso ho troppo sonno... magari facciamo un'altra volta... e poi l'Amicizia... boh... mi sa che non ne so parlare; a volte mi chiedo se io non ne abbia un concetto un po' troppo aulico e fantasioso, per poter ritrovarla nella realtà così come la immagino. Intanto, sotto sotto ci spero.
Magari, però, è destino che non sarò mai capito fino in fondo da un vero Amico.
Basta, ho troppo sonno, buonanotte.


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giovedì, 28 dicembre 2006

Un film davvero intrigante... e m'ha ricordato, per alcuni dettagli, uno dei più bei libri che abbia mai letto, "Il Sosia" di Dostoevskij; mi è piaciuto ancora di più per questo collegamento, che a prima vista può sembrare forzato, ma non credo lo sia. Bravissimi gli attori e bella la storia, anche se basata su presupposti un po' fuori dal comune, ma il bello è che, comunque, il filo narrativo non si spezza mai durante il film.
Insomma, lo consiglio proprio di cuore a chi ha voglia di scervellarsi un po'...

Written by: JackPummarolino alle ore 02:00 | Permalink | commenti (4)
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mercoledì, 27 dicembre 2006
Una ragazza diversa dal solito. Dorme poco, è avida di conoscenza, sa essere una perfetta giocatrice, qualunque sia il gioco a cui la si invita a partecipare, essendo per natura una punzecchiatrice d'eccellenza e soprattutto una che non piange per le punture ricevute; si lecca le ferite e riparte all'attacco con un sorriso di sfida sulle labbra.
Direi questo di lei, se mi si chiedesse di descriverla brevemente. Del resto è una persona che conosco ancora molto poco, ma che ha conquistato già una bella fetta della mia stima.
La prima cosa che ho pensato di lei è stata che si pone in un modo strano, inconsueto; è la maniera che ha di urlare al mondo la sua presenza tutto sommato discreta e silenziosa, nonostante abbia in sè un non so che di teatrale. Lei è strana di suo, di una stranezza che fa sorridere, perchè originale e tradizionalista allo stesso tempo. Può sorprenderti all'improvviso e risultare tremendamente prevedibile, può ridere e piangere insieme, gioca e diventa seria in un battito di ciglia... è una piccola mistura di contraddizioni e mi chiedo in quanti siano capaci di coglierle. In questo momento, mi sto vantando di averle colte, sì, mi si dia pure del presuntuoso, non m'importa.
E' giovane, ma ha dentro di sè la saggezza vissuta di una donna matura. A volte sembra solo darsi un tono con quei suoi modi bizzarri, altre è capace di spiazzare con la semplicità diretta delle cose che dice.
Avrei voluto essere un suo compagno di banco, lo sa, avessimo avuto la stessa età. Lei non ha la "uallera", ha entusiasmo da vendere, è una di quelle persone che all'apparenza sono glaciali, ma che s'incendiano con poco, se ne vale davvero la pena. E credo che, tutto sommato, sappia già scegliere quando veramente valga o no la pena di mostrarsi per come si è, a dispetto di quanto possano pensare gli altri.
Ha fantasia, ha ironia da regalare a chi si pone nel modo giusto per coglierla ed apprezzarla, possibilmente tenendole testa, altrimenti lei non ci prova gusto e sotto sotto, anche se non lo fa vedere, ci resta male e s'annoia, perchè ha solo voglia di confronto, è quello che cerca, niente di più: un po' per rinvigorire il suo ego, un po' per vedere se ci sia qualcuno capace di affossarglielo... e se lo trova, ne è quasi contenta, perchè per lei la "dialettica bastarda" è una palestra d'allenamento mentale... sa di avere una marcia in più rispetto alle ragazze del suo tempo e lo ostenta, giocando, ma sicuramente diventa rossa in viso, dietro le lame affilate che celano i pixel delle sue guance, quando glielo si fa notare.
Avrei voluto regalarle un racconto che parlasse di lei, ma non sarebbe stato carino, per i motivi che lei sa.
Niente m'impedisce, però, di fissare qui quello che penso di questa piccola donna fuori di testa, che mi fa rimpiangere di non avere qualche anno di meno, solo per il gusto di poter essere il suo complice in tutte le cazzate che fa e che avrei fatto io, in compagnia di una persona così. Divertente, dissacrante, sensibile e profonda. Quella che sarebbe un'amica perfetta per me.
Non occorre che dica altro, solo grazie per la fiducia alla cieca che hai riposto in me poco fa; ma non chiamarmi più in quel modo atroce che comincia per "Z", altrimenti cancello il post in un attimo e so che il tuo ego non ti perdonerebbe mai questo tremendo smacco.





Written by: JackPummarolino alle ore 00:16 | Permalink | commenti (1)
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mercoledì, 20 dicembre 2006

RACCONTI D'ESTATE
Regia: Gianni Franciolini
Attori: 
Sylva Koscina,
Marcello Mastroianni,
Alberto Sordi
Anno: 1958

Uno dei miei film preferiti, che ho rivisto poche notti fa con tantissimo piacere. Inutile dire che il cast era di altissimo livello, basta citare solo la contemporanea presenza di Sordi e Mastroianni. E a dire il vero, mi ha fatto pensare, questa cosa. Oggi, quali sono i grandi attori italiani? Intendo quelli di nuova generazione... a parte Verdone, che ormai è scaduto, Castellitto, che pur di far uscire un film all'anno, è disposto a fare di tutto, e i big del passato ancora in vita (quasi tutti rincoglioniti o impazziti per la chirurgia estetica); praticamente non sono riuscito a trovare qualche nome degno di vera stima. Forse Bentivoglio, la Buy, Orlando, Tognazzi jr. ... bravi, ma non eccelsi. E poi tra i 40enni/30enni ci sono i vari Mastrandrea, la Mezzogiorno, Bova, Accorsi (?!), Gassman jr., ma... non mi sembrano attori tali da meritare l'appellativo di "big", bravi (direi bravini alcuni), ma tutto qui, niente di più. E, tragedia delle tragedie, i giovanissimi "vip" del cinema italiano: i vari Scamarcio, Muccino, De Sica jr. jr. (come se non bastasse il "buon" Christian a rovinare la reputazione del povero Vittorio), Martina Stella e così via... insomma, panorama abbastanza deprimente.
Credo che ce ne vorrà di tempo per rivedere sugli schermi espressioni intense come lo sguardo di Mastroianni, il sorriso sornione di Sordi, il fascino di Vittorio de Sica, la prorompente sensualità della Loren, l'ironia della Vitti, il cinismo di Gassman e la mimica di Tognazzi. A me manca quel cinema, tant'è vero che per quanto riguarda il cinema italiano vedo volentieri solo i film di quel periodo.
E tornando a "Racconti d'estate", chi l'ha visto sa che si svolge secondo intrecci di storie e, almeno secondo me, la più intensa e toccante è proprio quella del fotogramma che ho postato, ovvero la storia tra un commissario di polizia (Mastroianni) e una fascinosa ladra (
Michèle Morgan), che deve essere scortata da lui fino al confine francese, dove verrà arrestata (riassunto proprio banalmente); tra mille vicissitudini, in quel di Rapallo, i due scopriranno di amarsi, pur avendo ben poche ore per dimostrarselo, con una delicatezza tale che mi ha lasciato senza fiato, fin dalla prima volta che vidi il film. E la cosa ancor più bella è che questo film fu una sorta di precursore dei "summer-film" alla Vanzina (tipo i vari "Sapore di mare" & Co., che sono di livello sicuramente inferiore a questo, ma comunque ancora godibili; i cinepanettoni, invece, hanno sbancato tutto in quanto a schifo, ahimè), quindi non è nato come un film di grandi pretese... eppure...
Mi chiedo perchè l'Italia si sia snaturata così tanto, perchè sia diventata in generale così banale all'apparenza - e il cinema nostrano lo dimostra purtroppo, sebbene le rarissime eccezioni - mentre prima si era capaci di valorizzare ciò che era "nostro", italiano, esaltando vizi e virtù del nostro paese con naturalezza, senza forzature e soprattutto con una briciola di malinconica o leggera poesia, che non guasta mai...

