venerdì, 16 maggio 2008

Le pubblicità scatenano veri e propri drammi familiari...

Avete mai visto un bambino che gioca con gli assorbenti?
Io sì, qualche giorno fa.
Dove? In casa mia.
Chi è? Ovvio, mio figlio.

Sto steso sul divano a leggere, quando ad un certo punto, dopo l'ennesimo "GNEUUUUUUUUUNNNN" ad alta voce, vedendolo sgattaiolare avanti e indietro per il corridoio, mi alzo un po' e sto a guardare.
Noto mio figlio che corre con qualcosa di strano in mano, che ha le sembianze di una navicella.
"GNEEEEEUUUUUUUUUNNNNNN!!! FOUUUUUUUUUUUU!!!"
M'incuriosisco.
"R., che stai facendo?"
"Sto giocando, papi!"
"E a che giochi?"
"Alle navicelle!"
"Che navicelle? Fammi vedere un po'..." chiedo, incuriosito dal tono di voce non proprio innocentissimo.
R. saltella come al solito e mi lancia una delle sue "navicelle" addosso, ad ALI SPIEGATE.

"Assorbenti?!?!? Ma che sei scemo?"
"Papi, ma in tv hanno detto che hanno le ali e allora io e Gigio abbiamo pensato che volano meglio degli aeroplanini di carta!!!"
"Voi non siete normali..." e dire che dovrei saperlo già da un po', ma sorvoliamo.
"Guarda come vola bene!" e lo lancia fuori alla finestra.
"NOOO!!!" troppo tardi.
"Uh, papi, è caduto giù!" e giù abitano 5, dico CINQUE, ragazze, che non sto a dire che faccia abbiano fatto quando hanno trovato nel loro giardino un assorbente con sopra disegnati la bandiera degli USA e gli stemmi dei marines.
"Papi, e ora chi mi prende la mia navicella?"
"E te la prendi tu, bello mio, io 'ste figuracce non le faccio, chiama le ragazze e fattela lanciare su".
Non l'avessi mai detto.
"Ragazzeeeeeeeeeeeeeee!!!" urla il criminale da sopra.
Esce una di loro, che inizia a ridere come una pazza, dopo aver capito la richiesta. Mi chiama. Mi sfotte. Divento viola.
Volevo sprofondare.
Vado in camera di R. e trovo altri quattro assorbenti tutti dipinti con colori sgargianti, sistemati sotto al letto, che era diventato nel frattempo un hangar.
Lo guardo come a dirgli "tu sei da ricovero". Mi risponde con un faccino angelico da strozzarlo, poi scappa e va a saccheggiare la credenza in cucina, che manco un topastro.
Ora, ditemi: dovrei rassegnarmi o c'è ancora qualche possibilità di recupero con mio figlio?!?

mercoledì, 14 maggio 2008

Il lato positivo delle cose tutto sommato c'è sempre...

Questi giorni di convalescenza sembrano non voler finire mai e la noia mi sta proprio avviluppando tutto, quasi senza scampo. QUASI.
Non esiste che gliela dia vinta, alla noia, e così qualcosa da fare sempre me la trovo.
La lettura, per esempio, mi sta facendo tanta compagnia in questo periodo, che dura ormai da più di due settimane. Ho divorato e/o riletto libri bellissimi, quali "L'eleganza del riccio" della bravissima Muriel Barbery, regalatomi quando non era ancora un bestseller (30 gennaio!!) e che ho prontamente consigliato a tutte quelle persone che ritenevo in grado di apprezzarne la bellezza; "Se una notte d'inverno un viaggiatore" di Italo Calvino, che per un momento mi ha fatto talmente incazzare, che l'avrei strappato, perchè avrei tanto voluto continuare a leggere uno dei dieci romanzi che l'autore scrive e poi interrompe; "La mente colorata" di Pietro Citati, che è una rilettura originalissima ed emozionante di parte dell'Iliade e dell'Odissea, naturalmente con particolare interesse alla figura di Ulisse; "Che cos'ha detto Nietzsche" di Mazzino Montinari, un bellissimo saggio sulla riscoperta del vero pensiero di Nietzsche, infangato dalle manipolazioni della sua esaltatissima nazi-sorella; e, infine, sto iniziando "Le braci" di Sandor Màrai e "La storia" di Elsa Morante, bel malloppo di quasi 600 pagine!
Se dovessi consigliare ai lettori che passano di qui uno solo di questi libri, direi proprio "L'eleganza del riccio". Parte in sordina, usando un doppio registro dialogico e diversi stili di scrittura (e qui si vede la bravura dell'autrice), adattandosi alle due principali protagoniste: una ragazzina superintelligente e ultrasensibile e una portinaia di un palazzo parigino, che nasconde la sua vera identità agli occhi dei condomini, celandosi dietro ai soliti luoghi comuni che caratterizzano una portinaia: pettegola, incolta, noiosa, grigia. E, invece, questa donna nasconde un animo nobile come pochi, che solo due persone riusciranno a cogliere: la ragazzina, abitante lei stessa del palazzo parigino, e un nuovo inquilino, il giapponesissimo Mr. Ozu. Non anticipo la trama, perchè farei perdere gusto ai lettori ancora ignari, ma posso assicurarvi che il finale è toccante come pochi, quasi da piangere, così come tutto il libro è intriso di una delicatissima vena filosofica e di una sottile e pungente ironia, che a tratti lasciano sorpresi per l'acume di chi scrive (la signora è solo al suo secondo libro e già è in vetta alle classifiche!) e per altri versi fa quasi provare invidia, quella positiva e ammirata, verso l'autrice, perchè personalmente, lo ammetto, ho pensato "diamine, questo libro l'avrei proprio voluto scrivere io...".
Tutto sommato non è poi così malaccio cadere per le scale e spaccarsi il sedere, se, invece di lavorare, me ne sto steso a leggere... o no?
E, adesso, gradirei una bella pizza.


martedì, 06 maggio 2008

Ce la farà il nostro eroe, cioè io, ad imitare Lupin nel giro di una settimana, viste le sue pessime condizioni ossosacrali?
Risposta del pubblico:"NOOOOOO!!!".
Grazie, sempre incoraggianti.
L'altra domanda che mi facevo, poco fa, è: secondo voi, è possibile che i disegnatori di Lupin si siano ispirati vagamente a Egon Schiele nelle linee essenziali e nelle proporzioni dei corpi dei personaggi?
Io dico di sì, ma vallo a sapere con certezza...

Written by: JackPummarolino alle ore 10:57 | Permalink | commenti (4)
categoria:about jack, jack e la grafica, jack ogni tanto pensa, jack e i quesiti universali
lunedì, 05 maggio 2008

Lo riapro 'sto blog? Ma sì... ho una cosetta da raccontare...

Tsk. Sto ancora a casa, impossibilitato a sedermi. Scrivo al pc come una sottospecie di giraffa, che prova a chinare il collo per mangiare le foglioline più in basso, quelle buone e dolci dell'albero delle giornate felici, solo che non ci riesce, perchè le sembra che le tiri la pelle del culo! Troppo corta, non si può piegare in avanti, dolore! E, così, la povera giraffa si rialza e si rassegna a mangiare lo schifo di foglie secche, che crescono in cima all'albero delle giornate di merda.
Morale della favola in stile "Esopo incazzato": mai cadere per le scale come un provolone affumicato, perchè urtare sui gradini con l'osso sacro non è un'esperienza che consiglio a chi legge.
"Ma come hai fatto a cadere???".
Sento già le voci ridanciane che chiedono. Che ve ridete?!? Io soffro e loro ridono!
Comunque, narriamo la vicenda.
Lunedì 28 aprile, un calmo pomeriggio di primavera, finisco di lavorare e mi trattengo un po' allo studio, per sistemare scartoffie varie e fare un po' di ordine. Come si fa ordine? Buttando via cose vecchie. E dove si buttano via le cose vecchie? Negli scatoloni. E dove si mettono gli scatoloni pieni di roba vecchia? Nel cassonetto dell'immondizia appena fuori al portone del palazzo. E per arrivarci che si fa? Tadààà!! Si scendono le scale!
Mi avvio, bel bello, all'ingresso; apro la porta con il ginocchio (sì, sono una scimmia del circo, lo so), mi giro verso la mia segretaria, che mi guarda un po' perplessa.
"Dottore, vuole una mano?"
"La ringrazio, signorina, ma ce la faccio. Lascio la porta aperta, salgo subito..."
"Va bene, certo..."

