Cap.1 - Bandiera Rossa
Il corteo rosso sfilò per via Toledo, fiero e compatto. Falci e martelli di un giallo potente spiccavano a tratti nel rosso delle bandiere comuniste, tese al cielo con grinta dalle mani callose di operai, che sfioravano quelle levigate degli intellettuali di sinistra; mani socialmente diverse e per natura uguali, che si agitavano negli stessi fazzoletti d'aria, per sventolare i simboli comuni nel venticello del mattino. Le guardavo, quelle ideologie di stoffa sgualcita, affascinato e inconsapevolmente turbato da tutta quella gente che marciava in fila, proprio come i soldati tedeschi che avevo visto marciare per le strade solo qualche anno prima. Non c'erano più, quel giorno, però, le uniformi mimetiche a sfigurare i corpi delle persone, che avanzavano al ritmo cadenzato dell'Internazionale, ma un tripudio di colori, il rosso su tutti, che macchiavano di novità le strade del centro storico napoletano.
L'Italia si apprestava alle sue prime elezioni repubblicane e le piazze recepivano, a volte con entusiasmo, altre con diffidenza atavica, le promesse che gli uomini politici emergenti si lasciavano scappare incautamente dalle labbra, già rassegnati in cuor loro all'idea che avrebbero avuto le mani legate da lacci a stelle e strisce; fantocci di giochi di potere distanti chilometri di oceano.
"Vieni, Mario, sbrigati; nascondiamoci qui, stanno passando i comunisti!".
Fui preso per un braccio e trascinato di peso all'interno di uno dei vicoletti che davano sulla via principale. Non sapevo nemmeno cosa davvero volessero e ancor meno chi fossero, quei comunisti, ma il tono di voce di mia madre m'impressionò così tanto che non feci storie, quando mi strattonò, preoccupata; e la seguii nella penombra del vicolo, in silenzio, a bocca aperta per lo stupore: il profumo dei panni stesi al sole tra una finestra e l'altra di palazzi dirimpettai, distanti tra loro poco più della capacità intrigante di uno sguardo indiscreto di frugare nell’intimità delle case altrui, si mischiava ai miei pensieri di bambino, che della politica capiva solo "questi sono i buoni e questi sono i cattivi" e ogni volta i ruoli nella mia mente si confondevano, a seconda di chi mi mostrasse quale fosse il "Bene" e quale il "Male"; mi sembrava tutto molto confuso, ma ero fin troppo curioso, attento, guardavo la realtà intorno a me con l'avidità di chi ne vuole sapere di più a tutti i costi; e allora io, dei comunisti, sapevo solo che erano simpatici a mio padre e che mia madre, invece, non li poteva soffrire, lei che, come tutte le persone dell'epoca morigerate e dedite alla vita di chiesa, vedeva in loro soltanto la pericolosa miccia per un'esplosione che avrebbe di certo travolto i valori etici consolidati da tempo. "Un fantasma si aggira per l'Europa", diceva, infatti, un tale con la barba grigia e tanta voglia di cambiare il mondo; e aveva ragione a chiamarlo "fantasma", il comunismo, perchè faceva paura a molti, sebbene sia stato spesso invisibile nel nostro paese. Proprio un fantasma: c’è, ma non si vede; e l’ignoto attrae e fa paura. Ricordo, infatti, che mi sentivo incessantemente attratto da queste persone che si dichiaravano "rosse": mi sembravano fiere, motivate, libere. E io, come loro, volevo essere fiero, motivato, libero.
Ero solo un bambino nell'aprile del '48 e i miei otto anni si sarebbero apprestati al compimento di lì a breve, ma, nonostante la tenera età, il fermento politico che attraversava il paese attraversava anche me, sorridente e al tempo stesso spaventato, quando i miei genitori mi portavano ai comizi: mamma mi teneva stretto per mano, fin quasi a fermarmi la circolazione sanguigna, per paura che scappassi via a curiosare da qualche parte.
"Quello è De Gasperi, vedi? Su, Mario, sentiamo cosa dice, sta' buono".