Written by: JackPummarolino alle ore 17:42 | Permalink | commenti (11)
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martedì, 19 dicembre 2006

Premetto che ho la febbre.

"Midnight is where the day begins...", cantava, ubriaco, disteso sulla panchina di legno consunto, con un giornale accartocciato sotto alla testa; guardava le stelle che s'affollavano tra le fronde della quercia che lo proteggeva dall'umido della notte e sognava ad occhi aperti di poter tornare indietro nel tempo. Era tardi, era buio pesto nel parco pubblico, a quell'ora privo di anime. "Il lurido", come l'avevano chiamato dei ragazzini poche ore prima, era riuscito a sfuggire ai controlli del servizio d'ordine del parco e intrufolatosi in mezzo ad un cespuglio, aveva aspettato la chiusura dei cancelli per godersi l'agognata solitudine in mezzo a quel verde, che man mano si adombrava sempre di più al calar del sole. Faceva molto caldo, da togliere il respiro... una goccia di sudore faceva a gara con una di birra a scivolargli lungo il collo, fino a perdersi tra la peluria del suo petto sporco. Erano forse dieci giorni che non si lavava a dovere e addosso aveva ancora l'odore di lei, seppure in dose minima, ma il suo naso riusciva ancora a percepirlo... quel profumo gli riportava alla mente quell'ultima notte insieme, prima che lei morisse davanti ai suoi occhi, tra le sue mani... prima che lui impazzisse.

Continua... forse... ora ho sonno e qualcuna mi fa le risate strozzate in faccia... mi deconcentro.

Written by: JackPummarolino alle ore 05:04 | Permalink | commenti (10)
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domenica, 17 dicembre 2006

E rieccomi qui, dopo tre giorni e mezzo passati lontano da casa.
Viaggio di lavoro in quel di Feltre - posto di cui, prima di questo mio soggiorno, ignoravo completamente l'esistenza - con sosta iniziale post-atterraggio (velocissima) a Venezia, città che la mia collega napoletana con cui sono partito non aveva mai visto... e quindi, detto brevemente, m'ha praticamente supplicato di portarla a fare un rapidissimo giro per calli e campielli; segue traversata in auto noleggiata fino a Feltre, dove c'era il "convegno"; si conclude con sosta finale, poi, nella splendida Verona, di cui conserverò un bellissimo ricordo, sia per la bellezza dei luoghi, sia per la simpatia delle persone. Simpatia, tra l'altro, inattesa, quindi ancora più gradita.

Partire è vitale per me.
Leggendo questo blog, esistente da soli pochi mesi, ma già abbastanza ricco di esperienze "turistiche", forse qualcuno potrà dirmi "Ma l'aria di casa ti puzza???".
Beh, non è che mi puzzi l'aria di casa, questo no... ma io ho bisogno di "andare" ogni tanto, il DOVE non importa, o meglio, importa relativamente, però fermo in un posto non ci so stare; almeno non se in quel posto mancano le condizioni ottimali per la stasi, che in sè non mi dispiacerebbe affatto in certi momenti.
Cogliere l'occasione al volo e andar via, però, in un periodo di tensioni familiari non di poco conto e di stressantissime giornate al lavoro, mi ha dato una carica di energia. Carica che mi mancava da tempo, a dire il vero.
E poi erano secoli che non bevevo un bicchiere di vino caldo, con tanto di calice di cristallo "chic", in piedi in mezzo ad una piazza addobbata a festa e piena di candele, con un freddo polare da penetrarmi fin negli organi vitali, mentre tra una chiacchiera e l'altra la mia pelle assorbiva anche quei sottili vapori di aliti caldi, di risate rarefatte nell'aria gelida di una notte spensierata...

L'avevo bevuto a Londra, il vino caldo, da piccolissimo, insieme a mio padre, su un tetto.
Gli chiesi di portarmici, per far finta di essere due spazzacamini (all'epoca imperversava Mary Poppins, ma direi che tutt'oggi è ancora regina indiscussa di sogni infantili, quelli genuini...), e papà mi ci portò. Mi comprò un berretto come quello di Bert, il mitico Bert; comprò del vino caldo da un signore in strada e scelse un palazzo a caso. Non so come andarono le trattative con il portinaio per avere il permesso di salire sul tetto di quel palazzo, ma mio padre è un uomo che ci ha sempre saputo fare, un vero maestro di dialettica, un gentiluomo d'altra epoca, con sorriso fascinoso, modi garbati e gran "pigliaculo" nel senso più bello del termine... e poi erano altri tempi e c'era meno diffidenza dappertutto, quindi forse quello che per me, alla tenera età di 7 anni, sembrò un gesto eroico, ovvero l'aver convinto un impassibile portinaio, per di più inglese, a farci arrampicare su un tetto, per lui fu una cosa semplice e quasi di scontata riuscita. E così, grazie a quell' "impavido" gesto, io finii su un tetto di Londra a guardare la città in versione invernale, con i suoi comignoli fumanti, bevendo vino caldo e giocando con mio padre a "com'è bello passeggiar con Mary...". Inventavamo storie sui luoghi in cui ci sarebbe piaciuto essere... però non li disegnavamo sul pavimento con i gessetti come nel film, altrimenti il portinaio hooligan ci avrebbe davvero fracassato le ossa, mi sa...
Credo in cuor mio, ancora oggi, che quello sia stato uno dei giorni più belli della mia vita.
E, ieri, sorseggiare quel vino caldo me l'ha ricordato piacevolmente... a dire il vero mi ha ricordato anche altro, quel vino... ma non è qui che devo scriverlo, è una cosa troppo mia, questa, e chi deve capire, del resto, capirà da sè, ne sono certo...