Antefatto!
Poco prima di sistemare le carte e la robaccia nello scatolone, diventato, poi, pesantissimo, avevo congedato una paziente davvero stramba (non che sia l'unica con il mestiere che faccio!), ma questa aveva una particolarità: era (ed è, povera lei) una TALEBANA CATTOLICA.
Ora, che s'intenda per "talebana cattolica" credo sia molto facile da intuire: una donna dalle rigorosissime, almeno in apparenza, credenze religiose, ispirate al cattolicesimo, e particolarmente intransigente nei confronti di chi la fede non ce l'ha, vedi me.
Il discorso, infatti, durante la sua visita è finito sulla religione e lei, con tono alquanto schifato, mi dice:
"Dottttttttttore!!!!" sputando al di là della dentiera le cascate del Niagara "ma non mi dica, lei non crede Innostrosignore!" tutta una parola.
"No, signora, ma non s'arrabbi, lei può continuare a crederci anche se io non lo faccio, eh?" mentre lei mi guarda con l'aria famelica di un testimone di Geova, che vuole a tutti costi entrare nelle case dei senza fede.
"Ma io sto male, se vedo persone che non hanno fede in DIO BUONO!"
"Che sia buono, signora mia, lo dice lei... io non ne sono tanto convinto, volendo ammettere che esista..."
"Allora, vede?? Lei ammette che esiste! Ci crede!"
"Signora, ho detto VOLENDO AMMETTERE CHE ESISTA, non ho detto che credo esista, stavamo ipotizzando per ragionare insieme..." e comincio a spazientirmi.
"La fede non ammette ragione, dottore!"
"E la ragione non ammette la fede, signora"
"Non faccia il sofista, dottore" e io stavo per dirle "non faccia la scassacazzi, signora, anche se so che le è molto difficile", ma mi sono trattenuto.
"Non faccio il sofista, ma come il cristianesimo insegna, perchè non sono del tutto estraneo alla dottrina, anzi, ci vorrebbe quanto meno TOLLERANZA verso chi ha diverse fedi o proprio non ne ha e lei non ha esattamente l'atteggiamento di una persona tollerante, se mi permette quest'osservazione..." al che la talebana perde il contatto con la realtà e comincia a delirare in piena fase mistica.
"Dottore, io glielo dico, se lei non crede Innostrosignoregesùcristo, le capiteranno tante di quelle disgrazie, che poi un giorno si pentirà di non essersi affidato a lui!" e io metto una mano in tasca e faccio il più napoletano degli SGRAT!
"Signora, alla faccia della brava cattolica, che fa, manda le maledizioni agli infedeli? I tempi delle crociate sono passati, io glielo ricordo giusto per cronaca... "
"Scherzi, lei, scherzi... se ha questo studio così bello lo deve a LUI!"
"Ma perchè, la sta visitando LUI, adesso?"
"Dottore, non sia blasfemo!"
"Signora, allora mi faccia la cortesia, lei non sia invasata e rispetti chi la pensa diversamente da lei, non sarà certo a quarant'anni suonati che cambierò idea sulle convinzioni di una vita, tra l'altro sofferte..."
"Ma che deve soffrire, lei... con tutti i soldi che ha..." e in mente mia penso "ma che brava cristiana, i soldi sono la felicità, proprio come diceva quel povero cristo vestito di bianco in giro per Gerusalemme!".
"Eh, signora, la pensi come vuole, ma non sono i presunti soldi che fanno la felicità, ci vuole ben altro, e lei che ha di certo più esperienza di me - quasi a dirle che era vecchia e bacucca! - dovrebbe saperlo... comunque, rispetto le sue idee, ora però devo salutarla, perchè ho i tempi strettissimi, mi perdoni."
"Ne riparleremo, dottore"
"Come no! Cioè, certo, certo... ora, la saluto, alla prossima" e l'accompagno alla porta.
"Vada a messa, domenica, dottore, perchè se non ci andrà, le succederanno cose brutte"
"AZZ!!" penso tra me e me "M'ha mandato di nuovo una seccia!" dicesi "seccia" la sfiga più nera. E mi gratto di nuovo, non si può mai sapere.
"Signora, le farò sapere se la luce divina mi avrà folgorato in settimana, vada tranquilla, vada..." e che palle!
La signora se ne va e io inizio a fare ordine nella stanza.

Torniamo alla porta d'ingresso, con la segretaria che mi chiede se io voglia una mano e io che dico di no.