Mi parlava tra la folla, chinandosi appena verso di me, ravviandosi i capelli con quel suo gesto tipico e timido, che compiva quasi a voler mortificare la sua femminilità, facendo in modo che il viso non venisse incorniciato dalle sue scure ciocche ribelli, ma che queste fossero ben tenute a freno da implacabili forcine metalliche. L’ordine innanzi tutto, il resto era secondario per lei.
Con mio padre, invece, mi divertivo di più, quando andavamo a sentire Togliatti: camminavamo "da uomini", come diceva lui, vicini, a passo veloce, fianco a fianco, ma senza stringerci le mani, all'insegna dell'autonomia, della virilità e della libertà.
"Non ti muovere da qui, Mario, cammina accanto a me, ti sto dando fiducia; perchè, se poi ti perdi, io non ti verrò a cercare, è chiaro?" ed era chiarissimo, inequivocabile il suo tono e io non mi allontanavo di un metro. Del resto, mi piaceva camminare con papà, mi sentivo forte. E quando stavamo al centro di Piazza del Plebiscito, schiacciati dagli astanti, aizzati dai megafoni da cui uscivano grida di rivalsa, io alzavo la testa al cielo e lo sfidavo, giocando; accadeva soprattutto quando mi distraevo, per esempio perché proprio non capivo la ragione per cui tutti applaudissero più forte all’improvviso; e mi sentivo inadeguato, quasi m’annoiavo: allora, per non lagnarmi, altrimenti papà non m’avrebbe più portato in giro con sé, contavo i pezzetti di azzurro che riuscivo ad intravedere in quel magma rosso di tessuto sventolante e, sì, contavo, contavo fino a perdere l'equilibrio, cadendo, poi, con il sedere per terra e battendo la testa sulle ginocchia di papà, che mi acciuffava al volo, provando a limitare i danni del tonfo. Il cielo, dal basso della mia statura, perdeva sempre contro le bandiere e vedevo solo tutto tinto del colore delle fragole sopra di me, mentre la piazza intonava proprio "Bandiera rossa" e nella mia mente restavano, apparentemente sopite, le note di quel ritornello cadenzato.
Alla fine dei comizi, c’era il momento più bello, quello per cui valeva la pena di farsi pestare i piedi dagli uomini nella piazza, ubriacati dalla retorica del politico di turno: papà mi faceva saltare sulla sua schiena e ce ne
tornavamo a casa per il pranzo, fischiettando quel motivetto “della bandiera”, come lo chiamavo io. Dalle sue spalle, potevo osservare la città e pensare a tante cose.
"Papà, che vuol dire alla riscossa?"
"Vuol dire che un giorno ce la faremo, Mario" e riprese a fischiettare, ma fermava sempre quella melodia d'aria, che fuoriusciva dalla sua bocca schiusa, una decina di passi prima di arrivare a casa; capii dopo il motivo di questa sua attenzione: era per evitare che mia madre lo accusasse di farmi il lavaggio del cervello con le faccende da comunisti e, forse, lei non aveva tutti i torti.
Queste manifestazioni di massa mi colpivano sempre molto: dopo avervi assistito, steso sul letto, prima di dormire, lasciavo riecheggiare nella mente quel che avevo sentito al mattino, mescolando ricordi confusi alle sensazioni più disparate; e s’innescavano nella mia fantasia dei processi incontrollabili, tendenti ad una giocosa autoaffermazione di me stesso, per cui sul palchetto del comizio c’ero io, in giacca e cravatta, pronto a promettere un futuro migliore alla folla, tutta in attesa di parole di speranza e di progresso, sicchè nelle mie mani e nella mia voce c’era il futuro della mia città e dell’intero paese. Pensavo a cosa avrei costruito, creato e deciso, mentre gli occhi mi si chiudevano sotto il dolce peso dell’ingenua e laboriosa stanchezza dei bambini.
Le notti ricche di sogni sfociavano naturalmente in risvegli allegri e pieni di entusiasmo. Andavo volentieri a scuola e ogni mattina facevo il mio breve tragitto per raggiungerla, saltellando tra un sanpietrino e l’altro delle piccole viuzze di Pizzofalcone. Sono nato lì, nel cuore di Napoli, in Via Nunziatella n. 4. Mia madre mi aveva insegnato a dire il mio nome e cognome insieme all’indirizzo di casa, non appena iniziai a parlare, nel caso in cui mi fossi smarrito in una delle mie esplorazioni continue del quartiere.