Si dice che un viaggio sia perfetto quando si ha egualmente voglia di restare dove si è e voglia di tornare a casa. Mi ci sono trovato, in questa condizione, oggi, all'aeroporto Valerio Catullo di Verona... resto o vado? Resto o vado? Resto o vado? Vado. Sì, vado. E stavolta il DOVE ha importanza. A casa mia.




mercoledì, 13 dicembre 2006
Giornata dura come tante al lavoro, oggi. Ormai riesco a reggere ritmi impressionanti e a dormire pochissimo; credo che presto finirò in qualche ospedale psichiatrico, ovviamente come paziente. Anzi, invito tutte le pie e caritatevoli signorine che conosco (e non) a venirmi a trovare, "armate" di buon vino e di cibi prelibati, qualora dovessero internarmi.
Tutto sommato, però, non riesco a lamentarmi dell'andazzo generale della mia vita. E posso assicurare che non è facilissima in questi ultimi tempi. 
A volte mi chiedo se la mia sia una gran capacità reattiva o una sorta di rassegnazione di fronte a tutto quel che mi piove addosso, molto spesso con violenza. E' raro che io mi butti giù e soprattutto è ancora più raro che qualcuno mi veda "giù".
Oggi, ben tre persone mi hanno fatto osservare una cosa, forse banale per chi mi ha sotto gli occhi tutti i giorni, ma non per me, che pur essendo un gran narciso, a volte perdo di vista molte cose di me stesso.
La prima persona che mi ha fatto notare questo piccolo aspetto della mia personalità è stata una mia paziente.
"Dottore, ma lei è sempre così scherzoso?"
"No, signora, no, ovvio che no..." e naturalmente ho sorriso davanti a questa domanda così "buffa" e per certi versi superflua. Magari potessi sempre e solo scherzare.
"E' che io non la immagino proprio triste, il suo sorriso è un bel punto di riferimento per chi le sta accanto...", ha ribadito la signora. Sorpreso, le ho stretto la mano con sincero affetto per la frase rivoltami e ci siamo salutati senza aggiungere altro.

Stessa cosa un mio amico a telefono.
"Jack, ma non t'incazzi mai?"
"E perchè dovrei incazzarmi?"
"Ma hai capito cos'ho detto??"
"Sì, ho capito, ma non m'importa, stai tranquillo..."
"Sei un grande..."
"Sì, lo so, ora vattene a fanculo, però, che ho da fare...", ho sorriso e ho chiuso la telefonata.

E poi una vicina di casa, che ho incontrato nel parco, quando sono tornato dal lavoro.
"Jack... ciao, Jack... dai, regalami un po' della tua allegria, che ne ho proprio bisogno, oggi sto impazzendo!"
"Marella, ma mi avete preso per un distributore di cazzate, oggi, tutti quanti?" ho risposto, divertito.
"Mica cazzate, Jack... sei simpatico, ho proprio bisogno di due chiacchiere con te... sai, mi è successo che... (bla bla bla...)" e ha preso a raccontarmi i cazzi suoi familiari, mentre io volevo solo salire su a casa e farmi una sacrosanta doccia.
Le ho fatto un paio di battutine per sdrammatizzare, (in fin dei conti era quello che voleva da me, no?) mi ha dato un bacio sulla guancia, appendendosi alle spalle (che ci stia provando con me, la tizia?) e mi ha detto un prevedibilissimo: "Lo sapevo che mi avresti fatto tornare il buonumore, sei un tesoro, fossero tutti sempre gentili e carini come te... buona serata, Jack... a presto..."
"Ciao, Marella, buona serata anche a te..." e me ne sono andato verso le scale di casa a testa bassa e a passo lento. Confuso. Non volevo subito entrare e farmi assalire dalle tenere feste di mio figlio e dalle rompipallissime richieste continue di sua madre. Avevo voglia di stare un po' da solo a pensare. A pensarmi. Ne ho sentito l'impellente bisogno mentale.
Mi sono chiesto che razza d'immagine io dia di me in giro. E mi pare di capire che per lo più sia completamente distorta. Sicuramente l'errore è prima mio che degli altri e di certo non mi dispiace totalmente che io appaia in un certo modo; è anche una maschera protettiva il mio essere "buffone", ma non è TUTTO di me; forse la verità è che concedo davvero troppo poco di me per far sì che mi si possa conoscere per come sono davvero. Fatto sta che mi piacerebbe poter camminare con un bel cartello appeso al collo con su scritto "Non sono il giullare di corte di nessuno. Trovatemi qualcuno che finalmente faccia ridere me." e probabilmente solo così qualcuno si accorgerebbe che non c'è giorno in cui i miei occhi non si velino di tristezza, fosse anche solo per un fottutissimo attimo. Un attimo che, a me, cambia la giornata... però nessuno ci bada. E va bene così, va bene anche così. Mi scivola addosso pure questo, oltre a tutto il resto. Ci sto bene da "solo", da sempre. E mi sorrido, ma sorrido solo per me, stavolta... perchè ho un bel sorriso rassicurante, è vero.

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martedì, 12 dicembre 2006
Spulciando su YouTube, mi sono imbattuto in una serie di video divertentissimi e non posso proprio fare a meno di postarne qui alcuni, perchè mi fanno talmente ridere che quasi non respiro più.
Il primo è questo...

THE REAL BEYONCE...
Da notare la schizofrenia galoppante del giovane padre, che si improvvisa presentatore della sua piccola bambina ballerina, un vero fenomeno, e poi ballerino di supporto scalmanato.
Sensazionale il battito di mani della piccola "Beyonce" perfettamente a tempo con la musica... un mito... e le mosse che fa!!!


IL BAMBINO RIDACCHIONE...
E che dire di questo tenerone che se la ride come un pazzo??? Roba da strapazzarlo di coccole!


GLI IMPERDIBILI GEMELLINI RINCO...
Questi sono veramente incredibili... il mio mito è quello tutto spapocchiato sotto al braccio del fratello, che se la ride come un porco...
QUESTO PER POCO NON SI PISCIA ADDOSSO...
Semplicemente fantastico e contagiosissimo!

MA PIANGE O RIDE???
Questo è un personaggio tremendo, che attore nato...

E infine il ballerino più incazzoso del mondo... per vederlo in azione, cliccate sul link qui sotto:

http://www.youtube.com/watch?v=CdpUIgKGvHU
Il succo di tutto ciò è che quando si diventa padri, si perde proprio la ragione appresso a queste piccole pesti... e io posso confermare...
Written by: JackPummarolino alle ore 04:07 | Permalink | commenti (5)
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lunedì, 11 dicembre 2006

TERZA PROVA DI ANGELI E DIAVOLI.
Argomento: "Come ogni Angelo o Diavolo che si rispetti, ti è stato affidato un essere umano da proteggere e da guidare  nella strada del bene (se sei un angelo) o del male (se sei un diavolo).
Parlaci del tuo/a protetto/a: Chi è? Qual'è la sua storia? Quale la tua influenza nei suoi confronti?"


Ed ora...sfogo alla fantasia...