Esco dall'uscio, barcollo un attimo: lo scatolo sarà stato pesante una trentina di kg, poco più, poco meno, tra fotocopie, vecchi regali inutili, qualche oggetto rotto, che chissà perchè avevo conservato, e robaccia simile.
Metto il piede sul primo scalino e scendo tranquillo.
Arrivato all'ultimo scalino della prima rampa, scivolo con il piede destro, ma immediatamente ritrovo l'equilibrio.
"Cazzo, l'ho scampata bella!" dico, camminando piano sul ballatoio tra una rampa e l'altra, maledicendo la signora talebana, che mi aveva mandato tutte le sfighe del mondo cattolico, ma... appena metto il piede sul primo gradino della seconda rampa, FIUUUUUUUMMMMM!!!!!
Scivolo di nuovo con il piede destro, in un crescendo di pathos, a metà tra Willy il coyote, Benny Hill e Mr. Bean, quando sta per succedere loro qualcosa di altamente drammatico e insieme palesemente comico; il piede sinistro, unico tutore del mio equilibrio, fa un salto sul gradino successivo, mentre il destro, non so perchè, non riprende posizione, e quindi io sto su un piede solo, tutto nella frazione di pochi secondi ovviamente, che mi fa da pseudostampella; e sembra che io stia giocando al gioco della campana!
Il punto, però, è che al terzo gradino il piede sinistro non regge, il destro continua a stare per aria per cazzi dei suoi (bastardo!) e FIUMMMMMMMMMMM!!!! Scivola pure il sinistro, considerato che il pacco in mano non era dei più leggeri. Ora, mettiamo la funzione rallenty.
La gamba destra era già per aria, fatto ancora scientificamente inspiegabile; la sinistra, con un notevole gesto atletico, dicesi anche ZOMPO PER ARIA, la raggiunge nell'aere delicato, così che io, per qualche frazione di secondo, ho fluttuato nell'atmosfera a cosce all'aria e sedere pronto per spaccarsi in due!
E, infatti, il sedere è finito proprio netto sul bordo di uno scalino. AHIA.
CHE CAZZO DI DOLORE ATROCE!!!!!!!!!!!!
E non è finita qui! Perchè mica dopo la botta colossale, che per un pelo non mi finiva il coccige in gola, si è fermato lì giochino? Eh, no! Ho cominciato a trasformarmi in una specie di slittino umano e, con l'osso sacro in fiamme, sono sbattuto su altri quattro gradini con il sedere e con la schiena. Per fortuna, ho irrigidito il collo e non mi sono spaccato la testa.
Comunque, sono rimasto per terra, inerme e senza la forza di muovere nemmeno un dito, per cinque minuti. In tutto questo, avevo pure lo scatolone di trenta kg addosso, che nel volo non si è scomposto affatto, ma ha avuto il gentile pensiero di cadermi in piene palle.
Quando si dice un uomo fortunato... lo so, lo so.
Arriva, in preda al panico, la mia segretaria, che ha assistito, urlacchiando alle mie spalle, a tutto il volo.
"Dottore! Oh dio, oh dio!!"
"Basta con 'sto dio!" penso, dolorante all'ennesima potenza, ripensando all'anatema che mi aveva lanciato quella vecchiaccia ultracattolica della mia paziente.
"Dottore, ce la fa a muovere le gambe?" sentivo la poverina che mi chiedeva di muovere le gambe, con un tono di voce spaventatissimo, ma io non riuscivo nemmeno a respirare, figuriamoci a muovere le gambe.
Dopo i primi cinque minuti di immobilità assoluta, anche un po' spaventato dal fatto che non mi sentissi più la forza nelle gambe, mi viene un vomito tremendo, che trattengo a stento.
"Ho bisogno di... vomitare..."
"Oh, oh! Provi ad alzarsi, dottore, la prego, non lo faccia in mezzo alle scale, per favore!" e mi offre una mano per alzarmi, ma 'sti cazzi, io non ce la faccio e intanto il vomito gioca ad "onda su onda" nel mio stomaco. Nel frattempo, sale una vicina di pianerottolo e mi vede steso in mezzo alle scale.
"Dottore, sta prendendo la tintarella?" ah ah ah, 'sta stronza. Quanto la odio!
"Sì, signora, come ci si abbronza in mezzo alle scale..." dico con una faccia che trasuda istinto omicida, cercando di darmi un tono dignitoso e di ricompormi.
"Vuole una mano?"
"No, grazie, ce la faccio..." abbozzo un sorriso falsissimo di cortesia, che sta a significare "se non te ne vai, ti sparo un calcio in bocca e la dentiera nemmeno te la compro".
"Sa, ieri, una mia amica si è fatta tutta la scalinata del cinema Filangieri... con il sedere, naturalmente..."
"Come la capisco... e ringrazio lei, invece, che sa proprio come rincuorarmi" e la tizia, tra l'altro anche abbastanza bonazza, ma insopportabile, mi saluta e se ne va, consigliandomi del ghiaccio sulla parte lesa, come se non ci fossi già arrivato da solo, considerato che sono pure un medico!
Provo ad alzarmi, vedendo le stelle, e camminando a passettini di formica, con un dolore atroce diffuso un po' ovunque, tranne ai capelli, mi dirigo verso il bagno dello studio e... STOP! Ho pietà dei vostri stomaci, lascio alla vostra immaginazione.
Dopo questo sfogo grastrointestinale, la mia segretaria mi accompagna al pronto soccorso per una radiografia; il timore di una microfrattura, vista la camminata, c'era tutto e bisognava accertarsi che non ci fosse, come poi è stato.
Inutile dire che il tragitto in macchina è stato micidiale. Ogni fosso del manto stradale era una tortura! Solo che ripensavo alla caduta e mi veniva da ridere in un modo pazzesco, come pure alla mia segretaria, che si asciugava le lacrime per le troppe risate e i miei mugolii di dolore.
Arrivo al pronto soccorso e per fortuna mi attende un collega, che avevo chiamato. Mi accompagna in radiologia e trovo una dottoressa che più bona e antipatica proprio non si può. Mi rifaccio gli occhi, ma la odio fin da subito.
"Salga qui su", mi dice, con tono molto perentorio.
"Non posso prima abbassarmi i pantaloni? Mi sa che dopo avrò difficoltà da steso, faccio peso proprio lì..."
"Salga qui su, li abbasserà dopo"
"Sissignora...".
Salgo sullo scalino del lettino della macchina per i raggi e questo si comincia a stendere in orizzontale, mentre io avevo la sensazione che l'osso sacro mi si schiacciasse, più assumevo la postura orizzontale.
"Ora, si abbassi il pantalone"
"E' una parola, da steso non ci riesco!" ed entra un'infermiera all'improvviso, senza manco bussare; una donna grassoccia sotto la sessantina. Viva la privacy degli ospedali napoletani.
"Che ci siamo fatti qui? Vuole un aiuto?"
"Grazie, magari..." e la guardo, pietoso.
"Allora, vediamo un po'... eh eh eh..."
"Cazzo ridi?!?!" penso io.
"Bisogna stare attenti, quando si hanno parti del corpo così preziose... è un peccato rovinare 'sto capolavoro di dio!" e ride, dandomi uno schiaffetto sulla parte alta della coscia, quasi sul culo, insomma, strizzandomi l'occhiolino e facendo un sorrisino malizioso alla dottoressa, che prima ricambia e poi quando la guardo, allibito, fa subito la faccia seria e odiosa.
"Stia fermo, non si muova" mi intima la bonazza.
"Sì, sì, pur volendo, come diavolo mi potrei muovere...?"
E inizia la radiografia.
ZAC!
ZAC!
Le prime due fotine del mio sederino.
Entra nella stanzetta dove sto io la bona.
"Che fa?"
"Si deve girare su un fianco, la sto aiutando"
"Mi fa un po' di solletico così..." e me la rido.
"Senta, non sia spiritoso, si giri su un fianco"
"Potessi... se mi dà un minuto, magari mi giro senza distruggermi di dolore"
"Faccia pure..." e si mette con le braccia serrate ad aspettare, dandomi una fretta tremenda. Così, il mio orgoglio maschile ferito m'impone di girarmi con una mossa secca e rapida, che, però, mi fa uscire dalla gola uno strozzatissimo "AHI!!!". Chiudo un attimo gli occhi per il dolore e quell'assassina della dottoressa che fa?!? Mi prende per le cosce e mi gira meglio a tradimento! Vedo di nuovo le stelle e poi mi dice:"
"FERMISSIMO COSI'".
"Agli ordini... dottoressa dalle mani delicatissime..."
"La voglia di scherzare non le passa nemmeno con il dolore, vedo"
"Meglio metterla a scherzo, lei mi fa paura..."
"Ah ah ah... zitto, su, collega, ora ti faccio la foto di profilo"
"Ah, ora ci diamo del tu?"
"Ti dà fastidio?"
"No, per carità, è che pensavo che Kappler non desse del tu ai poveri pazienti..." e le lancio, almeno tento, un sorrisetto marpione, giusto per vedere se da acciaccato riesco a sedurre una donna così algida.
Mi risponde con uno sguardo truce. L'avrò sedotta? Sì, eh? Come no...
Altre foto di profilo, poi torna e mi dice che posso alzarmi.
"Mi occorrerebbe un piccolo appoggio..."
"E' una scusa per abbracciarmi, lo so, li conosco quelli come te..." e mi offre la sua spalla, ma a quel punto inizia il gioco più bello.
"Io? Abbracciare te? Ma scherziamo... mi sei antipaticissima, piuttosto mi butto di peso dal letto..." e me la rido, vedendo la sua faccia sorpresa.
"Ah sì? E poi sarei io l'antipatica... vediamo come te la cavi, presuntuoso!"
Intanto, la mia segretaria entra e vede questo duetto comico, ma anche leggermente, come dire, invitante!
Mi butto dal lettino in maniera abbastanza maldestra, ma davvero non l'abbraccio. La guardo con aria di sfida, mascherando il dolore.
"Visto?" e lei tace, ridendo sotto i baffi.
Andiamo nella stanza a vedere la radiografia al pc e la fetentissima dottoressa mi tira uno scherzo bestiale, ma la cosa più grave è che io ci casco pure!
Sul monitor appare una radiografia di un femore con un chiodo dentro all'altezza dell'attaccatura del bacino.
"E che è questa?" chiedo io, incuriosito.
"Ma come che è? E' la tua, quando te lo togli questo chiodo? Si vede che ce l'hai da almeno una trentina d'anni. Quando ti operi?"
"Ma che stai dicendo?"
"Oh dio, non ti hanno mai detto che hai un chiodo nella gamba?"e a quel punto mi sono squagliato un attimo di terrore e in una frazione di secondo ho cercato di ricordare qualche possibile caduta infantile delle mie, a dire il vero non poche, per via della quale fossi andato in ospedale e avessi subito un'operazione. Nessuna, ovviamente. Al che, socchiudo gli occhi in una smorfia infastidita, realizzo la presa per i fondelli e "sei insopportabile, fattelo dire..." le sussurro, odiandola, ma divertito e imbarazzato per la figura da idiota.
"E tu sei proprio un fifone, fattelo dire..."
"Touchè..." e ridiamo tutti e due.
Dalla radiografia, viene fuori una lussazione dell'osso sacro e la prognosi è di 15 gg di assoluto riposo.
Du palle esagerate.
Torno a casa e da allora non sono più uscito, una noia veramente inenarrabile. Non posso star seduto, non posso stare troppo tempo in piedi e steso nemmeno, se non rannicchiato sul fianco destro, con l'orecchio che dopo un po' diventa una cotoletta alla milanese per la pressione sul cuscino.
In tutto questo, però, ho fatto una conquista!
Chi mi chiama, dopo un paio di giorni di convalescenza domestica?
"Pronto?" vedo un numero sconosciuto sul display di casa.
"Parlo con il fifone presuntuoso?" e la riconosco, sorpresissimo di sentirla.
"Toh, ma guarda chi c'è! La simpaticissima Kappler... a che devo l'onore?"
"Un bravo medico si accerta sempre delle condizioni dei suoi pazienti più problematici..."
"Ah, io sarei problematico, dunque?"
"In effetti, è stato un po' un problema non ripensare a quello scambio di battute, mica mi era mai capitato, sai?"
A quel punto,  la telefonata diventa un crescendo di provocazioni velatamente seducenti e sfottò maliziosi, tali che il mio ego si gonfia a dismisura, mentre penso che ho fatto colpo su quella gran gnocca della dottoressa infame pure con il sedere da fuori e zoppicante (sì, un uomo si accontenta di piccole cose in certe fasi della vita!); ma l'osso sacro gli impone di sgonfiarsi, dico all'EGO, non siate malpensanti (!), perchè non regge il peso di una tale pienezza di me ; e così mi ridimensiono, soprattutto ricordandomi che ora sono un uomo serio ed impegnato, diamine!
Il punto è che lo sono diventato sul serio, un uomo serio e monogamo, giurin giurello, ma... ehm... nel dna devo ancora convincermene, credo... :D