“Maio di Giacomo, Via Nunziatella numero tatto”, dicevo, fiero di me, a soli due anni, quando mi si chiedevano scherzosamente le mie generalità e io, nel rispondere con fretta e decisione, mangiavo le lettere delle parole, stravolgendole e suscitando ilarità. Abitavo al numero quattro di Via Nunziatella. Ora, laddove c’era casa mia, c’è una scuola di danza; la qual cosa, sebbene mi metta malinconia, non mi dispiace del tutto: in fin dei conti la danza è l’espressione artistica più primitiva del nostro corpo e se penso a quante graziose fanciulle balleranno, ora, in quella che un tempo era la cucina di casa mia, mi viene da ridere: papà avrebbe strabuzzato gli occhi a vedersele tra le pentole in tutù.
Mi sentivo a mio agio, comunque, in mezzo alla gente semplice di quei vicoli, dai quali svettavano gli sfarzi dei palazzi nobiliari, che impedivano al sole di baciare la povertà dei bassi; la ricchezza sovrastava materialmente la povertà di qualche piano, era sorta proprio in prossimità di questa, quasi a non voler smentire la tradizione napoletana dell’atavica coesistenza di stridenti contraddizioni in piccoli spazi vitali. E anche in me c’era, e naturalmente c’è tutt’ora, questa contraddizione di “miseria e nobiltà”: a questo proposito, infatti, non so chi sia di preciso mio nonno paterno, ma so per certo che era un principe della nobiltà napoletana; per lui perse la testa una bella popolana del quartiere, che gli diede un figlio, sebbene mai riconosciuto, ma che lei volle tenere a tutti i costi: Francesco, il nome di quel bambino; mio padre, appunto. In lui, come in me, scorrevano gocce di sangue blu, ma se proprio mi è concesso dire la mia in merito, credo che questa vena di nobiltà non sia presente in me grazie a quel principe libertino, che ha permesso al suo araldico sperma di nuotare nel grembo di una donna del popolo, la quale, incautamente, aveva dato fiducia ad un paio di mani ricoperte da guanti di seta, che le accarezzavano i seni con ardore, mentre un pene poco aristocraticamente turgido la ingravidava senza pensare al futuro: non deriva dal blasone, questo rivolo di blu che mi scorre dentro, no; ma dalla purezza d’animo di quella donna, mia nonna, che ha scelto l’amore per un uomo sbagliato e non l’ha rinnegato, tenendone caro il frutto, un figlio, contro tutto e tutti, superando qualsiasi pregiudizio. Il cognome che porto è il suo, infatti, di mia nonna, e ne vado orgoglioso. “di Giacomo”, Mario di Giacomo, con il “di” rigorosamente minuscolo, ci tengo molto.
E per restare in tema di pregiudizi, ricordo che un giorno i comunisti, pur non volendo, mi tirarono un brutto scherzo, proprio nelle stradine della mia infanzia. Camminavo, quaderni alla mano, verso scuola, in un mattino di primavera, e Don Gennaro, il mastro falegname del quartiere, stava cantando fuori alla sua bottega, levigando un vecchio mobile di fine Ottocento, ricco di intarsi e fini ceselli nel legno.
“Avanti o popolo, alla riscossa, bandiera rossa, bandiera rossa… avanti o popolo, alla riscossa, bandiera rossa trionferà…”.
M’incantai ad ascoltare quelle parole a me già in parte note, guardando Don Gennaro con la mia solita aria stralunata, che assumevo quando rimanevo colpito da qualcosa e mi ci concentravo su. Un po’ come quando caddi nella tinozza piena d’acqua, nell’aia di casa di mia nonna, a Gemona, perché troppo impegnato a cantare una canzoncina imparata a scuola per pensare al mio equilibrio; e accompagnavo il canto con una stramba camminata ritmata, che prevedeva veloci passettini in avanti e precari passettini indietro a mo’ di gambero. Il tuffo, camminando senza guardare alle mie spalle e urtando la tinozza colma d’acqua, fu sensazionale, come si può immaginare; mi bagnai tutto, quasi annegai, e lo stupore dei miei tre anni davanti alle risate di tutti i parenti e alla rabbia di mia madre, inorridita dalla mia anarchica distrazione, naturalmente messa alla berlina, mi è rimasto impresso nella memoria come poche altre vicende di quel periodo vissuto da sfollati, accolti nelle fertili terre friulane, dove mamma tornava sempre con piacere, nonostante la tristezza della guerra; erano i suoi luoghi, quelli, riprendeva vita e colore lì, nella pace delle campagne, lontano dalla confusione partenopea.