Lamberto Rodriguez, nato a Cortona il 27 Maggio 1961. Il mio Lamberto. Lo conoscete? No? Ah, beh, allora ascoltate cos'ho da dirvi sul suo conto, perchè sarei proprio lieto di presentarvelo...
Siamo "amici" da una vita, Lamberto ed io. E' un uomo difficile, pieno di contraddizioni e strane idee; taciturno e rumoroso, schivo e invadente, attento osservatore e fine dissimulatore, di rara cultura ed educazione, eppure decisamente duro d'animo, Lamberto lega a sè in modo sottile tutte le persone, poche a dire il vero, che riesce a trovare stuzzicanti e, poi, le spolpa, assimilando tutto quel che di accattivante riscontra nelle loro personalità, che restano come svuotate dopo averlo conosciuto. E' come se dentro di sè avesse tanti "io", raccolti nel corso del tempo un po' dove gli capitava; semi-identità non facilmente gestibili tra loro, sicuramente, ma nemmeno allo sbando; Lamberto è un uomo di acuta razionalità, sebbene con sporadici e distruttivi momenti di istinto, momenti che io letteralmente adoro. Dunque, per farla breve, persona molto interessante a suo modo, devo ammetterlo, ma è pur sempre un uomo, quindi, non illudetevi di aver trovato un essere eccezionale, sia ben chiaro.
Ho assistito alla sua nascita, ridendo come un matto, tra la tensione e l'angoscia di tutti. Gli avevo sussurrato, poco prima della sua grande apparizione sulle scene della vita, di organizzare un "innocente" scherzetto alla sua mammina, nobile baldracca di un ammuffito casato nobiliare della bassa Toscana: ovvero, mettersi di traverso, poco prima che quella lurida vagina dilatata lo espellesse, fingere di non respirare più, assumere un colorito purpureo e fargliela pagare per averlo messo al mondo in quel modo così naif... Lamberto è, infatti, figlio "segreto" - segreto solo per suo padre, Duilio - del giardiniere della famiglia Rodriguez, l'ormai defunto Gerardo Neroni; e, sapete, dopo aver elargito quel prezioso suggerimento al nascituro, la cosa sorprendente fu che quel visino dalle forme appena modellate da quei primi pacati nove mesi di vita al chiuso annuì senza troppe storie e sembrò sorridermi, compiaciuto, quasi divertito... forse accadde così perchè lo avvisai subito che avrebbe sofferto negli anni a seguire e pensò bene di vendicarsi immediatamente per essere stato concepito... o forse perchè Lamberto è sempre stato un debole, in fin dei conti, e, infatti, da quel giorno non ha più smesso di fare quel che io gli ho ordinato di fare.
Ad essere sincero, Lamberto non è uno che mi fa perdere tempo: io dico e lui fa. E fa anche bene, perciò mi piace. Direi proprio che io possa considerarlo il mio eletto tra la moltitudine di uomini di questo stupido pianeta. Ce ne fossero come lui... sarebbe tutto più interessante quassù e non dovrei fuggire all'Inferno, nauseato, ogni volta che qualcuno provi ad ostacolare i miei piani con banalissime e mediocri opere cosiddette "di bene"... perchè è facile, per loro, i "buoni" di questo mondo, sapere cosa sia il "Bene"... io non lo so, invece, cosa sia il Bene e per questo ho scelto il Male, più facilmente definibile per tutti... e soprattutto per me, che non ho voglia di perdere la testa a cercare qualcosa che faccia felici gli umani, perchè per Natura loro, felici, non lo saranno mai.
Tristi, sì. Sofferenti, sì. Malvagi, sì, anche. Così, non mi resta che acuire e stimolare tutti questi intriganti elementi del loro elementare patrimonio genetico e organizzare, appunto, pomposi spettacoli di elegante e subdola malvagità. Semplicemente entusiasmanti.

Lamberto è stato il mio vero e proprio banco di prova, in tutti questi anni. E' grazie a lui, se ora sono così bravo a plagiare le persone che scelgo per i miei scopi.
Ricordo il giorno in cui gli ho insegnato a guardare fisso negli occhi degli esseri umani e in quelli degli animali, per catturarne i pensieri, interpretarli, stravolgerli secondo bieco interesse personale e oscura fantasia, al fine di utilizzarli per obbedire ai miei ordini. Fu un immediato successo. Notai che Lamberto era molto portato verso tutto cò che riguardasse l'introspezione e l'analisi di essa.
A tre mesi, Lamberto sapeva già fingere di piangere ininterrottamente, pur stando meravigliosamente bene dentro di sè, godendo della preoccupazione che suscitava nei suoi "cari", che accorrevano ad accudirlo.
A due anni, Lamberto sapeva già far del male agli animali. Il suo piccolo cane, Evola, un cucciolo di setter irlandese, lo sapeva bene; le sue "improvvise" cicatrici sul corpo urlavano di dolore agli occhi degli increduli marchesi Rodriguez, che non riuscivano a spiegarsi la provienienza di quei tagli e di quelle orribili bruciature sulla pelle dell'animale. Lamberto lo accarezzava con candidi sorrisini davanti ai suoi genitori. Evola guaiva, indietreggiando, tremando sulle zampette piene di crosticine di sangue, ma Duilio ed Elisa Rodriguez non coglievano la paura negli occhi del cagnolino e si beavano della tenera simpatia del loro adorabile pargoletto.
L'infanzia di Lamberto fu un crescendo di malevola inventiva, di sadici esperimenti su tutto ciò che lo circondava, forte del fatto che ci fossi io a proteggerlo, a mio modo suo tutore "benevolo", pronto a fornirgli alibi perfetti dopo ogni malefatta.

La caduta "accidentale" di nonna Adele sulla sua preziosa collezione di animaletti Swarovski fu davvero memorabile. Lamberto aveva una particolare predilezione malvagia per quella donna dall'esile ed altezzosa figura. Amava farla stizzire e provocarla in mille modi.
Lei non era la classica nonna tutta crostate di marmellata e favole di gnomi.
La signora Adele era una giocatrice d'azzardo, oltremodo acida, dedita al buon vino e alle compagnie "in", che aveva ben poco tempo da sprecare con un moccioso un po' troppo vivace e troppo poco compassato per i suoi gusti. Mai un bacio per Lamberto, mai una carezza per la sua faccina scura di pelle e dai lineamenti marcati come quella degli adulti, mai nemmeno un sorriso di sfuggita. Era come se quel bambino non ci fosse per lei. Lamberto, dal canto suo, non tollerava quel disinteresse nei suoi riguardi, è sempre stato particolarmente sensibile. Trovai, quindi, che il terreno fosse decisamente fertile per seminare i bulbi del Male in quella piccola mente...

"Lamberto, ma che aspetti a farle capire che non ti si deve trattare così?!? Devo dirtelo io?? Non ci arrivi da solo che è ora di fare qualcosa contro quella vecchia stronza che t'ignora, come fossi l'ultimo dei suoi sguatteri?!?". Lamberto non se lo fece dire due volte.
Gli passai una mano tra i folti capelli neri e ricci e gli trasmisi per osmosi delle potenziali idee per far del male alla signora Adele. Le idee gli fluttuarono davanti agli occhi come impazzite, Lamberto si concentrò, operazione che gli riusciva estremamente facile nonostante la giovanissima età - allora aveva soltanto otto anni - e scelse l'idea di Male che gli era piaciuta di più. In effetti, tra le tante, quella prescelta era la più divertente che gli avessi tacitamente suggerito. Ne fui proprio orgoglioso, quel giorno: Lamberto stava crescendo e mi dava sempre più soddisfazioni. Avrei voluto quasi che fosse mio figlio, ma io non avrei mai scopato con Elisa, la marchesa figa-appesa, quindi mi accontentai che fosse solo il mio amato figlioccio dis-umano. Non era, come avrete capito, un bambino come tanti. Aveva un quid in più che mi incuriosì fin da subito e lo scelsi.