domenica, 27 aprile 2008

Una notte limpida e fresca di primavera è quello che ci vuole per riconciliarsi con il mondo: la natura esplode ed io resto a guardarla. L'arancione della Luna fa capolino al di là del monte Faito e si tuffa nel mare. Lo immagino tiepido, stasera è placido.
Guardo le mie mani scrivere sulla tastiera e sono già scure, i raggi solari le hanno accarezzate in questi giorni, mentre giocavo a fare il giardiniere e mi sono spaccato in due la schiena, per sistemare a dovere il terrazzo in vista delle prossime cenette estive.
Credo di star bene come mai prima d'ora e il merito è soprattutto mio, che ho imparato a godere delle piccole cose e a partire da queste per raggiungere le grandi. "Tutto e subito" è sempre stato il mio motto e, invece, forse sarà la "vecchiaia" incipiente, mi sto accorgendo di quanto sia bello diluire il piacere dell'attesa di qualcosa che si desidera moltissimo. E più si aspetta, più il desiderio, una volta realizzato, è ricco d'emozioni. Ne sto vivendo tante, il Destino gioca con me e sorride della mia sfacciataggine ad accoglierlo così come viene. Del resto, anch'io non m'agghindo per lui, semplicemente lo aspetto.
I ragazzi del vicinato urlano come dannati, le canne sono complici di questo divertito inquinamento acustico notturno, mentre io quasi m'addormento sul pc, ripensando a tutti i sorrisi che sto collezionando da quelle tue labbra delicate e inaspettatamente piene di passione.
Buonanotte, che sonno micidiale...