“Mario!” m’apostrofò Don Gennaro, scuotendomi dall’incanto suscitato dalla canzone e dall’odore di segatura, proveniente dalla sua bottega. Saltai sull’attenti e lo guardai dritto negli occhi, senza dire una parola.
“Che staje facenn’ annanz’ ‘a puteca mia? Nun stiv’ jenn’ a scola? Vir’ ca se fa tardi!” e mi tirò scherzosamente addosso un ricciolo di legno piallato.
“Conoscete anche voi la canzone della bandiera, Don Gennaro?”.
“E chi è ca nun ‘a sape ‘e ‘sti tiemp’, figlio mio…”
“Me la cantate di nuovo, per piacere?” e Don Gennaro mi sorrise, soddisfatto e divertito dalla mia richiesta insolita.
“Jamm’, mo’ nun è cosa, Marioli’, vattenne a scola, nun fa’ l’asino cumm’ a me, studia…”, rispose con tono improvvisamente severo, ma non appena feci qualche passo per allontanarmi da lui, un po’ deluso per il suo diniego, alle mie spalle lo sentii cantare di nuovo e quando mi girai di scatto per accertarmi che fosse proprio la sua voce a rincorremi per il vicolo, mi strizzò l’occhio e riprese a lavorare di buona lena dopo il mio saluto colmo di gioia.
E così entrai in classe, cantando proprio quella canzone. Non l’avessi mai fatto.
“I comunisti mangiano i bambini, vuoi fare quella fine anche tu, maleducato?!?”, urlò la maestra, dopo il mio “trionferà!”, cantato a squarciagola, senza conoscere nemmeno il vero significato di quell’inno, appreso prima nelle piazze e riscoperto, poi, pochi minuti prima di quel momento, insieme a Don Gennaro il falegname.
“No, signora maestra”. Con la voce tremolante, tentai di darmi un tono dignitoso, pur avvertendo l’imminente pericolo della punizione. La paura mi mangiava lo stomaco.
“Chiedi scusa a tutti per il tuo gesto inconsulto, Mario, chiedi subito scusa!” e chiesi scusa a labbra strette, poco convinto di quelle cinque lettere, perché non capivo dove avessi sbagliato, ma sapevo di non avere troppa scelta e che una ribellione mi sarebbe costata molto cara.
La maestra, infuriata e per niente intenerita dal mio evidente stato di terrore, mi tirò per il grembiule dietro alla lavagna e, dopo avermi riempito la testa di grida di rimprovero, dopo avermi umiliato davanti a tutta la classe, dandomi dello sciagurato e dell’immorale, mi ordinò di inginocchiarmi sui ceci e lì mi lasciò per un bel po’, mentre con tutta l’anima provavo a trattenere cascate di lacrime, per il dolore e per l’ingiustizia subita. Secondo me, infatti, i comunisti non erano cattivi e non mangiavano i bambini: in fin dei conti, papà non mi aveva mai dato morsi ed era un uomo buono, pensavo tra me e me; e questo pensiero lo dissi di scatto, poi, seppur lagnandomi, alla maestra; continuai, spiegandole che i comunisti, essendo simili a mio padre, non potevano essere così malvagi e argomentavo la mia tesi, provando a sollevare un po’ le ginocchia dai legumi aguzzini, che per anni non ho voluto più mangiare. Un discorso, il mio, di una logica tenera e comunque stringente, ma che non arrivò alle orecchie della maestra, ovattate dal cattolicesimo più bigotto e oltranzista, sporcato per di più dall’ideologia democristiana dell’epoca; e quando religione e politica si mescolano tra loro, non c’è più spazio per il dialogo, questo l’ho imparato fin da piccolo.
E la bandiera rossa non mi pare che poi abbia trionfato, ma tutto sommato era una bella canzonetta piena di speranza. Ah, e i ceci, oggi, li mangio.