E tornando alla nonna, perchè non posso non raccontarvi l'aneddoto, accadde che Lamberto architettò nei minimi dettagli, ovviamente con il mio aiuto, la sua gustosa vendetta: la signora Adele aveva nella sua stanza da letto un'elegante quanto stantia consolle Luigi XVI, con su una meravigliosa collezione di oggettini Swarovski ordinatamente sistemati, provenienti da varie parti del mondo, frutto di regali di amanti focosi, di amiche frivole e di shopping compulsivo, disturbo da cui era affetta da sempre.
Lamberto non aveva mai potuto giocare con quegli oggettini, la nonna lo aveva sempre rimproverato ogni volta che gli si fosse avvicinato anche solo per sfiorarne gli spigoli lucenti; a Lamberto piacevano tantissimo, soprattutto gli animaletti. Il porcospino più di tutti. Me lo disse una volta, piangendo dopo uno schiaffo in pieno viso, ricevuto dalla mano rugosa di sua nonna Adele, per averlo toccato.
Decise, dopo la mia esortazione ad agire, che avrebbe fatto una sorpresa alla nonna proprio con quei bellissimi animaletti e proprio come gli avevo consigliato io. Stette, così, ad aspettare quella che in famiglia era chiamata la "lunga notte del poker", ovvero il mercoledì di ogni settimana, giorno in cui la signora Adele dava il peggio di sè, presa com'era dall'avidità, dalla smania di vincere, di imbrogliare gli altri giocatori e di farsi rapire l'anima e la dignità dal rosso e nero dei simboli delle carte francesi. Perdeva completamente il senso della realtà, la vecchia, e a Lamberto sembrò quello il giorno migliore per organizzare la sua piccola vendetta... più astuto di quanto credessi, il ragazzino... mi complimentai tra me e me con lui...
Nel grande salone da gioco di Villa Rodriguez, la concentrazione dei giocatori, il fumo delle loro sigarette e le luci dei lampadari antichi rendevano l'atmosfera tesa e pacata al tempo stesso. Il silenzio regnava sovrano, interrotto da sporadiche schiarite di gola dei fumatori più accaniti e dal fruscio delle carte sul panno verde. Al piano superiore, nella stanza della signora Adele, Lamberto, la sera del 16 dicembre del 1969, era intento a sistemare sul pavimento, proprio all'ingresso della camera, circa duecento preziosi oggettini di cristallo Swarovski, messi rigorosamente in ordine a seconda di cosa rappresentassero. Tutte le piante davanti alla soglia della porta della camera, poi a salire gli oggetti inanimati, quelli che gli piacevano di meno e che quindi era giusto stessero nel mezzo, perchè a Lamberto le vie di mezzo non piacevano, e infine gli animali nella parte più distante rispetto alla porta, ovvero nel punto in cui avrebbe dovuto battere sul pavimento la testa della nonna. Il porcospino fu sistemato con dei calcoli approssimativi nell'ipotetico punto di incontro tra la gola della nonna e il pavimento. Lambertò guardò soddisfatto quell'impreciso rettangolo di cristallo, abbastanza lungo e largo da accogliere su di sè il corpo di una donna. Di quella donna.
Ai battenti della porta, poi, fu assicurato un tagliente e sottilissimo filo d'acciaio, che prontamente fornii al mio piccolo socio in affari, filo che fu teso in modo tale da provocare una sicura caduta della cara signora Adele.
Lamberto si nascose sotto il letto della nonna, con un cuscino poggiato sul pavimento, sotto alla testolina, perchè sapeva che avrebbe dovuto aspettare almeno l'alba per veder entrare la nonna in camera da letto.
Infatti. Alle ore 6.34 del 17 dicembre 1969 la signora Adele salì le scale della villa, raggiunse la porta della sua stanza da letto e ne abbassò rumorosamente la maniglia... Lamberto si svegliò di soprassalto, badando bene a non fare il minimo rumore, e sgranò gli occhi, pronto ad assistere alla sua vendetta, che nella sua mente era come uno scherzo divertente e nulla più... un fascio di luce proveniente dal corridoio fece appena in tempo a passare attraverso la porta, che s'apriva dietro la spinta della vecchia, facendo brillare per un velocissimo istante quel tappeto di cristallo... ma il bagliore cessò immediatamente con un tonfo sordo, un grido di spavento e un rumore di vetri rotti. La signora Adele era caduta sui suoi amati oggettini di cristallo Swarovski, che ora le stavano trafiggendo il corpo con milioni di schegge luminose. Feci sparire immediatamente il filo di acciaio, chinandomi sul pavimento e strizzando l'occhio a Lamberto, che sorrideva maliziosamente sotto al letto. Ce l'avevamo fatta. Duilio ed Elisa accorsero dopo pochi istanti e quando acceserò la luce, videro la terribile scena della vecchia signora imbrattata di sangue, distesa in modo scomposto su quel pavimento iridescente. Prima che potessero sollevarla, la signora Adele aprì gli occhi e riuscì a vedere sotto al suo letto a baldacchino due punti luminosi, tendenti al rosso, malevoli. Erano gli occhi di Lamberto che la osservavano, immobili. La signora Adele capì tutto, ma il dolore e la paura le impedirono di parlare e di spiegare agli altri le cause di quel folle e misterioso "incidente". Le schegge le devastavano perfino la lingua e il palato e ogni movimento delle corde vocali, anch'esse martoriate, era sofferenza atroce. La tirarono su... Duilio, poi, si accorse che la madre aveva la gola trafitta da un oggettino che non si era rotto, l'unico in quel macello di pezzettini minuscoli. Un porcospino. Lo tirò delicatamente via dalle carni della madre e lo lanciò per terra con violenza, eppure l'animaletto di cristallo non si ruppe di nuovo, finendo a pochi centimetri dal letto della vecchia donna. Quando tutti furono via, mi resi visibile, diedi un calcetto al porcospino, tirandolo proprio sotto al letto e dissi "Prendilo, Lamberto, ora è tuo...". Lamberto allungò la manina e strinse forte nel pugno il porcospino, che gli fece sanguinare il palmo con i trasparentissimi aculei.
La signora Adele morì la notte della vigilia di Natale di quello stesso mese, senza poter mai rivelare cosa avesse visto sotto al suo letto, la notte dell'incidente...