martedì, 01 aprile 2008
Cap. 2 – L’Uomo Tigre
 
Per quale assurdo motivo fossi nata donna proprio non riuscivo a spiegarmelo. Le scarpette di vernice e i vestitini da marinaretta o, peggio ancora, a fiorellini, che mia madre si ostinava a farmi indossare, nonostante i miei pianti disperati di protesta, non facevano altro che peggiorare la situazione: con quella roba addosso si vedeva proprio che ero femmina, si vedeva palesemente, non c’erano dubbi, nonostante i capelli ricci, corti e neri, con cui provavo a darmi arie da maschietto impertinente; quando mi guardavo allo specchio, infatti, con una sigaretta di papà in bocca, ovviamente spenta, rubata dal suo pacchetto accartocciato di Multifilter, mi dicevo che gli somigliavo molto, tutta compiaciuta; e del resto non ero solo io di quel parere: lo dicevano continuamente anche i nonni e questo avvolarava la mia tesi di aver tagliato la testa a mio padre, come esclamavano loro, per incollarla sul mio collo; e mi convincevo che con un paio di jeans e una polo Lacoste taglia xxs avrei potuto somigliargli ancora di più. Lui sapeva fare tante cose e io volevo essere proprio come lui. Non restava, poi, che trovarmi un nome da uomo a quel punto, perché il grosso era fatto: mi piaceva molto Guglielmo. Sì, io mi chiamavo sempre Guglielmo, quando giocavo con i cuginetti. Lo ritenevo un nome elegante, virile e inusuale. Chiamai così anche il mio primo bambolotto, un neonato di plastica dai riccioli biondi e gli occhi fissi di un color verde smeraldo, che avevano le palpebre incostantemente mobili: certe volte, infatti, una di loro restava aperta, mentre l’altra cedeva alla gravità, cascando giù, o viceversa, facendo sembrare semidormiente il sinistro bambolotto; mi faceva molta impressione vedere Guglielmo così poco coordinato e disarmonico nei movimenti oculari; lo trattavo con estrema diffidenza, forse perché, in generale, occhi scomposti a parte, mi faceva un po’ paura; aveva un che di inquietantemente vero che mi turbava, però non riuscivo a capire cosa fosse. Spesso pensavo di dovermene liberare, ma mi serviva un pretesto per farlo, anche perchè non era facile per me gettare via il mio primo bambolotto; e ora che ci penso, Guglielmo non fece una gran bella fine… un modo per liberarmi di lui, infatti, lo trovai.
Un pomeriggio d’estate, presi una biro blu e iniziai a fare infiniti scarabocchi sul pancino plastificato e nudo del povero Guglielmo. Gli disegnai una specie di intestino ingarbugliato a fior di pelle. Mi guardai le mani, poi, ed erano tutte blu, dopo quel pasticcio con la penna; corsi da mamma per fargliele vedere e tutto quello che ricavai fu uno strillo a diecimila decibel, ma feci una grande scoperta, quel giorno, quando lei mi portò le mie mani sporche davanti alle pupille, per rimproverarmi e farmi vedere che schifezza avessi combinato: mi accorsi che avevo delle linee piccole piccole sui polpastrelli e mi piacquero tantissimo le rotondità che disegnavano sulla pelle, solcandola gentilmente. Avevo osservato per la prima volta le mie impronte digitali e la cosa ancora più entusiasmante fu notare che, grazie a loro, i miei polpastrelli fossero degli ottimi timbri, sicchè, scappando dalla presa di mamma, dopo poco la faccia di Guglielmo si riempì presto delle mie ditate, roba che se fossi stata una ricercatissima latitante e il mio bambolotto fosse finito in mano alla polizia, gli inquirenti avrebbero fatto notevoli passi in avanti per schedarmi, recuperando quel mare di impronte.
E non contenta di aver cambiato di fatto il colore della pelle di Guglielmo da rosa porcello a blu puffo, decisi di dichiararlo ufficialmente malato, anzi, malatissimo, proprio in virtù di quel brutto colorito bluastro che il suo corpo aveva assunto “misteriosamente”; dunque, mi dissi che andava proprio operato e pure d’urgenza. E così non esitai a prendere di nascosto un paio di forbici dal primo cassetto della cucina, quello del “non si tocca, è cacca qui dentro!”, per aprire, anzi, che dico aprire, per squartare – ecco, così va meglio - la pancia al malcapitato bamboccio di plastica. La delusione fu immensa, quando mi resi conto che dentro fosse completamente vuoto, mentre io m’aspettavo già di trovarci chissà cosa; ma fu proprio il suo essere vuoto dentro, tragicomica metafora dei suoi altrettanto vuoti e spenti occhi di plastica verde, che mi fece trovare il coraggio di mandarlo al diavolo e di infilarlo a testa in giù nel sacchetto della spazzatura senza alcun rimpianto. Non mi avrebbe più spaventato con quelle palpebre sconnesse, pensai, fiera del mio intervento chirurgico risolutivo contro quell’esistenza senza essenza.
Mi è rimasta, però, la simpatia per quel nome e ho continuato a farmi chiamare Guglielmo anche dopo la macabra morte del povero bimbetto fasullo dai capelli stopposi, colorati di un giallo improponibile.
Cercavo, comunque, in tutti i modi di far venire fuori la parte più vera di me, giocando, quella che odiava le faccende da donne, i giochi da donne, le emozioni da donne, le movenze da donne… insomma, tutte le cose da donne e le stesse donne. Non avevo stima di loro, a tutte le età mi sembravano oche, ripetitive e stupide. Salvavo mia madre da questa carneficina di disistima generalizzata soltanto perché per me lei era mia madre e basta, appunto, non una donna come le altre. Gli uomini, invece, mi incuriosivano e tendevo ad imitarne certi atteggiamenti, certe posture, certe frasi sentite per caso in famiglia, per strada, alla televisione, affinchè potessi perfezionarmi nella mia opera di trasformazione dallo stadio di bambina a quello di uomo completo e sicuro del fatto suo.
Una frustrazione immensa la consapevolezza di chiedere troppo ad un destino già segnato per me, ma avevo comunque una scappatoia: la fantasia. E quella dei bambini sa essere sfrenata, illimitata, colorata di mille sfumature che gli adulti non colgono e che spesso, se va bene, sminuiscono con sorrisi di inutile compassione, come a dire loro “non sapete ancora cosa v’aspetta nel mondo reale”; altrimenti, nei casi peggiori, quelle sfumature di giocosa ed innocente follia vengono mortificate con l’indifferenza di attenzioni non date o con la durezza della repressione, figlia di attenzioni eccessive.
La mia fantasia era tutto sommato libera e si divertiva a darmi tante illusioni: una di queste, la più forte di tutte, dura a morire fino ai miei sei anni, era che io fossi Naoto Date. Per chi è nato negli anni ‘70/’80, Naoto Date è quasi un novello personaggio della mitologia e non avrebbe bisogno nemmeno di presentazioni, lui che era il vero volto del famigerato Uomo Tigre, il lottatore mascherato più spietato e al tempo stesso più virtuoso della storia dei cartoni animati giapponesi. Una contraddizione vivente, un uomo fatto di problematiche scissioni emotive, di ambivalenze e di sogni, conditi da un altissimo senso della giustizia, che lo rendeva ai miei occhi davvero degno di ammirazione e di emulazione.
L’appuntamento con “Junior tv”, il pomeriggio alle 15:00, era fisso, tutti i giorni. Ci mettevamo sul divano, nel salone della mia prima abitazione vomerese, mia madre ed io, lei stesa su un fianco, sfinita da mattinate perse a seguirmi per casa, ed io seduta a mo’ di capo indiano nel piccolo spazietto a forma di triangolo, che aveva per cateti le cosce e le gambe di mamma e per base un cuscino fiorato della spalliera del divano. C’entravo alla perfezione in quell’angolino morbido e da lì ammiravo il mio eroe, che veniva a trovarmi fino a casa, facendo capolino dallo schermo del vecchio Philips senza telecomando: papà aveva costruito un’asta con tanto di gommino finale per cambiare canale, restando comodamente seduto in poltrona e io mi divertivo molto ad assistere alla pesca miracolosa del pulsante giusto da premere.
Vivendo per circa mezz’ora al giorno dei momenti di totale identificazione con lui, aspettavo l’Uomo Tigre per sentirmi davvero me stessa. Soffrivo con lui, se le prendeva al centro del ring da qualche avversario scorretto; gioivo con lui, quando si vendicava dei torti subiti, senza cedere alla tentazione dell’imbroglio, ma usando solo le sue forze e la lealtà; invidiavo gli altri personaggi del cartone animato, perché potevano stare accanto a lui.
La sigla del cartone animato, poi, era il rituale più importante: dovevo cantarla assolutamente a squarciagola, sempre, mentre mamma tentava, invano, di riposare un po’, approfittando del fatto che di certo sarei stata buona, seduta accanto a lei almeno per quella fatidica mezz’oretta.
La musica mi prendeva fin nelle viscere, mi faceva serrare i pugni dall’ardore e le parole del testo mi rimbombavano nell’anima, imprimendosi nella mia personalità paradossalmente già formata in gran parte a soli tre anni; questo lo dico a posteriori, però, e lo dico sulla base di una semplicissima constatazione: non sono cambiata affatto da allora, garantito; quella ero e quella sono, sebbene le forzature sociali spesso mi facciano apparire l’opposto di quella bimbetta grintosa di nome Guglielmo, o Naoto, che dir si voglia.
E una mattina avvenne la rottura di un equilibrio personale consolidato da quasi quattro anni, fatto di fantasia, giochi in solitudine, poiché un fratello di appena un anno non era certo un valido compagno di giochi, e tanta autosufficienza, tale che gli altri esseri umani spesso mi infastidivano; presto, però, dovetti adattarmi alla realtà dei fatti: ebbene sì, mi aspettava il mio primissimo giorno di scuola all’asilo.
Una vera e propria tragedia si abbattè sulla mia giovane vita senza il minimo preavviso: abituata al silenzio della mia stanza, a parlare con i miei giocattoli inanimati, a cui l’anima la davo io, quando e come volevo, mi ritrovai catapultata in mezzo ad un mucchio di bambini frignanti e capricciosi, rumorosi come mai m’era capitato di sentirne prima d’allora e che, se avessi potuto, avrei soppresso con metodi brutali all’istante, in stile strage di massa.
Li vidi già dalla macchina, quel mattino, quegli esserini urlanti, poiché il giardinetto del piccolo asilo “Andersen” affacciava sulla strada. Ebbi la tentazione di aprire lo sportello dell’auto in corsa per scappar via, mi frenò solo la paura di farmi male sull’asfalto, come quando cascavo dal triciclo.
“Mamma, perché mi lasci qui? Io non ci voglio andare, non li conosco, quei bambini, ti prego, fammi stare a casa con te, giuro che sto buona!” piagnucolavo, rigorosamente senza lacrime, camminando nel vialetto alberato che portava alla porta d’ingresso dell’asilo, strascicando i piedi svogliatamente.
Mia madre mi rispose che tutti i bambini ad un certo punto iniziano ad andare a scuola e che era giunto anche per me quel momento, quindi, non c’era da lamentarsi, anzi, mi assicurò che mi sarei di certo divertita, ma io non fui affatto di quell’avviso a fine giornata. Comunque, un po’ con le mie gambe, un po’ trascinata a forza, arrivai all’ingresso, stringendo la mano di mamma fortissimo, per la paura di cosa sarebbe accaduto, una volta aperta quella dannata porta. Sbucò dai vetri smerigliati un’ombra di donna e questo già promise molto male per me; una donna, che schifo! Poi, quella ragazza, tale Daniela, si rivelò essere una delle due maestre e, carezzandomi i capelli, non potrò mai dimenticarlo, mi disse: “E tu chi sei, bella bambina? Come ti chiami?”.
“Io sono l’Uomo Tigre! Non sono una bella bambina! Mamma, andiamo a casa, ti supplico…”, questa fu la mia risposta nel divertimento generale, sebbene io fossi serissima; comunicando il mio vero nome alla maestra, mamma scosse la testa per dirmi di non insistere con quella richiesta e mi impose di andare senza fare capricci, sicchè le lasciai la mano lentamente, perché mi sentii tradita e incompresa perfino da lei, persi fiducia nella persona che fino ad allora era stata per me un porto sicuro; mi lasciai andare, come un condannato a morte, al mio non scelto destino con tragica e coraggiosa rassegnazione, e… va bene, lo ammetto, non potei proprio fare a meno di frignare, pur sforzandomi di mantenere un decoroso contegno, per non far sfigurare troppo il mio alterego coraggioso, l’ormai deriso Naoto Date.
Sì, piansi come una disperata, quel giorno, e, come se non bastasse, me la feci pure addosso, perché avevo vergogna di dire alla maestra che mi scappasse la pipì, mentre stavo impalata al centro del giardino a fare il vigile, perché gli altri bambini mi avevano lasciato senza triciclo per dispetto, in quanto ultima arrivata, relegandomi al noiosissimo ruolo di agente metropolitano.
E poi dicono che i bambini sono tutti teneri e dolci… balle. E’ per questo che più tardi, negli anni, avrei amato Freud a primo impatto, che non s’era fatto fregare dalle apparenze: lui sì che li aveva colti con le mani nel sacco, quei piccoli depravati travestiti da angioletti asessuati!
Written by: JackPummarolino alle ore 00:52 | Permalink | commenti (2)
categoria:
lunedì, 31 marzo 2008
Cap.1 - Bandiera Rossa
 