Dopo quell'episodio, Lamberto ebbe una fase difficile della sua vita. Ebbi quasi il timore che provasse pentimento. La prima comunione, poi, lo destabilizzò un po'. L'influenza di quel dannato Don Mario, il giovane parroco di paese, fu davvero deleteria. Riuscì a sottrarmi Lamberto per molti anni, noi due non ci parlammo più per un bel po' e quando passavo a trovarlo, durante le notti di plenilunio, Lamberto stringeva tra le mani il crocifisso che gli aveva regalato Don Mario, imprecando contro di me e contro il suo passato. La cosa mi irritava talmente tanto che ogni volta andavo via infuriato e con addosso un senso di impotenza che non avevo mai provato prima in vita mia.
Lamberto si era mostrato nuovamente debole e facile preda di mistificatori e maestri di dialettica, quale anch'io sono, certamente, ma direi di una diametralmente opposta corrente di pensiero rispetto a quella di Don Mario e della sua congrega di pie suorine caritatevoli...
Egli distrusse letteralmente il mio protetto e tutto il lavoro che avevo fatto per e su di lui: lo rese chierichetto, prima, poi fece sì che diventasse un volontario della parrocchia e come se non bastasse, gli presentò una ragazza, la bella e timida Linda, di cui Lamberto s'innamorò, e che sposò all'età di 25 anni, e dalla quale ebbe una bambina, la piccola Silvia.
Nel frattempo, Lamberto s'era laureato in lingue e letterature straniere, diventando un amatissimo e preparato professore di letteratura inglese al liceo classico del suo paese natale.
Lo lasciai fare in questo suo delirio di bontà e di redenzione, ma vi dico che non l'ho perso di vista un solo giorno. Io ero lì, al suo fianco, e forse lui lo sapeva pure; e mi piaceva che s'accorgesse ogni tanto della mia presenza attraverso sottili dettagli, essendo un fine osservatore, e che tentasse in tutti i modi di non pensarci, di cacciarmi via dalla sua mente, relegandomi in un angolo più che remoto della sua ferrea memoria... Il suo vecchio amico Jack Devil, però, non lo avrebbe abbandonato mai... già, proprio mai... io so aspettare... ho pazienza, dedizione - dedizione al Male, s'intende - e tanta sete di vendetta...
Abramo stava per uccidere suo figlio Isacco, gente, suvvia...!!! Quindi, non guardatemi così, come fossi un essere spregevole, che se la prende ingiustamente con il frutto del suo stesso seme.
In fondo, Lamberto non era mio figlio, avevo tutto il diritto di vendicarmi contro un amabile traditore. E anche il tradimento, del resto, gliel'avevo insegnato io, così come la vendetta... e lui, il mio Lamberto, sapeva che prima o poi mi sarei vendicato del suo voltafaccia. Lo sapeva, si trattava solo di aspettarmi; non avrei certamente mancato l'allettante appuntamento.
E molti anni dopo decisi di farmi di nuovo vivo...

14 SETTEMBRE 1999

"Alghieri"
"Presente..."
"Aramante"
"Presente, prof.!"
"Balducci, Corini e Daniero, ci siete?"
"Eccoci, professore!"
"Ferrante... chi è Ferrante?", chiese Lamberto, a testa bassa sul registro.
"Sono io, professore...", disse una ragazza, tutta riccioli neri e dagli occhioni profondi, con un sorriso magnetico e disarmante nella sua semplicità. Lamberto alzò gli occhi e impallidì.
Da quel giorno, la vita di Lamberto è cambiata; da quando ha incrociato lo sguardo di quella ragazzina, Lamberto non è stato più lo stesso. La sua classe nuova, una seconda liceale classica, ereditata dal pensionato Prof. Zaccagni, era piena di ragazzi e ragazze svegli e interessanti, ma quella Flavia Ferrante lo aveva colpito fin da quel primo giorno di scuola, da quando gli rispose all'appello "Sono io, professore...". Era lei, appunto, Flavia, la mia maestosa vendetta.
"Sono io, professore/Sono io, professore/Sono io, professore/Sono io, professore...", Lamberto ripetè dentro di sè tutto il giorno quella frase e fu lì che in realtà la sua pazzia ebbe inizio.
O meglio, riebbe inizio...

I giorni, i mesi a seguire furono un concentrato di pulsioni indescrivibili: un senso di oppressione gli attanagliava l'anima ogni volta che, durante una spiegazione, quegli occhi neri si posavano nei suoi; pensieri di ogni tipo, dai più dolci ai più osceni, gli affollavano la mente e una vaga convinzione, da lui stesso repressa con poca fermezza, di essere attratto sessualmente da quelle giovani carni, che definire di donna era troppo, lo faceva vergognare fin nel profondo della sua moralità, infarcita di sani princìpi cristiani e di inflessibili regole della società "civile".
Il primo anno trascorso come professore della II^ D, di cui Flavia faceva parte, fu davvero straziante. E per me molto divertente, come è facile immaginare. Gliene combinavo di tutti i colori, al caro, carissimo Lamberto. Volete sapere cosa? Innanzi tutto, suggerivo alla piccola Flavia, che nemmeno si era mai accorta della mia presenza nella sua mente, un abbigliamento sobrio e al tempo stesso provocante, di quella roba vedo-non vedo che piace tanto agli uomini di classe... e Lamberto, in effetti, era un uomo di classe. Fascinoso, discreto, timido al punto giusto, ma con una strana luce negli occhi... quella gli era rimasta negli anni, nonostante il rifiuto di quel che era stato con me; e quella luce le sue alunne, quelle più smaliziate, la notavano, ricambiando quegli sguardi con altrettante occhiatine tra lo scherzoso e l'ilaremente seducente. Piaceva molto alle ragazze. Lamberto lo sapeva e ne era lusingato, ma ci passava su; lui era un serio, posato e affidabile padre di famiglia: aveva la sua Linda e la piccola Silvietta che lo attendevano a casa. Tanto gli bastava, gli era sempre bastato. Da quando c'era Flavia, però, non più.

L'estate tra la fine del secondo anno e l'inizio del terzo liceo fu un continuo torturarsi per Lamberto. E fu sotto il caldo sole di agosto, in spiaggia, mentre era disteso in mezzo al mare sul suo materassino di gomma Pirelli a prendere il sole e a pensare a lei, che io gli apparvi di nuovo, stavolta chiaramente, e non sotto sembianze di dettagli impercettibili. Mi feci onda, lo urtai, lo travolsi e capovolsi il suo materassino, facendolo cadere nell'acqua che non era gelida, ma che gli sembrò tale, caldo com'era di sole e di desideri inconfenssabili...
Emersi dall'acqua insieme a lui, sputando un'alga.
"Tu...!"
"Ciao, Lamberto... ho pensato fosse il caso di raffreddare un po' i tuoi bollori per quella ragazzina... com'è che si chiama? Ah, sì, certo, la piccola Flavia...!"
"Non nominarla nemmeno, non puoi, non devi!"
"Non posso? Non... "devo"?!?! E da quando in qua tu mi dai ordini, Lamberto? Dai, spiegamelo, credo di essermi perso un passaggio fondamentale del tuo "ammirevole" cammino lungo la via del BENE..."
"Non ti riguarda. Tutto ciò che ruota intorno a me non ti riguarda più da un pezzo, Jack. Vattene, non otterrai nulla, sono cambiato".
"Tu non cambierai mai, Lamberto... guardati... guardati come sei ridotto tra le cosce per quella ragazzina... sei visibilmente eccitato, Lamberto, ti esploderà il costume di questo passo, sai? E a cosa pensavi, dimmi un po'? Fai eccitare anche me, su... dimmelo..."
"VATTENE!!!", schizzò acqua salata con un gesto impetuoso della mano contro di me.
"Lamberto, Lamberto... io vado via, ma voglio dirti prima una cosa; e non scaldarti, ragazzone, io sono tuo amico... voglio che tu sappia che se ascolterai i miei consigli, la piccola Flavia sarà tua..."
"Ho detto vattene..."
"Hai capito cosa ho detto? Tua, Lamberto... TUA. Così come la vuoi. Non nascondere proprio a me i tuoi pensieri, Lamberto... sai bene che posso conoscerli prima ancora che tu li formuli. Tu la vuoi nuda, la vuoi addosso e ti dico che l'avrai, se farai quel che ti dico..."
"Sparisci!"
Lamberto s'immerse sott'acqua, mollò il materassino alla presa vorace delle onde e nuotò velocemente verso riva, rimanendo disteso al sole, tremante, con il fiato corto e sconvolto per l'accaduto. Ero riuscito a turbarlo, ad insinuargli il dubbio; e il demone del peccato era di nuovo desto nella sua anima. Avrebbe ceduto e se non avesse voluto farlo, gli avrei reso la vita impossibile.