Il corteo rosso sfilò per via Toledo, fiero e compatto. Falci e martelli di un giallo potente spiccavano a tratti nel rosso delle bandiere comuniste, tese al cielo con grinta dalle mani callose di operai, che sfioravano quelle levigate degli intellettuali di sinistra; mani socialmente diverse e per natura uguali, che si agitavano negli stessi fazzoletti d'aria, per sventolare i simboli comuni nel venticello del mattino. Le guardavo, quelle ideologie di stoffa sgualcita, affascinato e inconsapevolmente turbato da tutta quella gente che marciava in fila, proprio come i soldati tedeschi che avevo visto marciare per le strade solo qualche anno prima. Non c'erano più, quel giorno, però, le uniformi mimetiche a sfigurare i corpi delle persone, che avanzavano al ritmo cadenzato dell'Internazionale, ma un tripudio di colori, il rosso su tutti, che macchiavano di novità le strade del centro storico napoletano.
L'Italia si apprestava alle sue prime elezioni repubblicane e le piazze recepivano, a volte con entusiasmo, altre con diffidenza atavica, le promesse che gli uomini politici emergenti si lasciavano scappare incautamente dalle labbra, già rassegnati in cuor loro all'idea che avrebbero avuto le mani legate da lacci a stelle e strisce; fantocci di giochi di potere distanti chilometri di oceano.
"Vieni, Mario, sbrigati; nascondiamoci qui, stanno passando i comunisti!".
Fui preso per un braccio e trascinato di peso all'interno di uno dei vicoletti che davano sulla via principale. Non sapevo nemmeno cosa davvero volessero e ancor meno chi fossero, quei comunisti, ma il tono di voce di mia madre m'impressionò così tanto che non feci storie, quando mi strattonò, preoccupata; e la seguii nella penombra del vicolo, in silenzio, a bocca aperta per lo stupore: il profumo dei panni stesi al sole tra una finestra e l'altra di palazzi dirimpettai, distanti tra loro poco più della capacità intrigante di uno sguardo indiscreto di frugare nell’intimità delle case altrui, si mischiava ai miei pensieri di bambino, che della politica capiva solo "questi sono i buoni e questi sono i cattivi" e ogni volta i ruoli nella mia mente si confondevano, a seconda di chi mi mostrasse quale fosse il "Bene" e quale il "Male"; mi sembrava tutto molto confuso, ma ero fin troppo curioso, attento, guardavo la realtà intorno a me con l'avidità di chi ne vuole sapere di più a tutti i costi; e allora io, dei comunisti, sapevo solo che erano simpatici a mio padre e che mia madre, invece, non li poteva soffrire, lei che, come tutte le persone dell'epoca morigerate e dedite alla vita di chiesa, vedeva in loro soltanto la pericolosa miccia per un'esplosione che avrebbe di certo travolto i valori etici consolidati da tempo. "Un fantasma si aggira per l'Europa", diceva, infatti, un tale con la barba grigia e tanta voglia di cambiare il mondo; e aveva ragione a chiamarlo "fantasma", il comunismo, perchè faceva paura a molti, sebbene sia stato spesso invisibile nel nostro paese. Proprio un fantasma: c’è, ma non si vede; e l’ignoto attrae e fa paura. Ricordo, infatti, che mi sentivo incessantemente attratto da queste persone che si dichiaravano "rosse": mi sembravano fiere, motivate, libere. E io, come loro, volevo essere fiero, motivato, libero.
Ero solo un bambino nell'aprile del '48 e i miei otto anni si sarebbero apprestati al compimento di lì a breve, ma, nonostante la tenera età, il fermento politico che attraversava il paese attraversava anche me, sorridente e al tempo stesso spaventato, quando i miei genitori mi portavano ai comizi: mamma mi teneva stretto per mano, fin quasi a fermarmi la circolazione sanguigna, per paura che scappassi via a curiosare da qualche parte.
"Quello è De Gasperi, vedi? Su, Mario, sentiamo cosa dice, sta' buono".
Mi parlava tra la folla, chinandosi appena verso di me, ravviandosi i capelli con quel suo gesto tipico e timido, che compiva quasi a voler mortificare la sua femminilità, facendo in modo che il viso non venisse incorniciato dalle sue scure ciocche ribelli, ma che queste fossero ben tenute a freno da implacabili forcine metalliche. L’ordine innanzi tutto, il resto era secondario per lei.
Con mio padre, invece, mi divertivo di più, quando andavamo a sentire Togliatti: camminavamo "da uomini", come diceva lui, vicini, a passo veloce, fianco a fianco, ma senza stringerci le mani, all'insegna dell'autonomia, della virilità e della libertà.
"Non ti muovere da qui, Mario, cammina accanto a me, ti sto dando fiducia; perchè, se poi ti perdi, io non ti verrò a cercare, è chiaro?" ed era chiarissimo, inequivocabile il suo tono e io non mi allontanavo di un metro. Del resto, mi piaceva camminare con papà, mi sentivo forte. E quando stavamo al centro di Piazza del Plebiscito, schiacciati dagli astanti, aizzati dai megafoni da cui uscivano grida di rivalsa, io alzavo la testa al cielo e lo sfidavo, giocando; accadeva soprattutto quando mi distraevo, per esempio perché proprio non capivo la ragione per cui tutti applaudissero più forte all’improvviso; e mi sentivo inadeguato, quasi m’annoiavo: allora, per non lagnarmi, altrimenti papà non m’avrebbe più portato in giro con sé, contavo i pezzetti di azzurro che riuscivo ad intravedere in quel magma rosso di tessuto sventolante e, sì, contavo, contavo fino a perdere l'equilibrio, cadendo, poi, con il sedere per terra e battendo la testa sulle ginocchia di papà, che mi acciuffava al volo, provando a limitare i danni del tonfo. Il cielo, dal basso della mia statura, perdeva sempre contro le bandiere e vedevo solo tutto tinto del colore delle fragole sopra di me, mentre la piazza intonava proprio "Bandiera rossa" e nella mia mente restavano, apparentemente sopite, le note di quel ritornello cadenzato.
Alla fine dei comizi, c’era il momento più bello, quello per cui valeva la pena di farsi pestare i piedi dagli uomini nella piazza, ubriacati dalla retorica del politico di turno: papà mi faceva saltare sulla sua schiena e ce ne
tornavamo a casa per il pranzo, fischiettando quel motivetto “della bandiera”, come lo chiamavo io. Dalle sue spalle, potevo osservare la città e pensare a tante cose.
"Papà, che vuol dire alla riscossa?"
"Vuol dire che un giorno ce la faremo, Mario" e riprese a fischiettare, ma fermava sempre quella melodia d'aria, che fuoriusciva dalla sua bocca schiusa, una decina di passi prima di arrivare a casa; capii dopo il motivo di questa sua attenzione: era per evitare che mia madre lo accusasse di farmi il lavaggio del cervello con le faccende da comunisti e, forse, lei non aveva tutti i torti.
Queste manifestazioni di massa mi colpivano sempre molto: dopo avervi assistito, steso sul letto, prima di dormire, lasciavo riecheggiare nella mente quel che avevo sentito al mattino, mescolando ricordi confusi alle sensazioni più disparate; e s’innescavano nella mia fantasia dei processi incontrollabili, tendenti ad una giocosa autoaffermazione di me stesso, per cui sul palchetto del comizio c’ero io, in giacca e cravatta, pronto a promettere un futuro migliore alla folla, tutta in attesa di parole di speranza e di progresso, sicchè nelle mie mani e nella mia voce c’era il futuro della mia città e dell’intero paese. Pensavo a cosa avrei costruito, creato e deciso, mentre gli occhi mi si chiudevano sotto il dolce peso dell’ingenua e laboriosa stanchezza dei bambini.
Le notti ricche di sogni sfociavano naturalmente in risvegli allegri e pieni di entusiasmo. Andavo volentieri a scuola e ogni mattina facevo il mio breve tragitto per raggiungerla, saltellando tra un sanpietrino e l’altro delle piccole viuzze di Pizzofalcone. Sono nato lì, nel cuore di Napoli, in Via Nunziatella n. 4. Mia madre mi aveva insegnato a dire il mio nome e cognome insieme all’indirizzo di casa, non appena iniziai a parlare, nel caso in cui mi fossi smarrito in una delle mie esplorazioni continue del quartiere.
Maio di Giacomo, Via Nunziatella numero tatto”, dicevo, fiero di me, a soli due anni, quando mi si chiedevano scherzosamente le mie generalità e io, nel rispondere con fretta e decisione, mangiavo le lettere delle parole, stravolgendole e suscitando ilarità. Abitavo al numero quattro di Via Nunziatella. Ora, laddove c’era casa mia, c’è una scuola di danza; la qual cosa, sebbene mi metta malinconia, non mi dispiace del tutto: in fin dei conti la danza è l’espressione artistica più primitiva del nostro corpo e se penso a quante graziose fanciulle balleranno, ora, in quella che un tempo era la cucina di casa mia, mi viene da ridere: papà avrebbe strabuzzato gli occhi a vedersele tra le pentole in tutù.
Mi sentivo a mio agio, comunque, in mezzo alla gente semplice di quei vicoli, dai quali svettavano gli sfarzi dei palazzi nobiliari, che impedivano al sole di baciare la povertà dei bassi; la ricchezza sovrastava materialmente la povertà di qualche piano, era sorta proprio in prossimità di questa, quasi a non voler smentire la tradizione napoletana dell’atavica coesistenza di stridenti contraddizioni in piccoli spazi vitali. E anche in me c’era, e naturalmente c’è tutt’ora, questa contraddizione di “miseria e nobiltà”: a questo proposito, infatti, non so chi sia di preciso mio nonno paterno, ma so per certo che era un principe della nobiltà napoletana; per lui perse la testa una bella popolana del quartiere, che gli diede un figlio, sebbene mai riconosciuto, ma che lei volle tenere a tutti i costi: Francesco, il nome di quel bambino; mio padre, appunto. In lui, come in me, scorrevano gocce di sangue blu, ma se proprio mi è concesso dire la mia in merito, credo che questa vena di nobiltà non sia presente in me grazie a quel principe libertino, che ha permesso al suo araldico sperma di nuotare nel grembo di una donna del popolo, la quale, incautamente, aveva dato fiducia ad un paio di mani ricoperte da guanti di seta, che le accarezzavano i seni con ardore, mentre un pene poco aristocraticamente turgido la ingravidava senza pensare al futuro: non deriva dal blasone, questo rivolo di blu che mi scorre dentro, no; ma dalla purezza d’animo di quella donna, mia nonna, che ha scelto l’amore per un uomo sbagliato e non l’ha rinnegato, tenendone caro il frutto, un figlio, contro tutto e tutti, superando qualsiasi pregiudizio. Il cognome che porto è il suo, infatti, di mia nonna, e ne vado orgoglioso. “di Giacomo”, Mario di Giacomo, con il “di” rigorosamente minuscolo, ci tengo molto.
E per restare in tema di pregiudizi, ricordo che un giorno i comunisti, pur non volendo, mi tirarono un brutto scherzo, proprio nelle stradine della mia infanzia. Camminavo, quaderni alla mano, verso scuola, in un mattino di primavera, e Don Gennaro, il mastro falegname del quartiere, stava cantando fuori alla sua bottega, levigando un vecchio mobile di fine Ottocento, ricco di intarsi e fini ceselli nel legno.
“Avanti o popolo, alla riscossa, bandiera rossa, bandiera rossa… avanti o popolo, alla riscossa, bandiera rossa trionferà…”.
M’incantai ad ascoltare quelle parole a me già in parte note, guardando Don Gennaro con la mia solita aria stralunata, che assumevo quando rimanevo colpito da qualcosa e mi ci concentravo su. Un po’ come quando caddi nella tinozza piena d’acqua, nell’aia di casa di mia nonna, a Gemona, perché troppo impegnato a cantare una canzoncina imparata a scuola per pensare al mio equilibrio; e accompagnavo il canto con una stramba camminata ritmata, che prevedeva veloci passettini in avanti e precari passettini indietro a mo’ di gambero. Il tuffo, camminando senza guardare alle mie spalle e urtando la tinozza colma d’acqua, fu sensazionale, come si può immaginare; mi bagnai tutto, quasi annegai, e lo stupore dei miei tre anni davanti alle risate di tutti i parenti e alla rabbia di mia madre, inorridita dalla mia anarchica distrazione, naturalmente messa alla berlina, mi è rimasto impresso nella memoria come poche altre vicende di quel periodo vissuto da sfollati, accolti nelle fertili terre friulane, dove mamma tornava sempre con piacere, nonostante la tristezza della guerra; erano i suoi luoghi, quelli, riprendeva vita e colore lì, nella pace delle campagne, lontano dalla confusione partenopea.