12 SETTEMBRE 2000

Fu il giorno in cui, dopo quell'estate trascorsa ad immaginare il corpo vibrante di lei sul suo di uomo maturo, Lamberto rivide Flavia. E gli apparve più bella e più donna di quando l'avesse lasciata, lo scorso mese di giugno. In aula si parlò delle vacanze di ognuno, c'era ilarità ed entusiasmo negli occhi di tutti per il nuovo anno che stava cominciando, l'anno della maturità.
"L'anno della maturità", disse a bassa voce Lamberto, seduto sulla sua scrivania con il libro di letteratura inglese che ciondolava tra le sue mani.
"L'anno della maturità, Lamberto. E i tempi sono maturi, ormai...". Ero seduto all'ultimo banco, anzi, sull'ultimo banco, fila di sinistra, a grattarmi il pizzetto, osservando l'espressione attonita di Lamberto, quando mi vide in mezzo ai suoi alunni completamente ignari della mia presenza.
Flavia si accorse del cambiamento del professore. Fissò gli occhi nei suoi, come faceva sempre, e ne seguì la traiettoria. Si voltò e mi vide, o meglio, mi lasciai vedere da lei. Sfoderai il migliore dei miei sorrisi galanti per quella ragazza e le feci cenno con la testa, indicando Lamberto, disegnando un cuore nell'aria con il mio dito medio. Sì, con il dito medio, e lei capì, sì che capì...
Lamberto stette immobile ad osservare la muta conversazione tra me e la sua amata Flavia, quando poi fece uno scatto come per balzarmi addosso, ma io sparii immediatamente, mentre lui inciampò nello zaino di un suo alunno, finendo disteso su due banchi tra le risate generali. Flavia non rise, fu l'unica. Lo guardò soltanto intensamente; e Lamberto si sentì morire di voglia. Voglia sfrenata di lei.

3 FEBBRAIO 2001

"Young teacher the subject
Of schoolgirl fantasy
She wants him so badly
Knows what she wants to be
Inside her there's longing
This girl's an open page
Book marking - she's so close now
This girl is half his age
Don't stand, don't stand so
Don't stand so close to me..."

Facevo sì che Lamberto ascoltasse quella canzone dappertutto. Alla radio, alla tv, a casa, a scuola, per strada, nei negozi, dovunque. E sapete di cosa parla, quella canzone dei Police? Ma certo...! Di un povero professore che perde la testa per una seducente ragazzina e tra sguardi e giochi di malizia, implora la sua piccola alunna di "non stargli così vicino"... altrimenti...
Gliele avevo talmente conficcate nel cervello, quelle note, che scattavano in automatico ogni volta che vedeva Flavia.
E quel giorno fu proprio lei a canticchiare quelle parole, appoggiata ad una finestra del corridoio di scuola, durante una passeggiatina che si era concessa fuori dall'aula, per evitare l'interrogazione di latino...

"Her friends are so jealous
You know how bad girls get
Sometimes it's not so easy
To be the teacher's pet
Temptation, frustration
So bad it makes him cry
Wet bus stop, she's waiting
His car is warm and dry..."

"Conosci questa canzone...?"
"Oh, salve, prof. ... sì, la conosco... è fantastica...", gli sorrise timidamente. Entrai dentro di lei. Ora toccava a me portare avanti il gioco.
"Sì, è vero, è fantastica... sai che facciamo? Vado in sala professori e ne stampo un po' di copie del testo, così la traduciamo in classe dopo... non è detto che si debba studiare sempre Byron e Shakespeare, non credi?"
"Ha ragione, prof. ... mi piacerebbe tantissimo sentirle pronunciare quelle parole...".
La ragazza gli si avvicinò, le ordinai di farlo. Le loro mani si sfiorarono un istante e Lamberto trasalì.
Negli occhi di Flavia, però, Lamberto improvvisamente riconobbe i miei. Si girò di scatto e fuggì via. Lo seguii e canticchiai alle sue spalle...

"Don't stand, don't stand so
Don't stand so close to me..."

Lamberto accelerò il passo e poi iniziò a correre disperatamente per il corridoio della scuola.
Quando dopo un'ora entrò in quella che ormai era la III D, evitò di guardare Flavia, temendo di riconoscermi ancora dentro di lei. Ma ormai io ero dentro di lui e nemmeno se n'era accorto.

"Ho pensato di fotocopiarvi un testo di una bellissima canzone dei Police, oggi lavoreremo su questo... Marco, distribuisci le fotocopie, per favore..."
"Sì, professore..."
Non appena i ragazzi ebbero tra le mani il testo, iniziarono a sbirciarlo e i più bravi ne riconobbero per sommi capi il significato. Ci fu una risatina generale. Lamberto arrossì palesemente. Glielo concessi, in fondo era il suo ruolo, quello del prof. buono e angelicato.
"Prof., questa è una dichiarazione d'amore per una di noi?". Risate della classe, dopo l'affermazione sfacciata di Angela, la più peperina delle alunne.
"Forse...", dissi con la voce di Lamberto e gli forzai i muscoli del viso, per fargli assumere un sorriso dichiaratamente seducente e affascinante in direzione di Flavia. Flavia lo notò e avvampò.
"E per la settimana prossima portatemi il riassunto dei primi due capitoli di "Lolita", di Vladimir Nabokov", gli feci dire. Lamberto ormai era completamente privo di forza di volontà, si stava arrendendo sempre di più al mio potere.
"Ma professore... Nabokov non è un autore russo? Che c'entra con il programma di letteratura inglese??", obiettarono alcuni ragazzi.
"Nulla, ma faremo un piccolo cambiamento di programma. "Lolita" è un libro a dir poco stupendo, ne vale la pena...", dissi sempre con la voce di Lamberto, facendolo passeggiare con fare sicuro tra i banchi, come non aveva mai fatto prima, fino a farlo sedere su quello di Flavia, con intento chiaramente provocatorio, cercando di acuire il più possibile il profumo che aveva spruzzato al mattino sul collo, così che s'insinuasse nelle narici e nei pensieri di Flavia.

Nella mia infinita cattiveria, poi, ore dopo feci sì che accadesse quanto scritto nel testo della canzone. In fondo avevo dovuto scatenare soltanto qualche goccia di pioggia all'uscita di scuola e proclamare uno sciopero dei mezzi pubblici, per rendere la scena possibile, tutto qui...

Flavia corse alla fermata del pullman e aspettò che passasse per più di mezz'ora, ma invano.
La fermata era desolata, non un'anima che passasse di lì a quell'ora. Goccioloni di pioggia continuavano a caderle sul giubbotto color prugna, arruffandole ancora di più i capelli.
Era davvero bella, cominciava a piacere anche a me, motivo in più per attuare la vendetta tanto attesa.
Ordinai a Lamberto di passare da lì con la sua auto, una Lancia Libra nera, lucida per la pioggia e con i vetri un po' appannati. Il motore calò di giri...

"Sali, Flavia... t'accompagno io a casa, se vuoi..."
"La ringrazio, professore, ma credo che il pullman passerà a breve..."
"Io dico di no... permettimi di accompagnarti, sei di strada..."
"Sa dove abito, prof.?"
"Beh, sì... ti dispiace?"
"No, mi sorprende...", Flavia sorrise da donna lusingata, aprì lo sportello e salì in macchina, sentendo sulla pelle il tepore dell'aria condizionata e del fiato del suo professore, che la fissava divertito.
"Perchè sorride, professore? Cos'ho che non va?".
"I tuoi... i tuoi occhi, Flavia... il tuo trucco è sciolto, qui, sulle tue guance...", imposi alla mano destra di Lamberto di sfiorarle una guancia e di pulirle via il trucco dal viso con il pollice. E una volta pulito il viso arroventato d'emozione di quella ragazza che cominciava a perdere i sensi e ad avere paura di se stessa, ordinai a quella stessa mano di non allontanarsi da dove fosse e di continuare ad elargire carezze alla pelle di lei, che rabbrividiva, contenendosi a stento.
Lo stereo della macchina cominciò a suonare di nuovo "Don't stand... Don't stand so... Don't stand so close to me...", come fosse un'ossessione, e Lamberto, accarezzando quello che era ormai da un anno l'oggetto del suo sfrenato desiderio, accompagnava la voce di Sting con la sua, sussurrata, avvicinandosi sempre di più con le labbra a quelle della ragazza... la scena cominciava a farsi davvero eccitante ed io volevo dare una svolta decisiva a tutto quel romanticismo che stava per esplodere contro la mia volontà... Lamberto stava tentando di resistermi e di sfruttare quel che IO gli avevo creato a suo piacimento; ma non doveva andare bene come voleva lui, no; doveva succedere tutto, ma non con dolcezza... con violenza, come volevo io.
Così scaricai dentro di lui tutta la mia forza distruttiva e finalmente la sua mano non fu più carezzevole, ma divenne una morsa intorno al collo di Flavia, che tentò di scattare indietro per liberarsi, ma senza riuscirci, immobilizzata com'era dal peso di Lamberto, che ormai le era addosso e la baciava lascivamente dappertutto.
Incurante di essere nel bel mezzo di una strada, Lamberto le strappò i vestiti di dosso, mordendole i seni fino a farle male, insinuando le sue mani nell'antro più bramato del corpo di lei, fino a sentirne gli umori roventi spandersi sulle dita avide, più per riflesso biologico che per sensazione di piacere provato. Flavia non stava provando piacere. Solo dolore, intenso dolore e delusione, mista a paura folle di un uomo che credeva diverso dagli altri, buono, sincero.

"E' tua, Lamberto... è TUA, come ti avevo promesso... prendila..." e in un istante Lamberto sbottonò i suoi pantaloni e le fu addosso; e poi dentro, con rabbia, con insana passione, con cattiveria, dilaniandole le labbra con baci che sapevano di amaro veleno.
E mentre la baciava, succhiando malvagiamente ogni lembo della sua giovane pelle, gli feci un ultimo scherzetto... ero seduto sul sedile posteriore a godermi la scena, visto che ormai gli avevo fatto perdere la ragione e potevo guardarmi lo spettacolino senza bisogno di dover fare il regista dentro di lui; sfiorai con un mio artiglio la sua fronte imperlata di sudore e attirai la sua attenzione per un istante; dovevo mostrargli un oggettino.
"Te lo ricordi, Lamberto? Ti piaceva tanto... lo rivuoi?"
Lamberto annuì, senza smettere di spingersi ritmicamente tra le cosce della sua giovane vittima, mentre guardava con gli occhi sbarrati il vecchio porcospino di cristallo Swarovski, che credeva di aver perso anni e anni prima, e che ora giaceva nel palmo della mia mano.
"Allora, se lo vuoi davvero, sai perfettamente cosa devi fare, Lamberto... ti ho insegnato a leggere ed interpretare i pensieri secondo la mia volontà, fammi vedere se ricordi ancora come si fa, interpreta i miei..."
Lamberto diede un'ultima, fortissima spinta pelvica dentro al corpo stremato della ragazza in lacrime e senza staccarsi da lei, allungò una mano verso di me, per afferrare il porcospino di cristallo. Tirai la mano indietro di scatto e lui, per raggiungerla, si gettò ancor più violentemente nel corpo di lei, che emise un grido infernale. Gli lasciai prendere il porcospino e Lamberto, senza esitare, lo piantò con folle lucidità nella gola di Flavia, proprio nello stesso punto in cui gli aculei, anni fa, avevano fatto presa sulla carne di sua nonna, la vecchia signora Adele, la prima donna che aveva ucciso.
E Flavia era la seconda, ma anche l'ultima.
Lamberto, infatti, mi guardò con gli occhi sommersi di lacrime, tentando di pronunciare quelle due parole che mi aveva rivolto nei pensieri per anni, ma che non era mai riuscito a dire a voce... e nemmeno stavolta ce l'aveva fatta, a dirmele, perchè si era già infilzato gli aculei di cristallo del porcospino sulla giugulare e morì guardandomi.
Così, quelle due parole, gliele dissi io, ridendo di gusto di fronte a quello scempio di corpi... "TI ODIO".
Adesso Lamberto è qui con me e sorride del racconto che vi ho fatto della sua vita; sorride per le vostre espressioni disgustate, per l'eccitazione che nascondete con vergogna tra le gambe, dopo avermi letto, e soprattutto perchè mi trova anche un po' grottesco nel descrivere i dettagli; dice che mi manca la discrezione... sarà, ma detto da lui, che continua a scoparsi Flavia pure qua all'Inferno davanti a noi altri, beh...




Written by: JackPummarolino alle ore 05:10 | Permalink | commenti (10)
categoria:angeli e diavoli, i racconti improvvisati di jack
sabato, 09 dicembre 2006

Strane sensazioni notturne
e mi nascondo tra i pensieri,
camminando a passi lunghi
tra buchi neri dell'anima
e lucida follia,
mentre scappo da me
per raggiungere ME.

Written by: JackPummarolino alle ore 03:16 | Permalink | commenti (7)
categoria:jack e la grafica, le creazioni di jack, jack ogni tanto pensa