“Mario!” m’apostrofò Don Gennaro, scuotendomi dall’incanto suscitato dalla canzone e dall’odore di segatura, proveniente dalla sua bottega. Saltai sull’attenti e lo guardai dritto negli occhi, senza dire una parola.
“Che staje facenn’ annanz’ ‘a puteca mia? Nun stiv’ jenn’ a scola? Vir’ ca se fa tardi!” e mi tirò scherzosamente addosso un ricciolo di legno piallato.
“Conoscete anche voi la canzone della bandiera, Don Gennaro?”.
“E chi è ca nun ‘a sape ‘e ‘sti tiemp’, figlio mio…”
“Me la cantate di nuovo, per piacere?” e Don Gennaro mi sorrise, soddisfatto e divertito dalla mia richiesta insolita.
“Jamm’, mo’ nun è cosa, Marioli’, vattenne a scola, nun fa’ l’asino cumm’ a me, studia…”, rispose con tono improvvisamente severo, ma non appena feci qualche passo per allontanarmi da lui, un po’ deluso per il suo diniego, alle mie spalle lo sentii cantare di nuovo e quando mi girai di scatto per accertarmi che fosse proprio la sua voce a rincorremi per il vicolo, mi strizzò l’occhio e riprese a lavorare di buona lena dopo il mio saluto colmo di gioia.
E così entrai in classe, cantando proprio quella canzone. Non l’avessi mai fatto.
“I comunisti mangiano i bambini, vuoi fare quella fine anche tu, maleducato?!?”, urlò la maestra, dopo il mio “trionferà!”, cantato a squarciagola, senza conoscere nemmeno il vero significato di quell’inno, appreso prima nelle piazze e riscoperto, poi, pochi minuti prima di quel momento, insieme a Don Gennaro il falegname.
“No, signora maestra”. Con la voce tremolante, tentai di darmi un tono dignitoso, pur avvertendo l’imminente pericolo della punizione. La paura mi mangiava lo stomaco.
“Chiedi scusa a tutti per il tuo gesto inconsulto, Mario, chiedi subito scusa!” e chiesi scusa a labbra strette, poco convinto di quelle cinque lettere, perché non capivo dove avessi sbagliato, ma sapevo di non avere troppa scelta e che una ribellione mi sarebbe costata molto cara.
La maestra, infuriata e per niente intenerita dal mio evidente stato di terrore, mi tirò per il grembiule dietro alla lavagna e, dopo avermi riempito la testa di grida di rimprovero, dopo avermi umiliato davanti a tutta la classe, dandomi dello sciagurato e dell’immorale, mi ordinò di inginocchiarmi sui ceci e lì mi lasciò per un bel po’, mentre con tutta l’anima provavo a trattenere cascate di lacrime, per il dolore e per l’ingiustizia subita. Secondo me, infatti, i comunisti non erano cattivi e non mangiavano i bambini: in fin dei conti, papà non mi aveva mai dato morsi ed era un uomo buono, pensavo tra me e me; e questo pensiero lo dissi di scatto, poi, seppur lagnandomi, alla maestra; continuai, spiegandole che i comunisti, essendo simili a mio padre, non potevano essere così malvagi e argomentavo la mia tesi, provando a sollevare un po’ le ginocchia dai legumi aguzzini, che per anni non ho voluto più mangiare. Un discorso, il mio, di una logica tenera e comunque stringente, ma che non arrivò alle orecchie della maestra, ovattate dal cattolicesimo più bigotto e oltranzista, sporcato per di più dall’ideologia democristiana dell’epoca; e quando religione e politica si mescolano tra loro, non c’è più spazio per il dialogo, questo l’ho imparato fin da piccolo.
E la bandiera rossa non mi pare che poi abbia trionfato, ma tutto sommato era una bella canzonetta piena di speranza. Ah, e i ceci, oggi, li mangio.
Written by: JackPummarolino alle ore 15:57 | Permalink | commenti
categoria:
sabato, 15 marzo 2008
E alla fine ce l'abbiamo fatta... ho cucinato per te, per noi.
Sempre a dubitare delle mie, fino a te, indiscusse doti culinarie, dicevi "sì sì, dici sempre che cucinerai per me e poi non lo fai mai, ti distrai..." e mi baciavi con passione, fino a farmi perdere il controllo in quel salone di casa tua e ogni mia buona intenzione di farti assaggiare qualcosa fatto da me svaniva in un lampo; diciamo che ero preso da tutt'altro. Poi, m'hai lanciato la sfida: "secondo me, tu non sai cucinare".
Eh no, bella mia, ti faccio vedere io! E così è stato.
Ieri mattina, ho annullato tutti i miei appuntamenti e mi sono dedicato a te.
Ufficialmente, la "scusa" per vedersi era di darti una mano con un progetto di ristrutturazione di casa tua. L'abbiamo fatto? Ehm... più o meno, va'!
Sono uscito di casa con la ferma intenzione che t'avrei fatto un pranzetto coi fiocchi.
Sono andato al GS e ho fatto la spesa, maledicendomi. Sì, perchè la sera prima m'ero scritto tutta la lista dell'occorrente da comprare, ma poi, e manco mi meraviglio, la beneamata lista l'ho dimenticata a casa, ovvio, no?
E così, mi sono arrabattato all'interno di quell'immenso supermercato, cercando di ricordarmi tutto quel che mi servisse per il pranzo. Un'impresa, considerata la fretta di arrivare a casa tua e la voglia di darti un bacio.
Comunque, entro.
E mi dimentico di prendere il carrello all'ingresso, ma mica me ne accorgo subito? No, ovvio che no. Me ne accorgo dopo cinque minuti, quando le mie mani già sono stracolme di roba, che ho la tentazione di mettere in tasca, ma non perchè io fossi un ladro, ma perchè mi cascava di mano! Così, con aria semidisperata, mi guardo intorno per cercare un carrello o un cestello vuoto, ma niente. Vado da una cassiera, che ha l'aria di una persona gentile e con tutta questa roba in mano le chiedo:
"Mi scusi, signorina, ma ci sono carrelli all'interno o devo per forza riuscire fuori?"
Lei mi guarda con aria un po' perplessa e poi sorride, divertita.
"Dovrebbe riuscire fuori, ma non può passare con tutta quella roba..."
"Lo so, lo so... insomma, devo posarla tutta e poi riesco... "
"Eh sì, signore... non mi guardi con quell'aria avvilita..."
"No, no, ha ragione, ora poso tutto ed esco, ma... ehi, guardi, lì c'è una signora ad una cassa che sta per andar via, posso passare da qui e chiederle se mi lascia il carrello?"
"Signore, veramente non si potrebbe varcare le casse con la roba in mano, ma se sta attento a non avvicinarsi all'antitaccheggio, posso fare uno strappo alla regola... passi da qui..." e mi fa passare dietro alla sua sedia per non far suonare tutto. La ringrazio tantissimo e volo a placcare la signora del carrello.
"Signora, mi scusi, le occorre il carrello?" e con aria odiosissima, la signora mi risponde...
"Veramente dentro c'è la mia moneta da un euro" e io...
"E ma ovviamente gliela restituisco, si figuri... allora, posso?"
"Va bene..." sempre più scocciata, manco le avessi chiesto di prestarmi l'auto.
Per prendere il portafogli dalla tasca è una vera impresa: le mani sono piene di pacchi, bustine e cose varie prese prima, così non riesco proprio a muovermi senza che mi caschi tutto per terra.
Con sguardo implorante, le chiedo...
"E' vietato poggiare le mie cose nel carrello prima che le abbia restituito l'euro?"
"No, no... prego, ma non faccia lo spiritoso"
"Per carità... " e SBABABABAMMMM!!! Mi casca tutta la roba nel carrello, mentre la signora dice "Oh, madonna mia, che impiastro..." e io "Signora, lei mi sta mettendo un'agitazione incredibile, non mi guardi così, eh, mamma mia! Ecco il suo euro, è stata GENTILISSIMA..." dico, marcando ironicamente il tono di voce sull'aggettivo. La saluto e tutto fiero del mio carrello conquistato a fatica, mi riavvio tra gli scaffali. E vaffanculazzo, certa gente è proprio insopportabile.
Settore frutta e verdura. La frutta non mi serve, lei ne mangia tanta e a casa sua c'è sicuramente, mi dico.
La verdura, sì. Compro rucola, carote, limoni, funghi e finocchi. Vedo delle noci già spellate e le compro.
Poi, settore salumeria: mi servono la bresaola, lo speck, la provola, la ricotta di cestino, il parmiggiano, le olive verdi.
Infine, uova, pancetta a cubetti, bucatini, farina, lievito e latte. E una piantina di basilico.
Vedo dei grissini al gusto di olive e li prendo. Faccio una fila colossale alla cassa, bestemmiando contro tutto l'Olimpo per il tremendo ritardo in cui fossi, e finalmente mi ritrovo faccia a faccia con la cassiera che mi aveva aiutato prima. Penso che dovrei ringraziarla in qualche modo per la gentilezza, solo che non ho troppo tempo, così faccio la prima stronzata che mi viene in mente: afferro un pacchetto di "mon cheri" da un espositore e le chiedo...
"Le piacciono?" 
"Eh sì, sono buonissimi, certo!"
Pago il conto, metto tutto in busta e faccio largo alla cliente dopo di me; ma senza allontanarmi dal banco cassa, mi avvicino alla signorina, le offro un ciuffo di basilico a mo' di fiore, con un mon cheri accanto.
"So che andrebbe detto con i fiori, ma del basilico profumato può andar bene comunque? Grazie per prima..."
"E' la prima volta che ricevo un omaggio floreale del genere, ma devo dire che è davvero carino, grazie a lei!" e ride di gusto, arrossendo.
"E' il minimo... buona giornata, signora, a presto"
"Buona giornata a lei, signore... e si ricordi del carrello, la prossima volta, altrimenti sarò pronta a ricevere un ciuffo di rosmarino per farla passare di nuovo oltre le casse da clandestino..." e io scoppio a ridere, salutandola.
Correndo come un pazzo per il ritardo, salto in moto, carico di buste e corro a casa di Lu, ma, correndo, faccio una frenata quasi di scatto davanti alla vetrina di una gelateria buonissima del Vomero, che ha esposti dei gelati  forma di bacio perugina versione maxi. Li compro, sono bellissimi, sembrano due seni, slurp!
Arrivo a casa della mia dolce tortura.
Fortunatamente, quello stronzo odioso del portiere, che ancora non ho capito se si chiami Martino di nome o di cognome, perchè poi qualcuno lo chiama Giovanni, non c'è e io sgattaiolo nel palazzo con fare furtivo, evitandomi la sua consueta radiografia impicciona.
Busso alla porta.
Un tuffo al cuore, quando apre.
E' bellissima, più del solito. Un po' abbronzata, perchè stava leggendo fuori al terrazzino al sole, stretta in un vestitino di maglina di un arancione tenue, con un cinturone marrone in vita e gli stivali di cuoio... una collana di quegli stessi colori che le dava una luce al viso spaventosamente bella e un profumo da schianto. Il tutto incorniciato da quei suoi capelli ondulati e ribelli, intorno a quegli occhi di fuoco.
"Finalmente, caro il mio ritardatario pieno di buste..." e non mi fa nemmeno entrare, che mi bacia da farmi sbattere per terra.
"Fammi posare almeno tutta questa roba, amore mio, non ti posso nemmeno abbracciare..."
"E che m'importa..." mi sussurra lei, con quel fare intrigante che certe donne hanno proprio nel dna.
Poi, solo quando l'ha deciso lei, posso posare le buste e travolgerla di baci, ma ancora con il giubbotto addosso, perchè non me l'ha fatto togliere! Si toglie quando lo decide lei, dice. E va bene, tanto io mi diverto un mondo a vedere come gioca con me.
Non mi fa mettere le cose in frigo e mi trascina sul divano a parlare di tutto e di più. Mi sta addosso con la sua sensualità da brividi, mi guarda come se volesse mangiarmi e io faccio lo stesso con lei e la prendo in giro, le dico "ma come siamo fredde, oggi... già non ti piaccio più, ammettilo... " e lei mi lancia un sorriso di sfida stupendo, alzandosi leggermente il vestito e sedendosi a cavallo su di me... wow... censura, censura, censura.
E dopo un paio d'ore passate stretti sul divano, la OBBLIGO a star buona, perchè io DEVO cucinare.
"Posso venire con te in cucina, almeno?"
"No"
"Ma come no?!? Non sai nemmeno dove siano le pentole e gli arnesi vari!"
"Li troverò."
"Dai, fammi stare con te, sto buonissima, giuro..."
"E va beeeeeneee... ma guai se mi baci" e mi bacia. Le ultime parole famose.
Comunque, dopo tarantelle varie, riesco ad avviare le prime operazioni culinarie.
Questo il menù consigliato dallo chef:

Antipasto

Rotolo di pasta al latte con funghi, provola e speck

Primo piatto

Bucatini alla carbonara

Secondo piatto

Involtini di bresaola farciti di crema di olive, ricotta e rucola, con grissini decorativi (se magnano pure!)

Contorno

Insalatina julienne di finocchi, carote, noci, rucola e scorzette di limone

Frutta

Macedonia di kiwi, mele verdi e spicchi d'arancia caramellati

Dolce

Gelati artigianali a forma di bacioni Perugina

Il tutto annaffiato da un ottimo Nero d'Avola e un sorso di Passito finale.
La fetentona malpensante alla fine s'è leccata i baffi e ha rimangiato la PESSIMA affermazione che io non sappia cucinare. Tsk!!! Pure i piatti decorati le ho servito, pure decorati!
E il giusto premio per un sì grande chef qual è?
Eh.
Vabbe'!
Peccato solo che io abbia lasciato una cucina che era un vero terremoto, ma tanto lei ha la sua tizia carina delle pulizie e mi ha obbligato a non muovere un dito, perchè avrei pure pulito, eh, se fosse stato necessario, giuro... (mi state credendo? MI STATE CREDENDO?!?!? NO?????? BRAVI!!!).
Che giornata meravigliosa... e ora mi tocca studiare e non vederla per qualche giorno, ma il ricordo di ieri mi terrà compagnia, perchè tanto ormai lei mi è dentro, dentro, dentro.

Written by: JackPummarolino alle ore 16:14 | Permalink | commenti
categoria: